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Roberto Moro
Docunento - febbraio 1786 - crisi finanziaria e debito pubblico
Come risanare il debito dello Stato, con quali risorse?
Estirpando gli abusi
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Gli abusi che oggi si tratta di annientare per la salvezza pubblica sono i più consistenti, i più protetti, quelli che hanno le radici più profonde e le più estese diramazioni. Sono questi gli abusi la cui esistenza pesa sulla classe produttiva e laboriosa gli abusi dei privilegi pecuniari, le eccezioni alla legge comune e tante esenzioni ingiuste che liberano una parte dei contribuenti solo aggravando la condizione degli altri: l'ineguaglianza generale nella ripartizione dei sussidi e l'enorme sproporzione che vi è tra i contributi delle varie province e tutti i carichi fiscali dei sudditi di un unico sovrano; il rigore e l'arbitrarietà di percezione della taglia; il timore, i disagi e quasi il disonore inferto al commercio delle produzioni di base; gli uffici fiscali all'interno del regno e quelle barriere doganti, che rendono le diverse parti del regno straniere le une alle altre i diritti esclusivi che scoraggiano l'industria, quelli la cui percezione esige spese eccessive e un personale innumerevole, quel! che sembrano invitare al contrabbando e che ogni anno fanno sacrificare migliaia di cittadini; il deperimento del Dominio della Corona e quel poco di uni: che produce quanto ne resta; la degradazione delle foreste del re e i vizi della loro amministrazione; infine tutto quanto altera il prodotto, tutto quanto indebolisce le fonti di credito, tutto quanto rende i redditi insufficienti e tutte quelle spese superflue che li assorbono.
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Fu nei mesi di giugno e luglio del 1786 che maturò in Calonne l'idea di convocare un'assemblea di notabili per condurre a realizzazione un programma dì riforme al fine di assicurare la sopravvivenza della monarchia. In un Precis sur l'administration des finances, presentato al re il 20 agosto 1786 e pubblicato dallo stesso Calonne due anni dopo in appendice alla Réponse de M. Calonne à un ecrit de M. Necker già citata, egli espose le prime linee di questo programma che si sarebbe concretato in 14 memorie da presentare all'assemblea. In effetti Calonne aveva a sua disposizione copiosi materiali e profittevoli esperienze in tema di riorganizzazione istituzionale e amministrativa del regno, già proposte, immaginate e a volte tentate dai suoi predecessori al ministero delle finanze nel corso del secolo (soprattutto Turgot e Necker), e furono queste a costituire la base del suo lavoro. Il pensiero e l'opera di Calcnne costituiscono quindi, in certo qual modo, il punto di arrivo del riformismo illuministico del XVIII secolo. Ecco qui di seguito il discorso di apertura dell'assemblea pronunciato da Calonne il 22 febbraio 1787 (e dato alle stampe dallo stesso ministro) che raccoglie in sintesi il suo programma politico.

(Discours prononcé par M. de Calonne à l'Assemblée des Notables, Versailles, 1787).

 

 

Signori,

 

quanto mi è ordinato in questo momento mi onora tanto più in quanto i punti di vista che il re mi incarica di presentarvi, sia il progetto globale, sia i vari elementi, sono stati dal re stesso interamente assunti come personali in virtù della vivissima attenzione che Sua Maestà ha prestato a ciascuno di essi prima di adottarli. La sola decisione di comunicarveli e le parole così paterne che avete appena ascoltato dalla sua bocca bastano senza dubbio per suscitare in voi la più giusta fiducia; ma ciò che deve portare la vostra fiducia al culmine e deve aggiungervi il sentimento del più vivo affetto, è apprendere con quale applicazione, con quale assiduità, con quale costanza il re si è dedicato al lavoro lungo e faticoso che hanno richiesto dapprima l'analisi di tutti i documenti che gli ho posto sotto gli occhi per fargli conoscere la reale situazione delle finanze, quindi la discussione di ciascuno degli strumenti che gli ho proposto per migliorarle e ristabilirvi l'ordine [...].

