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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Attilio Mangano
Cultura, immaginario, politica e azione sociale
Intervista di Andrea Spanu
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Quattro saggi per riscoprire un territorio lontano - “Il filo conduttore dei saggi di questo Dossier dedicato da Storia & Storici alla riscoperta di un territorio lontano, l’esperienza che fa centro nel ’68, è affidato all’intervista dell’autore. Un guida critica alla lettura, la definizione di una linea o più linee di marcia. Proviamo a individuare queste linee: sessantottino, socialista libertario, ti sei occupato in primo luogo appunto di 68 e dintorni, della storia delle culture politiche della nuova sinistra, delle sue riviste, delle sue radici e di una possibile “altra linea”, da ricercare in quella tradizione di una “Italia antimoderata” che è presente nella nostra storia. Ma questo ha significato collegarsi e richiamarsi alle “correnti calde” della sociologia e antropologia novecentesca, allo scontro continuo fra esse e il funzionalismo, lungo un percorso che attraversa le stesse avanguardie artistiche e letterarie del secolo scorso. E per questa strada riapri un percorso di riflessione e di ricerca che, proprio a partire dalla questione del 68, propone di identificare l’immaginario del 68 stesso come rappresentazione condivisa, “mentalità”, subcultura, che riassume ed eredita nella sua stessa parola d’ordine del “vogliamo tutto” i tratti dell’avanguardismo, del gioco e del desiderio. Parliamone dunque”.
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E’ possibile individuare un filo conduttore in questi scritti che sembrano muoversi su piani diversi, da quello riguardante il 68 e le sue interpretazioni al problema dell’ orrore e delle sue ripercussioni mediatiche, dall’annosa questione di una teoria del capitalismo (come sistema, come modo di produzione) alla questione del rapporto fra realtà e rappresentazione, al cosiddetto immaginario? Forse il titolo di uno dei tuoi scritti, il 68 di tutti e di nessuno, può servire a collegare i diversi piani ? Il riferimento è a un qualcosa di introvabile, di tutti e di nessuno appunto.

In realtà nei trentacinque e più anni in cui ho cominciato a produrre studi e ricerche non credo sia mai stato un problema, per me e per gli stessi lettori, individuare un filo conduttore e un tema chiave per i miei lavori, forse perché la mia stessa attività pubblicistica aveva avuto inizio con la gestione delle pagine culturali del Quotidiano dei lavoratori, in cui mi occupavo di recensire libri e di segnalare temi culturali molteplici e credo che questa immagine di me sia stata quella che ha resistito più a lungo, una specie di “esperto”, nel bene e nel male, uno che occupandosi “di tutto” rischia anche di occuparsi di nessuno. Spesso non si perdona ai cosiddetti tuttologi di voler mettere becco su ogni cosa e di essere degli sputasentenze. Ma non era e non è il mio caso, credo proprio di avere individuato delle linee di ricerca su cui operare e che queste sono emerse nella lunga distanza proprio anche per le loro connessioni possibili, tanto che possono valere anche per gli scritti di cui ci stiamo occupando.

Proviamo a individuare queste linee : sessantottino, socialista libertario, ti sei occupato in primo luogo appunto di 68 e dintorni, della storia delle culture politiche della nuova sinistra, delle sue riviste, delle sue radici e di una possibile “ altra linea”, da ricercare in quella tradizione di una “ Italia antimoderata” che è presente nella nostra storia. Ma questo ha significato collegarsi e richiamarsi alle “correnti calde” della sociologia e antropologia novecentesca, allo scontro continuo fra esse e il funzionalismo, lungo un percorso che attraversa le stesse avanguardie artistiche e letterarie del secolo, si tratti del surrealismo o di Bataille, alla antropologia del “dono”, alle tradizioni di alterità , fino all’incontro con la teoria dell’istituzione immaginaria della società (Castoriadis). Del resto, come hai segnalato tu stesso ricordando in proposito i rilievi di Luisa Passerini, il concetto e la definizione stessa di “ immaginario” non compare nel linguaggio mitteleuropeo, esistono si l’immagine e l’immaginazione con la loro storia filosofica occidentale ma non questo spazio specifico che è l’immaginario, un concetto tipicamente novecentesco. Occorre arrivare a Lacan per riconoscere la famosa tripartizione di reale, simbolico e immaginario, sembra proprio che l’immaginario non esista, sia lo spazio del sogno e dell’irrealtà, non possa avere una sua vita autonoma. Un qualcosa da riconoscere ma di cui negare l’esistenza stessa. Tu invece lo rimetti in gioco proprio a partire dalla questione del 68, cercando di identificare l’immaginario del 68 stesso come rappresentazione condivisa, “mentalità”, subcultura, che riassume ed eredita nella sua stessa parola d’ordine del “vogliamo tutto” i tratti dell’avanguardismo, del gioco e del desiderio.

