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Roberto Moro
Serge Latouche
Come si esce dalla società dei consumi
La catastrofe produttivista
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La catastrofe viene percepita a seconda della tragedia da cui prende nome. Se è umana, come la Nakba o la Shoah (termini il cui significato originario è quello di catastrofe), viene pensata come un cataclisma naturale. Se si tratta invece di un fenomeno di origine geofisica - tsunami, terremoto, inondazione, eruzione vulcanica ecc. - è pensata come un destino che si manifesta nella storia. Ci si trova dunque in una relazione speculare tra natura e cultura. Le catastrofi che ci riguardano sono quelle dell'Antropocene, cioè quelle provocate dalla dinamica di un sistema complesso, la biosfera, in coevoluzione con l'attività umana e alterata da quest'ultima.
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La catastrofe produttivista - Cronaca di una catastrofe annunciata -- Le cause: il totalitarismo produttivista

 

La presa di coscienza della catastrofe ecologica è troppo lenta per evitare il peggio.
Yves Cochet

 

La catastrofe produttivista

Negli anni sessanta l'umorista Pierre Dac diceva: «È ancora troppo presto per dire se è già troppo tardi». Purtroppo oggi le cose non stanno più così. Dopo il quarto i apporto del Gruppo di esperti intergovernativo sull'evoluzione del clima (Giec), del 2007, e ancora di più dopo l'aggiornamento del rapporto da parte dei climatologi alla riunione di Copenaghen del marzo 2009 - che ha preceduto il vertice dei capi di stato nella stessa città nel dicembre 2009 - sappiamo tutti che ormai è troppo tardi. Anche se da un giorno all'altro mettessimo fine a tutto quello che provoca un superamento della capacità di rigenerazione della biosfera (emissioni di gas a effetto .erra, inquinamenti e rapine di ogni genere), in altre parole se riducessimo la nostra impronta ecologica fino a un livello sostenibile, avremmo comunque un innalzamento della temperatura di due gradi entro la fine del secolo. Questo significa zone costiere sommerse, decine se non centinaia di milioni di profughi ambientali (fino a due miliardi secondo alcuni calcoli), gravi problemi alimentari, una penuria di acqua potabile per molte popolazioni ecc. Ormai il problema non è più quello di evitare la catastrofe, ma solo di limitarla, e soprattutto di domandarsi come gestirla.
Che cosa è una catastrofe? Secondo il Larousse si tratta di una «disgrazia improvvisa e funesta a una persona o a un popolo. Incidente che causa la morte di un gran numero di persone: una catastrofe ferroviaria o aerea. Letteralmente, avvenimento drammatico che provoca una tragedia». E necessario continuare con le definizioni macabre? E stata addirittura proposta una classificazione delle sventure a seconda del numero dei morti: «Tra i e 999 morti un fenomeno può essere definito "incidente", diventa un disastro tra mille e un milione di morti, e una catastrofe se si supera il milione». Ahimè, è di fronte all'ultima categoria che ci troviamo.
Alla catastrofe, presentata come un fenomeno inevitabile, viene spesso associato l'aggettivo «naturale». La catastrofe diventa allora un fatto del destino, un prodotto del fato. Ma già Rousseau, nella sua risposta al fatalismo di Voltaire, lo ha ben indicato a proposito del terremoto di Lisbona del 1755: la catastrofe non è mai naturale quanto si pensa. Se non altro perché è necessario lo sguardo umano per giudicarla. Senza il turismo internazionale, la distruzione sconsiderata delle mangrovie e la speculazione immobiliare sfrenata, lo tsunami del 2004 nel Sudest asiatico, che ha fatto più di duecentomila morti, non avrebbe provocato tanti danni. Ciò che avviene in natura diventa un «disastro» solo quando degli esseri umani ne subiscono le conseguenze. La cosa è tanto più vera rispetto a quello che ci attende. In effetti ha ragione il subcomandante Marcos quando parla di « maldefinite catastrofi naturali». «Dico "maldefinite" - precisa - perché r ogni volta più evidente che in questi disastri è implica- la mano insanguinata del capitale».
La catastrofe viene percepita a seconda della tragedia da cui prende nome. Se è umana, come la Nakba o la Shoah (termini il cui significato originario è quello di catastrofe), viene pensata come un cataclisma naturale. Se si tratta invece di un fenomeno di origine geofisica - tsunami, terremoto, inondazione, eruzione vulcanica ecc. - è pensata come un destino che si manifesta nella storia. Ci si trova dunque in una relazione speculare tra natura e cultura.
Le catastrofi che ci riguardano sono quelle dell'Antropocene, cioè quelle provocate dalla dinamica di un sistema complesso, la biosfera, in coevoluzione con l'attività umana e alterata da quest'ultima. Assumendo il criterio Hrometrico, si può dire che il modo di vita dell'uomo agisce sul degrado del suo ecosistema secondo curve esponenziali (gas a effetto serra, scomparsa delle fonti di energia fossile, accumulazione di veleni, distruzione dell' specie...).
La catastrofe (la Nakba, la Shoah) ha a che vedere con il crollo (collapse), concetto reso popolare da Jared Diamond. Una civiltà scompare perché ha distrutto il proprio ambiente senza aver saputo adattarsi alla nuova situanzione. Gli esempi più spesso citati sono quelli delle sparizioni di civiltà dovute al disboscamento eccessivo combinato con la rigidità delle strutture delle culture in questione: la società dell'isola di Pasqua, la civiltà maya, quella delle valli dell'Indo (Mohenjo-Daro, Harappa) o dei vichinghi della Groenlandia. La catastrofe produttivista è il destino implacabile di una società della crescita che rifiuta il mondo reale a vantaggio della sua artificializzazione. Ricercare la crescita a ogni costo significa innanzitutto non andare troppo per il sottile quanto ai mezzi per ottenerla. Se si guarda alle inchieste che hanno seguito la maggior parte degli incidenti di grandi proporzioni, si tratti di Chernobyl, della mucca pazza e del sangue infetto, si è colpiti dalla quantità incredibile di negligenze, di inosservanza delle norme vigenti (con la complicità delle autorità responsabili della loro applicazione), di violazioni delle legislazioni nazionali e internazionali. Frodi, corruzione e truffe sono essenzialmente dovute a tre fattori: la vanità, la cupidigia e la volontà di potenza. La cecità e l'arroganza degli studiosi, degli esperti, dei responsabili, degli ingegneri e dei tecnici, corroborate dal culto della scienza e dalla fede nel progresso, svolgono un ruolo complementare e tuttavia fondamentale in questo concerto infernale. Non è la soggettività la vera responsabile, ma la logica stessa del sistema, che crea le condizioni della catastrofe, producendo a sua volta alcuni fattori soggettivi.

