Tag Titolo Abstract Articolo
www.storiaestorici.it
storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Roberto Moro
Una storia a passi di gambero: da cittadini a sudditi
I 150 anni dell’Unità nazionale
immagine
A 150 anni dall’Unità nazionale il Bel paese sembra alla vigilia di grandi mutamenti e nella sua stessa struttura è già profondamente mutato. Applaudiamo le urla sguaiate, collezioniamo sconcezze come fossero figurine dell’album, e abbiamo abdicato alle nostre funzioni di cittadini impegnati a costruire un futuro migliore per chi verrà dopo di noi. Involgarita, impoverita, svillaneggiata e irrisa dal resto del mondo, l’Italia confida nella saggezza di un vecchio Presidente, ultimo garante di un tempo ormai sbiadito, quello delle regole e dell’onore, della dignità e del dovere che aveva segnato lo spirito dei Padri della patria, i costituenti, la cui opera appare incompiuta e minacciata, nella sua integrità e nei suoi valori, da dissennati interventi. Un miserabile colossal mediatico quotidianamente ci avvolge e rischia di trasformarci da cittadini di un paese teso alla democrazia a sudditi di un sistema di potere senza più regole né legalità, e siamo pronti a svendere il nostro paese a chi ha più denaro per comprarlo, a schiacciare col debito le generazioni future. È giunta l’ora dell’indignazione.
***

 

Storia, racconto, identità e consenso - Il sacco del Nord? - L’eugenetica della destra - L’eutanasia della sinistra - Che fare? - Un progetto nuovo di cittadinanza - Da dove partire? - Sudditi e cittadini – Ma il futuro è già tutto passato?

 

Storia, racconto, identità e consenso

Il racconto del Bel paese, la sua storia, attraverso il berlusconismo è un racconto forte, avvolgente, condiviso, e sembra averlo potenziato in via definitiva il genere pornografico/maschilista che invade da mesi il nostro collettivo. Il fuoco di questa narrazione, l’icona, è formidabile perché disvela ed eccita un immaginario diffuso: questa icona piace perché afferma il modello di un uomo libero perché ricco, ricco perché spregiudicato, spregiudicato perché intollerante delle regole e intollerante delle regole perché libero. È un cerchio perfetto che si ripete su se stesso e non lascia spazio a varianti. Il genere tragicomico ne fa il rovescio de "I miserabili", ma non è una epopea, è un canovaccio della commedia dell’arte.
     Il convoglio semantico che questo racconto/spettacolo ha introdotto nel linguaggio comune è vecchio, ma gestito in modo innovativo, e si fonda su concetti chiave: libertà, ottimismo, paterna generosità, sicurezza, criminalità di chi si oppone, impotenza del nemico, certezza della vittoria finale contro l’eversione del Parlamento e della magistratura. Che mai volere di più? La nostra cultura diffusa si è impadronita di questo linguaggio e lo certificano le intercettazioni telefoniche il cui scopo, a mio avviso, più che giudiziario dovrebbe essere educativo: uscire dal turpiloquio se si vuole comunicare davvero. A me hanno insegnato così.
    Ma è davvero Berlusconi il problema o è in questione l’identità di ciascuno di noi e la stessa identità nazionale del Bel paese? L’onda della destra populista (che per noi è un peronismo manageriale) aggredisce molti paesi e ovunque si fonda su una identità soggiacente, su un consenso prepolitico, culturale, antropologico di lunga durata che ha radici profonde. Vale per tutti, vale anche per noi. Ed eccone la certificazione.
    Distratti dalla grancassa mediatica del miserabile colossal che va in scena ogni giorno, noi siamo costretti ad osservare la “realtà” del governo come se fosse uno spettacolo gerarchicamente prevalente, dominante ed esclusivo e ne consegue che la realtà locale (e della politica locale) rimane celata o su registri comunicativi diversi, provinciali, marginali e di spicciola cronaca. All’apparenza tra l’alto e il basso, il vertice e la base, vi sarebbe uno iato in termini di qualità e di sostanza: al vertice una “casta” corrotta, alla base un popolo virtuoso. Ma proprio non è così: l’osservazione della realtà locale, al di là della retorica di campanile (l’identità della singola maschera da Pulcinella a Gianduja, da Pantalone ad Arlecchino), svela un tessuto omogeneo e una struttura dell’identità coesa. A cominciare dal motore produttivo e dalla capitale “morale” del Bel Paese che, con il suo racconto, ha fatto la storia dell’età repubblicana.

