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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Antonio Martelli
Barak Obama, Mitt Romney
una storia del nostro presente
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Nella storia degli Stati Uniti nessun presidente ha affrontato le elezioni con dati altrettanto negativi di quelli coi quali Obama sta affrontando le prossime. Una disoccupazione sugli standard americani ancora molto elevata, un tasso di approvazione nei sondaggi costantemente inferiore al 50% e la diffusa percezione da parte dei cittadini che la direzione intrapresa non è quella giusta, apparivano fino all’estate avanzata ostacoli molto difficili da superare. Alla vigila del voto l’uragano Sandy ha di fatto paralizzato il dibattito e il confronto tra due candidati che sembrano condannati a un testa a testa che crea suspance. Ripercorriamo la trama di questo evento i cui esiti decidono anche del nostro destino.
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Per il presidente uscente Barak Obama il secondo dibattito fra i due candidati alle elezioni presidenziali americane è andato decisamente meglio del primo, nel quale lo sfidante, il repubblicano Mitt Romney, lo aveva surclassato. Obama può ora guardare al 6 novembre con maggiore ottimismo di 15 giorni fa: ma la realtà è che il confronto è ancora apertissimo ed è praticamente impossibile formulare un pronostico che abbia un fondamento effettivo.
Nella storia degli Stati Uniti nessun presidente ha affrontato le elezioni con dati altrettanto negativi di quelli coi quali Obama sta affrontando le prossime. Una disoccupazione sugli standard americani ancora molto elevata, un tasso di approvazione nei sondaggi costantemente inferiore al 50% e la diffusa percezione da parte dei cittadini che la direzione intrapresa non è quella giusta, apparivano fino all’estate avanzata ostacoli molto difficili da superare. Perfino nella politica estera, nella quale Obama poteva esibire l’uccisione di Bin Laden come il maggior successo nella lotta al terrorismo da quando questa è cominciata, le tensioni in Medio Oriente culminate nell’assassinio dell’ambasciatore americano in Libia hanno sollevato gravi dubbi sulla capacità del presidente di gestire le crisi.

 

Romney sembrava quindi avviato a un probabile successo. Nella prima parte della campagna egli era infatti riuscito a superare due notevoli handicap che inizialmente ne avevano fatto, sulla carta, un candidato debole. Anzitutto, la sua biografia: nato da famiglia molto benestante, la sua attività come consulente della Bain & Company e soprattutto come presidente della Bain Capital, la start-up della prima per la gestione di capitali di rischio, aveva fatto del futuro candidato alla presidenza un uomo ricco. Oggi il suo patrimonio è valutato in 250 milioni di dollari, con tassi di rendimento da far girare la testa. Questo, il fatto di avere investito in paradisi fiscali come le Isole del Caimano e l’aver consigliato molte aziende clienti di delocalizzare fuori dai confini gli sono valsi feroci attacchi dai democratici, senza però scalfirne troppo quell’immagine di vincente che agli americani piace moltissimo. In secondo luogo egli è un mormone, una affiliazione religiosa che negli Stati Uniti è ancora guardata con una certa diffidenza, anche per il ricordo della poligamia praticata all’origine, nei primi anni dell’Ottocento, e ormai reietta da tempo (ma il bisnonno di Mitt la praticava ancora). E lui è un mormone convinto, tanto da aver passato due anni della sua gioventù a predicare il verbo in Francia, forse conquistando pochi proseliti, ma certamente imparando molto sul rapporto con la gente. E durante la campagna elettorale questo aspetto è passato gradualmente in seconda linea.
Se Romney è riuscito a superare quasi del tutto questi handicap, la sua campagna è stata condotta malissimo. Ci sono stati errori gravi, fra cui il maggiore è stato il discorso tenuto in maggio in forma riservata in Florida a un gruppo di sostenitori e molto opportunamente (per Obama) reso pubblico in settembre. Qui Romney se l’è presa ”col 47% degli americani che non pagano tasse sul reddito” e che posano a vittime per lucrare varie forme di sussidi dal governo, concludendo che non era suo compito, e quindi sua intenzione, occuparsi di questa gente. Iniziare una campagna elettorale rischiando di alienarsi metà dell’elettorato è davvero un record mondiale.
Poi sono emersi contrasti e dimissioni nel suo stesso staff elettorale, da cui anonimi e velenosi articoli contro di lui su vari giornali e periodici. Però negli Stati Uniti, come in tutte le democrazie basate su sistemi bipolari, la grande maggioranza degli elettori, fino anche all’80%, si forma le proprie intenzioni di voto già prima che inizino le contese elettorali e in genere non le cambia. Il problema principale dei candidati è conquistare il 20% o giù di lì degli elettori che si collocano più o meno al centro dello spettro politico e sono ancora indecisi. Gli altri di solito non cambiano opinione. E quindi è probabile che queste ed altre gaffes non abbiano influito gran che sulle prospettive elettorali di Romney.

