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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Alain Minc
I dieci giorni che sconvolgeranno il mondo
Il futuro che ci attende
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Il mutamento è ovunque e da nessuna parte, come lo è il potere che in modo misterioso si intreccia con tutte le vicende umane; possiamo prendere in esame infiniti mutamenti possibili, eventi solo in apparenza fantastici, ma in realtà frutto della nostra immaginazione che è il più alto grado dell'esperienza conoscitiva. Questo libro ne analizza dieci, di diversa natura. Più che di microprofezie si tratta di dieci metafore. Ogni giornata prospetta uno scenario probabile, una sfida chiave per il futuro a breve, medio o lungo termine. Naturalmente si potrebbero immaginare molti altri giorni emblematici, che celerebbero altrettante metafore. La scelta è ricaduta su questi dieci in quanto singole manifestazioni di una Weltanschauung, di una visione soggettiva che rivendico volentieri.
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Questo libro - 4. Il giorno in cui Google acquisirà il «New York Times» per un dollaro - 8. Il giorno in cui l'Asia si accaparrerà tutti i premi Nobel

 

Questo libro

 

Chi non ricorda I dieci giorni che sconvolsero il mondo, il libro con cui John Reed fece conoscere a milioni di lettori la portata storica di un evento come la Rivoluzione bolscevica? Oggi non possiamo dire di assistere a un rivolgimento di pari proporzioni, che coinvolge un'ampia parte dell'umanità e rischia di sovvertire gli equilibri internazionali instaurando un sistema economico e sociale senza precedenti. Né possiamo dire di trovarci davanti alla «fine della Storia» audacemente preconizzata da Francis Fukuyama. Eventi come il crollo del comunismo, l'11 settembre o l'inaspettata quanto grave crisi finanziaria attuale sembrerebbero smentirlo categoricamente.
Il mutamento è ovunque e da nessuna parte, come lo è il potere che in modo misterioso si intreccia con tutte le vicende umane; possiamo prendere in esame infiniti mutamenti possibili, eventi solo in apparenza fantastici, ma in realtà frutto della nostra immaginazione che è il più alto grado dell'esperienza conoscitiva. Questo libro ne analizza dieci, di diversa natura. Più che di microprofezie si tratta di dieci metafore. Ogni giornata prospetta uno scenario probabile, una sfida chiave per il futuro a breve, medio o lungo termine. Naturalmente si potrebbero immaginare molti altri giorni emblematici, che celerebbero altrettante metafore. La scelta è ricaduta su questi dieci in quanto singole manifestazioni di una Weltanschauung, di una visione soggettiva che rivendico volentieri. (pagg. 7-8)

 

