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Roberto Moro
Sergio Zabot – Carlo Monguzzi
L’illusione nucleare
I rischi e i falsi miti
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La crisi economica e l'incertezza delle relazioni internazionali spingono nuovamente i Paesi industrializzati verso l'energia nucleare, ridando voce anche in Italia ai fautori della sua convenienza e inevitabilità. Questo libro sfata con rigore scientifico alcuni luoghi comuni: che l'energia atomica sia abbondante e sicura, che costi meno, che non provochi emissioni di CO2. Le argomentazioni dei due Autori sono stringenti: già ai ritmi di consumo attuali, si stima che entro 50 anni non ci sarà più uranio economicamente sfruttabile; i costi di costruzione dei reattori e del loro mantenimento sono già oggi fuori mercato; infine, il nucleare inquina, contamina irrimediabilmente interi territori, con il rischio di accentuare le criticità del cambiamento climatico in atto. Completa questo inquietante scenario l'idea, promossa dal G8, di una governance mondiale dell'energia. Una governance capace di tenere l'opinione pubblica all'oscuro delle centinaia di incidenti occorsi finora e abile nel convincere i Paesi emergenti a legarsi per i decenni a venire alle tecnologie nucleari dell'Occidente.
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Aprire un dibattito

[…] È preoccupante il fatto che il dibattito sul futuro energetico dell'Italia si stia politicizzando e soprattutto che stia assumendo contorni ideologici. Questa polarizzazione è particolarmente grave se dovesse affermarsi una visione delle fonti rinnovabili come di "sinistra" e del nucleare come di "destra".
Purtroppo, dopo Cernobyl, un certo ambientalismo ha ideolo­gizzato la "questione nucleare" paventando "sindromi cinesi" a ogni pié sospinto. È positivo dunque che in Italia si accenda, finalmente, il dibattito sul futuro dell'approvvigionamento ener­getico, dopo che dal referendum del 1987 - con il quale i citta­dini italiani hanno deciso di porre fine all'energia nucleare nel nostro Paese - la politica italiana ha colpevolmente trascurato la questione.
Non bisogna però fare l'errore opposto e ideologizzare il nucleare come soluzione inevitabile. I combustibili fossili, base della moderna economia industriale, sono trattati come una ren­dita, quando in realtà sono un capitale: non ci si preoccupa di limitarne l'uso, nonostante il loro carattere non sia rinnovabile.
L'uranio non sfugge a questa regola; tuttavia sentiamo dichiara­zioni che auspicano la costruzione di mille nuove centrali nucleari, quando non c'è abbastanza uranio per farne funziona­re, malamente, poco più di quattrocento.
L'energia è il motore delle attività economiche del mondo odierno e i problemi energetici rappresentano l'ossessione di tutte le società moderne. Ma le risposte a essi non possono e non devono essere date esclusivamente aumentando i fattori di scala: al giorno d'oggi soffriamo di una idolatria quasi universale per il gigantismo. Procedere verso il gigantismo significa procedere verso l'autodistruzione. La crescita non può porsi obiettivi illi­mitati, perché - come diceva Gandhi - «la terra produce abba­stanza da soddisfare i bisogni di ognuno, ma non per soddisfare l'avidità di tutti». La crescita economica deve tenere conto della disponibilità delle risorse, intese come capitale e non come ren­dita, ma soprattutto deve considerare la capacità dell'ambiente di far fronte alle interferenze dello sviluppo umano.
La logica monetarista che impregna la nostra società sembra ragionare e agire in termini di "dopo di noi il diluvio". Ma la visione del bisogno futuro di energia necessita di una rivoluzio­ne copernicana rispetto alle modalità con cui essa viene valuta­ta, pagata e usata. Rifiutarsi di guardare attraverso il telescopio della "ragione", così come nel Galileo di Bertolt Brecht i sacer­doti si rifiutavano di guardare i satelliti di Giove, non fa che pro­crastinare la verità e danneggiare l'umanità tutta. […] (pagg. 14-15)

 

Ma, in conclusione, il nucleare ci serve?