Troppa carne al fuoco, direi, troppa grazia Sant’Antonio. Non so nemmeno io fino a che punto accettare questo schema, in fin dei conti si arriva al dualismo dei realisti e dei sognatori, delle pratiche vere e di quelle utopiche, al contrasto fra principio di realtà e idealismo, in un certo senso a delle costanti antropologiche di fondo. Forse è più fruttuoso “ novecentizzare” ( si scusi il neologismo) il concetto, non è un caso che siano proprio l’antropologia culturale e la sociologia a lavorare con questi modelli e distinzioni, quando sorgono le distinzioni fra ideologia- visione del mondo, rappresentazione del mondo, cultura ( in senso antropologico appunto) e quando tutto ciò si misura infine con le tecnologie della rappresentazione, con cinema e mass media. Prima ancora di Castoriadis perché non ricordare Edgar Morin col suo Il cinema o l’uomo immaginario? Proprio in questi ultimi giorni Umberto Eco ha provato a sua volta a rilanciare una più che ragionevole e legittima definizione di “realismo” da contrapporre a quelle che in qualche modo inquadra e definisce come le ideologie e le visioni del “post”, post industriale e post moderno, per semplificare. Qui bisogna intendersi, è vero che lo spazio del post è pur sempre uno spazio provvisorio, che per definizione il post è solo ciò che viene dopo e che non si riesce ancora a definire diversamente, e in questo senso è uno spazio di supplenza, per cosi dire, di sostituzione di un concetto con qualcosa di provvisorio, non è un punto di arrivo. Ma forse occorre cominciare a prendere atto che questo spazio viene a costituirsi come spazio nuovo perché assorbe quello precedente senza abolirlo e lo sposta su una dimensione conoscitiva diversa. Si pensi alla discussione stessa sulla modernità, tutti siamo d’accordo sia nel riconoscere il processo costitutivo della stessa modernità dei saperi come passaggio sia nel vederne in generale le caratteristiche del patrimonio acquisito, nessuno affermerebbe con serietà che dopo la modernità c’è stato un regresso al premoderno, siamo tutti interni alla filosofia universalistica del progresso. Ma appunto per questo nel riconoscere che ci sono e ci saranno nuove tappe non è sufficiente inquadrarle come ulteriori puntate del progresso stesso, occorre pur sempre segnalare ciò che le rende a suo modo diverse e caratteristiche. Lo spazio del post sembra assolvere a questa funzione. Mi spiego meglio con un altro esempio, almeno spero: rispetto alla definizione generale di “ capitalismo” consegnataci dai classici, essa mantiene una sua capacità interpretativa generale che consente di riconoscere i tratti di un’epoca, di un modo di produzione, di usare parole e concetti come profitto, valore, plusvalore, merce, forza-lavoro etc. ma è al tempo stesso altrettanto vero che queste linee-guida non risolvono il problema di definire e identificare le diverse “ fasi” e quindi i diversi “ capitalismi” che ci siamo trovati di fronte dopo la crisi del 29, dopo la seconda guerra mondiale etc. ( anche allora, negli anni sessanta, il concetto di neocapitalismo sorse per spiegare che si trattava appunto di un capitalismo di tipo nuovo e non di una ripresa del modello classico). Voglio dire dunque che sia per il concetto di modernità che per quello di capitalismo valgono in prima istanza le loro definizioni generali ma esse non aiutano a leggere l’oggi se non oltrepassandole, chi può sostenere che il capitalismo non c’è più e siamo di fronte a un nuovo e inedito modo di produzione? E’ una sfida concettuale e interpretativa che occorrerebbe accettare ma certo solo occupando con realismo lo spazio del post si può decidere di analizzare il nuovo senza abolire il vecchio schema.

Approvare la nuova avventura intellettuale qui proposta è qualcosa che va ancora discussa nelle sue implicazioni senza una accettazione “ a scatola chiusa”. Credi sia possibile insomma e anche doveroso che si mettano in gioco nelle loro risonanze il 68 e l’immaginario, il capitalismo e l’immaginario, il sistema mediatico di rappresentazioni e l’immaginario. Questo forse spiega a sua volta il titolo dello scritto dedicato a “ L’orrore, l’immaginario e l’Occidente”, in cui il sentimento stesso dell’orrore compare da un lato come un vaso di Pandora che una volta apertosi fa venir fuori tutti gli altri veleni ma tende ad essere a sua volta riassorbito, cancellato, negato, come un’immagine del male, una immagine che ci portiamo dentro e che al tempo stesso neghiamo. Non come la vecchia “ catarsi” purificatoria della tragedia greca in cui il male compare per ammonire tutti e impedire che esso risorga nella vita , qui il male invece è come un passaggio che finisce, la scena di un film, cui seguono altre immagini, in un susseguirsi che neutralizza . Non c’è lezione che tenga, l’orrore è parte del sistema delle rappresentazioni stesse.