4. Il giorno in cui Google acquisirà il «New York Times» per un dollaro

[…] L'acquisizione del «New York Times» da parte di Google è forse il meno improbabile degli eventi che cambieranno il mondo. L'ipotesi si limita a mettere in relazione due forti tendenze che sono già in atto nel mondo dei media: il declino della carta stampata e l'inarrestabile ascesa di Google che ha per corollario un vero e proprio cataclisma intellettuale e culturale. I quotidiani sono ormai sprofondati in una spirale di declino irreversibile. La loro diffusione diminuisce in tutto il mondo, anche se è spesso la qualità della rete distributiva a fungere da freno o da acceleratore. Gli inserzionisti anticipano questa tendenza e snobbano sempre di più la carta stampata, cosicché la pubblicità commerciale subisce il triste destino che quindici anni fa era toccato agli annunci a pagamento. La produzione tipografica assimila l'editoria a un'industria pesante dai costi fissi elevati, con una redditività in declino e perdite in crescita, soprattutto in paesi come la Francia, dove la stampa quotidiana subisce indebite sanzioni imposte dal corporativismo degli operai della stampa libraria.
Le aziende hanno cominciato a reagire alla riduzione dei margini tagliando i costi amministrativi e commerciali, che sono ormai ridotti al minimo. […]
La corsa dei quotidiani alla conquista di internet è senza dubbio una necessità vitale, ma da sola non basta a risolvere il problema. La redditività dei siti migliori, infatti, è lungi dal compensare la stretta finanziaria subita dal prodotto cartaceo, mentre la diffusione del giornale tradizionale in pdf resta appannaggio di «pochi eletti», per motivi culturali più che economici: i maniaci di internet cercano in rete un tipo di informazione diversa, non sono certo interessati a leggere giornali come il «New York Times» o «Le Monde» sullo schermo del computer. Non a caso i siti dei grandi quotidiani riscuotono tanto più successo quanto più si differenziano dalla versione cartacea, sfruttando al massimo il marchio originario, ma inventando un prodotto multimediale che ricorre ampiamente al video, riducendo ad appena un quarto i contenuti tratti dal quotidiano. Si tratta di un paradosso che potrebbe giustificare un giorno l'attrattiva esercitata su Google, ma anche su Yahoo o Microsoft, dalle vestali del giornalismo tradizionale. Pur non essendo tradizionalmente lettori della stampa cartacea, gli utenti di internet sono attirati dalle grandi testate, che considerano garanzia di qualità e affidabilità. In questo senso newyorktimes.com o lemonde.fr presentano più attrattive delle loro case madri.
Viceversa, è proprio questo il problema di Google News: malgrado la potenza di un supporto come Google, l'attività informativa è penalizzata dalla mancanza di affidabilità editoriale che la grande intelligenza tecnica e l'inventiva commerciale non garantiscono. La gerarchizzazione dei dati e il sistema di link ad altri siti creano un'aura mercantile che contrasta con l'idea di un'informazione oggettiva: l'utente conserva un fondo di scetticismo. Aggiungere alla formula un marchio affidabile come il «New York Times» per il mondo anglofono o «Le Monde» per quello francofono equivarrebbe a dotare lo strumento di un potere senza pari. A condizione che non ci si limiti a sfruttare il nome, ma si crei un nuovo concept dall'affidabilità incontestabile, in altre parole un'inedita alchimia tra la macchina cieca e grossolana di Google News e la professionalità del «New York Times». Quando grandi testate come questa si saranno affrancate dalla carta saranno senz'altro prese di mira da altri attori della Rete. Per un'azienda come Microsoft, ad esempio, che non potrà fare a meno di insediarsi nel mercato dei contenuti, come testimonia la sua Opa su Yahoo, una partnership con giornali come il «Washington Post», il «Los Angeles Times» o il «Times» significherebbe assicurarsi un ingresso trionfale. Con la differenza che l'acquisizione potrebbe risultare più rispettosa dell'identità delle grandi testate perché, diversamente da Google, Microsoft è ancora estranea al mondo dell'informazione e quindi meno vincolata a logiche interne rispetto, ad esempio, a Google News.
Il modello che ci ha accompagnato per un'intera generazione, quello di una società dell'informazione dominata dai grandi canali televisivi generalisti e dalle principali testate giornalistiche cartacee, sta per scomparire. In principio il web rappresentava un semplice canale alternativo, che ospitava contenuti provenienti dal mondo degli audiovisivi e della carta stampata: si limitava a completare lo spazio mediati-co, senza modellarlo. Ora quest'era «preistorica» è agli sgoccioli. I media tradizionali come la stampa e gli audiovisivi scompaiono, anche se possono rinascere attraverso un nuovo modello di cui il web costituirà la spina dorsale. […]
Per l'informazione la rivoluzione sarà totale. Il tempo delle dicotomie fatto/commento, scritto/audiovisi-vo, comunicato anonimo/opinione firmata, pagine calde/pagine fredde, diretta/differita è ormai morto e sepolto. Nascerà una nuova categoria di giornalisti, capaci di passare dalla scrittura all'immagine, senza specializzazione né priorità. E costoro dipenderanno da una gerarchia incaricata non tanto di rileggere le carte, come un tempo, quanto di dar prova di contegno e di buonsenso e di riconoscere i falsi scoop e le voci infondate. Certo, resterà qualche specialista della riflessione e del commento, relegato in blog più o meno ben congegnati, ma tutti sottoposti all'imperativo dell'interattività, divenuta la religione di questo nuovo media, così come il culto dei fatti era quella della grande stampa anglosassone di un tempo. L'internauta non praticherà di certo la «preghiera del mattino» di hegeliana memoria, cioè la lettura liturgica della stampa. L'interattività e il dialogo tra l'internauta e il latore di informazioni e opinioni aboliranno ogni forma di gerarchia. Tutti i fatti si equivarranno; tutte le opinioni saranno equiparabili; tutti i saperi si neutralizzeranno.
Gli ottimisti riconosceranno in questo la forma perfetta di iperdemocrazia, i pessimisti, il parossismo del populismo. Ma sarà un dibattito puramente teorico, perché non si potrà più tornare indietro. Le élite me-diatiche e intellettuali non avranno altra scelta che l'adattamento: coloro che si barricheranno nel disprezzo o nella nostalgia saranno estromessi dai monitor; coloro che si piegheranno ipocritamente ai nuovi riti sopravvivranno. Ma soprattutto sorgeranno nuove figure sconosciute in passato, abili professionisti di questa nuova religione: non già profeti ex cathedra sul modello degli intellettuali e degli editorialisti tradizionali, bensì scaltri divulgatori capaci di dare eco alla comunità telematica e di modellarla nella misura in cui questa li bombarderà.
L'economia-mondo cara a Braudel ha lasciato il posto al media-mondo che oggi, con un funzionamento analogo, sta per inaugurare un cambiamento tramite un salto nel buio. Se davvero un giorno acquisiranno il «New York Times », i dirigenti di Google, che da buoni businessmen americani sono poco portati all'analisi teorica, lo faranno ignorando di aver avviato una rivoluzione dall'iter e dall'esito ignoti. (pagg. 44-43)