 

Ho consegnato al re la documentazione esatta e particolareggiata di tutto quanto è stato dato, acquisito, permutato, chiesto in prestito e anticipato dal momento in cui Sua Maestà si è degnata di incaricarmi della conduzione delle finanze; vi ho aggiunto tutte le informazioni, tutti i titoli giustificativi di autorizzazione e di impiego. Sua Maestà li ha esaminati, li ha trattenuti, ed è costantemente in condizione di verificarne tutte le voci, né io temo che la più velenosa malignità possa affermare alcunché di vero che in questi documenti già non si trovi dichiarato [...].

 

Devo confessarlo, e non ho avuto timore di nascondere nulla: il deficit annuale è assai considerevole. Ne ho mostrato al re l'origine, il progredire e le cause. La sua origine è molto antica. Il deficit in Francia esiste da secoli. Il sistema [di Low, N.D.C.], sconvolgendo le private fortune, avrebbe perlomeno dovuto risollevare il livello delle finanze dello stato: questo scopo non è stato ottenuto; e neppure sotto l'amministrazione economica del cardinale di Fleury lo si è potuto ottenere. Non è un luogo comune; ma è la verità, comprovata da una ricerca fatta al tesoro regio sulla contabilità di questo ministero, che durante la sua gestione il deficit è sempre esistito. Il suo accrescimento è divenuto pauroso sotto l'ultimo Regno. Il deficit superava i 74 milioni, quando l'abate Terray fu chiamato all'amministrazione delle finanze; era ancora di 40 quando egli l'abbandonò. Tuttavia in base a un promemoria che egli rimise al re nel 1774, accompagnato da un rendiconto delle entrate e delle uscite dello stesso anno, egli aveva valutato il deficit annuale a soli 27 milioni 800 mila lire, ma è noto, e provato da una effettiva analisi contabile di questo stesso anno, che in realtà il deficit era allora di 40 milioni 200 mila lire. Questa differenza di valutazione conferma quanto ho detto circa la difficoltà di produrre un esatto bilancio delle spese e delle entrate ordinarie. Le finanze dunque erano ancora in grave dissesto quando Sua Maestà è salita al trono. Rimasero più o meno nello stesso stato fino al 1776, epoca in cui il deficit fu stimato a 37 milioni da chi poco dopo fu incaricato della direzione delle finanze [Necker, N.D.C.]. Tra questa data e quella del mese di maggio 1781 la riorganizzazione della marina e le necessità della guerra fecero contrarre prestiti per 440 milioni. È evidente che il frutto di tutte le riforme, di tutte le migliorie che sono state fatte in questo periodo, qualunque valutazione di merito si possa dar loro, non ha potuto compensare l'aumento di spese che è necessariamente conseguito per il pagamento degli interessi di questi prestiti, interessi che è necessario calcolare al 9/10 per cento, sia pagati come rendite vitalizie, sia in rimborsi, e che quindi devono essere considerati a più di 40 milioni all'anno. Il deficit dunque si è accresciuto e i conti effettivi lo dimostrano. Si è accresciuto ancora tra il mese di maggio 1781 e il novembre del 1783; e non ci se ne deve stupire poiché i prestiti contratti in questo periodo ammontarono a circa 450 milioni. Ho constatato che alla fine del 1783 il deficit era di 80 milioni. Esistevano inoltre 176 milioni di anticipazioni [sulle entrate fiscali, N.D.C.] che ho ricompreso nella massa dei debiti quando ho detto che a quell'epoca essi ammontavano a più di 600 milioni. È provato dai rendiconti consegnati al re che essi ammontavano a 604 milioni in guisa che, aggiungendovi il deficit di 80 milioni, posso affermare, con assoluta certezza, che il vuoto era di 684 milioni per l'esercizio del 1784. Io non ho potuto né dovuto caricare per intero su questo solo anno di esercizio il deficit; è stato necessario trasferirne una parte sugli esercizi futuri e si può comprendere quanto questo sovraccarico, aggiunto al deficit annuale, abbia potuto renderli difficoltosi; si può ben vedere quanto i prestiti contratti alla fine degli anni 1783, 1784 e 1785, pur aggiungendovi quello contratto dalla città di Parigi nel dicembre 1786, sono al di sotto di quanto dovevo pagare e non ci si deve stupire che per farvi fronte sia stato inevitabile ricorrere ad altre risorse di credito meno dirette, meno ostensibili ma tutte espressamente approvate da Sua Maestà che ne ha conosciuto la cause e l'utilizzo. La riunione di tutti questi strumenti di credito, di cui si è fatto uso solo col massimo riserbo possibile, costituisce pressappoco una somma pari a quella dei pagamenti effettuati nel corso di questi tre anni: l'ordine, l'economia e le transazioni di cui una vasta amministrazione è suscettibile hanno fatto il resto e tutto è infine saldato. Ma ciò non di meno ne consegue che il deficit annuale ha assunto nuovi accrescimenti. Le cause ne son troppo note perché gli effetti ne siano misteriosi. Queste cause si spiegano tutte con una sola osservazione.
Il deficit era di 37 milioni alla fine del 1776, e da quest'epoca alla fine del 1786 sono stati contratti prestiti per 1250 milioni. Voi sapete, Signori, quanto questi prestiti fossero necessari. Sono serviti a creare una marina formidabile, sono serviti a sostenere in modo glorioso una guerra che dal principio alla fine è stata a ragione chiamata Guerra Nazionale [la guerra d'indipendenza americana, N.D.C.], sono serviti alla liberazione dei mari, sono serviti infine ad assicurare una pace solida e durevole che deve dare: il tempo per riparare a tutti i dissesti che una spesa così enorme ha causato alle finanze [...]. Ma fino ad allora, cioè fino alla fine del 1797 [data prevista da Calonne per il completo riassetto delle finanze, N.D.C.], è impossibile lasciare lo stato nell'imminente e incessante pericolo al quale lo espone un deficit quale quello che esiste; impossibile continuare a ricorrere ogni anno a palliativi ed espedienti che, pur ritardando la crisi, tuttavia non potrebbero che renderla ancor più funesta; impossibile fare alcun bene, eseguire alcun programma economico, procurare al popolo quei sollievi che la bontà del re ha deciso per lui, fino a quando questo disordine sussisterà. Ho dovuto dirlo, ho dovuto svelare al re questa triste verità; essa ha raccolto tutta la sua attenzione e Sua Maestà si è intimamente penetrata della necessità di impiegare gli strumenti più efficaci per portarvi rimedio [...]. Quali strumenti?

