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Roberto Moro
Roberto Moro
Dopo il voto: ai confini del caos?
Modelli teorici e programmi fantastici di una destra in frantumi
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La tempesta mediatica, oggi, ha preso in pieno il Vaticano, oltre alle onde del nuovo tsunami il mare è ancora agitato: correnti violente e onde di risacca. Finiti in quinta o sesta pagina i naufraghi della tornata elettorale, leader e partiti, faccendieri e corrotti, arrancano su zattere e scialuppe di salvataggio. La meta incerta è confusa dalle nebbie e all’orizzonte i naviganti intravedono appena i contorni del continente sperato, l’isola di Utopia o le coste del nuovo mondo. Sono i cinque, sei, sette milioni di voti di quel paese normale che non è andato al voto nauseato dalla miserabile offerta politica che la classe dirigente del Paese è riuscita a mettere in scene, e ormai da anni. Ma la navigazione avviene in ordine sparso, senza carte né rotte e senza strumenti adeguati. La grande alchimia del marketing politico non salta fuori, non fa notizia. Siamo giunti ai confini del caos?
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Un nuovo spettacolo - Lega: il modello carolingio - PDL: il modello gollista - Montezemolo, il modello liberal-banale. Successo, danaro, potere - Grillo, il non-modello del non-partito - Ai confini del caos?

 

Un nuovo spettacolo

La nuova tempesta perfetta, quella mediatica, si è scatenata altrove e dominerà la scena per qualche giorno ancora. Dalle elezioni e da partiti, elettori, antipolitica, crisi del sistema, rottamazione istituzionale, il ciclone ha preso in pieno il Vaticano. Lo spettacolo è inedito, gigantesco, i personaggi di eccellenza, ma la trama e l’ordito del nuovo tessuto narrativo è sempre lo stesso, avvincente e tinto di continue suspance: complotti, tradimenti, guerre sotterranee e segrete, lotte intestine e minacce di crisi, l’offensiva giudiziaria. Staremo a vedere, pagine e schermi sono già saturi e le aspettative aumentano, giorno per giorno, di ora in ora. La diretta da San Pietro non lascia spazio nelle prime pagine dei giornali e telegiornali.
Oltre alle onde di questo inatteso tsunami mediatico, il mare è ancora agitato: correnti violente e onde di risacca. Finiti in quinta o sesta pagina i naufraghi della tornata elettorale, leader e partiti, faccendieri e corrotti, arrancano su zattere e scialuppe di salvataggio. La meta incerta è confusa dalle nebbie e all’orizzonte i naviganti intravedono appena i contorni del continente sperato, l’isola di Utopia o le coste del nuovo mondo. Sono i cinque, sei, sette milioni di voti di quel paese normale che non è andato al voto nauseato dalla miserabile offerta politica che la classe dirigente del Paese è riuscita a mettere in scena, e ormai da anni. E questa è davvero una novità del sistema paese: la destra non rappresenta più i moderati e cioè “il paese normale”. Oltre alle onde della recente tempesta, partiti e gruppi di potere reduci dal naufragio lo intravedono appena.
Ma la navigazione avviene in ordine sparso, senza carte né rotte e senza strumenti di adeguati. La grande alchimia del marketing politico non salta fuori, non fa notizia. Tutti arrancano a colpi di remo. Si azzuffano a rischio di collisione e di un ulteriore naufragio. E questo spettacolo nulla ha di avvincente: l’audience è modesta, personaggi e comparse non tengono più la scena.