8. Il giorno in cui l'Asia si accaparrerà tutti i premi Nobel
È il genere di statistiche cui di solito si presta scarsa attenzione. Ogni paese si preoccupa, e sempre di meno, solo del premio Nobel ottenuto dai propri ricercatori. Intascata la medaglia, nessuno guarda più alla lista dei vincitori, che saranno, al solito, americani o tutt'al più inglesi o tedeschi. Se di tanto in tanto spunta un nome asiatico, si tratta senz'altro di un giapponese, o più probabilmente di un americano di origine cinese. In effetti, con quasi la metà dei dottorati americani (PhD) assegnati ad asiatici, gli Stati Uniti rappresentano un vero e proprio vivaio di premi Nobel. Per il resto del mondo non fa molta differenza che gli americani premiati non siano più ebrei della Est Coast bensì cinesi della West Coast.
Tutte queste statistiche vennero completamente sovvertite nell'autunno del 2021, quando tutti i premi furono assegnati a scrittori, economisti e scienziati provenienti dall'Asia, quella vera: Cina, India, Giappone, perfino Singapore. […]
Il giorno in cui gli asiatici si accaparreranno tutti i premi Nobel forse non arriverà mai, ma questo scenario rappresenta la metafora della migrazione del potere scientifico, così sottovalutata in Occidente. Oggi nutriamo nei confronti dei cinesi e degli indiani gli stessi pregiudizi che riservavamo un tempo ai giapponesi: così come quarantanni fa ritenevamo che l'economia nipponica fosse, al massimo, in grado di copiare i nostri transistor e, qualche anno dopo, i nostri apparecchi elettronici, oggi crediamo che i cinesi non siano altro che dei contraffattori e che le masse di ingegneri indiani specializzati in informatica non facciano che produrre una materia prima intellettuale tutt'altro che sofisticata. Ma questa analisi è lungi dal fotografare la realtà.
Dopo l'epurazione della rivoluzione culturale, la Cina ha lavorato senza sosta per risollevare il proprio sistema accademico. Oggi la base di partenza è ampia: quattromila istituzioni universitarie per oltre quindici milioni di studenti. Ma la comparsa di atenei privati e di tasse universitarie superiori alla media europea, quindi esose rispetto al livello di vita, rivelano un elitarismo dichiarato. Nel 1998 il governo ha scelto dieci università destinate a figurare tra le migliori del mondo, che selezionano gli studenti secondo i criteri più esigenti e beneficiano di finanziamenti illimitati. In questo modo il governo applica alle università la stessa politica riservata alle attività sportive, con un solo obiettivo: ottenere il massimo delle medaglie. Con la differenza che l'ambito accademico godrà anche di un'opportunità in più: l'invio di oltre cinquantamila studenti nelle università americane. Alcuni di questi sono allettati dall'idea di restare negli Stati Uniti, ma la maggior parte ritorna, con un dottorato in tasca e la conoscenza del sistema americano. I principali college statunitensi stanno inoltre inaugurando con i corrispettivi cinesi una serie di scambi falsamente paritari ma regolari, dal momento che per fortuna il mondo accademico non pratica il protezionismo.
Istituzioni come Harvard e Berkeley accolgono studenti cinesi brillanti che contribuiscono alla loro eccellenza e ingrossano le fila delle menti elitarie nella battaglia per le classifiche mondiali. […]
Dei cinquecento atenei nella classifica delle migliori università del mondo, stilata dall'Università di Shangai, dieci sono cinesi (contro le nove francesi), ma è solo l'inizio. La storia è già scritta, è solo questione di tempo. Non c'è nulla che possa interrompere la lunga marcia verso l'eccellenza: i cinesi hanno sofferto troppo a causa della distruzione del sapere, dell'umiliazione degli intellettuali e del livellamento indotto dalla rivoluzione culturale - per rinunciare al cammino ambizioso ed elitario che hanno intrapreso.
