Tag Titolo Abstract Articolo
www.storiaestorici.it
storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
John Lewis Gaddis
Gli orizzonti della storia
Come gli storici mappano il passato
immagine
Il grande storico della guerra fredda John L. Gaddis con questo saggio si inserisce nella lunga scia di tutti coloro che si interrogano sulla scientificità della storia, e ne ribalta i termini. Le scienze cosiddette “dure” si fanno oggi sempre più storiche, riscoprendo il tempo con l'evoluzione e alternando al riduzionismo l'approccio ecologico, allineandosi alla storia e al suo metodo che si allontana dalla strada a ritroso percorsa dalle scienze sociali nel tentativo di studiare la società con lo statico metodo scientifico. La realtà è invece dinamica, in continua evoluzione e immersa nel tempo. La storia, prima di altre discipline, ha saputo riconoscere l'impossibilità di conoscere ogni dettaglio della realtà nel tentativo di predire il futuro, ma ha saputo costruire narrazioni che seguono i processi in corso per riconoscerne le strutture nel tempo.
***

[lettura, traduzione e scheda antologica a cura di Matteo Landoni]

 

Introduzione - Tempo e spazio - Strutture e processi - Interdipendenza di variabili - Caos e complessità

 

Introduzione

Conosciamo il futuro solo dal passato che proiettiamo in esso. La storia, in questo senso, è tutto ciò che abbiamo. Ma il passato, in un altro senso, è qualcosa che non potremmo mai conoscere. Nel momento stesso in cui diventiamo consapevoli di ciò che è successo, quel momento ci è già inaccessibile: non possiamo rivivere, recuperare o eseguire nuovamente quel momento come potremmo rifare qualche esperimento di laboratorio o qualche simulazione al computer. Possiamo solo rappresentarlo. Siamo in grado di rappresentare il passato come un paesaggio vicino o lontano, un orizzonte. [...]
Sono incline a pensare, però, che ci sia qualcosa di più in agguato: ovvero che l'esperienza diretta degli eventi non sia necessariamente il miglior percorso verso la loro comprensione, perché il campo visivo non potrebbe estendersi oltre i sensi immediati. Manca la capacità, quando si cerca di capire come sopravvivere a una carestia, o fuggire una banda di briganti, o combattere dentro a un'armatura, di comprendere come potrebbe fare uno storico. Probabilmente non avresti il tempo di valutare le condizioni della Francia del XIV secolo o quelle dell'età di Carlo Magno o dei romani, o per fare confronti quello che sarebbe potuto avvenire nella Cina dei Ming o nel Perù pre-colombiano. Poiché l'individuo è "fortemente limitato dai suoi sensi e dalla capacità di concentrazione," Marc Bloch scrisse ne Il mestiere di storico, non avrebbe mai "compreso più di una piccola trama del grande intreccio di eventi. . . . in questo senso, lo studio del presente quasi mai è più semplice rispetto allo studio del passato." […]
Direi, anzi, che lo storico del passato è molto avvantaggiato rispetto al testimone del presente per il semplice fatto di avere un orizzonte più ampio. Questo ci porta, poi, a un’altra delle azioni che compiono gli storici. Perché se si pensa al passato come a un paesaggio, allora la storia è il nostro modo di rappresentarlo, ed è questo atto di rappresentazione che ci eleva al di sopra della conoscenza superficiale per farci sperimentare indirettamente ciò che non si può sperimentare direttamente: una visione più ampia. [...]
Quello che sto suggerendo, quindi, è che ogni storico consapevole deve prendere distacco - o se si preferisce, elevazione - dal paesaggio che è il passato, paesaggio che richiede quindi anche un certo movimento: la capacità di muoversi avanti e indietro tra umiltà e maestria. Niccolò Machiavelli ha fatto della modestia e della maestria il punto centrale della prefazione a Il Principe: come è stato possibile, ha chiesto al suo mecenate Lorenzo de Medici, che "uno uomo di basso ed infimo stato ardisce discorrere e regolare i governi de’ Principi?" Essendo Machiavelli, ha poi risposto egli stesso alla sua domanda: "perchè così come coloro che disegnano i paesi, si pongono bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti, e per considerare quella de’ bassi si pongono alti sopra i monti; similmente, a cognoscer bene la natura de’ popoli bisogna esser Principe, ed a cognoscer bene quella de’ Principi conviene essere popolare".
Ci si sente piccoli, sia come un cortigiano o un artista o uno storico, perché si riconosce la propria piccolezza in un universo infinito. Sai che non potrai mai governare un regno, o catturare su tela tutto ciò che vedi su un orizzonte lontano, o ritrovare nei libri e nelle conferenze tutto ciò che è successo, anche nelle più dettagliate parti del passato. Il meglio che puoi fare, sia con un principe o con un paesaggio o con il passato, è quello di rappresentare la realtà: studiarne i dettagli, alla ricerca di modelli più grandi, di considerare come utilizzare ciò che si vede per i propri scopi. […]
Quello stesso atto di rappresentazione, però, ti fa sentire grande, perché tu stesso sei responsabile della rappresentazione: sei tu che devi rendere comprensibile la complessità, in primo luogo a te stesso, poi agli altri. E il potere che risiede nella rappresentazione può essere davvero grande, disegnare il paesaggio della storia, come Machiavelli ha certamente capito. Quanta influenza ha oggi Lorenzo de Medici, rispetto a colui che si è applicato come il suo tutore? [...]

