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Roberto Moro
Paul H. D. d’Holbach
Saggio sull’arte di strisciare
ad uso dei cortigiani
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In effetti gli uomini di potere non amano che le punture da loro dispensate con tanta grazia siano sentite e tantomeno che siano oggetto di lamentela. Il cortigiano, al cospetto del padrone, deve imitare quel giovane Spartano frustato per aver rubato una volpe; sebbene durante la punizione l'animale nascosto sotto il mantello gli scarnificasse il ventre, egli non gridò di dolore. Quale arte, quale dominio di sé sono necessari per dare prova di una tale capacità di dissimulazione che è poi la caratteristica principale del vero cortigiano! È poi necessario che egli sappia costantemente neutralizzare i rivali con atteggiamenti amichevoli, mostrare un viso disponibile, affettuoso a quelli che detesta di più, che sappia abbracciare teneramente il nemico che vorrebbe strozzare; infine bisogna che anche le menzogne più spudorate siano imperscrutabili sul suo volto.
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Paul H. D. d’Holbach
Saggio sull’arte di strisciare
ad uso dei cortigiani

[traduzione di Roberto Moro]

 

 

L'uomo di Corte è senza alcun dubbio il prodotto più bizzarro della specie umana. È un animale anfibio, che spesso assomma in sé ogni sorta di contraddizione. Un filosofo danese paragona il cortigiano a quella statua composta di materiali assi diversi che Nabuccodonosor vide una volta in sogno. Egli dice: "la testa del cortigiano è di vetro, i capelli sono d'oro, le mani di pece-resina, il corpo di gesso, il cuore è metà di ferro e metà di fango, i piedi di paglia e il sangue composto da acqua e argento vivo"

Bisogna confessare che un animale così strano risulta difficile da definire; ben lungi dall'essere capito dagli altri, a malapena è in grado di capisce se stesso; tuttavia, tutto sommato, sembrerebbe lecito classificarlo nella categoria degli esseri umani, con questa differenza però che gli uomini normali hanno soltanto un'anima, mentre l'uomo di Corte pare ne abbia diverse. Infatti un cortigiano è a volte insolente e a volte vile; può dar prova della più squallida avarizia e della più insaziabile avidità così come di estrema magnanimità, di grande audacia come di codardia vergognosa, di impertinente arroganza e della correttezza più calcolata; in poche parole è un Proteo, un Giano o, ancor meglio, un Dio indiano raffigurato con sette volti differenti.

Ad ogni modo, è proprio per questa specie di animali tanto rari che le Nazioni sembrano fatte; la Provvidenza riserva loro ogni più piccolo piacere; il Sovrano stesso non è altro che il loro uomo d'affari; quando compie il suo dovere altro non ha da fare che occuparsi di soddisfare i loro bisogni, di assecondare le loro fantasie; del tutto felice di lavorare per uomini così indispensabili di cui lo Stato non può fare a meno. Se un Monarca riscuote le imposte, dichiara la pace o la guerra, studia migliaia di ingegnose trovate per tormentare e tassare il popolo, lo fa nell'interesse esclusivo di tali individui. In cambio di queste attenzioni i cortigiani riconoscenti ripagano il Monarca con la condiscendenza, l'assiduità, l'adulazione, la vigliaccheria. Barattare tali importanti servigi in cambio di benevolenza è certo il talento più utile a Corte.

I filosofi, che in genere soffrono di cattivo umore, considerano in verità il mestiere del cortigiano come vile, infame, pari a quello di un avvelenatore. I popoli ingrati non percepiscono la reale portata degli obblighi propri di questi uomini generosi che, pur di garantire il buon umore del Sovrano, si votano alla noia, si sacrificano per i suoi capricci, immolano continuamente in suo nome onore, onestà, amor proprio, pudore e rimorsi. Questi imbecilli dunque non sentono quale sia il prezzo di tanti sacrifici? Non pensano al prezzo da pagare per essere un buon cortigiano? Qualunque sia la forza d'animo di cui si è dotati, per quanto la coscienza possa essersi corazzata dall'abitudine a disprezzare la virtù e a calpestare l'onestà, per gli uomini normali è penoso soffocare nel cuore il grido della ragione. Solo il cortigiano riesce a tacitare questa voce inopportuna; solo lui è capace di un così nobile sforzo.