 

Il sacco del Nord?

Milano e la Lombardia che vantano una posizione di privilegio nel contesto delle mitologie nazionali e una identità che si è persino definita in passato come supremazia morale (“la capitale morale”) offrono, oggi, un racconto debole rispetto a quello dell’icona nazionale. Ma in realtà la radice profonda del populismo nostrano, parte proprio dal basso. Milano e la Lombardia erano un tempo l’icona del miracolo economico, della liberazione dal passato “meridionale” (agrario e arretrato) di tutto il paese, della ridefinizione del lavoro come risorsa pregiata e responsabile; si offrivano come il cuore pulsante della modernità laica e progressista da esportare a livello nazionale, come lo snodo verso i mercati e il paradigma della internazionalizzazione d’impresa. Insomma una versione/variante del “primato morale e civile” di giobertiana memoria in salsa meneghina.
     E l’icona Berlusconi è, nelle sue ormai lontane radici, proprio il prodotto e l’inveramento del “miracolo”, del “farsi da sé” e del “ghe pensi mi” paterno e rassicurante (se non altro al suo sorgere), così come la Lega fu ed è il prodotto eccellente della cultura lombarda, borromaica e provinciale, e “mani pulite” fu l’impietoso smascheramento di una realtà ben diversa da quel fragile canovaccio manzoniano. L’Italia di ora, e il grande racconto dell’età berlusconiana, sono nati a Milano, la esprimono e ne portano il segno. Ma, proprio per questo, il vecchio racconto meneghino e il mito che lo sostiene risultano materiale d’archivio e oggi appaiono del tutto appannati.
     In realtà, da circa trent’anni, la Lombardia è una discarica a cielo aperto (lo testimoniano i segreti svelati dal sottosuolo ad ogni piè sospinto), ed è un disastro ambientale di proporzioni devastanti. Milano è in progressivo degrado, la cementificazione del territorio raggiunge punte, in proporzione, ben più elevate di qualsiasi altra regione e cosi ne è degli abusi edilizi urbani e industriali. Le organizzazioni criminali si sono del tutto insediate sul territorio, vi praticano un commercio costante con il potere economico e forse ormai anche con quello politico a livello di voto di scambio. La corruzione dilaga senza più freni (vedi la sanità, l’edilizia, gli appalti) e il conflitto di interessi confonde pubblico e privato a tutti i livelli: si direbbe che sia stato inventato qui a partire dal sistema della finanza pubblica e privata degli anni ‘70. Da anni la finanza “oscura” è un attore significativo degli investimenti nella Regione come in buona parte delle regioni del nord, e sarebbero da studiare a fondo le connessioni che si sono realizzate, al riguardo, nei processi di delocalizzazione del sistema delle PMI. Le istituzioni sono blindate (vedi CL), la libertà di impresa mortificata e la condizione giovanile differisce di poco rispetto a quella delle altre aree con l’aggravante di un tasso di istruzione che qui è più elevato. L’evasione fiscale, se misurata proporzionalmente alla produzione di ricchezze, è meno evidente ma nel complessivo forse non è meno diffusa che altrove. E per tutte queste ragioni l’adesione di Milano/Lombardia al modello “peronista manageriale” imposto da Berlusconi è profonda e massiccia.
     Questi dati lasciano perplessi circa l’assunzione de "Il sacco del nord" come Vangelo della destra lombarda, così come il racconto della “regione modello”, punta di diamante in Europa e nel mondo di tutto il sistema, suscita qualche imbarazzo e costituisce una dissimulazione del vero DNA padano.

 