 

Cronaca di una catastrofe annunciata

Il compianto Pierre Thuillier ha pubblicato nel 1995 La grande implosione, un libro premonitore che si presentava come un dossier intitolato «Rapporto sul crollo dell'Occidente 1999-2002». L'autore immaginava che nel 2070 una commissione d'inchiesta tentasse di capire come quel crollo era stato possibile dopo tanti avvertimenti. In effetti, senza risalire tanto indietro nel tempo, va ricordato che nel 1922 Svante Arrhenius, il grande studioso che aveva scoperto già alla fine del XIX secolo l'effetto serra, dichiarava in una conferenza all'Università di Parigi: «Lo sviluppo è stato, per così dire, esplosivo, e noi stiamo precipitando verso una catastrofe». A partire da La primavera silenziosa (Silent Spring) di Rachel Carson, del 1962, si è fatto sentire un numero più che sufficiente di voci autorevoli: non è più possibile fingere di non sapere. Il famoso primo rapporto del Club di Roma, I limiti dello sviluppo (1972), ci avvertiva che il proseguimento indefinito della crescita era incompatibile con i «fondamentali» del pianeta. Nel 1974 René Dumont dichiarava: «Se manteniamo l'attuale tasso di espansione della popolazione e della produzione industriale, prima della fine del prossimo secolo assisteremo al crollo totale della nostra civiltà». Quasi ogni giorno nuove, schiaccianti testimonianze, provenienti dagli ambiti più diversi, confermano la diagnosi di buon senso del Club di Roma e le previsioni allarmiste di Dumont. Dopo la Dichiarazione di Wingspread del 1991, l'Appello di Parigi. del 2003, il Millennium Ecosystem Assessment Report del 2005, siamo sottoposti a una vera e propria valanga di avvertimenti: quelli provenienti dalle Ong specializzate (Wwf, Greenpeace, Amici della Terra, Worldwatch Institute ...), l'ultimo rapporto del Giec già citato, quello, semisegreto, del Pentagono del 2003, quello, ancora più confidenziale, del gruppo ultraconservatore di Bilderberg, il rapporto dell'esperto della Banca Mondiale Nicholas Stern trasmesso al governo britannico ecc. Senza parlare delle voci più o meno competenti, da quella del presidente Chirac a Johannesburg a quella di Nicolas Hulot durante la campagna presidenziale del 2007, passando per il vicepresidente Al Gore e la sua verità scomoda ... E noi qui a guardare l'arrivo della catastrofe.
E molto probabile che «i nostri figli ci accuseranno», per riprendere il titolo del bel documentario di Jean-Paul Jaud (2008), perché siamo tutti responsabili. In primo luogo le nostre élite politiche ed economiche, più disponibili a salvare le banche che la banchisa, ma anche il cittadino medio, più ansioso del proprio livello di vita che di quello degli oceani.
Oggi la catastrofe è arrivata. Viviamo in quella che gli specialisti chiamano la sesta estinzione delle specie - la quinta, che si è prodotta nel Cretaceo 65 milioni di anni fa, aveva visto la fine dei dinosauri e di altri grandi animali, probabilmente a seguito dell'impatto di un asteroide con la Terra. Questa sesta estinzione presenta tre differenze non trascurabili rispetto alla precedente. In primo luogo, le specie (vegetali e animali), il cui numero è stimato tra i tre e i trenta milioni, spariscono a una velocità tra le cinquanta e le duecento al giorno, ovverosia a un ritmo da mille a trentamila volte superiore a quello delle ecatombe dei tempi geologici passati. In secondo luogo, l'uomo è direttamente responsabile di questo «svuotamento» del mondo vivente. Infine, l'uomo stesso potrebbe rimanerne vittima ... A voler credere alle previsioni di alcuni, la fine dell'umanità sarebbe destinata a verificarsi verso il 2060, in seguito a sterilità generalizzata dello sperma maschile per effetto dei pesticidi e di altri fattori inquinanti organici persistenti, cancerogeni, mutageni o reprotossici. L'astronomo reale Sir Martin Rees, autore di Our Final Century, dà all'umanità una chance su due di sopravvivere al XXI secolo. Più pessimista ancora, il gran- i le scienziato ecologista Sir James Lovelock nel suo libro La rivolta di Gaia sostiene che la nostra civiltà non ha nessuna possibilità di sopravvivenza - al più una misera speranza per un massimo di cinquecento milioni di individui attorno alle zone polari.
Ovviamente si può essere scettici nei confronti della fu- t ufologia, ma resta il fatto che le analisi del Club di Roma hanno il merito di essere infinitamente più serie e solide delle proiezioni a cui in genere si affidano i nostri governanti e le istituzioni internazionali. L'équipe del Massachusetts Institute of Technology, che è all'origine di i incile analisi, ha costruito un modello schematico (il modello World 3), verificato sull'arco di più di un secolo e che prende in considerazione l'insieme del pianeta. Questo metodo applica due categorie che rafforzano la sua 1 cedibilità: l'interdipendenza delle variabili e l'esistenza ili circuiti di retroazione. Per esempio, l'aumento del prezzo del petrolio si ripercuote immediatamente sul prezzo ilei prodotti agricoli, in quanto attraverso i pesticidi, i concimi chimici e l'uso dei trattori, l'agricoltura produttivista è fatta soprattutto di petrolio. Sta di fatto che, secondo l'ultimo rapporto del club di Roma, tutti gli scenari che non rimettano in discussione i fondamentali della società della crescita sono destinati a terminare nel crollo. Il primo scenario colloca il crollo attorno al 2030 per la crisi delle risorse non rinnovabili, il secondo verso il 2040 per l'inquinamento, il terzo verso il 2070 per la crisi alimentare. Gli altri scenari sono varianti dei primi tre. Un solo scenario è dunque credibile e sostenibile: quello della sobrietà, secondo le raccomandazioni dettate dall'idea della decrescita.

