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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
a cura di Gordiano Lupi
Intervista a Domenico Vecchioni
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Domenico Vecchioni è un ex diplomatico di carriera che da tempo si dedica alla divulgazione storica, confezionando agili saggi su personaggi popolari come Evita Peron, Raúl Castro, Pol Pot, Raoul Wallenberg, sullo spionaggio e sulla Seconda Guerra Mondiale. Chi ha assassinato Rasputin? è un libro scritto con il solito stile colloquiale, con pretese di serietà scientifica, ma con taglio divulgativo, perché risulti accessibile a un vasto pubblico. Abbiamo avvicinato l’autore che ci ha concesso un’intervista ricca di particolari nel corso della quale spiega la genesi del libro.
John Foot
Da Caporetto al G8 di Genova la memoria divisa del Paese
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Lo storico britannico John Foot torna con questo volume sul dibattuto tema della “memoria condivisa”, analizzando il caso italiano come esempio di divisioni profonde e spesso insanabili nel ricordare gli eventi del passato. Quasi ad ogni svolta della storia novecentesca, in Italia sono nate versioni contrapposte su stagioni politiche, episodi di cronaca, momenti fondativi dell’identità del Paese. Monumenti alterati, lapidi in competizione, discordanti memorie personali e collettive testimoniano lungo tutta la Penisola una cronica impossibilità di narrare univocamente le vicende nazionali. Foot è vigile nel non attribuire all’Italia una “esclusiva” su questo fenomeno, che interessa in misura variabile molti altri Paesi; ma nota che in Italia la debolezza delle istituzioni statali e la politicizzazione continua del passato creano le condizioni per un’impasse da cui è difficile uscire. Il libro è disseminato anche di riflessioni sul ruolo della storia e degli storici nel trattare la memoria, con la ricostruzione di alcuni dibattiti storiografici particolarmente stimolanti.
Federico Romero
L'ultimo conflitto per l'Europa
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Federico Romero, professore di Storia dell'America del Nord all'università di Firenze, ripercorre le tappe della "Guerra fredda" dalle origini della contrapposizione fra Stati Uniti ed Unione Sovietica al crollo del muro di Berlino. Il volume è scandito cronologicamente e analizza le fasi del confronto politico e ideologico, progressivamente più difficile per Mosca, il cui impero infine esplose "sotto il peso dei suoi fallimenti culturali e strutturali". L'autore mostra anche come le pratiche multilaterali sviluppatesi durante i decenni post-bellici e la predominanza egemonica degli Stati Uniti abbiano informato di sé, non senza attriti e contraddizioni, il panorama diplomatico internazionale dopo il 1989: "Da tessuto connettivo tra i membri di un solo polo di potenza - quello occidentale - il multilateralismo è divenuto una rete più diluita di collaborazioni e forze assai diverse sotto il profilo socioculturale, e non necessariamente convergenti nelle loro ambizioni strategiche", si legge nelle conclusioni. Ed è sulla capacità o meno di rispondere a queste complesse sfide che si giocano gli assetti del XXI secolo.
Roberto Moro
le sturtture profonde alle roigini della modernità
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La novità del XVII secolo è l'idea di un ordine politico, autogenerato da un moto incessante, razionale e decisamente complesso, fondato sulla centralità del sociale e su quel sistema di relazioni che esso intrattiene col potere. La novità è la consapevole gestione delle antiche mitologie politiche e del dispositivo ideologico della cultura occidentale (patto, ordine e gerarchia) in un programma che ne risolva tutte le contraddizioni. Posto di fronte a un ordine del tempo di tipo nuovo, che scandisce il moto e lo misura matematicamente moltiplicando i livelli della cronosofia, il Seicento politico stipula un nuovo patto tra tempo e potere. La sovranità non solo occupa il tempo umano, ma lo divora e lo misura, crea il ritmo del suo movimento e fissa il programma della mobilità sociale. Da dove giunga questa immaginazione del sociale, generalmente condivisa nella Francia di Antico regime e diffusa in tutta Europa fino al 1789, e quale relazione sussista tra essa e le zone più profonde e silenziose del sentire politico della modernità ? e quale è il retaggio di queste antiche, radicate mitologie del sentire politico che giungono fino a noi ?
saggio - Roberto Moro
III capitolo - La rivolta aristocratica
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I ceti popolosi del Terzo stato, le medie e le piccole borghesie si tenevano discoste dalle vicende e osservavano incerte senza prendere posizione. « Neppure un sol uomo prima del 1789 ha immaginato la rivoluzione. — scriverà un grande rivoluzionario — ne ha calcolato il suo cammino o dedicato il minimo pensiero agli ostacoli che avrebbe saputo superare ». Eppure l'appello, mille volte ripetuto dal parlamento, ai « diritti della nazione », alla « costituzione del regno », alle « leggi sacre e inviolabili », alla lotta contro il dispotismo e alle « primitive libertà della nazione » aveva finito per scuotere l'opinione di questi ceti trascinandole nelle passioni di piazza.
saggio - Roberto Moro
II capitolo - La crisi istituzionale e finanziaria.
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Nel corso dei secoli XVI e XVII, la Monarchia assoluta aveva tentato di distruggere, assai di rado aveva veramente rinnovato; aveva insomma aggiunto nuove funzioni e nuovi istituti mutilando solo parzialmente il vecchio edificio feudale del paese. Così, accanto all'apparato centralizzato, erano sopravvissute le vestigia delle antiche autonomie regionali e cittadine; ai vecchi organismi amministrativi si erano aggiunti nuovi corpi di funzionari, e questo confuso esercito di burocrati, quasi una nuova classe sociale in seno alla vecchia gerarchia sociale, appariva ormai, alla mentalità razionalistica e critica del nuovo secolo null'altro che un caos solo apparentemente organizzato. La crisi istituzionale e finanziaria sarebbe partita da qui.
saggio - Roberto Moro
I capitolo - La crisi economica e sociale
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Nel corso del Settecento la vita trionfa sulla morte e un vigoroso accrescimento demografico offre nuove braccia alla terra, le favorevoli condizioni climatiche permisero di soddisfare l'accresciuta domanda, la pace interna e internazionale, l'arrivo dell'oro brasiliano contribuirono a dare stabilità al sistema economico e rinforzarono le esportazioni. La società contadina viene idealizzata come fondamento del benessere e dell'ordine sociale. Ma è proprio la velocità di questo mutamento a dare scacco a tutto il sistema.
Roberto Moro
Eroi e brava gente
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Note a margine della

