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Roberto Moro
Manifesto del declino – conclusioni
18 aprile 2013: atto unico, unica scena
Il ritorno e “de reditu suo”
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18-20 aprile 2013, Montecitorio - Nell’unità di tempo e di luogo, in un corso fulmineo del tempo teatrale, l’azione teatrale si è risolta in unico atto e su una unica scena, quella di Montecitorio. Fuori Marini, fuori Prodi, fuori Bersani, fuori la Bindi, fuori Grillo, fuori Rodotà, fuori maschere e comparse: entra il coro. In un corso precipitoso di eventi, abbiamo assisto alla rinascita del canone tragico greco. Eravamo a Epidauro, Siracusa, Delfi, Delo, Olimpia, eravamo in un santuario a celebrare coralmente la forza irresistibile del fato. Fantastico. Fantastico nel senso che, come sempre, la realtà supera ogni possibile fantasia: una esperienza davvero indimenticabile. I padri uccidono i figli, i nemici si scoprono amici, gli Dei accecano e fanno impazzire chi resiste alla forza del destino e dovrà perdersi perché resiste al destino fissato dalle leggi imperscrutabili della natura umana. Tutto appare perduto e il tempio in rovina. Poi il miracolo atteso … applausi, scende il sipario.
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18 aprile - Atto unico – vincitori, vinti, sconfitti – il ritorno

 

18 aprile

“18 aprile”. A volte le analogie storiche si impongono con spettacolare intensità, divorano il tempo e rieditano racconti del remoti fino a convincerci che il vero presente è solo il passato.
Alla vigilia di questo fatale, secondo, 18 aprile della nostra rea repubblicana, circolava in rete un’offerta narrativa della vicende che si sarebbero rappresentate nello spettacolo mediatico della nostra quotidianità sul palcoscenico dei palazzi romani. Un canovaccio per la commedia dell’arte buono per le nostre maschere che vale la pena di riportare integralmente. Era un progetto di rappresentazione in tre atti e molte scene della sacra rappresentazione della vicenda politica nazionale.

 

… “atto primo – il Colle - se Marini passa alle prime tornate, e cioè se il potere tradizionale si ricompatta seppur momentaneamente, Grillo è fottuto e dovrà sopravvivere a se stesso. Se Marini entra in sofferenza e si va oltre le prime votazioni, Bersani è fottuto e il PD in via di decomposizione. L’ipotesi che Rodotà passi non è neppure da prendere in considerazione perché significherebbe che sono fottuti PD e PDL. Inverosimile.
atto secondo – Palazzo Chigi - Se il nuove Presidente rinvia alle consultazioni Bersani, Bersani è fottuto sia che faccia il governo sia che non lo faccia. Se lo fa durerà pochi mesi nel caos e nella confusione del suo partito che non esiste più e con le trappole di Berlusconi che vuole trarre vantaggio dalla sua posizione di forza. Se la palla passa a un altro (Monti, perché no?) il governo dura pochi mesi per le stesse regioni. Sei mesi di governo paralizzato e una adeguata manovra contro Grillo (mediatica, giudiziaria, invasiva del moVimento) lo mettono ai margini dell’elettorato e dell’opinione: i voti del PD non confluisce nel moVimento (non c’è tempo e credibilità) che privo di strutture e di leader è destinato al piccolo cabotaggio e a una miriade di compromessi individuali e fughe occasionali.
atto terzo – Le lezioni - Qualunque governo è come al solito paralizzato e il 131° governo dei nostri 150 anni di Unità è di breve durata. Le convulsioni del PD e l’inconsistenza di Grillo ne segnano la fine all’atto della nascita. Risultato: elezioni, e con la stesse legge elettorale (o appena smacchiata). Miriade di liste civiche che confondono le idee e Berlusconi vince con una astensione del 40%. La gente che vota vuole un potere forte che garantisca stabilità (leggi: continuità e permanenza della classe dirigente). Eccola servita, ed è questo l’interesse condiviso.
Epilogo - È una svolta autoritaria appena mascherata che ridefinisce in una variante “populista” (parola abusata) il “sistema” e lo consolida per altri dieci anni. Tutti i salmi finiscono in gloria. Del Pese, dell’interesse comune o generale, dei diritti di cittadinanza, della democrazia rappresentativo e della separazione dei poteri non è neppure il caso di parlare più. Chi mai sa cosa sono queste parole passate in archivio. Una buona legge sul reddito di cittadinanza sistema tutti i miserabili, una marea di condoni salva i naufraghi e l’eventuale uscita dall’euro (o un suo ripensamento) corrisponde alle esigenze “storiche” del sistema produttivo nazionale: “non pagare le tasse, non pagare la mano d’opera, farsi assistere dallo stato” …