La quarta generazione delle centrali nucleari è per ora una chimera. Ci piacerebbe immaginare un reattore che sia assoluta­mente sicuro, che consumi uranio 238 (che, come abbiamo visto, è presente in natura in quantità molto più consistente dell'uranio 235 ora utilizzato), che non produca rifiuti radioattivi ma che anzi sia in grado di "bruciare" tutte le scorie. Cioè un nucleare che di colpo risolva il problema dell'approvvigionamento del combustibile, della sicurezza e dello smaltimento.
Dobbiamo invece far fronte ai problemi esistenti, che sono esattamente quelli che abbiamo enunciato, più altri, tra i quali la produzione di C02 emessa durante il procedimento di produzio­ne e arricchimento dell'uranio e i costi elevatissimi dell'intero processo della escavazione del minerale, fino alla produzione di energia, con l'aggiunta dello smantellamento delle centrali e del confinamento delle scorie.
Abbiamo affrontato tutte queste questioni con rigore scienti­fico, raccogliendo le informazioni più dettagliate e recenti che ci sono, soprattutto in lingua inglese, traducendone ampi stralci e mettendole a disposizione, in modo che chi legge questo nostro libricino possa, se vuole, costruirsi un'opinione personale basa­ta su dati e fatti inoppugnabili. Siamo intervenuti con argomenti tecnici contestando alcuni luoghi comuni, come il fatto che il nucleare non produca C02, che costi meno di altre fonti di ener­gia e che quello di quarta generazione sia alle porte.
Abbiamo infine proposto una reale e concreta soluzione al problema dell'autonomia energetica del nostro Paese e lo abbia­mo fatto nel capitolo provocatoriamente intitolato I veri concorrenti del nucleare, e cioè l'efficienza energetica (i Negawatt), la generazione distribuita e la cogenerazione.
Ormai molti scienziati, tecnici ed economisti concordano che i veri affossatori del nucleare non saranno certo gli ambientalisti, ma il mercato e l'innovazione tecnologica.
Citiamo un unico, piccolo esempio a sostegno delle nostre argomentazioni: l'indagine conoscitiva sull'industria del riciclo fatta dalla Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera e resa pubblica nella seduta del 12/06/2007, che a pagina 8 così recita: «basti pensare che secondo il Consorzio imballaggi alluminio (Cial), con le 655 tonnellate di alluminio riciclate nel 2006, si è risparmiata energia per 2 milioni e 800 mila tonnellate di equivalente petrolio (Tep). E, ancora, che secondo il Consorzio recupero vetro (Co.re.ve.) il riciclo di 1 milione e 830 mila tonnellate di vetro ha consentito sempre nel 2006, un risparmio di energia per 1 milione e 470 mila Tep e un risparmio di anidride carbonica emessa nell'atmosfera per 542 tonnellate, pari al consumo annuale di 330 mila automobili di tipo euro 4». Cioè il riciclaggio di vetro e alluminio, che non si pratica neanche in tutta Italia, consente già oggi, oltre alla ridu­zione di C02, di risparmiare ogni anno l'equivalente della produ­zione annuale di 3 centrali da 1.000 MegaWatt.

Tre soggetti, tre strumenti

L'unico, timido piano energetico italiano è datato 1988. Nel 1991 due leggi, la n. 9 e la n. 10, sembravano prospettare la solu­zione dei problemi energetici del Paese: liberalizzazione dei mercati, impulso alle fonti rinnovabili, obblighi di efficienza energetica in tutti i settori dell'economia italiana. A quasi vent'anni di distanza, le liberalizzazioni rimangono incompiute, le fonti rinnovabili sono rimaste al palo, le componenti tariffarie che paghiamo sulle bollette elettriche per lo sviluppo delle fonti rinnovabili sono destinate quasi esclusivamente ai raffinatori di petrolio, l'efficienza energetica è una chimera lasciata nelle mani, spesso impotenti e senza soldi, delle Regioni.
«Una politica energetica seria e lungimirante - ha detto Pasquale Pistorio - deve saper mettere insieme tre soggetti e tre strumenti. I tre soggetti sono le istituzioni, le imprese e i cit­tadini. Gli strumenti sono gli incentivi, per rimediare agli errori del passato e riqualificare gli stock immobiliari esistenti, la nor­mativa, per orientare un futuro più parsimonioso senza dover rinunciare alle attuali comodità; infine l'educazione, per diffon­dere la cultura dello sviluppo sostenibile e stimolare la ricerca di nuove frontiere tecnologiche. Non è vero che l'efficienza ener­getica serva a poco e non è vero che le fonti rinnovabili siano marginali. Una forte campagna di risparmio energetico consenti­rebbe all'Italia di ridurre addirittura del 30% il fabbisogno di energia, contro il 20% richiesto dall'Unione europea al 2020. Dalle fonti rinnovabili possiamo ricavare un ulteriore 20% del nostro fabbisogno di energia, sempre entro il 2020. E avremo tutto il tempo che ci serve per ragionare e puntare su energie nuove come la fusione nucleare, i reattori basati sul torio e non sull'uranio e infine per sviluppare quell'economia dell'idrogeno preconizzata da Jeremy Rifkin»