L’eugenetica della destra

In più, è proprio a Milano e in Lombardia che la classe dirigente di nuova leva ha accolto e sviluppato i principi della eugenetica della destra: nella lotta politica non si fanno prigionieri, nella crescita della classe dirigente chi è incerto o indipendente viene eliminato, chi comanda è impermeabile al dibattito e parla solo con sé e di sé, il potere è del capo. Questa violenta procedura di esclusione/selezione è nuova e non ha nulla di ideologico/politico, ma definisce solo la struttura clanica della mobilità sociale e nulla ha da invidiare, se non per novità e procedura, alle parentopoli tradizionali del Bel paese.
     È dunque alle radici e in sede locale, che va ricercato il meccanismo di funzionamento del grande racconto dell’età berlusconiana, il suo successo, la sua forza attrattiva; sono qui le radici del miserabile colossal di cui ci nutriamo. E tutto ciò senza nulla concedere alla commedia dell’arte e alla caratteriologia dei secoli XVI-XVII che fanno del Bel paese la patria di Arlecchino e Pulcinella. Il fenomeno a cui assistiamo, e che ci coinvolge nel quotidiano, è nuovo, emergente, in grado di autoregolarsi e riprodursi in via autonoma. Non consente narrazioni e progetti alternativi, non crea anticorpi, ma è l’incubatore dello spettacolo stesso.
     Le intercettazioni telefoniche, le inchieste di giornalismo investigativo, la cronaca giudiziaria, offrono uno spaccato di queste procedure selettive e del linguaggio che le rende possibili. In nessuna altra regione (se si esclude la retorica politica dell’area veneta) la violenza verbale anti immigrazione e il risentimento sociale verso i nuovi arrivati, svelano questa eugenetica della destra praticata come procedura di egemonia e controllo sociale. E ciò che chiamiamo federalismo si insedia proprio in questo contesto che, forse inconsapevolmente, è il residuale, provinciale e retrò, dell’antimeridionalismo.
     È dunque dal basso, nel locale, che vanno rintracciate le ragioni e le strutture profonde del sistema di rappresentazioni mediatico che ha realizzato il “grande racconto” del nostro quotidiano da più di vent’anni. E di qui bisognerebbe forse partire per ridisegnare il profilo di una identità nazionale giusto alla vigilia delle celebrazioni del 17 marzo. Ma, a fronte dell’eugenetica selettiva della destra nostrana, vi è per di più …

 

L’eutanasia della sinistra

È quell’atteggiamento di compiacimento e cimento che la sinistra assume nel suo dissolversi e certo non è un servizio al paese, ma costituisce un ostacolo in più, e il più tenace, alla presa d’atto della realtà del Bel paese e del suo mutamento/metamorfosi nell’età della globalizzazione (e scusate il deprimente luogo comune). La vocazione suicidaria della sinistra in tutte le sue componenti e varianti è, infatti, certificata dalla strategia di lotta che è appunto di “lotta” e non di “governo”. Il suo è un racconto debole, da sempre sentito e ormai marginale, è il recitativo di un passato che tutti hanno dimenticato e al quale nessuno pensa di fare ritorno. La battaglia ventennale contro l’icona emergente del paese e della “nazione” (per effetto dei riflessi che assume l’anomalia Berlusconi a livello internazionale), contro un “mostro mite” e in qualche modo di borgata, non trova sbocco e ha consegnato tutta l’area e la cultura d’opposizione nelle mani del potere giudiziario (l’unico rimasto autonomo rispetto al legislativo che ormai è del tutto confuso con l’esecutivo) all’insegna del mito “noi siamo onesti”, “noi saremo diversi”. Una strategia e un percorso che, raccontati così, sono morti sul nascere.
     Ma perché mai dovrebbero governare loro, si chiede la gente. Che cosa offrono in più, mi chiedo io. Ma cosa vi è di nuovo, si chiedono i giovani frastornati dallo schiamazzo.
     I richiami ai temi del lavoro, dell’occupazione, del buon governo, del rispetto costituzionale, alla pubblica moralità (in competizione diretta e impari con le gerarchie del Vaticano), il ricorso a slogan frullati in una macedonia confusa di elefanti inchiodati al potere, non fanno breccia nel grande racconto, non fanno eventi e gli unici eventi che sopravvivono sono quelli, di sacrestia, generati dalle vecchie liturgie di partiti che ormai non esistono più perché in costante movimento, trasformazione, reinvenzione mediatica, riallocazione, a seguito dell’eugenetica della destra. Queste formazioni politiche ricorrenti, ora lo sappiamo, altro non sono che compagnie di ventura in attesa di un “libro paga”.
Certo ci affideremo alla sinistra (o al centro sinistra) per uscire dal tunnel. Ma anche nel caso di una implosione dell’icona nazionale per effetto di colpi di scena (per fortuna a volte davvero ci sono) o dell’usura comunicativa, la partita della sinistra, per quella che oggi è, è persa e il suo eventuale ritorno al governo diretto o indiretto non modificherà in nulla le strutture profonde del sistema che si è venuto creando e che, per la sua stessa natura frammentaria e localista, è in buona misura anticostituzionale, e cioè, per ora, non più disponibile alla solidarietà che il patto costituente in essere impone. Prima si sperava in Fini, oggi in Napolitano, domani in Casini e poi ancora e ancora … Insomma per tutti coloro che da sempre o da ora sono nauseati e sfiniti dalla pantomima di questo colossal mal riuscito, non esiste un racconto (chiamiamolo pure un progetto) degno di ascolto e di recitazione. Lo dimostra l’esercito in marcia verso il disimpegno.
E tutto per una ragione di fondo: “non si costruiscono edifici nuovi con mattoni vecchi”.
     L’eutanasia della sinistra, del resto, è una tendenza che coinvolge l’intero sistema politico occidentale (dagli USA alla Svezia, dal Regno Unito alla Francia, dal Belgio all’Austria) e implica uno svuotamento della democrazia nella sua versione ottocentesca. All’indomani del 1989 la sinistra europea (riformista, radicale e socialista) sembra uscire progressivamente di scena priva di attrezzi e strumenti per affrontare il futuro imminente. “Non si costruiscono edifici nuovi con mattoni vecchi”. E allora?…

