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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Natteo Landoni
Il laboratorio delle idee perdute
Luigi Granelli: Innovazione tecnologica e processo di modernizzazione del paese.
Venticinque anni fa si chiudeva la prima conferenza internazionale sul “progetto Milano”. Il ministro della ricerca scientifica Luigi Granelli rivolse il suo intervento di chiusura al rischio di veder svanire gli sforzi innovatori per la Milano del futuro sotto il peso della retorica e della speculazione, al rischio che una pianificazione senza una strategia definita condannasse la città a cumulare altro ritardo nei confronti dell'Europa e del mondo. Un messaggio che, soprattutto oggi, alle prese con il caso Expo, mostra tutta la sua lucida attualità.
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Abbiamo di fronte a noi la data simbolo, l'anno 2015, e abbiamo già attrezzato un laboratorio atto a costruire il futuro della nostra società, a fornire la svolta in grado di rilanciare il paese. Questo laboratorio è Milano, la città destinata a ospitare l'Expo 2015, l'evento verso cui ogni sforzo di rinnovamento è rivolto. La fucina del “progetto Milano” è però già aperta da anni, ma non ha lasciato memoria di attività frenetica, di un ripensamento efficace, di un progresso palpabile. Chi ha eletto Milano a baluardo dell'eccellenza e dello sviluppo di tutto il paese, a laboratorio delle idee che si fanno concrete, non ne ha memoria, dimentica che Milano sta cercando una via per tenere il passo del Mondo che corre senza ottenere risultati da troppo tempo.
Sono passati 25 anni – era il giugno del 1984 – da quando si è chiusa la prima conferenza internazionale sul “progetto Milano”, sulla città che rappresenta il punto di riferimento dell'efficienza e del progresso in Italia. Già allora, come oggi, la città si interrogava sull'impatto dei profondi cambiamenti che gravavano sul mondo e sulla strada da percorrere per affrontarli, e oggi come allora, le occasioni per discutere del progetto Milano si ripetono e prendono visibilità.
Di quella conferenza è giusto ricordare ciò che oggi appare più utile, gli ammonimenti che miravano a superare la lunga fase delle idee discusse e dei progetti avventati. La chiusura della conferenza ha volto lo sguardo verso il rischio di non saper trasformare in azione proposte che si tramutavano troppo facilmente in esercizi di retorica. Di quella chiusura fu autore Luigi Granelli, esponente di spicco della DC milanese, uomo politico che non appartiene alla stretta cerchia dei grandi manovratori del potere della storia recente italiana, ma politico votato alla concretezza e dotato di una sensibilità verso l'innovazione tecnologica assente nel resto della nostra classe politica. Dalla sua posizione di ministro per la ricerca scientifica e tecnologica, Granelli rappresentò la voce del governo Craxi, ma non dedicò la chiusura alla facile retorica politica, al sentimento di incosciente rincorsa al benessere che attraversa la Milano della metà degli anni Ottanta. Già allora, dalle sue parole, emerse la preoccupazione verso la facile speculazione che si consuma ogniqualvolta la città ripensa se stessa, la preoccupazione, allora come oggi, a “non commettere un errore che forse noi abbiamo commesso, cioè quello di perdere molto tempo a discutere in astratto sulla città ideale o sulla città a turbina proprio negli anni in cui il nostro territorio veniva saccheggiato e le sistemazioni urbane avvenivano secondo una logica di interessi e non seguendo una capacità di governo e di guida della politica del territorio”.
Alla minaccia per l'immediato successo dell'iniziativa si univa il pericolo di condizionare il futuro sviluppo della città e perdere altro terreno contro le più dinamiche città europee. Un percorso di innovazione scoordinato, legato a interessi locali e personali piuttosto che a un progettualità sistemica del territorio urbano avrebbe lasciato in eredità un freno per lo sviluppo a venire. “Rinnovare soltanto quello che può essere rinnovato in un sistema che resta tradizionale significa precludersi per un cinquantennio la possibilità di innovare realmente”, osservò il ministro Granelli al termine del suo intervento. Sono passati 25 anni da allora. Interventi, Milano, ne ha visti e subiti molti, ma l'innovazione reale è rimasta distante, e ancora oggi si lavora e si discute per restituire un ruolo guida al capoluogo lombardo. Siamo a metà strada di quel “cinquantennio” privo di innovazione. Fino a oggi quella strada è stata malauguratamente rispettata, gli errori compiuti continuano a seguirci lungo il percorso.

Matteo Landoni


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