 

Tempo e spazio

Simultanietà - Solo rimanendo a margine degli eventi che si descrivono, gli storici possono comprendere e, più significativamente, confrontare gli eventi. Perché sicuramente la comprensione implica confronto: Comprendere qualcosa significa vedere in relazione ad altre entità della stessa categoria, ma quando queste si estendono su archi di tempo e spazio che superano le capacità fisiche del singolo osservatore, la nostra unica alternativa è quella di trovarsi in più luoghi contemporaneamente.
Scala - Gli storici non hanno altra scelta che impegnarsi in queste manipolazioni di tempo, spazio, e scala - tre divergenze dalla rappresentazione letterale - perché una rappresentazione davvero letterale di qualsiasi entità può essere soltanto l'entità in sé, che sarebbe impraticabile. David Hackett Fischer, la cui lista di errori storici ha deliziato diverse generazioni di loro studenti, fornisce una spiegazione nitida del perché questo ne sia un caso. La fallacia olistica, scrive, "è l'idea errata che uno storico debba selezionare particolari significativi per dare un senso a tutta la vicenda." Il problema con questo approccio è che "eviterebbe a uno storico di sapere qualsiasi cosa fino a che non sa tutto, il che è assurdo e impossibile." L'evidenza storica "è sempre incompleta, la sua prospettiva è sempre limitata, e la cosa stessa è un vasto universo in espansione di eventi particolari, sulle quali un numero infinito di fatti o affermazioni vere possono essere scoperte. " [...]
La parte è grande come il tutto. Il fisico Stephen Hawking fa un discorso simile quando inizia la sua Breve storia del Tempo con un aneddoto su un docente che spiega il funzionamento del sistema solare. Al termine della presentazione, una vecchietta nel fondo della sala si alza e annuncia con fermezza: "Quello che hai detto è spazzatura. Il mondo è davvero un piatto piano appoggiato sul guscio di una tartaruga gigante." “E su cosa sta la tartaruga?" chiede il docente con pazienza. Lei risponde: "Su altre tartarughe una sopra l'altra, fino alla fine."

 

