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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Attilio Mangano
68’ e immaginario
una parola chiave?
immagine
Il quarantennale del 68 ha consentito a molti studiosi una messa a punto e un bilancio delle “ interpretazioni” in grado di misurarsi con una serie di modelli teorici complessi ed elaborati in cui ricerca storica e antropologia culturale si intrecciano . L’ evento, le sue origini, il suo retroterra, la durata, le culture, i soggetti sono stati chiamati in causa per il carattere di spartiacque del 68 stesso nella storia novecentesca. La stessa parola d’ordine della “ immaginazione al potere” chiama in causa il rapporto fra la pratica dell’immaginazione sociale e l’insieme delle teorie dell’ immagine, il cosiddetto immaginario ( già Luisa Passerini aveva notato che il termine, di origine francese, non è presente nel linguaggio inglese, forse non è un caso). L’occasione di un seminario all’università di Venezia ha consentito dunque una direzione di ricerca particolare.
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L’immaginario come parola-chiave - Uno statuto teorico “ novecentesco”- il simbolico e l’immaginario coincidono?- La questione del “ paradigma”- La doppia lettura- Il movimento come soggetto

 

L’immaginario come parola chiave

La crescente diffusione di convegni e seminari sul quarantennale del 68 rende difficile e quasi impossibile distinguere fra gestione mediatica di un grande tema, suo uso politico, occasione di verifica e messa a punto storico-critica. Se ne è parlato e se ne continua a parlare tanto- quasi una resa dei conti finale per dire che è una storia finita e che lascia dietro di sè rovine e luoghi comuni- che chi si volesse sottrarre a questa retorica obbligata rischierebbe quasi sempre di essere catalogato in partenza fra i nostalgici irrecuperabili o gli estremisti pericolosi e i terroristi. L'occasione di questo seminario può consentire invece di misurarsi con i problemi interpretativi e metodologici emersi dalla ricerca storica.
Forse il modo migliore per farlo rimane quello di misurarsi con un tipo di immagine di fondo che ne condensa simbolicamente la portata, vale a dire la parola d'ordine della " immaginazione al potere", il celebre slogan emerso nel Maggio Francese, una sorta di parola-chiave per decodificare l'evento e consegnarlo alla memoria storica.
Si tratta infatti di una di quelle parole-chiave che aprono da subito una molteplicità di connessioni:
1) nel confronto con le altre rivoluzioni del passato, politiche e sociali, ponendo il problema di sapere se si tratta di una rivolta di strada o di una rivoluzione diversa e non catalogabile
2)nel confronto con le filosofie politiche del secolo, con le teorie " realistiche" del potere o con la traduzione utopica del potere buono e diverso
3) nel confronto con la produzione artistica e le sue avanguardie ,dal surrealismo in avanti, con esaltazione di una rottura espressiva che deriva pur sempre dal grande luogo romantico dell'arte come azione massima di libertà creativa
4) nel confronto con le forme della comunicazione di massa contemporanea, col cinema, col fumetto, con la televisione, come espressione di una cultura alternativa che presuppone una rivoluzione e delle forme stesse .
Se accettiamo di lavorare con questa parola-chiave credo che sia possibile individuare nel nuovo concetto di immaginario l’ anello di congiunzione, concetto nuovo che precede e accompagna il 68 stesso emergendo verso la metà del XX secolo nelle scienze umane e nelle scienze sociali, nella filosofia e nella psicoanalisi, nella sociologia e nell'antropologia, nella ricerca storica e nella teoria politica , spesso in modo non consapevole, per approssimazioni e rimandi, in rapporto al grande tema ( durkheimiano) della rappresentazione o meglio dell’autorappresentazione. Come fare a riconoscere e individuare i processi mentali e di simbolizzazione sociale che sorgono in una fase storica e in un contesto specifico ? Come si intreccia il mondo reale con la sua rappresentazione?