 

Lega Nord: il modello carolingio

La Lega Nord ha perso il capitano, al timone non c’è nessuno e si avanza la fantastica ipotesi di un reale abbandono di campo, un Aventino senza ragioni e senza perché. La Lega “potrebbe abbandonare il Parlamento”, ritornare alle origini di movimento nascente, reinsediarsi sul territorio. Sì, no e più no che sì: “deciderà il congresso”. Anche il leader maximo, fondatore e icona del partito, potrebbe lasciare, farsi da parte e tornare all’orto di casa a curare gli “affari di famiglia”. No, sì e più si che no: “deciderà il congresso”. Il quadro delle alleanze che fino ad ora ha fatto la strategia leghista (Lega intesa come “forza di opposizione e di governo”, poi lo si deve spiegare) potrà sopravvivere al naufragio elettorale? Il partito si schiera definitivamente all’opposizione in nome della questione settentrionale (anche qui si tratta di sapere di cosa stiamo parlando)? Anche questo deve deciderlo il congresso.
La novità svelata è che la Lega Nord punta al Nord: Baviera, Austria, Tirolo … un’Europa della macroregioni governata dalla Padania. Finita la corruzione, la mafia, il grande sacco del Nord, finita Roma ladrona e l’inquinamento extra comunitario, arrivano davvero celti e germani e l’impero carolingio che assicura il primato della cristianità sulle “merdacce levantine” così come il rischio di una nuova conquista islamica dell’Occidente.
Per ora, e a partire da queste elaborazioni teoriche, difficile immaginare una rotta verso il paese normale di chi astiene, sta a guardare, e non vede niente.

 

PDL: il modello gollista

Non fa certo di meglio il grande comunicatore, l’icona nazionale nutria da sempre di sondaggi, campagne di marketing politico, il super esperto di populismo mediatico. Il Berlusconi plebeo e volgare non stupisce più e non fa più ridere. La “novità epocale” di una nuova rivoluzione/modernizzazione della politica, il rilancio dell’area “moderata” contro il rischio imminente del comunismo armato delle “toghe rosse”, la fondazione/rifondazione di un nuovo “soggetto” politico, si è ridotta a una conferenza stampa senza interlocutori condivisa con la controfigura, il segretario “pro tempore” di un partito che (e proprio a detta del Leader) non c’è più e non serve più. Gaffes, confusioni, fughe in avanti, appelli al popolo dei manutengoli. Qui l’idea fantastica, la rotta spericolata in solitario è quella di una repubblica presidenziale nella quale lo stesso Berlusconi sarebbe il naturale presidente: chi se non lui? Tutti lo davano per morto, appartato, sfiduciato, ritornato anche lui ai suoi “affari di famiglia”, e invece eccolo qui a tutto tondo. In Italia, e lo dice lui, non si può governare, in Francia sì. De Gaulle ha fatto la quinta repubblica, Berlusconi perché non potrebbe fare la Terza? E la risposta è semplice: perché è sempre indietro di due.
Poiché in Italia De Gaulle non c’è e ancora non c’è stata la Seconda, la Terza e la Quarta Repubblica, della “offerta” di una nova costituzione presidenziale si occuperanno con i loro tempi il Capo dello Stato, la Corte costituzionale, i costituzionalisti, il Parlamento, i partiti, le correnti dei partiti, i gruppi parlamentari e i sottogruppi, le cricche che sono cresciute all’ombra della casta, le Regioni e altri enti che hanno voce in capitolo. Il dibattito è ampio, annunciato da anni, e francamente fantapolitico. La frantumazione del sistema non consente soluzioni semplificate se non semplicistiche. Staremo a vedere, ma certo gli abitanti delle terra promessa, gli astensionisti che non hanno accordato il voto al PDL riducendolo a un cumulo di macerie, staranno a guardare.
Questo lancio epocale di una nuova casa dei moderati non è destinato a conquistare al scena e il copione non cambia. Del resto Berlusconi, dice lui, si accontenterebbe di un 15% dei voti perché, piaccia o non piaccia, i suoi “affari di famiglia” coincidono con la gestione del potere e delle istituzioni repubblicane così come sono. Il modello teorico del nuovo pensiero è saldamente radicato alla gestione attenta e attiva del conflitto di interessi.
Questo è lo scenario della destra populista intercettata dal PDL e della Lega, ormai un’armata Brancaleone fatta di predatori del voto perduto. Manca niente? Sì.