In questi giorni ci passano sotto gli occhi le immagini dell’orrore per quello che sta accadendo in Siria e per i massacri che vediamo compiersi, un video, dei morti, sangue, commenti, grandi potenze che deplorano e altre che minimizzano, domani i telegiornali parleranno d’altro, non lo dico certo per cinismo, faccio parte di quella generazione che si commosse e si inorridì per l’uso delle bombe al napalm nel Vietnam e si politicizzò in termini radicali proprio per questo, ma se dovessi provare a ripercorrere all’indietro i massacri di questi ultimi trenta o quaranta anni dovrei anche riconoscere quella sorta di veleno che ci viene propinato e che ci abituiamo ad assaporare senza riconoscerlo più. Di chi la colpa? Di un sistema? Di noi stessi? Dell’immaginario mediatico? Come quando e perché l’immagine dell’orrore agisce come un tam tam sui nostri sensi e ci spinge a risollevarsi e a gridare basta? Ci sono sempre momenti e vicende che costringono ad aprire gli occhi e a fare luce, a interrogarsi sul perché e per come, a un tratto si riapre - per dirla con un poeta- la catena dei perché. Allora non è più vero che l’immaginario è uno sceneggiato televisivo che ci viene messo a disposizione per la nostra serata mediatici, così a un tratto si torna a scoprire quello che viene chiamato l’effetto-boomerang, e a un tratto si affacciano gli “indignados”. Riusciranno i nostri eroi a non essere riassorbiti dal susseguirsi ulteriore delle immagini e a non entrare a far parte del sistema di produzione dell’ultimo film-horror? Non posso dare io solo una risposta a questa domanda,forse sono riuscito però a reintrodurre il tarlo del dubbio. Anche l’orrore può essere di tutti e di nessuno.

A questo punto, nel momento stesso in cui suggerisci una traccia e una connessione che collega tra loro scritti solo apparentemente diversi, ritorna a galla quella definizione “ di tutti e di nessuno” usata appunto per interpretare il 68, è fin troppo noto che la generazione del 45 che ha fatto la Resistenza ha in questo senso, vinto, dando luogo alla Democrazia e alla Costituzione. La generazione del 68 a cosa ha portato? Tu stesso parli di quei cinquantenni e oltre, oggi sicuramente sessantenni, che in fin dei conti hanno “ preso il potere” e son diventati il nuovo ceto politico di ricambio. Ironia, cattiveria, forse anche tu sei un “ pentito” e questi tuoi scritti rientrano negli scritti di genere?