 

Che fare?

Dove sono i nuovi mattoni? E dove le fondamenta se la narrazione storica di una sinistra monopolista del progresso civile sembra aver concluso il suo corso? E, per quanto riguarda il Bel paese, quale base è possibile per un aggiustamento di rotta che non sia il collasso del sistema di potere per imprevista implosione o per effetto del collasso economico-istituzionale?
     Spostiamo lo sguardo, solo per un attimo, al di fuori dei nostri ristretti e fragili confini. Qui le risposte in parte ci sono e le idee sono molte. Un vastissima letteratura ha realizzato, nell’arco di un solo ventennio, un oceano di analisi storiche, politiche, economiche, sociali e culturali sulla “grande trasformazione”. Si intrecciano con il dibattito sulla globalizzazione, che è all’ordine del giorno del Primo mondo e disseminato in tutto il Secondo e il Terzo mondo, e si fondano sulla presa d’atto di un incerto, progressivo svuotamento dell’idea di sovranità e della crisi dello stato che ne è stato il prodotto eccellente. Le analisi investono le strutture di nuovi poteri sovranazionali formali e informali, le metamorfosi istituzionali della forma democrazia, le fughe in avanti, le resistenze a queste fughe. I modelli si sprecano e le voci di ricercatori e analisti giungono dagli angoli anche più remoti del pianeta. Forse è presto per fare un bilancio, ma per quanto riguarda l’anomalia italiana qualche punto di contatto, qualche cerniera la possiamo trovare.
     Quali sono allora i mattoni da cui partire per la “grande ricostruzione” di ciò che chiamiamo democrazia? In primo luogo i mattoni sono e restano i cittadini conviventi in tutte le dimensioni culturali e territoriali che li esprimono, e dunque la ricostruzione parte dal basso, il mutamento viene da lì e dal quotidiano degli interessi e delle rappresentazioni degli interessi (quel collettivo che ha scoperto Le Bon e formalizzato Ortega y Gasset). Con una necessaria premessa, però.
Tutte le analisi sui processi di globalizzazione in atto certificano che questo passaggio epocale non è un cammino di omologazione universale, al contrario svela e fa emergere un pluriverso di sistemi e sottosistemi che non è in grado di controllare. Allo stesso modo emerge che il soggetto politico, il cittadino, non è a una dimensione definita una volta per tutte e che, se la Dichiarazione dei diritti dell’uomo è universale, quella di una cittadinanza universale/planetaria dovrà tenere conto del fatto che il cittadino non è solo un elaborato giuridico/politico, che non si definisce per decreto e dall’alto (da parte dei rappresentanti e di culture egemoni), ma è l’unità cellulare che dà vita a e controlla un sistema complesso giuridico, economico, sociale e “morale”.
     È dunque necessario un nuovo progetto di cittadinanza e un nuovo patto sociale da fondare sulla cittadinanza del qui e ora, del Bel paese per quello che è. E proprio per questo il principio di cittadinanza importa una serie di revisioni profonde del racconto/progetto della modernità politica. Per quanto riguarda l’Italia la diagnosi è fatta, universalmente condivisa e suggerisce qualche riflessione.