"Memoria di quanto è accaduto nel giorno 23 marzo 1849
tra l'armata piemontese e l'austriaca nella sola parrocchia di Torrione Quartara
sobborgo di Novara per l'indipendenza italiana"

di Giuseppe Antonio Montalenti

 

 

Bisogna leggerla. “La memoria di quanto è avvenuto a Novara il 23 marzo” di Giuseppe Antonio Montalenti è uno scritto di poche pagine ma di quelle che volano via; come vedere un film, scorrere un fumetto o seguire un vaudeville di fine secolo. Vive immagini, azione rapida, cronaca istantanea, riflessioni che sono lampi di involontaria ironia capaci di illuminare tutto un universo di relazioni sociali che forse abbiamo irrimediabilmente perduto, il tutto frutto di una spontaneità che, quella sì, l’abbiamo davvero perduta. E forse per leggerla bene bisogna essere novaresi davvero, bisogna conoscere i luoghi, i ritmi, il clima, la lingua di un mondo appena scomparso, questione di un paio di decenni, poco di più. A dire il vero è proprio la Memoria di Montalenti che, da sola, restituisce per intero la natura vera dell’evento e cioè la guerra per quello che è ed è sempre stata: un polverone di eroi che si stenta a tenere in vita e una moltitudine di brava gente della quale non ci si cura affatto, ma che, quando per un attimo riprende il diritto di parola, ritorna sulla scena con l’indiscutibile ruolo di primo attore.
Torrion Quartara, di cui Monatalenti era parroco, era in allora un borgo della bassa che con qualche fantasia riusciamo ad immaginare: il vecchio latifondo, una manciata di masserie e case rurali, la chiesa parrocchiale con annessa canonica. In quel 23 marzo, Torrione finisce diritto nella battaglia perché costituisce uno dei cardini degli opposti schieramenti e i guai cominciano di buon mattino. I paesani si son già dati alla fuga, ma il parroco rimane lì e si capisce il perché. Probabilmente è l’unico, in quel mondo rurale povero e depresso, che ha qualcosa da perdere: vuole salvare la sua “roba”, il libri parrocchiali, ma anche “le scritture d’ogni genere sì della parrocchia che le mie particolari”, ma anche la dispensa, la cantina, i mobili, gli oggetti, insomma la “roba”. E alle 8 del mattino la festa comincia. Arrivano “di Francia” gli esploratori del Nizza cavalleria che non san dove andare; chiedono informazioni sui luoghi, i percorsi, le strade.