 

Ricorrere sempre al prestito significherebbe aggravare il male e precipitare lo stato nella rovina. Imporre di più, significherebbe schiacciare i popoli che il re vuole sollevare. Anticipare ancora, lo si è fatto troppo e la prudenza esige che ogni anno si diminuisca la massa delle attuali anticipazioni. Economizzare, certo, occorre farlo; Sua Maestà lo vuole, lo fa, lo farà sempre di più. Ogni possibile riduzione di spesa persino nella sua stessa Casa, tutte quelle che sono possibili nei ministeri senza nuocere alla forza dello stato, il re le ha decise, e queste decisioni sono sempre seguite da fatti concreti; ma le sole economie, per quanto rigorose le si possano immaginare, sarebbero insufficienti e non possono essere considerate che uno strumento accessorio. Io mi guardo infine dal collocare tra le risorse quella che, distruggendo il credito, distruggerebbe tutto quanto l'immutabile fedeltà del re ai suoi impegni impedisce di considerare un che di possibile, quella che ripugnerebbe al suo cuore come alla sua giustizia [la bancarotta, N.D.C.].
Che resta dunque per riempire un vuoto pauroso e ottenere il livello desiderato? Cosa resta che possa supplire a tutto quanto manca, e procurare quanto occorrerebbe per il risanamento delle finanze?

 

GLI ABUSI

 

Sì, Signori, è proprio negli abusi che si trova un fondo di ricchezze che lo stato ha diritto di reclamare e che deve servire a ristabilire l'ordine. È nella proscrizione degli abusi che risiede l'unico strumento capace di sovvenire a tutti i bisogni. È in seno stesso al disordine che deve scaturire una fonte feconda che fertilizzerà tutte le branche della monarchia. Gli abusi hanno per difensori l'interesse, il credito, la fortuna e antichi pregiudizi che il tempo sembra aver rispettato; ma che può la loro futile confederazione contro il bene pubblico e la necessità dello stato. Il più grande di tutti gli abusi sarebbe quello di colpire sole gli abusi di minore importanza, quelli che interessando solo ai deboli non oppongono che una debole resistenza alla loro trasformazione, ma la cui trasformazione non può produrre risorse salutari. Gli abusi che oggi si tratta di annientare per la salvezza pubblica sono i più consistenti, i più protetti, quelli che hanno le radici più profonde e le più estese diramazioni.
Sono questi gli abusi la cui esistenza pesa sulla classe produttiva e laboriosa gli abusi dei privilegi pecuniari, le eccezioni alla legge comune e tante esenzioni ingiuste che liberano una parte dei contribuenti solo aggravando la condizione degli altri:

 

  • l'ineguaglianza generale nella ripartizione dei sussidi e l'enorme sproporzione che vi è tra i contributi delle varie province e tutti i carichi fiscali dei sudditi di un unico sovrano;
  • il rigore e l'arbitrarietà di percezione della taglia; il timore, i disagi e quasi il disonore inferto al commercio delle produzioni di base;
  • gli uffici fiscali all'interno del regno e quelle barriere doganti, che rendono le diverse parti del regno straniere le une alle altre i diritti esclusivi che scoraggiano l'industria, quelli la cui percezione esige spese eccessive e un personale innumerevole, quel! che sembrano invitare al contrabbando e che ogni anno fanno sacrificare migliaia di cittadini;
  • il deperimento del Dominio della Corona e quel poco di utili che produce quanto ne resta;
  • la degradazione delle foreste del re e i vizi della loro amministrazione;
  • infine tutto quanto altera il prodotto, tutto quanto indebolisce le fonti di credito, tutto quanto rende i redditi insufficienti e tutte quelle spese superflue che li assorbono.

 

Se tanti abusi, soggetti a una eterna censura, hanno resistito finora all'opinione pubblica che li ha proscritti e agli sforzi degli, amministratori che hanno tentato di porvi rimedio, è perché si è voluto fare, con operazioni settoriali, quello che poteva riuscire solo in virtù di una operazione generale; è perché si è creduto di poter reprimere il disordine senza estirparne il germe; è perché si è tentato di perfezionare il regime dello stato senza correggerne le contraddizioni, senza ricondurle a quel principio di uniformità che solo può risolvere tutte le difficoltà particolari e vivificare l'intero corpo della monarchia. I punti di vista che il re vuole comunicarvi tendono tutti a questo scopo: non son; né un sistema né una nuova invenzione; sono il riassunto, o per così dire il congiungimento, dei progetti di pubblica utilità concepiti da tempo dagli uomini di stato più abili, spesso presentati come programmi dallo stesso governo e di cui alcuni sono stati tentati in parte e che paiono raccogliere il voto della nazione, ma dei quali finora la globale esecuzione parve impraticabile a causa della difficoltà di conciliare una quantità di consuetudini locali, di pretese, di privilegi e di interessi tra loro opposti. Quando si considera in virtù di quali progressi successivi, in virtù di quante unioni di contrade governate in modo diverso il regno è giunto alla sua attuale dimensione, non ci si deve stupire della disparità di regime, della moltitudine di forme eterogenee e dell'incoerenza di principi che ne disuniscono le varie parti [...].
Questa considerazione generale ha indotto Sua Maestà a interessarsi da prima delle varie forme di amministrazione che sussistono nelle diverse province del regno dove non vi è convocazione di Stati [cioè gli Stati provinciali che spettavano solo ai paesi di stato con esclusione quindi dei paesi di elezione, N.D.C.].
Perché la ripartizione delle imposte pubbliche cessi di esservi ineguale e arbitraria, Sua Maestà ha risolto di affidarne la cura ai proprietari stessi e ha gettato nelle fondamenta stesse della monarchia il piano uniforme di un ordine graduale di organismi in base al quale l'espressione del voto dei contribuenti e le loro osservazioni su tutto quanto li interessa si trasmettesse dalle assemblee provinciali a quelle di distretto, da queste ultime alle assemblee provinciali e da queste fino al trono. Sua Maestà si è in seguito impegnata con un'attenzione speciale a stabilire un principio di uniformità e di uguaglianza proporzionale nella ripartizione dell'imposta territoriale che essa ha considerato come la base e la misura di ogni altro contributo [...].
Sua Maestà avrebbe voluto che il prodotto della tassa territoriale, che deve sostituire i ventesimi, la mettesse fin d'ora in condizione di diminuire il fardello della taglia nella misura in cui avrebbe voluto [...]. Essa vuole per lo meno correggerne provvisoriamente le principali disfunzioni e non rinviare la felicità dei suoi popoli per un inizio di riduzione della massa globale di questa imposta.
L'assoluta libertà del commercio dei grani, garante dell'agricoltura e della proprietà, sotto la sola riserva di accedere alle richieste delle province qualora qualcuna di esse ritenesse opportuno vietare momentaneamente l'esportazione all'estero [...]; l'abolizione della corvée, e la conversione di questa onerosa esigenza in una prestazione pecuniaria ripartita con maggiore giustizia [...]; la liberalizzazione della circolazione interna, l'arretramento delle dogane alle frontiere, l'istituzione di una tariffa uniforme coordinata agli interessi del commercio, la soppressione di numerosi diritti nocivi all'industria o suscettibili di dar luogo a vessazioni e l'alleggerimento del fardello della gabella [...]. sono queste, Signori, altrettante operazioni salutari che rientrano nel programma del quale Sua Maestà vi farà conoscere gli aspetti particolari i quali tutti concorrono a mire di ordine e di uniformità che ne sono appunto alla base.

