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Roberto Moro
Etienne De La Boétie
Discorso sulla servitù volontaria
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Etienne de La Boetie


Contro uno solo
discorso sulla servitù volontaria


[scheda antologica a cura di Marino Mora]

 

 

" No, non è un bene il comando di molti; uno sia il capo, uno il re "

 

così Ulisse, secondo il racconto di Omero, si rivolse all'assemblea dei Greci. Se si fosse fermato alla frase «non è un bene il comando di molti» non avrebbe potuto dire cosa migliore. Ma mentre, a voler essere ancora più ragionevoli, bisognava aggiungere che il dominio di molti non può essere conveniente dato che il potere di uno solo, appena questi assuma il titolo di signore, è terribile e contro ragione, al contrario il nostro eroe conclude dicendo: «uno sia il capo, uno il re». […]
     Per ora vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato e non potrebbe far male ad alcuno, se non nel caso che si preferisca sopportarlo anziché contraddirlo. E' un fatto davvero sorprendente e nello stesso tempo comune, tanto che c'è più da dolersene che da meravigliarsene, vedere milioni e milioni di uomini asserviti come miserabili, messi a testa bassa sotto un giogo vergognoso non per costrizione di forza maggiore ma perché sembra siano affascinati e quasi stregati dal nome di uno solo di fronte al quale non dovrebbero né temerne la forza, dato che si tratta appunto di una persona sola, né amarne le qualità poiché si comporta verso di loro in modo del tutto inumano e selvaggio. Ma noi esseri umani siamo così deboli che sovente dobbiamo ubbidire alla forza e in questo caso è necessario prender tempo, non potendo sempre essere tra i più forti. Dunque se una nazione è costretta dalla forza delle armi a sottomettersi a uno solo, come la città d'Atene ai trenta tiranni, non bisogna stupirsi della sua servitù ma compiangerla, o meglio ancora né stupirci né lamentarci ma sopportare la disgrazia con rassegnazione e prepararci per un'occasione migliore nel futuro.

 

La natura umana è fatta in modo tale che i doveri dell'amicizia assorbono buona parte della nostra vita. E' del tutto ragionevole amare la virtù, avere stima delle buone azioni, essere riconoscenti del bene ricevuto e a volte anche mettere un limite al nostro benessere per aumentare l'onore e i vantaggi di coloro che amiamo e che meritano di esserlo. Orbene, ammettiamo che gli abitanti di un paese riescano a trovare uno di quei grandi personaggi che ha saputo dar loro prova di grande preveggenza su cui fare affidamento, di grande coraggio a loro difesa, di cura premurosa da poterli governare. Se ad un certo punto si trovano a loro agio nell'obbedirgli e gli danno fiducia fino a riconoscergli una certa supremazia, non saprei proprio dire se è agire con saggezza toglierlo da dove faceva bene per metterlo in una posizione dove potrebbe fare male; in ogni caso ci risulta naturale volergli bene senza temere di riceverne del male.
     Ma, buon Dio, che faccenda è mai questa? Come spiegarla? Quale disgrazia, quale vizio, quale disgraziato vizio fa sì che dobbiamo vedere un'infinità di uomini non solo ubbidire ma servire, non essere governati ma tiranneggiati a tal punto che non possiedono più né beni, né figli, né genitori e neppure la propria vita? […] Ebbene, è forse debolezza tutto questo? Chiameremo vili e codardi tutti coloro che gli si sono assoggettati?
     Che due, tre o quattro persone si lascino sopraffare da uno è strano, tuttavia può accadere; in questo caso si potrà ben dire che è mancanza di coraggio. Ma se cento, se mille persone si lasciano opprimere da uno solo chi oserà ancora parlare di viltà, del timore di scontrarsi con lui, anziché affermare che si tratta di mancanza di volontà e di grande abiezione? E se vediamo non cento o mille persone, ma cento villaggi, mille città, milioni di uomini che non fanno nulla per attaccare e schiacciare uno solo che li tratta nel migliore dei casi come servi e schiavi, come potremo qualificare un simile fatto? Si tratta ancora di viltà? Ma in tutti i vizi ci sono dei limiti oltre i quali non si può andare; due uomini, ammettiamo anche dieci, possono aver paura di uno. Ma se mille persone, che dico, mille città non si difendono da uno solo questa non è viltà, non si può essere vigliacchi fino a questo punto, così come aver coraggio non significa che un uomo si debba metter da solo a scalare una fortezza, attaccare un'armata, conquistare un regno!
     Che razza di vizio è allora questo se non merita neppure il nome di viltà, se non si riesce a qualificarlo con termini sufficientemente spregevoli, se la natura stessa lo disapprova e il linguaggio rifiuta di nominarlo? Si mettano cinquantamila uomini armati da una parte e dall'altra; si schierino per la battaglia e combattano tra loro, gli uni per la propria libertà, gli altri per toglierla ai primi. A chi presumibilmente toccherà la vittoria? Saranno più coraggiosi in battaglia quelli che sperano di ottenere in premio il mantenimento della loro libertà o coloro che come ricompensa delle percosse date e subite non avranno se non la servitù altrui?
     I primi hanno sempre davanti agli occhi la felicità del tempo passato e l'attesa di una vita altrettanto lieta per l'avvenire; non si preoccupano delle sofferenze che durano il tempo di una battaglia ma piuttosto pensano a tutte quelle che dovranno sopportare per sempre loro stessi, i figli e tutti i discendenti. Gli altri invece non hanno nulla che possa dar loro slancio se non una punta di cupidigia che subito svanisce di fronte al pericolo; in ogni caso il loro coraggio si ferma alla vista della più piccola goccia di sangue appena inizia ad uscire da una ferita. […]

