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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Giuseppe Lippi
Per una storia della "provincia gotica"
Orrore e fantastico nell'esperienza editoriale italiana
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L’immaginazione è, secondo un’opinione generalmente accettata, il livello più alto della conoscenza. Che ne è allora quando l’immaginario si materializza nel fantastico e nella narrazione fantastica? Che relazione si istituisce tra letteratura fantastica e esperienza della realtà? Che relazione è possibile tra il racconto fantastico, fantascientifico e fantapolitico e il “discorso” storico. In altri termini: il fantastico può “fare storia”? La risposta è sì, perché, piaccia o non piaccia, anche la storia è un racconto (un “mithos”) è la costruzione di mondi virtuali sfuggiti alla nostra diretta esperienza, custoditi nella memoria e resi vivi, dall’immaginazione e comunicati attraverso la forza che le emozioni danno al loro racconto. Per questo ogni storia è indisgiungibile dalla sua narrazione e nasce e si istituisce nel momento stesso del suo racconto. Per questo la Storia non la fanno gli uomini, la fanno gli storici che raccontano i miti delle nostre remote origini e di ogni evento umano che essi rappresentano con la tecnica della loro scrittura: la storio-grafia. Al pari del romanzo storico, anche il racconto fantastico offre la rappresentazione di azioni ed emozioni umane e, in questo senso, “fa storia” da raccontare. In questo saggio, Giuseppe Lippi, offre una rassegna dell’esperienza editoriale italiana di questo genere letterario e ne scopre le origini in un ambito appartato, una zona d’ombre: “la provincia gotica”.
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La teoria dell’orrore - Parola di Lovecraft – Uno sguardo agli anni Sessanta - I Racconti di Dracula - Giornalista e indagatore d’incubi

 

La teoria dell’orrore

Howard Phillips Lovecraft (Providence, Rhode Island, 1890-1937) fu un provinciale di genio, ripensatore di quel genere nero che in America non si definiva più gotico, ma anzi “weird tale”. Nella Teoria dell’orrore che compone il grosso volume curato da Gianfranco de Turris, già uscito qualche anno fa e ora riproposto in edizione ampliata, troviamo la controparte teorica del lavoro di Lovecraft novelliere. Tutto ciò che egli pensa in fatto di letteratura fantastica: storia ed evoluzione del genere, la narrativa interplanetaria (cioè la prima fantascienza), il soprannaturale in America, gli autori maggiori e minori. A rileggere il suo famoso saggio  L’orrore soprannaturale in letteratura, contenuto nel volume, si prova l’impressione di essere tornati a scuola con un maestro gentile e sensibile, il quale, sforzandosi non poco, vuole introdurci al terrore dell’ignoto: “il sentimento più antico e profondo dell’animo umano”. Almeno, il più profondo in chi sia incline all’esplorazione di ciò che sta sotto la realtà, il substrato fondante e caotico che a volte trapela nel sogno.
H.P. Lovecraft è un puro e rimane, nonostante tutto, il compassato signore edoardiano che deve fare i conti con il magma, la visione dell’estremo. Per lui il mondo finirà venerdì, o forse si limiterà a contaminarsi venerdì, mentre per tutta la prossima settimana, e gli eoni a venire, si decomporrà sulle note delle folli divinità che signoreggiano il Nulla, lo spazio vuoto di valori e sentimenti d’un cosmos ormai spaccato. E’ questa grandezza nichilistica – o semplicemente visionaria – che ce lo fa amare oggi. E’ il suo radicale annientare il mondo e le sue fedi, spaventosa pars destruens che serve a demolire le vecchie illusioni e a far balenare una fondamentale necessità: prendere coscienza di noi stessi. Per quanto piccoli e trascurabili come specie, siamo parte di un universo immenso e dobbiamo imparare la relazione che esiste tra la nostra mente terrena e il cosmos at large. Questo è possibile solo attraverso una cultura: scientifica e storica da una parte, onirica dall’altra. Si direbbe che Lovecraft, già pronto ad accogliere la rivoluzione einsteniana che prende le mosse nel 1905, sia maturo anche per quella junghiana, che fa dell’uomo un tutt’uno con i suoi simboli. Non a caso uno scrittore più giovane di lui e suo discepolo, Fritz Leiber, coglierà in modo definitivo il legame obbiettivo che esiste tra l’abisso e la vita cosciente, tra archetipi e forme dell’esistenza; finché arriverà alla creazione dei “paramentali”, una categoria di esseri a metà strada fra la potenza dell’inconscio e la realtà materiale del cosmo. Ma già in Lovecraft questo supremo sforzo della volontà e dell’immaginazione è attuato, spinto verso una visione che abbracci il Nulla e cerchi di racchiuderlo in un nuovo, inimmaginabile “senso” dell’esistenza. Lovecraft non dice esplicitamente che tutto questo sarà possibile, ma dichiara una situazione di crisi che nessun altro scrittore dell’orrore novecentesco ha avuto la forza e la capacità di rappresentare, tranne forse William Hope Hodgson. O prenderemo coscienza, sia pure con i nostri mezzi limitati, di quello che è la realtà dietro le apparenze, o verremo spazzati via come detriti, ad opera delle forze cieche e terribili che governano la nostra paura. Esistenzialisticamente, i suoi racconti si situano sullo sfondo di uno scontro epocale fra Essere e Nulla, fra ragione e irrazionalità. La sua visione del “weird tale”, il fantastico di stampo moderno, non e più basata sul problema delle apparizioni, degli spiriti inquieti, dei diavoli o dell’aldilà, ma anzi, per lui materialista e meccanicista, sullo scontro tra forze e princìpi che sottendono la Storia grande, quella dell’universo.
Se pensiamo a scrittori più recenti come Stephen King, che pure hanno scritto teoricamente sul campo da loro scelto (Danse Macabre), vedremo subito la differenza: King è, in certo modo, il modernizzatore di una tradizione narrativa rispettabile come quella della paura, mentre in Lovecraft (dove pure la paura è presente a gradi estremi, perché rappresenta l’aspetto emotivo del confronto con l’ignoto), le scelte sono radicali come in una sorta di New Deal. King è la provincia non consapevole, la classe medio-bassa, la cultura del romanzesco, mentre H.P. è l’aristocrazia (innanzitutto della prosa), l’atteggiamento estetico, l’ironia di una cultura highbrow.

