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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Aurelio Aghemo
Vercelli brucia
Tra amore e zanzare
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Quel giorno bruciò Vercelli.
Non che ce l’avesse con i suoi abitanti, anzi. In fondo gli avevano sempre ispirato una simpatica compassione per tutte quelle zanzare che d’estate li vessano.
– Non puoi - si era sempre detto ― andartene per strada con uno spray costantemente a portata di mano, in tasca o in borsetta, per diventare la colazione, il pranzo, la cena, passando per spuntini vari e happy hour, di quei terribili, sanguinari, minuscoli mostri alati.
Neppure puoi, senza provare una depressione al cuore, cenare in un dehors di ristorante trasformato in una gabbia-zanzariera i cui accessi sono presidiati da quei truculenti apparecchi friggizanzare che con un crepitio sinistro ti annunciano un’altra esecuzione mentre ti ingozzi beatamente di riso e rane. Il riso. È proprio il riso la causa dell’assedio zanzaresco alla città, circondata da distese di acqua immota per crescere la sua spiga.
Riso, acqua, culex. Che culex, veramente.
Non ce l’aveva con i vercellesi, però quel giorno bruciò loro la città.
Per un bieco, gretto, personale, fosco risentimento nei confronti di una donna. Erano stati compagni per tanti anni, poi lei gli aveva dato il ben servito.
– Non ti amo più – aveva detto.
– Hai sempre voglia di scherzare – aveva risposto.
– Non è uno scherzo. Non ti amo più, non siamo una coppia, non siamo niente – fu la sentenza.
Con questa triplice affermazione fu fatta rotolare la pietra sepolcrale su una vita comune. Pianse (neanche troppo), scongiurò (il giusto), inveì (non sufficientemente), implorò (in modo eccessivo). Niente.
Era tuttavia convinto che potesse esserci un punto su cui fare perno e scardinare la chiusura. Ricordate, no? Datemi una leva e un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo e via così.
Acquistò degli splendidi fiori. Due donne per strada gli sorrisero e scherzosamente gli chiesero se fossero per loro e sospirarono perché, per fortuna, esistevano ancora uomini sensibili.
Si recò dove il denegato amore svolgeva le sue attività professionali. Convinto di avere trovato le parole suadenti, i fiori adatti, l’espressione adeguata, l’intonazione perfetta, insomma tutto giusto.
E con imparziale giustizia i fiori finirono in un cestino, le parole furono sbeffeggiate, l’espressione venne giudicata patetica e l’intonazione ridicola: un perfetto en plein. Purtroppo in negativo.
Rimase lì, fermo come un dissuasore del traffico per un bel po’, guardandola andarsene e anche dopo che fu scomparsa rimase a lungo immobile.
Dal suo punto di vista (il punto di vista di lei) era anche stata equa – La colpa è al cinquanta per cento – e questa condivisione doveva essere la spiegazione necessaria e sufficiente per accettare senza problemi di essere lasciato.
Fu allora che si ricordò che per arrivare dove era in quel momento, e vedere crollare miseramente le sue speranze, aveva dovuto orientarsi perché non conosceva i luoghi e le vie.
Estrasse di tasca la cartina, un accendino, e bruciò Vercelli.
Eh, per dio, qualcuno doveva pagarla.

 

Aurelio Aghemo

Fonte: Storia & Storici
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