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Roberto Moro
Roberto Moro
Il sistema Italia: poteri “forti” e poteri “emergenti”
Note ai margini di una riflessione di Furio Colombo
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Chi e cosa sono i “poteri forti” che si aggirano come un mantra nel linguaggio politico, che fanno tremare i palazzi del potere e rischiano di segnare fortune e sfortune dei governi? E perché questa espressione ricorre abitualmente nei momenti di crisi, confusione, tensione dell’azione politica? Perché il ricorso a questa locuzione suscita “ansia e timore che sembra coinvolgere tutti i governi”. È possibile una definizione univoca dei “poteri forti” come attori della prassi di governo? Di recente Mario Monti ha lamentato un “abbandono del governo” da parte dei “poteri forti”: la grande finanza? il mondo dell’impresa? i grandi mezzi comunicazione di massa? i poteri occulti che nell’ombra decidono i destini del mondo? Una riflessione sull’idea stessa di “poteri forti” è del tutto opportuna.
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La riflessione di Furio Colombo dal titolo “Ma chi sono i poteri forti ?” (Il fatto quotidiano, 17/06/2012) si colloca a valle di un dibattito di recente suscitato dal premier Mario Monti il quale ha denunciato il rischio del Governo di essere abbandonato dai “poteri forti”. Non è certo la prima volta che questa espressione ricorre nel linguaggio politico del Belpaese, anzi è ricorrente e interessa quasi tutte le esperienze dei 130 governi che hanno segnato la storia dei 150 anni dell’Italia unita. Ma, appunto, “chi e cosa sono i poteri forti?”. E perché questa espressione ricorre abitualmente nei momenti di crisi, confusione, tensione dell’azione politica? Perché il ricorso a questa locuzione suscita “ansia e timore che sembra coinvolgere tutti i governi”?. È possibile una definizione univoca dei poteri forti come attori della prassi di governo? L’intervento di Furio Colombo offre ragioni di approfondimento.

E la prima, immediata osservazione è che i “poteri” si percepiscono e si enunciano al plurale perché sono le cellule di ogni organizzazione complessa, e che i “poteri forti” si declinano e si definiscono in relazione a “poteri deboli”. E cioè che vi sia non solo una gerarchia dei poteri, ma una sorta di competizione e di lotta permanente tra di loro che li rende mobili e mutevoli in quel tessuto di relazioni tra i soggetti di una comunità politica (individui, gruppi, classi) che appunto è il “potere” inteso come libero gioco dei rapporti di forza in grado di determinare (imponendo regole di comportamento) il funzionamento di un sistema (il sistema politico) nelle sue varie parti.

I “sistemi” politici, infatti, altro non sono che un insieme di poteri organizzati; tutte le componenti che li costituiscono sono fondate su relazioni di partecipazione/consenso che ne garantiscono l’identità e la possibile integrazione; tutte le organizzazioni sociali si fondano su rapporti di forza e questi generano sempre un patto (un insieme di valori e di interessi condivisi), un ordine (che il patto definisce), un gerarchia (alla quale è conferito il compito di garantire il patto e l’ordine). I poteri dunque sono al plurale e, per effetto della loro gerarchia, vi sono poteri “forti” e poteri “deboli”. Più un sistema politico è articolato e complesso, più sono i poteri che lo costituiscono. Più un sistema è aperto e in crescita, più à alta e mutevole la loro gerarchia.

Per dare stabilità ai sistemi politici, il pensiero politico dell’Occidente europeo ha creato un formidabile modello di teoria unificata del potere attribuendo alla “sovranità” il compito di organizzare e controllare tutte le relazioni di potere presenti e operanti nel sistema. La “sovranità” (assoluta, perpetua, garante di regole condivise), nata nel XVI secolo per fronteggiare il rischio di una dissoluzione dell’Europa stessa, è il “potere di tutti i poterti”: lo Stato, garante in ultima istanza del patto, dell’ordine e della gerarchia che caratterizza e governa la complessità delle organizzazioni sociali della modernità. Insomma nella metafora della nave adottata dal Jean Bodin (1576), intesa come un manufatto delle comunità umane, la sovranità, in quanto potere di tutti i poteri, altro non è che la chiglia alla quale è affidato il compito di tenere unite tutte le componenti dello scafo. E proprio in virtù da questa teoria unificata del potere, la “sovranità”, nei secoli della modernità e fino a un tempo non molto lontano da noi, qualunque “forma” di governo (monarchico, assoluto, totalitario, oligarchico, populista, mediatico, ecc.) ha operato all’interno dello Stato come titolare del potere di tutti i poteri che è appunto il “potere forte” ed esclusivo dell’insieme di relazioni di tutti i “poteri deboli”. Allo Stato, garante della legalità, è affidato il compito di coordinarli nella loro mutevole gerarchia e di governarne la competizione.

E tuttavia, da tempo e al tempo presente, la “crisi delle Stato” e del potere delle Stato sembra mettere in gioco l’idea stessa di “potere” al singolare. La crisi della modernità fa emergere nuovi e vecchi poteri, poteri forti e deboli, tra loro in libera competizione senza più alcun controllo. Ciò che appunto nel linguaggio comune chiamiamo il “gioco” o “i giochi” del potere”. La globalizzazione, il superamento della stato nazionale, la distruzione dei confini, la mobilità di gruppi, la revisione dei diritti di cittadinanza hanno eroso il potere/autorità delle istituzioni che fissano le regole della convivenza e la gerarchia dei poteri. Poteri forti e deboli si confondono e mutano di forza, impatto, legittimità. Il fenomeno è generale e per certi aspetti planetario ed è, in questi giorni, sotto gli occhi di tutti. Ma per quanto riguarda il nostro Paese ha la sua specificità storica e sistemica.