 

Parola di Lovecraft

Credo che Gianfranco de Turris abbia fatto benissimo ad ampliare la Teoria dell’orrore, che si pone come fondamentale testimonianza letteraria in un mondo, quello dell’editoria fantastica, in cui oggi si produce con meno attenzione critica di un tempo. Il libro, è vero, inquadra lo scrittore di Providence nella classica visione conservatrice del giornalista romano, ma bisogna ammettere che Lovecraft è stato anche il tradizionalista-odiatore del suo tempo che le note di accompagnamento ci dipingono. Questo, tuttavia, non deve spingerci ad usarlo come pretesto di regressione politica, ma deve farcelo inquadrare nel suo tempo e riconoscere che, per quel tempo, egli è stato un ribelle, un seminatore di idee eccentriche anche per il “conservatorismo” di allora. Del resto, una testimonianza diretta sulle sue esperienze e inclinazioni può venirci dall’altro testo, Parola di Lovecraft –Tutti gli scritti autobiografici, pure prefato da de Turris e curato da S.T. Joshi con Pietro Guarriello. Qui Lovecraft discute la propria famiglia, l’origine inglese di entrambi i rami del casato (i Lovecraft e i Phillips), i suoi studi e le sue malattie, le amicizie in gran parte epistolari, i viaggi, le associazioni letterarie, la rivista “Weird Tales”, gli autori che ha amato e la situazione storica. Per un uomo come lui, generalmente schivo, autobiografia significa innanzi tutto affermazione di princìpi cari, di esperienze e convinzioni ineradicabili. Come la ben nota xenofobia, la diffidenza sessuale (memore di Zaratustra che raccomandava la castità), l’anglofilìa e tante altre caratteristiche del suo animo signorile. Accanto a quei tratti, la generosità personale, la gentilezza e la volontà di aiutare i colleghi scrittori, il sincero dolore che la Grande guerra intra-europea (1915-18) suscita in lui anglosassone ma ammiratore del popolo tedesco. Ne esce il ritratto di un uomo vivo e ricco di pensieri anche se solo: e lo scriviamo tra virgolette perché questa, in fondo, è condizione comune, privilegio ed esasperazione dell’essere umano. Howard Phillips Lovecraft fu un essere umano geniale, eccelse nel campo che aveva scelto e sacrificò tutto il resto – matrimonio compreso – a un “mondo di meraviglie” e di postuma gloria. Lo stesso in cui si è immerso per sempre, nel 2011, Claudio De Nardi, traduttore di gran parte del materiale contenuto in Teoria dell’orrore, morto poco prima che il libro vedesse la luce. A Claudio, amico di gioventù, questa nota è dedicata.