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Gli affari sono affari

Ma, gli affari sono affari e l'onda lunga del monetarismo, che si è abbattuto come uno tsunami sui mercati delle commodities, ha arricchito migliaia di speculatori, ma contemporaneamente sta impoverendo miliardi di consumatori che subiscono impoten­ti gli aumenti del prezzo del petrolio in primis e conseguente­mente di tutte le materie prime, derrate alimentari comprese.
La "bolla speculativa" del prezzo del petrolio innescata nella primavera del 2008 sembra essersi attenuata, vuoi perché molti governi hanno minacciato limitazioni alle scorribande dei tra­ders, vuoi perché una recessione economica provocata da rapidi ed eccessivi aumenti dei prezzi delle commodities non giova a nessuno.
Il paradigma energetico, che dalla fine della seconda guerra mondiale e fino agli anni Settanta aveva regolato i mercati dell'energia, non consente più di azzardare previsioni. Non è dato sapere se e quando il prezzo del petrolio si stabilizzerà, né quale sarà poi il suo prezzo, ma comunque è altamente probabile che esso si manterrà su quotazioni relativamente elevate.
Ora, per realizzare una centrale nucleare servono almeno dieci anni. Secondo Fulvio Conti, amministratore delegato dell'Enel, un programma nucleare italiano dovrebbe prevedere la costruzione di 5 centrali da realizzare una dopo l'altra, sfasa­te di due anni ciascuna. Questo vuol dire che anche comincian­do nel 2010 con la prima centrale, questa potrà entrare in eserci­zio non prima del 2020 e che la quinta, se verrà avviata nel 2020, potrà entrare in esercizio commerciale intorno al 2030, anno in cui potremo disporre di appena 5.000 MW di potenza elettrica aggiuntiva, che rappresenta poco più del 5% della capacità elet­trica lorda installata attualmente. Per contro, l'evoluzione attesa al 2015 è di circa 20.000 MW di nuovi impianti termoelettrici, considerando soltanto quelli già autorizzati e con cantieri avvia­ti o in procinto di awio.
Sembra di assistere a quella commedia dell'assurdo di Samuel Beckett in cui Estragone e Vladimiro, sotto un albero, in una strada di campagna, attendono un certo Godot. Non solo il luogo e l'ora dell'appuntamento sono vaghi e alquanto lontani, ma anche l'identità di Godot non è chiara.

 

Aspettando Godot

E allora cosa facciamo da qui al 2020? Aspettiamo fiduciosi che le poche risorse intellettuali e finanziarie rimaste, in un Paese già pesantemente indebitato, vengano sacrificate sull'altare dell'il­lusione nucleare, o cerchiamo soluzioni meno illusorie di quelle che ci propongono i governanti di turno? Sicuramente la gente rea­girà ai prezzi alti dei combustibili: i più cercheranno di limitare i consumi, molti acquisteranno lampadine ed elettrodomestici più efficienti, altri investiranno i propri risparmi in impianti solari, ma ci sarà anche chi, aspettando Godot, si lascerà piovere addosso.
Nei prossimi anni assisteremo comunque a un incremento dell'efficienza energetica e a una diffusione sempre più capilla­re di impianti alimentati da fonti rinnovabili. La maggior parte delle opportunità di risparmio energetico che il mercato offre, dall'isolamento delle pareti alla sostituzione dei serramenti, dal rifacimento degli impianti di riscaldamento all'installazione di collettori solari, mostra ormai una netta convenienza in termini di benefici economici a breve termine, come dimostrato da uno studio effettuato dallo Iefe. Questo significa che è più conve­niente ormai spendere i propri soldi in efficienza energetica anzi­ché continuare a comprare gasolio o gas ai prezzi attuali. Il pro­blema, non di poco conto, è che manca ancora la consapevolez­za, nel cittadino comune, che investire in risparmio energetico e in fonti rinnovabili conviene di più che tenere i propri soldi in banca, magari per farseli "rapinare" con bond spazzatura.
C'è da sottolineare, in proposito, che per troppo tempo è mancata un'azione forte e articolata da parte dello Stato a soste­gno delle nuove tecnologie energetiche: solo recentemente, con l'introduzione delle detrazioni d'imposta del 55% sulle ristruttu­razioni per il risparmio energetico e del cosiddetto "conto ener­gia" per l'installazione di impianti fotovoltaici, si è cominciato ad articolare una strategia che potrebbe portare a una decisa ridu­zione dei consumi di combustibili fossili.