Poco dopo gli ufficiali si invitano a colazione: polenta calda e fumante servita in un “mantile bianchissimo”. Chiedono vino, una bottiglia; Montalenti, patriota, ne offre dieci; poi arrivano formaggio e burro. Finita la colazione, sigaro e pennichella condite da una chiacchierata sulle opprtunità di un saccheggio. Alle 11 comincia la vera battaglia e al Torrione arrivano gli austriaci. In canonica arriva un croato: vuole del vino, dagli del vino e se ne va. Poi ne arriva un’altro, un altro ancora e al quarto il vino è finito. E’ la volta di un ussaro a cavallo che chiede l’ora; Montalenti, ingenuo, estrae l’orologio e... via., lo scippo è immediato. Poi arrivano i lombardi, occupano la cucine e cuociono i salami del parroco che banchetta con loro per “salvare la pelle”. E, mentre il festival gastronomico continua, infuria un duello di artiglieria. La canonica va in pezzi, ci sono morti e feriti, medici e veterinari. Ma il saccheggio alimentare continua: arrivano gli ungheresi, frugano la cantina e trovano un orcio da novanta boccali, via! E così, “in mezzo a tanta rovina” si mangia pane e si beve vino perché, come sentenzia un ufficiale ungherese, “beva, beva patrona, questa discacciar paura”. Poi arrivano i piemontesi e scacciano gli austriaci: ancora morti, feriti, prigionieri. Poi se ne vanno, arriva la notte e gli austriaci hanno vinto, sono a Novara. Il parroco non ha salvato neppure le candele di sego oggetto della voracità dei croati... Il giorno 24 e 25 e il “giorno dopo”, un penoso censimento di danni e rovine, l’affannosa ricerca dei paioli di rame trafugati, l’ospitalità ai fuggiaschi e il trionfo di quella profonda umanità che ha sempre fatto grande il nostro popolo di veri eroi. La brava gente. Vi è in questo fresco racconto un sapore di “tutti a casa” che già abbiamo sentito narrare dai nostri maggiori nel ricordare l’8 settembre e anche quella generosità e serenità di giudizio che va ben oltre gli odi e rancori ai quali, il più delle volte, si devono gli atti di eroismo canonico. Proprio qui, nelle sue pagine conclusive, la Memoria va letta con cura e a me ha suscitato emozioni e ricordi, i primi ricordi quelli che risalgono al ’44. Ma ora la Memoria di Montalenti tace, la sconfitta passa sotto silenzio come l’evento naturale e necessario della guerra.
Lo storico naturalmente cerca di vedere più in là e la sedimentazione del tempo ci illude di andare oltre l’orizzonte di Torrion Quartara, fare scenari e tirar giù giudizi. Oggi si può vedere, dietro alle emozioni di Montalenti e alle sue spicciole esperienze di guerra, il vasto racconto della storia patria: le vicende belliche, i protagonisti del dramma, gli storici eroi di quel giorno sfortunato e del suo peso sulla “fatal Novara”. Qualche considerazione e qualche giudizio si impongono.

Cominciamo pure con il primo attore di questo copione, il leader maximo, Carlo Alberto. Carlo Alberto è un Savoia, è detto tutto. Forse non uno dei peggiori, ma i tratti della sua razza li porta fieramente con sé. Una robusta ignoranza non priva di furbizie puerili quanto irresponsabili, una titubanza estrema e conseguente tortuosità di pensiero, una indifferenza (forse ignavia) che si cerca inutilmente di confondere con distacco e senso della regale dignità. La battaglia comincia verso mezzogiorno, alle tre un grave incidente: il sovrano viene accerchiato per sbaglio da un contingente nemico e se la vede brutta. Verso le quattro del pomeriggio ha già perso ogni velleità di eroismo e rimugina sul come uscirme. Quando ero alle elementari (la scuola Ugo Ferrandi, il maestro Reposo) mi si insegnava nei “medaglioni storici” da mandare a memoria che “il re cerca invano la morte sul campo di battaglia”. Allora mi chiedevo perché, oggi a rileggerequesti eventi so che altro non può essere se non una pietosa mitografia: sarà stato uno scatto di nervi e forse anche un sussulto di dignità, ma poco più che un chiacciericcio da salotto, un luogo comune. Alle sei di sera le decisioni irrevocabili sono prese: la fuga. Come per i loro successori i Savoia conoscono le vie della fuga, non quelle delle responsabilità. Chi avesse occasione di visitare a Porto l’ultima residenza di Carlo Alberto, che i portoghesi chiamano delicatamente “museo romantico”, si fa una idea abbastanza precisa di cosa sia il canone della mediocrità. Era un Savoia, finito lì. Dietro a lui, sotto di lui, vi sono i quadri dell’esercito: un impasto di eroi e gente per bene. A leggere le biografie si capisce però che questa è una tribù male assortita. Una preparazione modesta compensata forse da un pizzico di umanità irrobustito da un insieme di luoghi comuni da salotto e da postribolo: velleità, arroganza, esaltazione di fragili metafore nazionali e nazionaliste, una continua incertezza tra la posizione di funzionario e quella di rentier borghese, tra il senso della disciplina e la mancanza di reale coordinamento tattico e logistico (il caso Ramorino insegna). Un disastro annunciato per l’italietta di sempre. L’esercito è già incerto e stanco prima di cominciare, forse non sa, non capisce se non il senso della sua insicurezza e della precarietà dell’impresa: anche qui un’armata Brancaleone male assortita. La fuga del Re maschera la crisi dei comandi e dello stato maggiore e, con l’imbrunire, la ritirata avviene senz’ordine. Sono i nostri maggiori che si ritirano sotto la pioggia e nel fango di una primavera che ancora non c’è, sbandano in un pellegrinaggio fatto di ordini e contrordini. Questo esercito di brava gente torna con fatica, ma forse anche con soddisfazione alle sue obbligazioni rurali, torna a casa. C’è odore di Lissa, di Caporetto, di 8 settembre, di ritirata di Russia in questo lontano 23 marzo del ’49, che il suo 25 aprile lo conoscerà dopo qualche decennio al prezzo di Solferino e San Martino.
Di fronte a questo esercito c’è stato per un giorno, in quel 23 marzo, il mondo reale, quello di un potere vero, rigido nelle sue regole ma non privo di giustizia (sicuramente dal volto umano), uno stato multietnico, multinazionale ancora possente ed erede delle più forti tradizioni dell’Europa moderna, un mondo fatto di apparati dello stato efficienti, scuole efficienti, esercito efficiente. Per questa brava gente che ha rischiato la vita e patito le fatiche del campo tornare a casa non è un disonore, è un atto di disciplina, di responsabilità e di speranza insieme.