 

Uno sguardo agli anni Sessanta

Che una narrativa pulp “a valore letterario zero” – per usare l’espressione di Ernesto Vegetti – abbia lasciato tracce anche in Italia, accanto ai fenomeni eclatanti del cinema, del fumetto e altre forme d’intrattenimento popolare, non sfugge ormai a nessuno. Parallela all’industria più prospera e sostenuta da diverse migliaia di fruitori, distribuiti soprattutto in provincia, negli anni Sessanta nacque una produzione artigianale minore che intendeva sfruttare il mercato delle periferie e le fasce di lettori che non si accontentavano delle pubblicazioni “mainstream”. A livello editoriale, le note collane di genere della Mondadori – Gialli, Urania e Segretissimo – furono imitate da editori più piccoli che o intendevano rivolgersi allo stesso pubblico, approfittando del profittevole, o cercavano di crearne uno nuovo nei luoghi appartati della penisola, dove la letteratura di massa non era giunta se non sporadicamente e bisognava agganciarsi, piuttosto, alle radici contadine e semi-scolarizzate di quella società. Editori come Ponzoni a Milano e la ERP a Roma pubblicarono numerose collane nutrite di autori nazionali nascosti dietro improbabili pseudonimi: precise scelte di mercato, infatti, imponevano il risparmio sui costi dei diritti e delle traduzioni (che in questo caso non c’erano), mentre la formula editoriale puntava a un prodotto su misura per un uditorio che non avesse completato la propria istruzione formale. Messasi in moto la macchina, essa contribuì quello che contribuì, talora esportando la formula con successo: Ponzoni aveva una seconda casa editrice in Francia, la Editrice Romana Periodici o ERP vendette alcuni dei suoi titoli sui mercati europei, ecc. Così, mentre il mercato della narrativa, del cinema e del fumetto “maggiori” permetteva di raggiungere i risultati che sappiamo nei vari generi artistici – dai gialli di Franco Enna ai film fantastici con Steve Reeves, dai fumetti neri di Magnus e Bunker a quelli western di Bonelli e Galleppini, dagli exploit di Diabolik a quelli di Sergio Leone – un’assoluta umiltà di concezione consentì, ai prodotti minoritari, di attestarsi in una nicchia di tutto rispetto economico e soddisfare le esigenze di un pubblico sommerso ma non trascurabile. Di tale copiosa offerta narrativa, alcune manifestazioni sono state dimenticate; altre hanno acquisito un certo valore come oggetti di collezionismo e altre ancora sono riapparse sul mercato, poiché, proprio come i classici permanenti, i pulp sono classici del galleggiamento, pronti a tornare in superficie con imprevista recrudescenza.

 