Montezemolo, il modello liberal banale. Successo, danaro, potere

Sì, allo spettacolo, per tirare avanti, mancava un altro primo attore da sempre in attesa dietro le quinte del proscenio, mancava Luca di Montezemolo, l’uomo nuovo (65 anni suonati e ben portati) che impersona gioventù, successo e danaro. È uscito dalla prima classe del Titanic e soppesa l’opportunità di una adeguata e confortevole scialuppa di salvataggio. Osserva il rischio di un imminente naufragio sempre incerto sul grande passo: entrare in scena, prenderla e cambiare canovaccio. Una novità attesa: sì, no, mah, chi lo sa?
È una novità di cui si parla, nel mondo del pettegolezzo mediatico, da anni. Tutto è pronto per la competizione, i motori scaldati, la pista apparentemente libera e sempre più libera, c’è anche lo staff tecnico. Quel che manca è il veicolo: il partito, il movimento, l’associazione, la fondazione, insomma ancora una volta l’ “offerta politica”. Ma se non altro anche qui il piano di marketing c’è: è “Italia futura”.
A leggere il programma della fondazione che dovrebbe elaborare il modello “teorico” del paese futuro, c’è solo il passato di una cultura tecnico-manageriale che con Berlusconi ha già espresso il meglio di sé. A leggere i “punti fondamentali” dell’associazione, fondata nel 2009, si recita un rosario di luoghi comuni del liberalismo alla portata di tutti e di slogan confusi conditi da apodittici assunti che suscitano un serio imbarazzo. Provare per credere.
“Liberalismo in economia e rafforzamento dei processi democratici hanno un fondamento comune: la fiducia nei cittadini, nella loro capacità d’azione e di giudizio. Perché la fiducia nei cittadini è fiducia negli italiani come persone, ognuna dotata di un legittimo desiderio di benessere e di successo”.
E c’è anche di peggio:
“L'Italia rischia di ritrovarsi priva di un’offerta politica che scommetta sul potenziale degli italiani e sulla liberazione delle loro energie. Per questo, in vista delle elezioni del 2013, è già ora indispensabile aprire un cantiere per la costruzione di un fronte liberale e democratico”.
L’offerto politica la formalizza poi Montezemolo stesso: fare sistema (??). Non c’è che ascoltarlo.
Opinionisti, analisti, politologi e gazzettieri sono disorientati e l’esercito in arruolamento di Italia futura genera sconcerto. Di che davvero si tratta? È un nuovo partito dei moderati “veri”? Montezemolo scende in campo davvero e con chi? Contro il Berlusca o a suo favore? Sì, no, mah, chi lo sa?
Due personaggi si sono già espressi nettamente a suo favore: Briatore e Marchionne. Personaggi diversi, ma che in comune hanno un significativo assunto: il danaro è successo e il successo danaro, il potere è danaro più successo.
Che sia questo il modello teorico di Italia futura? Staremo a vedere.

 