Non so davvero quanto importi in questo caso il lato personale di pentimento o di nostalgia, certo non credo di far parte del giro di coloro che hanno “ preso il potere” e questi scritti possono servire ancora una volta a ricostruire momenti e a insinuare dubbi, riconoscere sconfitte o errori non significa in questo senso necessariamente pentirsi ma offrire spunti di riflessione critica e autocritica. Del resto nemmeno questa è una discussione nuova , ricordo in questo caso alcuni celebri precedenti, in particolare vale la pena soffermarsi su quelli di alto livello come ad esempio suggerisce la canzone di Giorgio Gaber intitolata “ La mia generazione ha perso”. So anche io che ad alcuni di noi può sembrare sproporzionato questo riferimento a Gaber, ma si tratta di intendersi proprio quando ricompare " il dilemma di allora di oggi" ( aggrapparsi al cadavere della sinistra o tentare l''esodo": coloro a cui sto scrivendo sono o sono stati in larga misura intellettuali militanti di una generazione , studiosi, storici, filosofi, pubblicisti, accomunati dal fatto di essere tutto sommato - rispetto a esponenti spesso più noti ancora sulla breccia - una significativa area di "quadri" che ha collaborato attivamente all'elaborazione di una cultura politica, di modelli teorici, di esperienze intellettuali di riviste, associazioni, circoli. Poco importa per certi aspetti la storia delle nostre diversità e divergenze politico-ideologiche, dei ruoli e delle responsabilità organizzative, dei legami intrattenuti, conta di più il tratto comune, la partecipazione, lo " c'ero anche io" che caratterizza scelte, scritti, testimonianze, discorsi. In gioco non è la storia dei gruppi e partitini,movimenti e associazioni,della ex nuova sinistra, una storia già consumata alla fine degli anni settanta,non la storia di un ciclo ma appunto un percorso con le sue crisi e fuoruscite, trasformazioni, ripensamenti, che è durato ancora altri trenta o quaranta anni come tratto comune, sintesi di nuovi tentativi e ricadute, qualcosa che appunto ha riguardato una generazione e non solo dieci o quindici tra di noi. E' noto ed è già stato detto più volte che la generazione dei nostri padri, quella uscita dalla Resistenza per sintetizzare,ha a suo modo "vinto" ( anche se c'è sempre stato da obiettare e discutere) consegnandoci la democrazia e la nuova società del dopoguerra: è vero che anche allora emersero maggioranze e minoranze, vincenti e perdenti, tanto che ci siamo trovati noi stessi ad ereditare il peso e la polemica retrospettiva sull'eredità dell' “azioniamo”nella sinistra italiana ma in questo caso l'esempio ricordato serve a ristabilire un confronto in termini di storia generazionale, a inquadrare il tipo di continuità e discontinuità fra la nuova sinistra della nuova generazione e quella di prima e a riproporre il problema della sconfitta e a ricordarci una consapevolezza critica emersa almeno fin dagli anni ottanta, consapevolezza che avrebbe dovuto e potuto essere il punto di avvio di una svolta critica e autocritica e di una ricerca di legame e valori da consegnare alla nuova generazione, a coloro che adesso hanno almeno trenta anni e a cui avremmo provato a dare il cosiddetto " passaggio delle consegne": ci siamo riusciti o abbiamo perso anche qui?
Una domanda apparentemente semplice che invece chiama in causa i processi di trasformazione della società e il loro rapporto con il sistema politico, il passaggio dagli "anni di piombo" alla crisi dei partiti a Tangentopoli fino ai giorni nostri e al berlusconismo, le crisi e rotture della sinistra storica, il 1989, la fine del comunismo etc. In che misura tutta questa storia ha travolto e travolge anche noi e le nostre pretese diversità?Proprio perchè oggi tutto questo è ormai storia ufficiale alle nostre spalle ( tempo fa un amico ricordava un termine e un concetto come quello di “esodo”, con riferimento a dibattiti e questioni di metodo - dall'esodo alla "moltitudine", per intenderci - che appaiono anche essi terribilmente "datati", non più passato prossimo ma remoto, figlie anch'esse del ventesimo secolo). In sostanza: sono passati più di dieci anni dall'avvio del nuovo secolo e ne siamo stati travolti anche noi? A chi siamo riusciti a passare le consegne? Tutto questo è adesso accentuato dall'approssimarsi simbolico di una scadenza come quella dei 150 anni dell'Unità d'Italia che ci impone, volenti o nolenti, di fare i conti con tutta la nostra storia ritornando a interrogarsi sui tratti lunghi di continuità che rivelano le costanti e le radici, su quella autobiografia di una nazione che già Gobetti segnalava come problema di fondo a proposito del fascismo e che oggi il berlusconismo ci ripropone come interrogativo ancora attuale.
A questo punto non è più una digressione tornare a Gaber e riprendere quella constatazione. Può sembrare paradossale ma proprio la sua diviene una lezione a suo modo esemplare che consente di dire, si, la mia generazione ha perso ma basta riascoltare quelle canzoni ( come del resto vale anche per le canzoni di Fabrizio De Andrè ) per riconoscere i tratti di un percorso da rivendicare, sia pure con amara ironia, la storia di culture ed esperienze “ altre”che non è detto siano state sconfitte e non covino invece sotto le ceneri, un insieme di trame di alterità sociali e di domande di trasformazione profonda che ricompaiono quando meno ce lo aspettiamo. Abbiamo coniato e usato il termine di “ cattivi maestri “ per ironizzare noi per primi su padri e padrini, amici e antenati, intellettuali periferici e critici, che hanno accompagnato questi cinquanta anni indicandoci un modo diverso di leggere le cose del mondo, piccole minoranze eretiche e libertarie, esperimenti di scrittura e di pratica sociale, da quelle che noi stessi venivamo scoprendo nel corso della trasformazione degli anni sessanta in Italia ( da Panzieri a Don Milani a Montaldi ) incontrandoci e scontrandoci con altre nuove figure scomode, da Pasolini a Sciascia. E' una sorta di elenco “ in progress” questa storia dei nostri cattivi maestri e del nostro rivendicarli tuttora, qualcosa che si può ricominciare a tirar fuori dal dimenticatoio e dai sacchi delle immondizie o è un ennesima pia illusione per non volere fare i conti sul serio con la più beffarda e tragica autobiografia di una nazione? Forse ancora una volta è Gaber stesso che ci aiuta ricordando nella sua canzone che " io non mi sento italiano ma per fortuna e purtroppo lo sono", dove l'intreccio di per fortuna e purtroppo ci indica un doppio lavoro di scavo?
Troppa carne al fuoco, si dirà. Verissimo ma l'occasione è ghiotta e la sfida aperta, occorre lavorare di nuovo sul passato per tornare ad aver diritto a parlare del futuro. Se non ora, quando?

 

Attilio Mangano – Andrea Spanu

 

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Fonte: Storia & Storici
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