In questa corsa all'eccellenza accademica gli indiani sono partiti con un discreto vantaggio. A differenza dei cinesi non hanno dovuto ricostruire un sistema dopo la tabula rasa della rivoluzione culturale: al contrario hanno fatto tesoro dell'eredità della colonizzazione britannica. […]
Le istituzioni occidentali più avanzate riconoscono la sfida? E sono in grado di raccoglierla? Le università americane si considerano ancora, a giusto titolo, come fucine in grado di forgiare la classe dirigente del mondo intero. Accolgono, senza altro limite che il merito e le restrizioni agli immigrati, chiunque voglia accedere al migliore sistema di istruzione del pianeta. In questo modo hanno formato le nuove élite dell'ex blocco comunista senza il rischio che queste ultime aspirassero, una volta al potere, a fondare istituzioni di pari livello in patria. Fa eccezione la Russia, dove sopravvivono l'insegnamento superiore e la ricerca frutto dell'eredità sovietica. Per gli Stati Uniti si è trattato di uno straordinario strumento d'influenza sull'Europa centro-orientale a spese dell'Europa occidentale, incapace di svolgere tale ruolo. Ma lo stesso non accadrà con i paesi asiatici, dove lo scambio impari si svolge in senso inverso: indiani e cinesi traggono profìtto dell'eccellenza degli Stati Uniti senza che questi ultimi possano utilizzare gli ex allievi come strumento di influenza.
Le nuove istituzioni accademiche asiatiche rappresenteranno senza dubbio una fonte di concorrenza per le grandi università americane, ma per un periodo ancora lungo non costituiranno una minaccia per la loro leadership. […]
Per gli europei l'ingresso in scena degli asiatici rap-presenterà un incentivo per rimettersi subito in moto e tentare la rimonta. Si sottrarranno a questa logica le migliori istituzioni britanniche che, forse ancor più delle cugine americane, sapranno trarre vantaggio dai legami con le università di India, Hong Kong e Singapore, nate dall'osmosi culturale tra un ex colonizzatore illuminato e le ex colonie capaci di rapportarsi intelligentemente con l'ex madrepatria. La sfida si presenterà invece più ardua per altre realtà, Germania e Francia in testa, che già costrette a intraprendere polttiche contrarie alla loro tradizionale vocazione egualitaria per recuperare posizioni nelle classifiche universitarie internazionali, hanno dovuto promuovere rispettivamente una decina di istituti in grado di competere con i migliori standard mondiali. L'accelerazione che la concorrenza asiatica impone alle università americane rischia di aggravare il divario con le migliori istituzioni dell'Europa continentale, rendendo ancora più arduo il recupero. […] (pagg. 85-91)

 

Alain MInc

 

 

Indice del volume:
Introduzione all'edizione italiana - Questo libro - 1. Il giorno in cui Gazprom lancerà un'Opa su Total - 2. Il giorno in cui la Cina invaderà Taiwan - 3. Il giorno in cui la Scozia dichiarerà l'indipendenza - 4. Il giorno in cui Google acquisirà il «New York Times» per un dollaro - 5. Il giorno in cui l'euro varrà 2,5 dollari - 6. Il giorno in cui Israele attaccherà le installazioni nucleari iraniane - 7. Il giorno in cui la popolazione francese supererà quella tedesca - 8. Il giorno in cui l'Asia si accaparrerà tutti i premi Nobel

 

 

Alain Minc

I dieci giorni che sconvlogeranno il mondo

il futuro che ci attende


edizioni Chiarelettere - 2010

 

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