Se si osservano i fatti da questa prospettiva, appare chiaro che l'arte di strisciare è senz'altro la più difficile da praticare. Quest’arte sublime è forse la più grande conquista fatta dallo spirito umano. La natura ha posto nel cuore degli uomini un amor proprio, un orgoglio, una fierezza che sono le inclinazioni più penose da sconfiggere. L'anima si ribella contro tutto ciò che tende a deprimerla; reagisce vigorosamente ogni qualvolta viene colpita nel suo punto debole; e a meno di acquisire fin da subito l'abitudine a combattere, frenare e reprimere questo potente impulso, risulterà impossibile dominarlo in seguito. Ed è a ciò che il cortigiano si dedica fin dall'infanzia: uno studio utile, forse quanto altri più enfaticamente decantati, che denota in coloro che hanno acquisito la facoltà di soggiogare la natura, una forza di cui solo pochi sono dotati. È attraverso questi eroici sforzi, queste lotte, queste vittorie che si distingue un cortigiano esperto, oggetto dell'invidia dei suoi simili e della pubblica ammirazione.

Che si glorificano ancora, dopo questo sforzo, i sacrifici che la Religione impone a chi aspira alla conquista del cielo! Che ci si venga ancora a parlare della forza d'animo di quei filosofi alteri che pretendono di svilire tutto ciò il che gli uomini apprezzano! Saggi e devoti non sono stati capaci di vincere l'amor proprio; l'orgoglio pare del tutto compatibile con la devozione e la filosofia.
Solo al cortigiano è dato di trionfare su se stesso e di riportare una vittoria assoluta sugli impulsi del cuore. Un perfetto cortigiano è, per certo, il più sorprendente degli uomini. Non ci si parli più dell'abnegazione dei devoti verso la Divinità: la vera abnegazione è quella del cortigiano verso il proprio padrone; guardate come si annienta in sua presenza! Diviene pura macchina, o meglio, si riduce a un niente; da lui fa dipendere la sua stessa essenza, cerca di indagare nei suoi tratti la fisonomia che lui stesso deve assumere; è come una cera malleabile pronta a ricevere qualsiasi calco le si voglia imprimere.

Taluni mortali sono affetti da una rigidità di spirito, da un difetto di elasticità nei lombi, da una mancanza di flessibilità nella cervicale; quest'infelice funzionamento impedisce a costoro di perfezionarsi nell'arte di strisciare e li rende incapaci di fare carriera a Corte. Serpenti e rettili guadagnano cime e rocce su cui neanche il cavallo più impetuoso riesce ad issarsi. La Corte non è per nulla adatta a quei personaggi alteri, tutti d'un pezzo, incapaci di cedere a capricci, di assecondare fantasmi e nemmeno, se necessario, approvare o favorire crimini che il potere giudica necessari al benessere dello Stato.

Un buon cortigiano non deve mai avere una propria opinione ma solo quella del padrone o del ministro, e la sua sagacia consiste nell’anticiparla; il che presuppone un'esperienza consumata e una profonda conoscenza del cuore degli uomini. Un buon cortigiano non deve mai avere ragione, e non è mai autorizzato ad essere più brillante del suo padrone o di colui che gli dispensa benevolenze: deve invece sapere che il Sovrano, e più in generale l'uomo che sta al comando, non ha mai torto.

Il cortigiano ben educato deve avere lo stomaco tanto forte da digerire tutti gli affronti che il suo padrone vorrà infliggergli. Fin dalla più tenera età deve imparare a dominare la propria fisionomia, per evitare che i suoi tratti tradiscano i moti segreti del cuore o rivelino un'involontaria contrarietà che un abuso subito potrebbe insinuarvi. Per vivere a Corte è necessario un dominio assoluto dei muscoli facciali così da ricevere senza battere ciglio le peggiori mortificazioni. Un individuo rancoroso, dal brutto carattere o suscettibile non riuscirà mai a fare carriera.

In effetti gli uomini di potere non amano che le punture da loro dispensate con tanta grazia siano sentite e tantomeno che siano oggetto di lamentela. Il cortigiano, al cospetto del padrone, deve imitare quel giovane Spartano frustato per aver rubato una volpe; sebbene durante la punizione l'animale nascosto sotto il mantello gli scarnificasse il ventre, egli non gridò di dolore. Quale arte, quale dominio di sé sono necessari per dare prova di una tale capacità di dissimulazione che è poi la caratteristica principale del vero cortigiano! È poi necessario che egli sappia costantemente neutralizzare i rivali con atteggiamenti amichevoli, mostrare un viso disponibile, affettuoso a quelli che detesta di più, che sappia abbracciare teneramente il nemico che vorrebbe strozzare; infine bisogna che anche le menzogne più spudorate siano imperscrutabili sul suo volto.