I Racconti di Dracula

La più originale tra le recenti operazioni di ripescaggio si deve alla Dagon Press di Pietro Guarriello, con la consulenza indispensabile di Sergio Bissoli in veste di curatore. L’obbiettivo è portare alla luce il mondo rimosso della narrativa gotica italiana: una serie di cinque volumi o più (sono usciti finora i primi tre) metterà a disposizione del pubblico contemporaneo “I capolavori dei Racconti di Dracula”, un vero e proprio marchio dell’indicibile. Pubblicati a Roma fra il 1959 e il 1982, evitati dai puristi e censiti solo dai bibliofili più esaustivi, “I racconti di Dracula” furono un mensile horror redatto da un gruppo relativamente ristretto e omogeneo di autori nostrani, naturalmente sotto pseudonimo. Reclutati quasi tutti nell’ambiente del cinema e del giornalismo dal barone Antonino Cantarella, editore della serie con il marchio ERP (poi Wamp e altri), rappresentano uno dei rari casi di “scuola” del fantastico durata nel tempo, almeno fra quelle alimentate da scrittori italiani. Né si può fare a meno di osservare come la loro riscoperta avesse dell’inevitabile, sia pur con grave ritardo rispetto ai corrispondenti generi cinematografici (i quali, grazie alla maggiore potenza del mezzo, sono stati riabilitati molti anni prima).
Esiste un parallelo tra i due filoni, gotico sullo schermo e gotico narrativo, a parte la coincidenza dei tempi? Indubbiamente sì. Nei primi anni Sessanta – l’età del boom – sull’onda dei film di Riccardo Freda, Mario Bava Antonio Margheriti, e grazie alle importazioni dei famosi adattamenti da Poe di Roger Corman e alle storie di vampiri della Hammer, in Italia si attivò tutto un fervore di iniziative consimili: cinematografiche come abbiamo detto, editoriali a livello prestigioso – Sugar, Einaudi e Feltrinelli pubblicarono tre antologie di storie di fantasmi in un solo anno, il 1960 – e popolari come i coevi “Racconti di Dracula”. Il non piccolo merito dei quali è di aver imitato in superficie la letteratura nera anglosassone, per ricavarne una versione personale che sta a metà strada fra la ghost story dell’Ottocento, la fiaba crudele e il cinema dei nostri registi, trasgressivo in più di un senso.
I volumi apparsi finora dalla Dagon Press contengono tre romanzi di Frank Graegorius alias Libero Samale (1914-1985), medico e psichiatra dalla lunga esperienza; tre di Morton Sidney alias Franco Prattico (1929-), giornalista e scrittore, e tre di Paul Carter (alias Gualberto Titta, 1906-1999, attore di teatro e cinema, commediografo). Ogni omnibus è accompagnato da note biografiche e da una valutazione di Sergio Bissoli, storico della collana romana nonché autore di suggestivi racconti in proprio.
Il trittico di Frank Graegorius – ma lasciatemi dire Libero Samale, autore di alcuni tra i più riusciti “Racconti di Dracula” – è composto da tre storie dall’ambientazione vaga e nebbiosa come si conviene a questi tipici gothic romances: I sussurri delle streghe (1962), un’avventura di magia e vampirismo in Irlanda, Sudario nuziale (1964), intrigo a base di sdoppiamento della personalità e allucinazione, e infine Il castello delle rose nere (1965), un pastiche (come lo stesso Samale definiva i suoi racconti nelle lettere indirizzate al Bissoli) di complessi di colpa, vampirismo e uxoricidio. Come abbiamo detto, per il lettore abituato al nero anglosassone sarà una sorpresa ritrovarne un’eco in queste storie sovreccitate e composte alla velocità del fulmine. Con in più, nelle convenzioni e nella mentalità generale, una riconoscibile traccia di civiltà contadina italiana che sembra provenire da un curioso slittamento neo-realista. Gli autori della ERP, che non erano legati a un singolo genere ma scrivevano gialli, racconti di guerra, del terrore e di spionaggio per la stessa editrice, avevano ritmi di produzione forsennati, eppure quelli che ancora oggi vengono ricordati con affetto dai seguaci delle collane, possedevano personali qualità di fantasia. E non solo fantasia, ma, come fa notare Bissoli a proposito di Libero Samale, discrete conoscenze nel campo dell’esoterismo, delle affezioni psicopatologiche, delle religioni subalterne: sicché la miscela finale poteva benissimo rasentare il genuino. E anche quando la genuinità era preclusa, per ordine dell’editore che volutamente mirava basso o per la fretta nell’esecuzione, il prodotto che riusciva “di terza mano” pagava lo stesso, come se tra autore e lettore si fosse instaurato un baratto a base di conoscenze perdute, di insegnamenti arcani e qualche volta insegnamenti di vita, vista l’importanza dell’elemento amoroso nei “Racconti”. Tutte cose che il pubblico assorbiva come una spugna, cedendo in cambio la propria credulità. Dei tre romanzi samaliani il nostro preferito è Sudario nuziale, una storia dall’architettura abbastanza originale che riprende i temi della deriva mentale e dell’allucinazione, proponendoli come parametro di un’esistenza che si svolge fra terrori, paure, desideri e nessuna certezza.

