Tag Titolo Abstract Articolo
www.storiaestorici.it
storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Antonio Martelli
La speculazione sull’euro sembra battere in ritirata
Cronache della crisi 3 – settembre 2012
immagine
La situazione dell’Euro, in questa ripersa autunnale, appare indubbiamente meno grave di uno o due mesi fa. Ma sarebbe un’illusione ritenere che l’euro sia ormai fuori pericolo: i rischi che incombono sono invece ancora elevati. Ma sarebbe un’illusione ritenere che l’euro sia ormai fuori pericolo: i rischi che incombono sono invece ancora elevati. L’Italia in particolare si è trovata sull’orlo dell’insolvenza almeno tre volte, negli anni Settanta, all’inizio degli anni Novanta e adesso. E la causa era ed è sempre la stessa: l’incapacità di tenere sotto controllo i conti pubblici, infischiandosi dell’articolo 81 della Costituzione, nonché di introdurre nel sistema economico i cambiamenti imposti dalla globalizzazione e dall’evoluzione tecnologica. E ogni volta il rimedio è stato sempre lo stesso perché nell’immediato non ce n’erano altri: imporre sacrifici alla parte più disagiata della popolazione, alimentando così quel distacco dalla politica di cui poi ci si lamenta tanto.
***

 

 

 

Dall’inizio di settembre i segnali di rafforzamento dell’euro si sono susseguiti in un crescendo imprevisto. Prima, la decisione tutta “politica” di Mario Draghi, presa nonostante la dura opposizione della Bundesbank, di impegnare la BCE all’acquisto illimitato di titoli dei paesi in difficoltà, qualora l’aiuto venga richiesto. Quindi, i primi passi verso l’unione bancaria, con la decisione di affidare alla BCE la vigilanza sugli istituti di credito (anche questa presa contro l’opposizione di molti tedeschi), lasciando alle banche centrali nazionali in pratica solo la tutela degli utenti. Poi, il pronunciamento della Corte costituzionale tedesca che ha giudicato ammissibile, entro limiti, la partecipazione della Germania ai Trattati sul nuovo Fondo salva stati e sul fiscal compact. Ancora, nonostante i timori della vigilia, la vittoria di due partiti decisamente pro euro, i liberali e i socialisti, nelle elezioni olandesi. Non è quindi vero che i cittadini europei siano in grande maggioranza ostili alla moneta unica. Su tutto, la quasi spettacolare ripresa delle Borse: se si deve credere ai precedenti, un forte indizio che la ripresa non è poi troppo lontana (gli andamenti di Borsa precedono nel tempo sia le recessioni sia le riprese). La speculazione sull’euro sembra battere in ritirata. Nonostante tutte le sue pecche questa Europa largamente imperfetta è quindi riuscita, almeno finora, a evitare una crisi simile a quella che seguì il fallimento della Lehman Brothers nel 2008.
La situazione appare indubbiamente meno grave di uno o due mesi fa (anche se la crisi politico – diplomatica in Medio Oriente è al riguardo un grosso punto interrogativo). Ma sarebbe un’illusione ritenere che l’euro sia ormai fuori pericolo: i rischi che incombono sono invece ancora elevati. Dei tre fattori di debolezza della moneta euro che il Fondo Monetario Internazionale aveva indicato a metà luglio, solo quello relativo alla necessità di un cambio di marcia è stato superato: alla fine, le istituzioni europee si sono mostrate all’altezza della situazione. Ma il circolo vizioso fra Stati, banche ed economia non è stato spezzato del tutto e più ancora non è stata disegnata una road map, un percorso concordato che faccia uscire definitivamente dalla crisi e apra la strada della ripresa. Al momento, l’economia reale e la finanza continuano ad andare in direzioni diverse, se non opposte.

 

Le forze antieuropee, di cui la speculazione è solo una componente, anche se la più aggressiva, non sono affatto sconfitte e sono pronte a ricominciare. L’approssimarsi di elezioni in paesi importanti, come l’Italia e la Germania – ma quando mai in Europa non sono alle viste elezioni in paesi importanti? – offre di nuovo un terreno favorevole per riattizzare le tensioni. Non è difficile prevedere che il terreno scelto per lo scontro sarà quello delle sovranità nazionali compromesse dalla ulteriore cessione di competenze alle istituzioni europee. È un terreno facile perché lì si incontrano molte sensibilità diverse: nazionalismi di ritorno e localismi emergenti, timori delle classi politiche di perdere potere e difese corporative, ansie di ceti produttivi che si riducano i posti di lavoro e consapevolezze di gruppi imprenditoriali di non riuscire a reggere la concorrenza in un mondo globalizzato nel quale l’Europa si integra sempre più.
Non è arduo dimostrare che sono posizioni prive di fondamento logico ed economico insieme: la sovranità non è a rischio in quanto è già stata perduta, a causa non dell’euro ma delle politiche dissennate seguite in molti paesi europei, soprattutto nel Sud dell’Europa, negli ultimi decenni. E infatti i loro problemi attuali sono solo in parte finanziari: o meglio, i problemi finanziari non sono che la conseguenza delle scelte compiute in passato e che, volendo sintetizzare, si possono esprimere nel concetto di vivere sui debiti. L’Italia in particolare si è trovata sull’orlo dell’insolvenza almeno tre volte, negli anni Settanta, all’inizio degli anni Novanta e adesso. E la causa era ed è sempre la stessa: l’incapacità di tenere sotto controllo i conti pubblici, infischiandosi dell’articolo 81 della Costituzione, nonché di introdurre nel sistema economico i cambiamenti imposti dalla globalizzazione e dall’evoluzione tecnologica. E ogni volta il rimedio è stato sempre lo stesso perché nell’immediato non ce n’erano altri: imporre sacrifici alla parte più disagiata della popolazione, alimentando così quel distacco dalla politica di cui poi ci si lamenta tanto. Certo, l’Italia non è sola nel gruppo dei paesi inadempienti ai loro obblighi: ma in termini di andamenti dell’occupazione e della crescita negli ultimi dieci anni è quello più vicino alla Grecia, anche se a una certa distanza.

 

La scelta dei paesi europei è di integrarsi di più o disintegrarsi, con conseguenze che sarebbero di una gravità quasi inimmaginabile. Ma a proposito degli anni Settanta, mi sia permesso un ricordo personale, nella speranza che sia di buon augurio per come poi andarono le cose. Nel 1975 nel mezzo di una crisi economica disastrosa, si costituì in Italia, il governo bicolore Moro – La Malfa, in cui quest’ultimo aveva una certa supervisione sulla politica economica. Dopo qualche mese erano evidenti alcuni segni di miglioramento, di cui egli riferì al Consiglio nazionale del suo partito, il PRI. Ma quando si venne al punto se la situazione fosse davvero migliorata, il vecchio Ugo arricciò il naso in una smorfia caratteristica e disse, accentuando la sua inconfondibile intonazione palermitana: “la differenza rispetto a prima è che prima andavamo verso il precipizio a duecento chilometri l’ora, ora ci andiamo a cento”.

 

Antonio Martelli

18 settembre 2012






Fonte: Storia & Storici
Storia&storici è diretto da Roberto Moro
questo sito è stato realizzato con il CMS Journalist | About | Contact