 

Seguì la discussione dei vari progetti di riforma che si protrasse per tutto il mese; ma fin dalle prime battute dei lavori emerse chiara l'opposizione dei notabili e cominciarono le manovre per determinare la disgrazia del ministro, Loménìe de Brienne, che pare guidasse l'opposizione, fece pervenire alla regina una breve memoria nella quale raccoglieva l'opinione dei notabili in merito alle riforme. Eccone il testo quale appare nel Journal de l'Assemblée des Notables de 1787, redatto dallo stesso Loménie

 

Bisogna distinguere, nelle memorie consegnate ai notabili, gli obiettivi generali e gli strumenti per conseguirli [...]. Occorre applaudire alla saggezza del re che gli ha fatto adottare [a Calonne, N.D.C.] questi punti di vista i quali, se abilmente perseguiti, potrebbero procurare al regno enormi vantaggi. Ma per proporli a Sua Maestà il ministro non ha avuto bisogno di altro che di accogliere qualche conclusione di opere note e gli echi di quasi tutte le conversazioni. Questi punti di visti non sono suoi; essi sono il titolo di eccellenti opere e accogliendoli nella loro genericità non ve n'è alcuno che non sarebbe staro adottato; quello che è specifico del ministro, quel che gli appartiene, è il modo di perseguire questi fini; ed è questo modo che è stato necessario esaminare:

1°) la forma delle asserir ire provinciali adottata nelle memorie è stata giudicata contraria alla costituzione della monarchia e addirittura all'interesse dei re come a quello dei suoi sudditi;
2°) l'imposta territoriale quale le memorie danno la preferenza non ha né l'uguagliane né la proporzionalità desiderate ed è soggetta a mille inconvenienti;
3°) lo strumento proposto per liberare i debiti del Ceri [ Calonne proponeva l'abolizione delle esenzioni fiscali del Clero, N.D.C.] costituisce evidentemente un attentato alla proprietà;
4°) le riduzioni annunciate sulla taglia ricadono sui proprietari e potrebbero divenire loro molto onerose [...];
5°) infine la riforma della gabella così come è proposta nelle memorie offre tali contraddizioni e difficoltà che è impossibile accettarla malgrado il rigore del regime attuale, il quale non può finire se non con la sua distruzione.

Così, a eccezione della libertà del commercio dei grani e dell'abolizione della corvée, nessuno degli strumenti proposti può e deve essere ammesso; e inoltre occorre notare che le memorie su questi due problemi consistono pressoché nel solo titolo e che non si può giudicare nei particolari nei quali non si entra. Si prevede fin d'ora che altrettanto si dirà delle memorie sui domimi e sulle foreste [...].

 

video correlato:
4 agosto 1789: l’abolizione del regime del privilegio

 

Estratto:

Roberto Moro
La crisi dell’Antico Regime in Francia
1776-1788

Sansoni Editore – Firenze 1975

 

Il testo sarà rieditato nella sua versione integrale su
storia & storici
novembre- dicembre 2011

Fonte: Storia & Storici
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