Quel che è possibile vedere, raccontare e censire ormai da decenni è l’emergenza, nel Belpaese, della sfera dell’illegalità come pratica di vita. Sul che si sono versati fiumi di inchiostro e non vi è più alcun mistero. La pandemia della corruzione, il dilatarsi dell’Italia “al nero”, l’antipolitica, la disaffezione al voto, la deriva populista, la penetrazione delle organizzazioni criminali a tutti i livelli dell’organizzazione altro non sono che una guerra aperta al potere dello Stato e una violazione continua dei confini della legalità e offrono gli indicatori dell’emergenza di nuovi poteri, poteri sempre più “forti”, efficienti, pervasivi e in grado di costruire e governare le microroganizzazioni che fanno capo al “sistema paese”.

Le recenti elezioni e il dibattito in corso tra i partiti tradizionali lasciano intendere che alla frantumazione del “sistema” politico non vi sia rimedio, che questa frantumazione è il terreno di coltura di un’altra Italia e che le organizzazioni criminali di qualsiasi marchio e natura (mafie, cricche, logge, associazioni deviate, gruppi di pressione e di interessi illegittimi, parentele, ecc.) si configurano viepiù come “poteri forti” e cioè in grado di soverchiare la sovranità e l’autorità dello Stato e, di conseguenza, modificare il sistema della civile convivenza. Agli occhi e alla sensibilità di qualsiasi osservatore insomma è chiaro che:

1. al discredito morale dei partiti e alla frantumazione del sistema politico in essere non vi è rimedio;
2. la classe politica non ha né le competenze, né la volontà per governare questo processo perché la teoria unificata del potere di quasi tutte le forze in campo si è ridotta alla pura e semplice occupazione del potere all’insegna del conflitto di interessi, della confusione tra funzione pubblico e proprietà privata, al generalizzato intreccio tra politica e affari e alla pratica della corruzione che è divenuta uno stile di vita;
3. per questa via la classe dirigente (a tutti i livelli) sta consegnando, forse ormai consapevolmente, il Paese alla sfera dell’illegalità alla quale rischia di essere affidata in via informale la gestione della socialità e dei rapporti di forza in grado di garantire l’ordine pubblico.

Questa prospettiva di sviluppo del “sistema Italia” non deve stupire: tutti noi, immersi nella storia del nostro presente, ne siamo testimoni e partecipi, ne percepiamo la portata di innovazione sociale e di profondo mutamento. Una metamorfosi, una rottura con la tradizione di continuata stabilità?

Vi è un filo rossi di questo percorso “al negativo” che svela le radici profonde del “sistema paese” e la sua capacità di resistenza ogniqualvolta si affaccia ai confini del caos. Il patto tra lo stato e la mafia e ancora di attualità in questi giorni, le convergenze tra potere e interessi illegittimi non fanno mistero e la storia è lunga dura ormai da decenni. A rileggere la storia dei 130 governi che hanno segnato il faticoso cammino dei 150 anni del’esperienza unitaria, ci si può rendere conto che al di sotto della fragile crosta delle istituzioni statuali un pluralità di poteri forti e deboli hanno sempre ancorato il Belpaese a una battaglia contro la modernità e i principi di cittadinanza (libertà, uguaglianza, solidarietà) che costituiscono l’obbiettivo di ogni vera innovazione sociale.

E, per concludere. la domanda è. Esistono davvero i “poteri forti” che decidono, oltre ogni confini delle istituzioni democratiche, le sorti dei governi e le regole della civile convivenza? O più semplicemente, ancora una volta, ci troviamo di fronte a un deficit di cultura politica da parte della classe dirigente? La risposta è nel passato del nostro stesso sistema di potere, un sistema da sempre sull’orlo del caos, un passato remoto che è sempre presente e definisce la natura dei rapporti di forza della nostra convivenza nazionale. ce lo dice il genio italico di Machiavelli. Ascoltiamolo.

 

“Credevano i nostri principi italiani, prima ch'egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che a uno principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare nei detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una frode, ornarsi di gemme e d'oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, comportarsi con i sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nello ozio, dare i gradi della milizia per grazia, disprezzare se alcuno avesse loro dimostro qualche proposta onorevole,, volere che le parole loro fossero responsi di oracoli; ma non si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di chiunque li assaltava. Di qui naquero poi i grandi spaventi, le subite fughe e le miracolose perdite; e così tre potentissimi stati che erano in Italia, sono stati più volte saccheggiati e guasti”

 

Certo, la classe politica e di governo dell’Italia, repubblicana e democratica hanno giurato di “essere fedeli alla Repubblica, di osservarne lealmente la costituzione e le leggi” e di esercitare le loro funzioni “nell’interesse esclusivo della Nazione” e cioè del potere “forte” che è lo stato democratico. Ma, e anche questo lo sappiamo per esperienza diretta, molte volte i giuramenti non sono che vane parole.

Alla luce di questi assunti potrebbe essere approfondito, forse orientato, il dibattito sui poteri “forti e sui poteri “emergenti” nel Belpaese, richiamato da Furio Colombo.


Roberto Moro - 19 giugno 2012

Fonte: Storia & Storici
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