Questi giudizi possono apparire impietosi, forse anche provocatori e crudeli, ma a me sembra il modo corretto di rendere il dovuto omaggio alla nostra gente: i parrocchiani di Don Montalenti, i contadini che si son visti sloggiati dalle loro case, impoveriti dai saccheggi, intimoriti dalle previsioni della vigilia, asserragliati nelle case durante i giorni dell’esodo e infine costretti a tornare alle loro fatiche con un senso di liberazione .
E anche il nostro vero eroe, il Montalenti, tira un sospiro di sollievo: la tempesta è passata. La canonica è un colabrodo e deve cercare i suoi paioli di rame dispersi per il paese, la dispensa è vuota, la battaglia finita.


Roberto Moro

Memoria di quanto è accaduto nel giorno 23 marzo 1849
tra l'armata piemontese e l'austriaca nella sola parrocchia di Torrione Quartara
sobborgo di Novara per l'indipendenza italiana

 



 

Roberto Spazzali
Un’altra Italia ancora – Milano 10-11 novembre 2001
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Dopo il 1866 anche per gli italiani si pone il problema dello Stato-nazione, quando il nuovo confine orientale, comprendente Veneto e Friuli, includeva una piccola porzione di popolazione slovena non appartenente alla tradizione culturale e linguistica romanza anche se con essa convivente per tramite della popolazione friulana. Il confine geopolitico, quindi strategico, allora tracciato rispondeva ad una visione mazziniana di Stato unitario, compattamente nazionale e di carattere inclusivo, ma confliggeva al tempo stesso con i principi, sempre mazziniani, di autodeterminazione dei popoli. Nel corso dei decenni successivi lungo quel confine si verificò una assimilazione culturale della componente slovena senza trovare particolare resistenza ma in forza della preponderanza dell’elemento italiano, per mezzo della scuola e pure del clero.
Paolo Segatti
Un’altra Italia ancora – Milano 10-11 novembre 2001
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L’espressione “memoria del futuro” non pare in questo contesto un’elegante figura retorica. Essa indica invece che le memorie che rendono possibile un sentimento nazionale possono essere valorizzate in modi sensibilmente diversi, e in questo caso si auspica che vengano valorizzati le memorie che raccontano i conflitti del passato non per contrapporlo l’uno all’altro, ma per andare oltre. In due modi. Anzitutto riconoscendo nel discorso pubblico che buona parte del “dolore” generato dalle conseguenze dei conflitti nazionali è stato procurato dalle buone ragioni che una parte e l’altra pure aveva (vivere in sicurezza, non come minoranza sotto il tallone di uno stato ostile). Il che significa costruire una memoria non nazionalistica del conflitto nazionale. In secondo luogo indicando la strada di un comune destino politico. Nel caso dei rapporti tra Italia e Slovenia la comune casa europea e nel caso delle minoranze la condivisione di esperienze culturali e politiche tra persone diverse e allo stesso tempo simili, all’interno di stati che non pretendono più di trasformare i diversi in simili, ma che consentono a tutti di diventare per alcuni loro aspetti più simili di quanto lo fossero nel passato.
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