Si può provare a fare, io ci ho provato a suo tempo, la storia novecentesca del concetto di immaginario, c'è un interscambio dei diversi saperi: la teoria freudiana del fantasma, la proposta husserliana della lettura fenomenologica, il passaggio dal concetto di rappresentazione collettiva ai " topoi" del dibattito sociologico, lo studio antropologico dei simboli, il mondo immaginario degli artisti, gli studi di Edgar Morin sul cinema come luogo dell'uomo immaginario, il legame implicito fra le teorie della rappresentanza in politica , il concetto di sovranità e la sua derivazione teologica (si pensi alla celebre formula " morto il re, viva il re"), infine il famoso dualismo di immaginario e simbolico in Lacan e la sua scuola. Il campo dell'immaginario non nasce certo durante il maggio francese , quello che si viene esplicitando è il nesso fra teorie della rappresentanza e teorie della rappresentazione il 68 è la stagione che rivela come questa storia sotterranea di come una società si riconosca nelle sue rappresentazioni o infine smetta di riconoscerle e ne fondi di nuove sia entrata finalmente all'ordine del giorno.
Riepiloghiamo. Lo slogan del maggio francese 1968 sull'immaginazione al potere sintetizza molto bene il tipo di svolta e di rottura che la cultura del 68 introduce col suo richiamo all'utopia, al sogno sociale, alla forza creativa dell'immaginazione. Se è tuttavia vero che il tema dell'immaginario è anche un modo per girare attorno al classico problema della legittimazione del potere e della natura del suo stesso simbolismo sociale, non è fuori luogo osservare - come ha fatto ad esempio Bronislaw Baczko - che in fin de conti l'immaginazione è sempre stata al potere, o - per meglio dire - che ogni potere ha un suo immaginario. Quel che cambia o che viene comunque rimesso in discussione, grazie al 68, è però "una certa tradizione intellettuale", ovvero quel miscuglio potente di economicismo, funzionalismo, determinismo, che prevale nelle scienze umane e sociale, un vero e proprio riduttivismo dell'interpretazione, il rifiuto di riconoscere le funzioni multiple dell'immaginario e di comprendere la sua dimensione espansiva e complessa: l'immaginario sembra essere sempre l’aggettivo di qualcosa, di un mondo, di un polo, di un oggetto, è un reale meno reale, deformato, subordinato al principio di realtà. Il punto del contendere è dunque questo: dilatando la dimensione del possibile, esaltando l'invenzione e,la fantasia della creazione, moltiplicando le connessioni del reale stesso, l'immaginario sfida sempre la spiegazione causale dell' ultima istanza che tutto spiega e da cui tutto dipende.
L''immaginario acquista una sua legittimazione di fondo entrando a pieno titolo fra i nuovi concetti mentre il suo stesso statuto teorico si viene affinando.
In campo psicanalitico fa discutere la distinzione sviluppata da Jacques Lacan tra immaginario e simbolico. Il primo è legato alla cosiddetta "fase dello specchio", in cui il bambino coglie nello specchio l'immagine totale di sé ma costruisce in tal modo un falso io-immaginario, distinto dal soggetto reale, andando incontro a una sorta di scacco continuo rispetto alla sua vera storia, che si costruisce a livello del simbolico. Questa condizione di impossibile trasparenza e immediatezza spinge Lacan a una ennesima svalutazione dell'immaginario (il primato del simbolico è paragonabile, sotto certi aspetti, alla falsa immediatezza della coscienza "tradeunionista" rispetto alla coscienza politica di classe in Lenin, in cui la coscienza immediata - ancora" interna" al rapporto di produzione capitalistico- è impossibilitata a divenire coscienza globale). L'immaginario è coscienza parziale, bloccata dalla rappresentazione che lo specchio restituisce. Ma al tempo stesso immaginario e simbolico procedono insieme, l'uno richiama l'altro o ne ha comunque bisogno.