 

Atto unico

Invece no, non è andata così. Nell’unità di tempo e di luogo, in un corso fulmineo del tempo, il tutto si è risolto in unico atto e su una unica scena, quella di Montecitorio. Fuori Marini, fuori Prodi, fuori Bersani, fuori la Bindi, fuori grillo, fuori Rodotà, fuori maschere e comparse: entra il coro. In un corso precipitoso di eventi, abbiamo assisto alla rinascita del canone tragico greco. Eravamo ad Epidauro, Siracusa, Delfi, Delo, Olimpia, eravamo in un santuario a celebrare coralmente la forza irresistibile del fato. Fantastico. Fantastico nel senso che, come sempre, la realtà supera ogni possibile fantasia: una esperienza davvero indimenticabile. I padri uccidono i figli, gli amici si scoprono nemici, gli estranei parenti, gli Dei accecano e fanno impazzire chi resiste alla forza del destino e dovrà perdersi perché resiste al destino fissato dalle leggi imperscrutabili della natura umana.
Alla fine ecco il deus ex machina che esce dalle scene aggrovigliate, zittisce il coro, sana ogni contraddizione e chiude lo spettacolo. In un sol colpo e in un unico atto è tutto fatto: fatto il presidente, fatto il governo, decisi i ministri e anche il programma di governo, definito il corso e il calendario degli eventi futuri; insomma l’ “agenda” delle riforme da sempre attese che rifonderanno la civile convivenza. Fatta anche la riforma presidenziale. Tutti a casa. È andata così.

 

Vincitori, vinti, sconfitti

Ma a casa, al bar e all’osteria si parla, si partecipa ancora allo spettacolo, si distribuiscono punteggi di merito all’autore e agli attori, si fa la morale. Chi a vinto, chi ha perso? Rispetto alla proposta narrativa della commedia in tre atti, la tragedia in unico atto offre un esito del tutto diverso. Non solo Bersani è fottuto, ma il Partito Democratico si è dissolto. A vent’anni (1992) dalla dissoluzione della Democrazia cristiana, anche ciò che restava del Partito Comunista ha finalmente cessato di esistere e si è arreso al suo fatale destino. In forza di una decina di Gorbaciov quel che un tempo era un partito di massa a base operaia si è trasformato in un insieme di tribù buone per il tempo presente e per il mondo postmoderno, globale e totale. La piattaforma culturale del vecchio tronco “confessionale” dell’ideologia marxista, che solo per pigrizia e impotenza intellettuale a garantito una sopravvivenza, ha finalmente reso evidente la sua metamorfosi. Il “partito” non c’è, il “pensiero politico” della sua classe dirigente neppure.
L’unità e il senso del racconto nell’istantaneità della rappresentazione è assicurata dal deus ex machina, Giorgio Napolitano insediato nell’olimpo della politica da un’età immemorabile: è entrato in Parlamento nel 1953 (60 anni fa), è ancora lì e ha percorso tutto il cursus honorum. Non si è perso niente e conosce tutto e tutti. Stabilità, continuità, garanzia …
Chi a vinto,? Chi a perso? E quale è la morale?
E la risposta è semplice: ha vinto la “politica” come si suol dire (il cerchio chiuso di clientele, corpi e corporazioni in continua mediazione/conflitto, il saccheggio, l’immunità, il pensiero forte dell’occupazione perenne del potere, il regime del privilegio, l’immobilismo ancestrale) contro la cosiddetta “antipolitica” (il movimentismo, l’improvvisazione, l’arroganza verbale, il disprezzo esasperato di ogni avversario, l’illusione di slogan salvifici, l’indignazione senza pensiero).
Gli unici sconfitti davvero sono Grillo, Casaleggio, Rodotà e nessun altro. E si riparte da qui.
Si riparte da qui perché, inutile dirlo, le larghe intese e l’ “agenda” del 131° governo hanno una ovvia priorità, un caposaldo di comune interesse: eliminare il moVimento di Grillo, recuperare il consistente pacchetto di voti “devianti” rispetto al sistema, assorbire la banda dispersa dei deputati grillini. Una buona legge elettorale servirà allo scopo. Grillo ha di che riflettere e forse gli converrà venire a più miti consigli, a toni più miti. Mediare, entrare nel giro.
Poi l’agenda e il programma di governo prevedono la celebrata “riforma istituzionale” che vuol dire repubblica presidenziale. Qui è inutile ricordare (lo sappiamo tutti da almeno un decennio) che Berlusconi si è prenotato da tempo per fare il primo attore e che ha la forza del vero impresario. Certo. qualche nemico è ancora in circolazione, ci si deve lavorare con calma, uno o due anni.
Il resto può anche essere un racconto horror dalla cui trama per ora sono scomparsi del tutto: una legge elettorale che ripristini i diritti di politici e di cittadinanza, una legge anticorruzione che ripulisca la cloaca della politica e recuperi qualche spicciolo, la riduzione dei costi della politica, la lotta alle criminalità organizzate, il rilancio del sistema educativo, dell’istruzione e della ricerca come fondamentale dello sviluppo economico e via via tutto il rosario della buone intenzioni.
Alla fine, come sempre, il vero sconfitto è il Paese.