 

Giornalista e indagatore d’incubi

Il secondo volume è dedicato a Morton Sidney alias Franco Prattico, noto giornalista napoletano, corrispondente di “Repubblica” e autore di numerosi volumi firmati con il suo nome autentico: Dal caos alla coscienza uscito per Laterza, Nel Corno d’Africa per gli Editori Riuniti, ecc. Nella raccolta è incluso innanzi tutto La caccia del diavolo, un buon romanzo del 1963 la cui trama è un’abile mescolanza della Bella e la bestia (versione Cocteau) e del racconto “La selvaggina più pericolosa” di Richard Connell, quello da cui fu tratto il film La pericolosa partita con Leslie Banks. Ma al di là dell’intreccio, come spesso nei “Racconti di Dracula”ciò che conta è il clima irreale dell’evocazione: nominalmente tutto si svolge in Irlanda, ma poche volte siamo stati trasportati in un paesaggio più u-topico di questo, situato cioè in un luogo al confine dei sogni. Inseguendo la fidanzata scomparsa come in un racconto erotico di Clark Ashton Smith, il giovane protagonista sbarca in un castello incantato dove lo spaziotempo ha regole diverse e donne bellissime si aggirano, in vari stadi di svestizione, per camere da letto addobbate come nel medioevo. Ma c’è anche un castellano (il diavolo?) che organizza banchetti prelibati e uno sport most dangerous, la caccia alla donna nuda attraverso i boschi del circondario. Echi del mito di Orfeo serpeggiano in un finale nient’affatto consolatorio. Gli altri due romanzi compresi nel volume sono L’uomo che non poteva morire del 1963 e La prigioniera di roccia del 1965.
L’ultimo titolo finora apparso nella collana è quello di Paul Carter-Gualberto Titta, un bel signore dallo sguardo vispo e la folta capigliatura da artista che fu attore, commediografo e scrittore per tutta la vita. Gli amanti di vecchi film lo riconosceranno, nei suoi colori chiari e la carnagione rosea, in La cintura di castità di Camillo Mastrocinque (1950), I giganti della Tessaglia di Riccardo Freda (1960) e il musicarello Quando dico che ti amo di Giorgio Bianchi (1967). Nel volume della Dagon Press sono inseriti Le belle e i mostri (1961), “storia terribile che si svolge sullo sfondo australiano, tra felci ed eucalipti” e sembra vissuta in prima persona “grazie alla gigantesca esperienza dell’autore, instancabile ricercatore e viaggiatore” (Bissoli). Satana è donna (1962) è ambientato invece nelle gelide Highlands della Scozia settentrionale, dove Carter-Titta l’avrebbe raccolta dalla viva voce dei testimoni. Nella terza proposta, La vergine di sangue (1963), risorge il mito folk della ragazza nordica, la bella vichinga sans merci, in una vicenda ove “le più moderne sperimentazioni si sposano a mostruose e assurde pratiche di magia nera” (come nei fumetti di Satanik che seguiranno di lì a poco). Ma il vecchio risvolto editoriale non si ferma a questo e vuol rassicurare il lettore che esiste, come sempre, un sottofondo morale: “Sono vicende che, arrestandosi ai confini della realtà, ripropongono enigmi e speranze che tormentano l’umanità fin dal suo nascere”. E in un certo senso è vero, perché nei “Racconti di Dracula” non c’è soltanto il brivido del vampirismo o lo sbocciare dell’eros giovanile, ma una testimonianza che da uomini in bilico passa ad altri uomini in bilico, nel tentativo di decifrare la vita non tanto attraverso le categorie della storia, dell’economia o dello narrazione psicologica, ma della fiaba di magia: una lente complice e trasparente focalizzata sull’altro mondo.

 

Giuseppe Lippi

 

Sitografia:

http://studilovecraftiani.blogspot.it/
http://weirdletter.blogspot.it/
http://digilander.libero.it/catafalco/indice.htm
http://www.hplovecraft.com/

 

Bibliografia

a) Testi generali sull’argomento
Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica (1930; nuova ed. BUR Rizzoli 2008)
AA.VV. Storie di fantasmi (Einaudi, 1960)
Lorenzo Codelli e Giuseppe Lippi, a cura di: Fant’Italia.Emergenza, apoteosi e riflusso del fantastico nel cinema italiano (Edizioni del Festival internazionale del film di fantascienza, 1976)
David Punter, Storia della letteratura del terrore: il gotico dal Settecento ad oggi (1980; nuova ed. Editori Riuniti, 2006)
H.P. Lovecraft, Tutti i racconti 1897-1936 (a cura di Giuseppe Lippi, in quattro voll. Oscar Mondadori, 1989-92)