 

Un progetto nuovo di cittadinanza

     1. Si tratta innanzi tutto di trasferire i diritti di cittadinanza dai rappresentanti ai rappresentati. La dissoluzione dei partiti prima e la degenerazione del sistema rappresentativo poi hanno di fatto ripristinato il regime del privilegio dei pochi a svantaggio dei molti. La certificazione del fenomeno è affidata ad una letteratura a dir poco ingombrante.
     2. Ciò comporta una revisione/reinvenzione della struttura del sistema rappresentativo che è ormai divenuto una delega in bianco e irrevocabile ad esclusivo beneficio dei rappresentanti. Vi sono certo ambiti di responsabilità che implicano l’imperatività del mandato e quindi comportano la revoca dei rappresentanti da parte dei rappresentati. La tutela e la rappresentazione degli interessi di ciascun cittadino o di gruppi di cittadini deve insomma avvenire nella trasparenza e nel rispetto di regole definite e condivise.
     3. Ed è questa revisione/reinvenzione del sistema rappresentativo che consente la revisione della legge elettorale e delle leggi elettorali adattate alle innumerevoli varianti delle forme e maschere della cittadinanza. Un nuovo livello di partecipazione e di controllo nella gestione della sfera politica ai vari gradi di organizzazione culturale e territoriale si rende necessaria e si impone.
     4. Così ne è della revisione della separazione dei poteri, formidabile pilastro del sistema democratico. Si impone, per quanto attiene al caso Italiano, una rigida separazione dei poteri che distingua le funzioni del legislativo da quello esecutivo ora del tutto confusi per effetto della degenerazione del sistema rappresentativo e per questo del tutto inoperanti.
     5. Ma il cittadino del presente, come si è detto, è la cellula di un sistema/organismo complesso (l’organizzazione sociale in grado di coniugare risolvere equilibrio e disordine, continuità e discontinuità) che tende a tutelare la crescita biologica (la vita) e l’integrità (la dignità) della vita: null’altro. In vista di questo obbiettivo, che non mette conto di essere certificato, una democratizzazione (che è efficienza) dello sviluppo si impone a cominciare del sistema di impresa e a partire dalle PMI. La crisi che oggi denuncia gli effetti imprevisti del liberismo deregolamentato e segna il declino dell’egemonia occidentale rende evidente che la strategia di sviluppo (e i limiti che vi sono connessi) è parte integrante del diritto di cittadinanza. La sconsolante metafora che vuole attribuire alle organizzazioni sociali una sorta di missione imprenditoriale, appartiene al populismo manageriale e sembra aver fatto il suo tempo, e se proprio vogliamo credere che “tutti siamo imprenditori” è vero altresì che tutti allora siamo titolari delle strategie di sviluppo. In un mondo di mutevoli confini che rimodellano di continuo gli stati, i gruppi e le comunità, la produzione delle ricchezze deve essere, insomma, controllata, governata e negoziata dalla base della cittadinanza.
     Si tratta anche qui di dare corso e fondare una cittadinanza non unidimensionale ma plurima e complessa, tale da ricondurre i conflitti alla tutela/libertà della galassia del pluralismo di interessi che oggi costituisce la risposta emergente (la resistenza) ai processi di globalizzazione.

 

Da dove partire?