 

Il ritorno
L’Italia è tornata ad essere, in termini di ricchezza sviluppo e socialità, crescita culturale e alfabetizzazione, quella di venti o trent’anni fa. Che sia un cammino a ritroso lo si vede quando si superani i confini nazionali. E nella comparsata sono tornati alla ribalta tutti i protagonisti di allora. Amato, De Rita, Marini, Finocchiaro, Prodi, Cassese, Bonino, dicono che anche Andreotti sia andato a votare, poi anche Mattarella, D’Alema, Violante … tutti in attesa di un adeguato compenso per il mancato ingaggio. Una marcia verso il passato che ha tratti surreali. Nomi eccellenti ma passati all’archivio della memoria ed estranei alla coscienza dei “nuovi” italiani. È un viaggio verso terre lontane e verso un passato sfuggito al ricordo.
Qui l’azione teatrale alla quale loro hanno partecipato e noi abbiamo assistito richiama alla mente un classico dell’età tardo romana che un tempo teneva banco nei nostri licei: il De reditu suo, o più semplicemente Il ritorno, di Rutilio Namaziano, l’ultimo poema della letteratura antica che lascia il posto a quella medioevale. Più che un poema epico, un dolce lamento che chiude il ciclo di tutta una civiltà e ne certifica l’irreversibile declino.
Siamo nel 415 d.c. , mancano 60 anni alla fine del mondo: dell’Impero in occidente non resta che i ricordo: ondate di Vandali e Goti devastano le provincie e solcano la Penisola; complotti, abdicazioni, esecuzioni e guerre per bande dettano il succedersi degli imperatori, il Senato è un fantasma, la Res publica un’immagine senza senso. Rutilio, patrizio, pagano, alto funzionario dell’Impero forse compromesso nelle lotte intestine e negli intrighi del palazzo, lascia la capitale per ritornare alla sua terra di origine in Gallia (Tolosa). Ma proprio “il ritorno” è un viaggio nel tempo: rovine, distruzioni, sconvolgimenti che Rutilio incontra lungo il cammino. Pagano, patrizio, membro di una classe dirigente che non esiste più non capisce, non vede, non vede e non capisce. Sogna la rinascita di un mondo i cui abitanti non esistono più (o sono morti o sono dispersi). Nuovi attori si apprestano a dominare la scena ma Rutilio fa ritorno al passata.
Un film (2003) rivive e rielabora questa vicenda: De reditu per la regia di Claudio Bondi, oggi disponibile in rete. C’è da rivederlo e rifletterci su.

 

Roberto Moro


Ritorno al passato: 18 aprile 1948


vero il voto del 18 aprile
Il fronte popolare comizio
L’Italia va a votare
Vi ricordate quel 18 ap
rile

 



 

Fonte: Storia & Storici
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