 

Uno statuto teorico “ novecentesco”

Lo statuto teorico dell'immaginario è costretto a "fare i conti" con la psicanalisi da un lato e col marxismo dall'altro, come si impegna a fare Cornelius Castoriadis nel corso degli anni sessanta e dei primi anni settanta: Castoriadis infatti è un ex militante trotzkista che partecipa all'esperienza del gruppo "Socialisme ou Barbarie" e va sottoponendo a critica( insieme a Claude Lefort, allievo di Maurice Merleau-Ponty) il marxismo rivoluzionario stesso sottoponendo a critica la sua incapacità di riconoscere l'autonomia dell'immaginario, che viene ancora e sempre - in quanto rappresentazione identificato con l'ideologia e ridotto a "falsa coscienza". Certo Marx si mostra in più occasioni consapevole dello spessore specifico dell'immaginario, egli sa che l'Apollo di Delfo è stato nella vita dei Greci "una potenza reale", così del resto la sua teoria del feticismo della merce può essere riconosciuta come un tentativo di approccio all'immaginario, e quando parla del ricordo delle generazioni passate che agisce come un fantasma più potente degli uomini in carne e ossa, ma alla fine questo momento del non-economico e della sovrastruttura torna a essere solo un fatto illusorio. Si tratta di riconoscere invece all'immaginario un ruolo attivo e creativo (Castoriadis parla di immaginario radicale ponendo la distinzione tra la fase istituente-creativa dell' immaginazione sociale e quella istituita, che torna a sovrapporsi alla società). Convogliando i suoi studi nel volume "L'istituzione immaginaria della società" (1975), egli produce una prima sistematizzazione d'insieme, ogni società ha un suo immaginario ed esso è insieme il risultato consolidato delle rappresentazioni e delle credenze che si istituzionalizzano e il momento di costruzione sociale dei significati Quando esplode il movimento del ‘68 e sui muri di Parigi si esalta " l'immaginazione al potere" sembra proprio che il riconoscimento della creatività della funzione immaginativa sia arrivato al suo culmine.
E' con questa esplosione dell’immaginario che il 68 inaugura la sua rottura culturale e la sua resa dei conti, impegnando la ricerca a fare i conti col tema , per certi versi classico, della rappresentazione sociale e a reinterrogarsi sulla domanda di fondo : cosa tiene insieme una società? cosa la spinge invece al mutamento? I sociologi che si occupano delle modalità di formazione e di riproduzione delle immagini della società si dividono tra un modo quasi neutro e descrittivo di concepire la rappresentazione come un dato e un modo che definirei invece “ tutto politico” di presupporre che l'antagonismo sociale dia luogo a rappresentazioni altrettanto antagoniste. Il passo avanti decisivo è formulato in quegli anni dagli studi di Berger e Luckmann con l'opera La realtà come costruzione sociale: c'è un processo di apprendimento, la realtà sociale è quella che i soggetti stessi producono e riproducono in primo luogo "istituzionalizzando" le azioni ripetute, che vengono apprese come azioni tipiche, di natura oggettiva; sono gli schemi dell' interazionismo simbolico di una psicologia sociale cognitivista, per cui la rappresentazione è un prodotto dell'attività mentale, che ri-costruisce e dà un significato alla realtà, a partire dalle informazioni che il soggetto ha e da quelle che ha ricavato dall'esperienza e dal contesto ambientale. Tramite gli stufi di S. Moscovici il concetto di rappresentazione sociale si viene qualificando come un sistema di conoscenze empiriche e di valori, una costellazione di significati e di relazioni.
Non è questa la sede per discutere dell'insieme delle teorie sociologiche dagli anni settanta in poi, vale la pena però collegare storicamente la sessantottina esplosione dell'immaginario con la diffusione dello stesso concetto e problema da quel momento in poi, una parola d'ordine, una moda culturale in un certo senso Dopo gli anni settanta l'uso e l'abuso del termine stesso di immaginario diviene fortemente massificato, se ne appropriano stampa e mass media, si parla di immaginario artistico e di immaginario poetico, di immaginario cinematografico e di immaginario architettonico, la musica leggera è presentata come veicolo e riproduzione dell'immaginario di un'epoca. Naturalmente in questo insieme di sfondamenti c'è un limite, il ricorso insomma a un uso molteplice ma al tempo stesso generico, che riguarda la memoria storica e i sogni, le mentalità diffuse, i luoghi comuni, le tradizioni popolari, etc. Ma come non riconoscere che questa sorta di trionfo di schemi e stili derivabili grosso modo dall'antropologia culturale aiuta a sbarazzarsi di formule standardizzate come ideologia e visione del mondo - con quel tanto di normativo che sembra appartenere per statuto al loro codice - e reintroduce al tempo stesso una sorta di riscoperta di ciò che non trovava parole per essere " spiegato", un superamento del campo dei soli concetti , un riconoscimento di saperi fondati su rappresentazioni e simboli, emozioni e sentimenti, flussi di immagini appunto?
Rispetto a una riduzione del sapere sociale a concetti e segni, a spiegazioni-interpretazioni da parte di una teoria che li comprende e li classifica, a un positivismo classificatorio che tutto spiega per il suo rapporto funzionale tra le parti, al vecchio errore della tradizione intellettualistica in cui ogni pensiero viene ricondotto a un sistema di idee di cui fa parte e al determinismo che spiega una cosa con la causa che ne ha determinato l'esistenza, la scoperta dell'immaginario torna a essere scoperta di ciò che non si spiega e non si riduce eppure esiste, dell' imprevisto, dell'altro, dell'invisibile, etc. "Se il concetto è segno, l'immagine è simbolo. Questa è la vera differenza da custodire contro la svalutazione delle immagini " vaghe e imprecise" a favore dei concetti "rigorosi": nell' " imprecisione" dell'immagine si nasconde la potenza del simbolico da cui è escluso il concetto che, proprio per la sua precisione, è immediatamente sottratto a qualsiasi fluttuazione di significati" (U. Galimberti)

 

Il simbolico e l’immaginario coincidono?