 

Nonostante gli errori, quindi, , Romney era riuscito, almeno fino ad agosto, a prevalere sul rivale, proiettando l’immagine di un uomo energico, ma anche consapevole dei problemi e deciso a rilanciare la posizione degli Stati Uniti nel mondo. La sua piattaforma economica, basata sulla riduzione della spesa pubblica federale e sulla riduzione delle tasse, aveva trovato ampi consensi, perfino fra i ceti medio – bassi della popolazione. Egli sembrava quindi avviato al successo. La svolta, anche se parziale, è cominciata con la scelta avvenuta in agosto di Paul Ryan come candidato alla vicepresidenza. Il quarantaduenne Ryan è stato definito come il candidato vicepresidente più conservatore almeno dal 1900 e come quello più conservatore di quanto qualsiasi candidato democratico sia mai stato liberal, volendo dire con questo che è il più lontano di tutti dal centro, cioè dal luogo in cui si decide il risultato delle elezioni. Invero, le sue posizioni su temi quali l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, la fecondazione artificiale e simili, sono tutte note per la rigida opposizione a qualsiasi apertura. Ma quello che ne fa l’elemento di spicco nella campagna elettorale sono le sue idee in materia economica, dove egli si proclama, più ancora di Romney, fautore della più drastica riduzione della spesa pubblica – salvo che nel settore militare, dove anzi ne richiede l’incremento - propenso a drastici tagli sia al programma Medicare del presidente Obama sia agli aiuti all’estero, favorevole a ridurre le tasse sui redditi più alti e contrario a qualsiasi proposta di controllo sulla vendita di armi ai privati. In tutto questo c’è qualcosa di eccessivo, tanto da aver indotto lo stesso Romney a diverse rettifiche.
Tutto ciò,contrapposto alla molto più ’efficace campagna di Obama – splendidamente sostenuto dall’attività della moglie Michelle –avevano fatto perdere a quest’ultimo diversi punti nei sondaggi. Obama sembrava quindi aver conquistato un certo margine, ridotto ma sufficiente, anche per le peculiarità del sistema elettorale americano, a vincere le elezioni. Così fino al dibattito del 3 ottobre quando il presidente è apparso lento e impacciato nei confronti dell’efficace condotta di Romney. Per cui, quest’ultimo è apparso di nuovo in vantaggio fino al secondo dibattito del 17 ottobre, in cui Obama ha riguadagnato terreno con una performance vigorosa fino ai limiti dell’aggressività.
È molto probabile che le cose continuino così fino al giorno delle elezioni e non ci si dovrebbe quindi stupire se poi il risultato apparirà in bilico anche dopo lo spoglio dei voti, come accadde nel 2000, quando George W. Bush prevalse su Al Gore per un pugno di voti in Florida. Per cui, in definitiva, si può concludere con il Financial Times che, se vincerà Obama, sarà per la sua campagna nonostante l’economia. Se vincerà invece Romney sarà per l’economia nonostante la sua campagna (e le sue proposte).

 

Antonio Martelli







 

Fonte: Storia & Storici
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