La nobile arte del cortigiano, oggetto essenziale del suo studio, è quello tenersi informato sulle passioni e i vizi del padrone, tanto da essere in grado di sfruttarne il punto debole: solo allora sarà certo di detenere la chiave del suo cuore. Gli piacciono le donne? Bisogna procurargliene. È devoto? Bisogna diventarlo o fare l'ipocrita. È di temperamento ombroso? Si deve insinuargli sospetti riguardo a tutti coloro che lo circondano. E pigro? Non bisogna mai parlargli di lavoro. In poche parole, lo si deve servire secondo i suoi desideri e soprattutto adularlo continuamente. Se è uno stupido a prodigargli lusinghe anche del tutto ingiustificate non si rischia nulla, ma se per caso - si tratta in verità di un'eventualità remotissima - fosse arguto o di buon senso, bisognerebbe assumere le opportune precauzioni.

Il cortigiano deve impegnarsi a essere affabile, affettuoso, educato con tutti coloro che possono aiutarlo o nuocergli; deve mostrarsi arrogante soltanto con chi non gli serve a niente. Deve conoscere a memoria il prezzo di tutti quelli che incontra, salutare con reverenza la cameriera di una Dama in auge, chiacchierare amichevolmente con il portiere o il valletto del ministro, accarezzare il cane dell'alto funzionario, inoltre non gli è permesso distrarsi un attimo, la vita del cortigiano è un perpetuo impegno.

Il vero cortigiano è tenuto, come Arlecchino, ad essere amico di tutti, ma senza commettere la debolezza di affezionarsi a chicchessia; costretto a soggiogare anche l'amicizia e la sincerità, il suo attaccamento sarà riservato all'uomo al comando fino al momento in cui questo perde il potere. È necessario odiare senza por tempo in mezzo chiunque abbia contrariato il padrone o il favorito di turno.

Su questa base si può ben giudicare se la vita del perfetto cortigiano non sia da considerarsi un'infinita serie di penosi impegni. Ma le Nazioni possono gli Stati pagare un tal prezzo per una schiera di uomini tanto devoti al servizio del Principe? Tutti i tesori dei popoli bastano appena a remunerare questi eroi, martiri votati all'interesse collettivo; non è forse giusto che uomini che si danno tanto da fare per il bene dei concittadini siano almeno ricompensati correttamente in questa vita? E vedendo con quale generosità sacrificano costantemente fierezza, nobiltà e amor proprio, quanto rispetto, quale venerazione siamo tenuti a dimostrare verso tali esseri privilegiati resi così fieri dal rango e dal temperamento naturale! Non spingono forse costoro ogni giorno il sublime abbandono di loro stessi fino al punto da eseguire presso il Principe quelle funzioni che il più umile dei valletti compie per il suo padrone? Non trovano nulla di meschino in tutto ciò che fanno per lui? Ma che dico? Al contrario si inorgogliscono nell'esercizio dei più infimi incarichi presso l'adorata persona; giorno e notte aspirano alla gratificazione di essergli utili; lo scortano, si atteggiano a intermediari compiacenti di ogni suo piacere, si attribuiscono le sue sciocchezze o si affrettano ad approvarle; in poche parole, il buon cortigiano è così assorbito dall'idea del dovere, che spesso si sente fiero nel compiere atti disprezzati anche dal più leale servitore. Lo spirito del Vangelo è l'umiltà; il Figlio dell'Uomo ci ha detto che chi si esalta sarà umiliato; il contrario è altrettanto vero, e la gente di Corte segue alla lettera tale precetto. Smettiamo dunque di sorprenderci del fatto che la Provvidenza ne ricompensi generosamente la duttilità, e che per la loro abiezione conseguano onori, ricchezza e stima da parte degli Stati bene amministrati.

 


titolo originale
Essai sur l’art de ramper à l’usage des courtisan
Facetie philosophique tirée des manuscrits de feu
Monsieur le Baron d’Holbach

 

Edizione elettronica UQAM
Université de Quebc à Chicoutimi

 

Edizione originale del testo – Gallica





 

Fonte: Storia & Storici
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