Strutture e processi

Scoprendo che ciò che esiste nel presente non è sempre esistito nel passato, che gli organismi si evolvono nel tempo, invece di rimanere gli stessi nel corso del tempo, gli scienziati avevano cominciato a derivare strutture dai processi: avevano, insomma, portato la storia nella scienza.
Come conseguenza di questo passaggio da una visione statica a una visione evolutiva, Edward Carr ha concluso, "lo storico ha qualche ragione per sentirsi più a suo agio nel mondo della scienza oggi di quanto potesse averne un centinaio di anni fa”. Carr ha scritto queste parole quattro decenni fa. Hanno ancora senso oggi? Io penso di sì, a patto di specificare il tipo di scienza che abbiamo in mente. [...]
Nella scienza, la chiave per ottenere il consenso della comunità scientifica è la riproducibilità: osservazioni effettuate in condizioni equivalenti, non importa chi le faccia, dovrebbero produrre risultati strettamente corrispondente. I matematici possono ricalcolare il pi greco a miliardi di cifre decimali con fiducia assoluta che il suo valore rimarrà quello che è stato per migliaia di anni. Fisica e chimica sono solo leggermente meno affidabili, anche se i ricercatori non possono essere sempre sicuri di quello che sta succedendo a livelli subatomici, essi tendono a ottenere risultati simili quando eseguono esperimenti di laboratorio in condizioni simili, e probabilmente lo sarà sempre. La verifica, all'interno di queste discipline, si svolge ripetendo processi.
Il tempo e lo spazio sono compressi e manipolati; la storia stessa si riscrive. In questo senso, ovviamente, il metodo storico non può mai approssimarsi al metodo scientifico. […]
Ma non tutte le scienze funzionano in questo modo. In campi come l'astronomia, la geologia, la paleontologia o la biologia evolutiva, i fenomeni raramente possono essere ripetuti in laboratori, e il tempo necessario per vedere i risultati può superare la durata della vita di coloro che li cercano. Queste discipline, invece dipendono da esperimenti del pensiero: i praticanti eseguono nuovamente nelle loro menti - o forse ora nelle simulazioni al computer – ciò che le loro provette, centrifughe, e microscopi elettronici non possono fare. Cercano in questi esercizi mentali le risposte che più si avvicinano alla spiegazione loro osservazioni fisiche. Riproducibilità significa costruire un consenso sulla possibilità che tali corrispondenze siano plausibili. L'unico modo in cui questi scienziati possono nuovamente ripercorrere la storia è quello di immaginarla, ma devono farlo entro i limiti della logica. Non possono attribuire l'inspiegabile a dei folletti, maghi, o visitatori extraterrestri e devono anche convincere i loro coetanei che i loro risultati siano validi.

 

Interdipendenza di variabili

Ritengo che il riduzionismo sia la convinzione che si possa comprendere meglio la realtà suddividendola nelle sue varie parti. In termini matematici, significa cercare la variabile all'interno di una equazione che determina il valore di tutti gli altri. O, più in generale, si cerca l'elemento la cui rimozione da una catena causale modificherebbe il risultato. È fondamentale per il riduzionismo che le cause possano essere classificate gerarchicamente. Sostenere una molteplicità di cause, ovvero suggerire che un evento può avere avuto molti antecedenti, è considerato come muoversi in un pantano. Come spiega una recente e influente guida al metodo delle scienze sociali, un progetto di successo è quello che spiega molto con poco. Nella migliore delle ipotesi, l'obiettivo è quello di utilizzare una sola variabile esplicativa per spiegare numerose osservazioni sulle variabili dipendenti. Un progetto di ricerca che spieghi molte osservazioni utilizzando molte variabili non è molto informativo […] Il riduzionismo implica, quindi, che ci siano effettivamente variabili indipendenti, e che noi possiamo sapere che cosa siano. […]
Ma quando si è alle prese con l'evoluzione e le forme di vita, o la deriva dei continenti, o la formazione di galassie, difficilmente queste si possono ridurre alle loro componenti, perché molte di componenti dipendono a loro volta da altro. Le specie animali sopravvivono, o si estinguono, non in virtù di qualche superiorità innata o deficienza, ma a causa del successo con la quale si adattano all'ambiente che li circonda. […]
Allora il riduzionismo non è certo l'unica modalità di indagine scientifica Infatti, mentre l'approccio ecologico apprezza anche la specificazione delle componenti semplici, non si limita solo a questo: considera anche come i componenti interagiscano per diventare sistemi la cui natura non può essere semplicemente definita come la somma delle parti. […]
Inoltre, è sbagliato affermare che gli storici rifiutino l'idea di teoria. La teoria è in definitiva generalizzazione, e senza generalizzazione gli storici non avrebbero nulla da dire. Le stesse parole che usiamo generalizzano complesse realtà, ad esempio, "passato", "presente" e "futuro" - e si potrebbe difficilmente fare a meno di loro. Noi, tuttavia, normalmente incorporiamo le nostre generalizzazioni all'interno di narrazioni. Nel tentativo di mostrare come i processi del passato hanno prodotto strutture nel presente, attingiamo a qualunque teoria possiamo trovare per aiutarci a realizzare tale compito. Poiché il passato è infinitamente divisibile in eventi, dobbiamo rivolgerci alla teoria se vogliamo dare un senso a qualunque porzione di esso stiamo cercando di spiegare.
La spiegazione è, comunque, la nostra principale priorità: ad essa subordiniamo la nostra generalizzazione. […] Generalizziamo per scopi particolari; infatti, facciamo una generalizzazione del particolare. […]
Gli storici sono pronti a riconoscere le tendenze, o modelli: queste non sono certo le leggi vigenti in tutti i casi, ma certamente non sono neppure inutili. Se avessimo dovuto giudicare la realtà solo sulla base delle leggi, noi saremmo – poiché esiste solo un numero limitato di leggi - molto poco in contatto con la maggior parte della realtà. […]
Gli storici tracciano i processi partendo dalla conoscenza dei risultati. Gli scienziati politici hanno iniziato a utilizzare negli ultimi anni il termine "tracciabilità dei processi", suggerendo una riscoperta della narrazione. La tecnica della tracciabilità infatti impiega l’uso della narrazione nella costruzione di casi studio da comparare. Come Andrew Bennett e Alexander George hanno fatto notare, tuttavia, il tracciamento dei processi cerca "non solo di spiegare casi specifici, ma anche di testare e perfezionare le teorie, di sviluppare nuove teorie, e di produrre generica conoscenza di un dato fenomeno." Poiché il tracciamento dei processi "converte una narrazione storica in una spiegazione di analisi causale. . . , è sostanzialmente diverso dalla spiegazione storica." Sebbene rappresenti con cura il passato, il tracciamento dei processi cerca ancora di prevedere il futuro. La spiegazione storica non ha bisogno di farlo. […]
Gli storici generalizzano, quindi, ma solo partendo dalla conoscenza del risultato conclusivo: questo è quello che intendo per generalizzazione del particolare. Deriviamo processi da strutture esistenti, ma poiché ci rendiamo conto che un cambiamento in quei processi in qualsiasi momento avrebbe potuto produrre una struttura diversa, facciamo poche affermazioni sul futuro. Per gli storici, generalizzare normalmente non significa prevedere.

