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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Si si, no no, si si … ???
Populismo, antipolitica, rottamazione e sistema Paese
Molto rumore per nulla
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Il cambio generazionale è una esigenza biologico-darwiniana di ogni ecosistema, “mors tua, vita mea”. Matteo Renzi è stato ed è il campione della generazione dei quaranta, cinquantenni salita sulla scena: ha quanrant’anni, non è laureato, si nutre di spettacolo, di pubblico, e clac, clientele, del “tutto esurito”, di successo e arroganza, di improvvisazione mediatiche e recita “a soggetto” la metafora sprotiva di che combatte per vincere. Appartiene all’universo di tutti coloro che rischiano l’esodazione, la perdita del “posto” di lavoro per effetto della velocità del “cambiamento”. E per lui è finita proprio così.
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lo spettacolo - Il copione, gli attori e la scena - rottamazione … - … populismo e antipolitica - no no, si si, si si, no no.

 

 

 

 Lo spettacolo

La colonna sonora, il frastuono mediatico suscitato dallo spettacolo della politica è bel lungi dall’essersi spento. Gli attori sono ancora tutti lì sul palco, la scena (la realtà aumentata dei media) è sempre la stessa, il copione non cambia. Di questa colonna sonora e di questa azione teatrale ne avremo ancora per settimane.
Che ne è dei terremotati, degli sbarchi clandestini, di Claudio Regeni, dei “marò” ormai remoti? Spettacoli archiviati per assenza di pubblico, oggi va in scena ancora Renzi. Lui e solo lui. Ne avremo per mesi. Tutto è cambiato e nulla è cambiato: Pirandello.

 

Il copione, gli attori … la scena

Raccontiamoci questa storia della quale noi tutti siamo comparse occasionali. Il mandato, per così dire “storico”, conferito a Matteo Renzi in circostanze pirandelliane dal Capo dello Stato attualmente in ritiro per superati limiti di età mentale era semplice e netto, universalmente condiviso dalle necessità dell’azione scenica: 1. distruggere la tradizione del Pc-Pd di una sinistra post Guerra fredda, 2. Bloccare l’emergente “antipolitica” e il “populismo” del M5S, 3. Procedere al cambio generazionale del ceto dirigente mediante la “rottamazione” generazionale. Un lavoro consistente ma necessario, inevitabile a cominciare dalla Costituzione.
Il collasso della vecchia sinistra gerontocratica era scontato per raggiunti limiti di età. Il nuovo, l’innovazione creativa doveva sostituire il vecchio: il nuovo è futuro, il vecchio è passato, il presente è la declamazione del futuro. A rileggere il  Manifesto di Marinetti ci siamo, tutto chiaro. L’operazione è riuscita, “storicamente” riuscita.
Quanto al blocco e successiva demolizione, del M5S la strategia, imposta dalle circostanze, è stata quella di combattere il “populismo” e l’ “antipolitica”, mediante il ricorso all’antipolitica e al populismo: la partita è finita con un netto pareggio. Nulla di radicalmente mutato: Renzi contro Grillo e adesso Grillo contro Renzi.

 


Rottamazione

Più sottile il giudizio sul percorso storico e narrativo della “rottamazione”, lo slogan da tempo archiviato che aveva fatto la fortuna del Primo attore, della “prima donna” se preferite. Un’indagine approfondita andrebbe fatta, ed ecco una base di riflessione.
Il cambio generazionale è una esigenza biologico-darwiniana di ogni ecosistema, “mors tua, vita mea”. Matteo Renzi è stato ed è il campione della generazione dei quaranta, cinquantenni salita sulla scena: ha quanrant’anni, non è laureato, si nutre di spettacolo, di pubblico, e clac, clientele, del “tutto esurito”, di successo e arroganza, di improvvisazione mediatiche e recita “a soggetto” la metafora sprotiva di che combatte per vincere. Appartiene all’universo di tutti coloro che rischiano l’esodazione, la perdita del “posto” di lavoro per effetto della velocità del “cambiamento”. E per lui è finita proprio così.

Ma la generazione dei quaranta/cinquantenni che si è insediata sul palco è una generazione “assediata” in via essa stessa di imminente rottamazione per effetto del futuro/velocità che la sta portando in scena e che essa stessa proclama. I tempi stringono e sopravvivere impone tecniche via via più stressanti: alla spalle c’è già una nuova generazione che preme e si impone. I venti/trentenni vogliono il futuro/presente che è a loro destinato e il modello culturale e operativo è sempre lo stesso: populismo, antipolitica, rottamazione.
Vale la pena di fare chiarezza.

 

… populismo e antipolitica

Populismo, nel lessico e nel pensiero politico, è un concetto nato nella cultura russa di fine Ottocento e sta a designare una sorta di socialismo rurale volto a migliorare le condizioni della classe diseredate. Un pensiero e una dottrina fragile che esalta in modo mistico (irrazionale) e velleitario il “popolo” e il collettivo in quanto massa, come depositario di valori totalmente positivi e si confonde con il concetto di demagogia: la ricerca di consenso mediante la manipolazione mediatica delle masse.
Antipolitica è certo un vocabolo di nuovo conio, ma ha radici millenarie e sta ad indicare il rifiuto della socialità fondata sulla collaborazione a beneficio dell’interesse individuale, del “fai da te”, di quel che un tempo si denominava “qualunquismo”: insomma “o Franza o Spagna purché se magna!”. Ce lo ripetiamo da sempre, ma il paradosso è che, di recente e nel lessico quotidiano, antipolitica ha assunto un significato positivo, di azione dovuta e impegno nobilitante.

 

No no, si si, si si, no no.

Nulla da stupirsi quindi che rottamazione, populismo, antipolitica abbiano concorso dar fondamento all’avventura renziana della riforma costituzionale. La rottamazione esige una ridefinizione delle regole della socialità (la Costituzione è il patto sociale dei conviventi) a tutto beneficio dei nuovi arrivati che debbono assicurarsi la sopravvivenza nel mondo del cambiamento accelerato. Incalzati e minacciati da chi rivendica il posto al sole anche l’occupazione del potere di Renzi è “precaria”, incerta e instabile. Occorre provvedere: rottamazione, populismo, antipolitica.
E l’esito del referendum? È la certificazione di una generazione ormai in minoranza: 40%. Largo ai giovani!

 

Solo per evitare illusioni, rassicurare e stare inletizia, vale ancora la pena di ricordare che in 155 anni di esperienza unitari il belpaese ha conosciuto 139 governi. Che i sistemi (sociali, politici, naturali) più sono complessi e più hanno forza aggregante, più tendono essi stessi a sopravvivere, controllare e governare, per quanto possibile, il mutamento. Che si autoregolano e tendono alla stabilità. Insomma molto rumore per nulla.

 

Roberto Moro

 

 

 

 

 

Fonte: storia e storici
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