Ritorniamo là da dove siamo partiti. La struttura e la genesi del racconto che ormai ci imprigiona è quella che é. La scheda del sistema Italia è sotto gli occhi di tutti: 8000 comuni, 110 province, 20 regioni (delle quali almeno 4 sfuggono al controllo delle istituzioni centrali), 140.000 cariche elettive per altrettanti rappresentanti che gestiscono in piena autonomia (senza alcuna responsabilità) l’apparato istituzionale e le risorse del Bel Paese all’insegna della più completa confusione tra servizio pubblico e interesse privato. Una “casta”, si è scritto, inamovibile e che si riproduce sempre uguale a sé stessa dando vita ad un regime del privilegio diffuso, clientelare e corporativo. Una frantumazione del potere che sopravvive a sé stesso solo in forza della selezione eugenetica della destra e dell’indebitamento che ci conferisce un primato mondiale di irresponsabilità e di incompetenza, un sistema di impresa … una Università … un sistema di infrastrutture … e si potrebbe continuare in un rosario che è di quotidiana pubblica recitazione. E mentre rapporti, ricerche e studi sembrano battere le campane a morto dell’intero sistema, il vaticinio mediatico del grande racconto svolge quotidiane terapie di rassicurazione/intimidazione: se davvero si deve avere paura non è della costante crescita dei livelli di povertà, ma del terrorismo, degli extracomunitari, della microcriminalità, della giustizia, dei comunisti. Ma, ci vien raccontato, il Bel paese, nel suo primato morale e civile, cresce ed è un faro di civiltà che illumina il mondo: alla fine tutti ci invidiano.
     Il federalismo di stampo leghista aveva posto, in epoca ormai remota, le basi di un seducente racconto: la rifondazione di tutto il sistema dal basso, dalle periferie delle valli comasche al centro di una Roma “ladrona” e vampira: un problema mal posto, un racconto male assortito.
     Dopo quasi vent’anni di permanenza al governo il federalismo leghista è un problema irrisolto e quasi un falso problema. Il suo racconto si è affievolito e sembra aver lasciato tutto lo spazio al grande racconto del peronismo manageriale nostrano. L’insieme dei provvedimenti, che vengono gabbati come la pietra fondante di un sistema nuovo, ma di futura memoria, annunciano solo un iter lungo faticoso e forse inattuabile di decentramento burocratico/fiscale che avviluppa ancora di più centro e periferia, autonomie locali e stato-provvidenza. Risultato: un 10/15% di consensi (tutti concentrati nelle regioni del Nord) che rafforzano, in sede locale, un sistema di potere tradizionale fatto di clientele, cooptazioni ed esclusioni all’insegna dell’eugenetica del DNA celtico.
     Quale è la differenza tra il sistema politico nazionale e quello locale? Tra il grande racconto dell’età berlusconiana e le rappresentazioni locali della rinascita celtica? Dove sono i cittadini colonizzatori della terra promessa di una nuova democrazia, e quali le cellule in grado di dare vita al nuovo organismo?

 

Sudditi e cittadini

Anche qui i mattoni sono vecchi per costruire un nuovo edificio. A fronte di una destra che minaccia i fondamenti stessi della democrazia e di una sinistra che non sembra più in grado di realizzare il racconto della società futura é mancato anche un federalismo “civile” e la civiltà del federalismo stesso. A 150 anni dall’Unità siamo pronti a svendere il nostro paese a chi ha più denaro per comprarlo, a schiacciare col debito le generazioni future, a subire il turpiloquio quotidiano, l’arroganza dei potenti, il dileggio della morale e a retrocedere con indifferente compiacimento dalla difficile e nobile posizione di cittadino a quella degradante di suddito.
     Ma nel tempo, breve o lungo che sia, i diritti di cittadinanza non sono perduti, la resistenza all’oppressione è inevitabile, il cammino di quella emancipazione che chiamiamo democrazia è una strada obbligata. Perché il racconto vero, quello della Storia va così: inutile dirlo, ci volessero altri 150 anni.

 

Ma il futuro è già tutto passato?

E forse possiamo consolarci di questo futuro, così incerto cronologicamente, accettando il fatto che esso, sia a sua volta, già tutto passato come ce lo ricorda, ancora una volta, il genio di Machiavelli.
      “Credevano i nostri principi italiani, prima di assaggiare i colpi delle guerre esterne, che a un principe bastasse sapere pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare nel linguaggio arguzia e prontezza, saper organizzare intrighi, ornarsi di gemme e d'oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, darsi alle volgari lascivie, comportarsi coi sudditi in modo superbo, marcire nell’ozio, dare gli incarichi a loro discrezione, disprezzare chiunque fosse in grado di fornire adeguati consigli, pretendere che le loro parole fossero oracoli; ma non si accorgevano i miserabili che si preparavano ad essere preda di chiunque li avesse aggrediti. E di qui nacquero poi nel 1494 i grandi spaventi, le subite fughe e i devastanti dissesti; e fu così che tre potentissimi stati che erano in Italia, sono stati più volte saccheggiati e distrutti. Ma quello che è ancor peggio, è che i potenti che ancora restano perseverano nel medesimo errore e vivono nel medesimo disordine”
      Parole che sembrano scritte ora, ci dicono il nostro presente e lasciano intravedere un futuro possibile. Ma è questa la grande magia della Storia.

 

Roberto Moro

 


 

Storia&storici è diretto da Roberto Moro
questo sito è stato realizzato con il CMS Journalist | About | Contact