b) Discussi nel presente saggio
H.P. Lovecraft, Teoria dell’orrore (Bietti, 2011)
H.P. Lovecraft, Parola di Lovecraft – Tutti gli scritti autobiografici (La Torre, 2012)
Frank Graegorius, I capolavori dei Racconti di Dracula vol. I (Dagon Press, 2011)
Morton Sidney, I capolavori dei Racconti di Dracula vol. II (Dagon Press, 2011)
Paul Carter, I capolavori dei Racconti di Dracula vol. III (Dagon Press, 2012)
NOTA – “I capolavori dei Racconti di Dracula” possono essere richiesti a studilovecraft@yahoo.com; Parola di Lovecraft è su www.editricelatorre.it o è ordinabile direttamente a info@editricelatorre.it Il volume edito da Bietti è nelle librerie o presso www.edizionibietti.it

c) Articoli
Giuseppe Lippi, “Il mistero dei Racconti di Dracula e altri racconti”, intervista con Sergio Bissoli, in “Robot” n. 65, Delos Books, Milano 2012.

 

Nota filmografica

L’editore dei “Racconti di Dracula”, Antonino Cantarella (1916-1994), era il fratello di un produttore cinematografico, fondatore della Aretusa Film. Gli autori dei “Racconti” e delle altre collane pubblicate dalla Editrice Romana Periodici furono arruolati inizialmente nel mondo degli sceneggiatori e dei giornalisti. Mario Pinzauti (Harry Small, uno dei collaboratori più prolifici) ha diretto film come Giunse Ringo e… fu tempo di massacro, Vamos a matar Sartana, Due Magnum 38 per una città di carogne (tratto da uno dei suoi romanzi, ambientato in italia e basato su un cruento episodio della malavita romana); e ancora Mandinga, Emanuelle bianca e nera e Clouzot & co. contro Borsalino & co. Abbandonata l’arte, Pinzauti si è dedicato al campo della balistica forense, quindi all’insegnamento del tiro con armi da fuoco. Gualberto Titta, noto con il nom de plume Paul Carter, è stato autore teatrale, attore ed ha occasionalmente partecipato a film: abbiamo già ricordato La cintura di castità (1950), I giganti della Tessaglia (1962) e Quando dico che ti amo (1967). Giuseppe “Pino” Belli, conte di Chiusa della Rota, si firmava Max Dave nei “Racconti di Dracula”, mentre usava il nome vero nella collana di guerra “Prima linea”, dello stesso editore. Dopo la morte di Giuseppe, lo pseudonimo fu ereditato dal fratello Carlo. Pino rimase nell’esercito fino al 1954, poi per alcuni anni passò al cinema e alla narrativa popolare. Da suoi soggetti furono tratti i film Il segreto della Sierra Dorada (1957, che diresse personalmente fra Italia e Brasile) e Finché dura la tempesta (1963) di Charles Frend, con Lilli Palmer, James Mason e Gabriele Ferzetti, di cui Belli scrisse anche la sceneggiatura e diresse la seconda troupe. Si dice che da un altro suo racconto – La vecchia poltrona, nel n. 20 dei “Racconti di Dracula” (1961) – sia stato tratto o plagiato il film di Riccardo Freda Lo spettro (1963). La connessione tra il cinema italiano e la letteratura nero-popolare, è dunque stabilita.

Ma occorre vedere o rivedere i film dei coevi protagonisti del cinema fantastico italiano (Bava, Freda, Margheriti), oltre naturalmente ai film di Roger Corman e Terence Fisher:

I vampiri di Riccardo Freda (1957)
La maschera di Frankenstein di Terence Fisher (1957)
Dracula il vampiro di Terence Fisher (1958)
La maschera del demonio di Mario Bava (1960)
I vivi e i morti di Roger Corman (1960)
L’orribile segreto del dr. Hichcock di Riccardo Freda (1962)
Lo spettro di Riccardo Freda (1963)
I lunghi capelli della morte di Antonio Margheriti (1964)
La cripta e l’incubo di Camillo Mastrocinque (1964) http



Galleria di video

You Tube.com presenta, al canale “bissolis”, moltissimi video realizzati da Sergio Bissoli, comprese alcune letture dal vivo di Frank Graegorius e i suoi autori prediletti.
http://www.youtube.com/watch?v=xSR2WalKKKs
 

Fonte: Storia & Storici
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