 

Patti faustiani e conoscenza globale

Quello che però è preoccupante dei poteri pubblici è che, invece di rafforzare decisamente il sostegno all'efficienza ener­getica e alle fonti rinnovabili, stiano stipulando patti faustiani con le lobbies industriali e finanziarie, promettendo contratti miliardari per realizzare una filiera nucleare, estremamente rischiosa e costosa, garantita dallo Stato, quindi con i soldi dei contribuenti, e che, come sin qui abbiamo visto, sembra essere poco affidabile nel medio e lungo periodo, sia economicamente che dal punto di vista ambientale. Decine di miliardi di euro sono stati spesi e molti altri ne verranno concessi a compiacenti governi di Paesi emergenti, che li daranno in pasto a industriali occidentali interessati solo a fare affari vendendo acciaio e cemento, e che, in ultima analisi, verranno sottratti a quello svi­luppo duraturo e distribuito sul territorio che solo l'efficienza energetica e le vere fonti rinnovabili possono produrre.
È un gioco perverso che serve solo a rafforzare i potentati economici e le corporations, che auspicano una governance mondiale per l'energia nucleare ratificata e garantita dai gover­ni; già ora nelle riunioni del G8 il tema "nucleare" è sempre in agenda e l'ambizione di sottrarre ai singoli Paesi la gestione del­l'energia nucleare per affidarla a un nuovo Wto è fortemente bramata e perseguita.
Ma se i cittadini sapranno rendersi conto del bluff forse riu­sciranno a reagire, informandosi, cooperando, organizzandosi localmente, minimizzando i consumi senza dover rinunciare agli standard di comfort ai quali sono abituati, sfruttando gli ultimi ritrovati della tecnica, imparando a prodursi la propria energia ed evitando così di dover dipendere dalla "nuova energia di Stato".
La globalizzazione è anche questo, e la conoscenza globaliz­zata può liberarci dalle catene dei grandi impianti centralizzati, siano essi alimentati da carbone, da gas o da nucleare. La micro­generazione diffusa è già una realtà e in fondo, se usata bene, di energia ne basta molto poca; il sole, l'acqua, il vento possono ancora darci quello che ci serve. Le maestose quanto dispendio­se centrali atomiche moriranno prima ancora di cominciare a produrre un'energia che nessuno più vorrà. (pagg. 143-148)

 

Sergio Zabot – Carlo Monguzzi

 

Indice del volume:
Prefazione di Ermete Realacci Introduzione -1. La produzione di elettricità - 2. Perché in Italia l'energia elettrica costa di più - 3. La rivoluzione del mercato del petrolio - 4. Anche l'uranio è una commodity - 5. Il sistema nucleare - 6. La fabbricazione del combustibile - 7. La costruzione del reattore e il suo funzionamento - 8. Lo smantellamento del reattore - 9. La gestione delle scorie radioattive - 10. Quando le Corti dei conti fanno i "conti" - 11. Le implicazioni politiche e militari del nucleare 12.1 veri concorrenti del nucleare - 13. Il nucleare aumenta la C02 - 14. Cambiare paradigma energetico - 15. Ma, in conclusione, il nucleare ci serve? - Appendici

 

Sergio Zabot – Carlo Monguzzi

L’illusione nucleare
I rischi e i falsi miti


EDITORE MELAMPO
Prima edizione: novembre 2008

 

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