Grillo, il non-modello del non-partito

In questa generale confusione e povertà di strategie e tattiche, la barca del MoVimento (dove, credo, V sta per “vaffanculo”) procede spedita, batta i remi con gioia, sorpassa e va ben oltre le zattere alla deriva. Sarà davvero lui a raggiungere per primo il paese normale, il continente degli astensionisti? C’è chi lo teme e lo esorcizza: “è il leader dell’antipolitica” (che poi vuol dire antiparlamentariso, una malattia secolare della democrazia continentale).
A leggere il programma/manifesto del MoVimento 5 Stelle (stato e cittadini – energia – informazione – economia – trasporti, ecc.) si raccoglie un insieme di proposte/proteste che fanno “offerta”, ma non fanno mercato. Un centinaio di provvedimenti nei quali c’è tutto e il contrario di tutto, ma il cui filo conduttore è il mondo nuovo, una nuova democrazia/partecipazione dal basso in cui “uno vale uno”. Via i gruppi di potere, via la classe politica, via le multinazionali, via la burocrazia, via le authority, la parola passa al web. È la democrazia digitale nella quale il cittadino digitale recupera la sua piena cittadinanza. Il programma è ambizioso e forse condivisibile in gran parte, ma è il metodo e la fase di transizione affidata a Grillo che lascia perplessi. Il percorso, onirico e anch’esso fantastico, verso l’isola degli astensionisti moderati appare tortuoso, la rotta davvero difficile. E c’è di peggio: il programma/protesta non è negoziabile.
Il modello è quello di una società iper-individualista (uno vale uno), l’offerta è quella di una battaglia senza quartiere contro l’universo mondo e tradisce la fuga verso un potere violento fatto di giustizia sommaria. Il turpiloquio, lo squadrismo verbale, il dire quel che “davvero si pensa”, l'irrisione dell’avversario (un nemico universale) generano conflittualità diffusa ed esasperano un populismo mediatico che ha già scavato fossati e prodotto lacerazioni.
Una conferma puntuale la si trova nel testo La rete contro i partiti: siamo in guerra (a firma di Grillo e Casaleggio) che offre l’opzione per una guerra “totale” per l’imminente futuro: “nella guerra in corso il vecchio mondo perirà”; via i giornali, i libri, via le istituzioni europee e la riforma dal basso diviene “rivoluzione epocale”. La purezza del web è destinata a soppiantare tutto il marcio del mondo reale: è una eugenetica della nuova cultura a venire.
In realtà nulla vi è di più manipolabile della rete e dei ritmi di consenso/dissenso che governano i social network. È, almeno per ora, un universo comunicativo aperto, mobile, momentaneo, emozionale e dispersivo di ogni processo dialogico; un mercato universale domanda/offerta di prodotti culturali istantanei.
Non stupisce quindi che la violenza di questo modello teorico sia il non-modello di un non-partito e che abbia raccolto voti dall’esasperazione della destra delusa e in frantumi.
La sovraesposizione mediatica del leader e del movimento ha già cominciato a erodere le basi identità e solidarietà dei “grillini” che ormai rifiutano anche questa storica denominazione e vengono progressivamente inghiottiti dal mondo reale. Oggi all’ODG della comunicazione di massa è già entrato in scena lo “scandalo calcio”. Staremo a vedere.

 

Ai confini del caos ?

Proprio il “fenomeno” (lo si definisce così) Grillo consente una riflessione di fondo sugli esiti di medio termine della tornata elettorale. Se è vero che l’eutanasia della sinistra non sembra invertire il suo graduale percorso, l’eugenetica della destra mediatica ha segnato un punto critico di non ritorno. I moderati stanno a guardare e il popolo delle astensioni (il Paese normale) appare per ora irraggiungibile dai naufraghi del sistema (o regime) inaugurato dal berlusconismo. Le spinte di degenerazione autoritaria, almeno per ora, sembrano sopite anche se ci si attende una possibile strategia della tensione. Il sistema politico italiano e più in generale il sistema Paese replicano sé stessi, resistono e si rigenerano con la materia prima (il tessuto cellulare) che c’è.
Il governo Monti è il 130° governo della storia unitaria. Se rispetta la media la sua durata è di circa un anno e un mese. In circostanze normali, per effetto della struttura sistemica, dovrebbe poi succedere a sé stesso: quasi sempre è andata così. E davvero non si vede chi mai, allo stato attuale dell'arte, potrebbe sostituirlo. Ma la novità è il grado di erosione delle istituzioni repubblicane sembrano non avere più la forza di coesione sociale e potrebbero essere travolte dagli esiti di una profonda crisi economico finanziaria. E questa crisi propone ogni giorno l’emergenza della illegalità come procedura di ricostruzione dal basso delle regole della convivenza. Il dilagare dell’Italia “al nero” (corruzione, organizzazioni criminali, evasione fiscale, cricche, privilegi e corporativismo) e di nuovo modelli di “offerta” politica a livello territoriale, di nuove forma di potere e di controllo sociale che coinvolgono buona parte della classe dirigente a tutti i livelli, potrebbero forse (e anche questa è una previsione condivisa) farci superare davvero i confini del caos.
Staremo a vedere.

 

Roberto Moro

Fonte: Storia & Storici
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