 

Le cause: il totalitarismo produttivista

Se il momento del crollo si avvicina pericolosamente, significa che è venuto il tempo della decrescita! Diventa urgente ritrovare il senso della misura e un'impronta ecologica sostenibile. È questa la sfida di fronte a cui ci troviamo.
Si potrebbe raccontare il destino della nostra società parafrasando una favola di La Fontaine: «Un giorno in uno stagno, venendo da non si sa dove, arrivò l'alga verde, la quale crebbe e tutto soffocò...». La cosa è successa più o meno verso il 1950. L'uso eccessivo di concimi chimici da parte degli agricoltori costieri incoraggia la piccola alga a insediarsi in un grande stagno. Anche se la sua crescita annua è rapida, con una progressione geometrica di ragione 2, nessuno se ne preoccupa. In effetti, se il raddoppio è annuale e la superficie totale sarà coperta in trent'anni, al ventiquattresimo anno sarà coperto soltanto il 3 per cento dello stagno! Probabilmente ci si comincia a preoccupare quando l'alga ha invaso la metà della superficie, perché a quel punto si profila una minaccia di eutrofizzazione, cioè di asfissia della vita subacquea. Ma, se all'alga ci sono voluti diversi decenni per arrivare a quel punto, ora le basterà un solo anno per provocare la morte irrimediabile dell'ecosistema lacustre.
Facendo propria la ragione geometrica che orienta la crescita economica, la nostra crescita exosomatica è diventata rapidamente una «escrescenza». Si può chiamare così una crescita che supera l'impronta ecologica sostenibile e che, per l'Europa, corrisponde in sostanza al sovraconsumo, ovverosia a un livello di produzione che, su scala globale, supera il livello che permette il soddisfacimento dei bisogni ragionevoli di tutti. Risultato: poiché l'uomo occidentale ha abbandonato ogni misura, ci troviamo esattamente nel momento in cui l'alga verde ha colonizzato tra un terzo e la metà del nostro stagno. Se non agiamo con grande celerità e decisione, siamo destinati. nel giro di poco tempo alla morte per asfissia.
Prendendo la via «termoindustriale», secondo la definizione di Jacques Grinevald, basata cioè sulla potenza del fuoco, l'Occidente ha realizzato il suo sogno di progressione geometrica. Il desiderio di crescita infinita si manifesta almeno a partire dal 1750, con la nascita del capitalismo occidentale e dell'economia politica. La volontà di potenza e la sete di ricchezza del controllore e padrone della natura prendono il posto dell'antica saggezza del rapporto con una natura sfruttata in modo ragionevole. E il sogno di Adam Smith, condiviso dall'Illuminismo: l'arricchimento di tutti. Già nella Ricchezza delle nazioni (1776) si trova quello che nel gergo degli economisti diventerà il trickle-down effect (effetto di percolazione/diffusione), ovverosia l'idea che l'aumento della ricchezza degli uni finisce per avere ricadute su tutti. Individui o paesi. Tuttavia, prima dell'utilizzazione di fonti di energia fossili (carbone e poi petrolio), che mettono a nostra disposizione l'equivalente energetico di cinquanta-cento schiavi a persona, la crescita è soltanto quella del capitalismo e si limita a un processo di distruzione della civiltà contadina e artigiana, insieme alla rapina imperialista nel resto del mondo. L'utopia liberale-capitalistica è il travestimento ideologico degli interessi della