Va precisato subito che non è una ricaduta in schemi mistici, esoterici etc. Non si tratta tanto di recuperare una tradizione che vorrebbe riconoscere nel simbolo il significato indicibile e invisibile perché in ogni rinvio all'arcano inaccessibile e al mistero si ripropone di fatto il sapere superiore di qualcuno che sa, vede, indovina, secondo una logica " iniziatica". Si tratta più semplicemente di sbarazzarsi dell'equivalenza tra immagine e illusione. L'immagine è produttrice di senso essa stessa. Come osserva Castoriadis occorre chiedersi perché al centro di un immaginario troviamo " sempre qualcosa di irriducibile al funzionale. Un qualcosa che è come un'attribuzione primordiale di senso al mondo ed a se stessa da parte della società".
La lunga trama di svalutazione dell'immagine ha accompagnato il processo di affermazione del pensiero moderno con la certezza di possesso del dato reale e ha sistemato il campo delle rappresentazioni nel limbo del non reale, non chiaro ,non certo, non razionale. Il processo di secolarizzazione ha eliminato ogni trascendenza come immagine illusoria e falsa credenza, la desacralizzazione ha rigettato nel sacro, di cui sbarazzarsi, anche il bisogno di oltrepassare la realtà e la domanda di senso. Ma in realtà il mito e la religione non vivono di immagini in quanto luoghi dell'illusione e dell'inganno, esse si nutrono di un immaginario che opera come un codice di significati e questo codice - il campo delle rappresentazioni umane- riproduce il molteplice, continua a operare, si sottrae alla riduzione binaria di vero e falso. E per quanto possa sembrare in prima istanza che mito, religione e politica appartengano a campi diversi e quest'ultima, scienza dei rapporti reali ( di forza, di potere), disponga di uno statuto "realistico" che può essere opposto a quello delle immagini "illusorie", è possibile riconoscere il luogo di incontro e di scambio, il processo di simbolizzazione." Forse che tutta la mitologia dello Stato- ha scritto Bronislaw Baczko- non si radica in quella lontana eredità di rappresentazioni del potere che si esprime in emblemi e leggende,immagini e concetti?"
Proprio per queste ragioni, al di là della moda recente di usare in modo multiplo e perfino convenzionale il termine di immaginario, non va commesso un errore analogo facendo dell'immaginario il luogo di ogni scibile e abusandone in modo generico e indifferenziato. Si fa più pressante la domanda di una sintesi teorica. Mito, religione e politica sono tre modalità di esistenza sociale dell'immaginario, ne costituiscono anzi - ha scritto Pierre Ansart - la dimensione preliminare, vale a dire " l'immanenza dei significati alla pratica sociale e l'esigenza della fondazione e dell'interiorizzazione di una struttura significante ai fini della pratica di un'attività comune".
In che senso si può riconoscere dunque che l'immaginario si viene ponendo come il nuovo paradigma della fine del XX secolo? E' chiaro in questo caso il riferimento alla famosa riflessione di Kuhn sulle rivoluzioni scientifiche che maturano quando il vecchio paradigma, che unificava la comunità degli scienziati ,comincia a scricchiolare e ad entrare in crisi. Ogni volta che l'immaginario è emerso come problema in uno specifico campo esso ha suggerito da un lato l'urgenza di un nuovo statuto teorico e dall'altro quali sinonimi comprendesse o quale costellazione di concetti instaurasse. Sicché è in un certo senso relativamente più semplice, prima ancora di definire cos'è l'immaginario, sottolineare cosa esso non è, ricordare insomma i modi diversi di ridurne la portata riconducendolo a modelli interpretativi più sicuri.
Ci sono in sintesi tre interpretazioni dell'immaginario che danno luogo allo stesso tipo di errore:
- l'interpretazione dell'immaginario come ideologia illusoria, riflesso, falsa coscienza
- l'interpretazione dell'immaginario come sistema di rappresentazione falso o ingannevole, in ogni caso da demistificare, attraverso la sua riduzione a concetto o a segno
- l' interpretazione dell'immaginario come mito-rito, riproduzione di un sistema di credenze, fenomeno sociale di moda o fenomeno di tradizione popolare.
Quel che è sbagliato o che "non funziona" in queste tre interpretazioni è proprio la sua riduzione a qualcos'altro, il fatto che esso non si spieghi in sé; l'immaginario-ideologia è un modo di manipolazione delle masse da parte del potere, una sorta di propaganda, una grande narrazione addomesticante; l'immaginario-segno va ricondotto al codice di significati, il che è ovvio, per smascherarne il messaggio; l'immaginario-credenza collettiva è a sua volta un rito del passato,una memoria, una sopravvivenza. […]

 

Attilio Mangano

 

testo integrale del saggio allegato in PDF

 

Attilio Mangano
68’ e immaginario, una parola chiave ?
Edizione Storia & Storici
Edizione integrale del testo allegata in PDF

 

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Fonte: Storia & Storici
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