 

Caos e complessità

Le teorie del caos e la complessità offrono qualcosa di utile agli storici. Esse forniscono nuovi modi di rappresentare visivamente relazioni tra fenomeni prevedibili e non prevedibili, che nei giorni precedenti l'avvento dell'informatica non potevano che essere espresse in un linguaggio matematico difficilmente accessibile. Esse quindi ci danno un nuovo tipo di alfabetizzazione, e quindi una nuova serie di termini per la rappresentazione storica dei processi. […]

 

John Lewis Gaddis


Indice del volume
Prefazione – Gli orizzonti della storia” - Tempo e spazio -3 Strutture e processi - L'interdipendenza delle variabili - Caos e complessità - Causalità, contingenza e contrfattualità - Molecole con un mente propria - Vedere come uno storico.


John Lewis Gaddis
The Landscape of History
How Historians Map the Past

Oxford university press, 2002

 

Dossier Storia & Storici - Imaginazione, morale, politica: il dibattito storiografico - marzo 2012

Presentazione, “Storia: immaginazione, morale, politica” [video] 228
Fernand Braudel , “Il senso della storia” [intervista] 218
George Duby, “Esperienza, immaginazione e storiografia” [intervista] 65
Claude Levi Strauss, “Tutto un secolo di vita e sguardi della mente” [intervista] 24
Marc Ferro, “Qual è la funzione della Storia nel XXI secolo?” [intervista] 67
Omaggio a Jacques Le Goff, “Morale e politica alle soglie del XXI secolo” [intervista] 25
John Lewis Gaddis, “Gli orizzonti della storia” [scheda antologica] 189
Sonia Caporossi, “La scuola delle Annales” [saggio] 224
Jared Diamond, “Collasso: la scomparsa delle civiltà” [intervista] 223
Roberto Moro, “Storia, storici, identità” [saggio] 227

Fonte: Storia &Storici
Storia&storici è diretto da Roberto Moro
questo sito è stato realizzato con il CMS Journalist | About | Contact