classe borghese. Malgrado l'avvento del sistema termoindustriale, con la diffusione della macchina a vapore e dell'uso del carbone fossile attorno al 1850, la crescita conosce ancora per un secolo gravi problemi di sbocchi, che provocano crisi periodiche di sovrapproduzione. E soltanto verso il 1950, con l'invenzione del marketing e la conseguente nascita della società dei consumi, che il sistema è in grado di liberare tutto il suo potenziale creativo e distruttivo. I tre pilastri del sistema consumistico sono la pubblicità, che crea instancabilmente il desiderio di consumare, il credito, che fornisce i mezzi per consumare anche a chi non ha denaro (grazie al sovraindebitamento), e l'obsolescenza programmata, che assicura il rinnovamento obbligato della domanda. Così facendo, il sistema costruisce le strutture della catastrofe. Per l'appunto, secondo il teorema dell'alga verde.
Fortunatamente, il nostro tasso di crescita non è del 100 per cento all'anno come quello dell'alga verde, ma solo del 203 per cento, il che colloca il crollo e la fine della società della crescita non all'anno prossimo ma tra il 2030 e il 2070, secondo il modello sistemico del Club di Roma. Il sogno a quel punto si trasformerà in incubo. Il delirio quantitativo ci condanna a precipitare nell'insostenibile, per effetto del «terrorismo dell'interesse composto», per riprendere la bella espressione di Giorgio Ruffolo. Con il tasso di crescita attuale della Cina (10%), si ottiene un raddoppio in sette anni e un fattore di moltiplicazione 13 780 in un secolo! Con un aumento del Pil pro capite del 3,5 per cento all'anno (corrispondente alla media francese tra il 1949 e il 1959), si ha un fattore di moltiplicazione 31 in un secolo, di 972 in due secoli e di circa 30 000 in tre secoli. In una prospettiva di più lunga durata, al 2 per cento di tasso di sviluppo annuo - il minimo indispensabile secondo tutti i responsabili economici - in duemila anni il Pil risulterebbe moltiplicato per 160 milioni di miliardi! E duemila anni sono un attimo nella vita della specie Homo (comparsa circa tre milioni di anni fa), e anche di quella dell'Homo sapiens (vecchia di più o meno 50 000 anni). Nello stesso arco di tempo, con un tasso di crescita di 7 millesimi all'anno - considerato ridicolo da tutte le persone serie - il Pil risulterebbe comunque moltiplicato per un milione, e raddoppierebbe già in un secolo, cosa probabilmente superiore a ciò che gli ecosistemi sono in grado di sopportare.
Se fosse vero che la crescita produce meccanicamente il benessere, oggi tutti noi vivremmo in un paradiso. E invece quello che ci aspetta è l'inferno, perché questa crescita vertiginosa si basa essenzialmente sul prelievo sulle fonti energetiche fossili e le risorse non rinnovabili, sui rifiuti e l'inquinamento: è in sostanza una crescita 'li distruzione del nostro ecosistema. Come osserva saggiamente Arne Naess, il teorico dell'ecologia profonda (cioè non superficiale), «il Pil tende a essere considerato come se significasse "qualità della vita nazionale lorda", piacere nazionale lordo", "felicità nazionale lorda" o 'perfezione nazionale lorda", [...] mentre la formula Pil = inquinamento nazionale lordo è del tutto pertinente e la politica ecologica continua ogni anno a soffrire della pressione delle azioni dirette a far crescere il PIL».

 

Conclusione

La catastrofe (kata-strophé ribaltamento, sconvolgimento, epilogo), indica nella tragedia greca la «scrittura dell'ultima strofa». La catastrofe che ci minaccia riecheggia la fatalità della tragedia, è la punizione della hybris dell'eroe, cioè della sua dismisura. Come l'eroe in questione, noi sappiamo perfettamente quello che ci minaccia, e, come lui, sembriamo paralizzati dalla logica implacabile di un destino. Oggi il grande interrogativo è se l'eroe del nostro dramma è l'umanità o soltanto l'Occidente. Se vogliamo sopravvivere alle «catastrofi del presente», ci conviene ispirarci alla saggezza della lumaca, simbolo dei movimenti slow (Slow Food, Slow Cities ecc.), piuttosto che alla passività della rana descritta da Al Gore. Prendete una rana e gettatela in una pentola d'acqua a 6o°, lei salterà subito fuori con un salutare colpo di zampe; mettetela invece nell'acqua fredda, che poi fate scaldare a poco a poco, a fuoco lento, fino a 8o°; la rana resterà nell'acqua, all'inizio trovandocisi bene; poi, sempre più indebolita dal calore, finirà per morire sbollentata. Oggi sei miliardi e mezzo di rane umane sguazzano nella pentola terrestre, e l'acqua comincia a riscaldarsi pericolosamente! E tempo di scuoterci dal nostro torpore. Come osservava Gunther Anders già negli anni trenta: «E necessario impedire che il fatto che la catastrofe che non è mai avvenuta venga considerato come una prova della sua impossibilità, e che si scambi il "non ancora" per un "mai"».

 

Serge Latouche

 

Indice del volume:

Prefazione: come si esce dalla società dei consumi – Introduzione: il risveglio degli amerindi: un'altra via e un'altra voce - Parte prima Uscire dal vicolo cieco - La catastrofe produttivi sta - Ci sarà vita dopo lo sviluppo? - Parte seconda La via della felicità: uscire dall’economia - Spirito del dono, economia della felicità e decrescita -La decrescita è la buona notizia di Ivan Illich? - La sfida dell'educazione alla decrescita - Parte terza Altre voci e altre vie - Castoriadis, pensatore della decrescita - Megamacchina, sviluppo e società autonoma - Utopia mediterranea e decrescita - Parte quarta Una via di uscita - La decrescita è la soluzione alla crisi? - Conclusione Il Tao della decrescita.


 

 

Serge Latouche
Come si esce dalla società dei consumi
Corsi e processo della decrescita

[Parte I – Capitolo p. 33-44]

Bollati Boringhieri – Torino 2011

 

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