 

Sono dunque i popoli stessi che si lasciano, o meglio, si fanno incatenare, poiché col semplice rifiuto di sottomettersi sarebbero liberati da ogni legame; è il popolo che si assoggetta, si taglia la gola da solo e potendo scegliere fra la servitù e la libertà rifiuta la sua indipendenza, mette il collo sotto il giogo, approva il proprio male, anzi se lo procura. Se gli costasse qualcosa riacquistare la libertà non continuerei a sollecitarlo; anche se riprendersi i propri diritti di natura e per così dire da bestia ridiventare uomo dovrebbe stargli il più possibile a cuore. Tuttavia non voglio esigere da lui un tale coraggio; gli concedo pure di preferire una vita a suo modo sicura anche se miserabile ad una incerta speranza in una condizione migliore.
     Ma se per avere la libertà è sufficiente desiderarla con un semplice atto di volontà si troverà ancora al mondo un popolo che la ritenga troppo cara, potendola ottenere con un desiderio? Può esistere un popolo che non se la senta di riavere un bene che si dovrebbe riscattare a prezzo del proprio sangue, un bene la cui perdita rende insopportabile la vita e desiderabile la morte, almeno per chi ha un minimo di dignità?
     Come il fuoco che da una piccola scintilla si fa sempre più grande e più trova legna più ne brucia, ma si consuma da solo, anche senza gettarvi sopra dell'acqua, semplicemente non alimentandolo, così i tiranni più saccheggiano e più esigono, più distruggono e più ottengono mano libera, più li si serve e più diventano potenti, forti e disposti a distruggere tutto; ma se non si cede al loro volere, se non si presta loro obbedienza allora, senza alcuna lotta, senza colpo ferire, rimangono nudi e impotenti, ridotti a un niente proprio come un albero che non ricevendo più la linfa vitale dalle radici subito rinsecchisce e muore. Gli uomini coraggiosi per conquistare il bene che desiderano non temono di affrontare il pericolo; la gente intraprendente non rifiuta la fatica. Invece gli uomini deboli e pressoché storditi non sanno né sopportare il male, né ricercare il bene, limitandosi a desiderarlo. La debolezza del loro animo toglie loro l'energia per arrivare al bene; mantengono solo quel desiderio che è insito nella natura umana. Questa aspirazione è comune ai saggi e agli ignoranti, ai coraggiosi ed ai pusillanimi e fa sì che essi continuino ad avere il desiderio di tutte quelle cose che li potrebbero rendere felici.

 

In una sola cosa, non so come mai, sembra che la natura venga meno così che gli uomini non hanno la forza di desiderarla: si la libertà, un bene così grande e dolce che una volta perduto vengono dietro tutti i mali, mentre tutti i beni che solitamente l'accompagnano, corrotti dalla servitù, non hanno più né gusto né sapore. E' così che gli uomini tutto desiderano eccetto la libertà forse perché l'otterrebbero semplicemente desiderandola; è come se si rifiutassero di fare questa conquista perché troppo facile. Povera gente insensata, popoli ostinati nel male e ciechi nei confronti del vostro bene! Vi lasciate portar via sotto gli occhi tutti i vostri migliori guadagni, permettete che saccheggino i vostri campi, rubino nelle vostre case spogliandole dei vecchi mobili paterni. Vivete in condizione da non poter più vantarvi di tenere una cosa che sia vostra; e vi sembrerebbe addirittura di ricevere un gran favore se vi si lasciasse la metà dei vostri beni, delle vostre famiglie, della vostra stessa vita. E tutti questi danni, queste sventure, questa rovina vi vengono non da molti nemici ma da uno solo, da colui che voi stessi avete reso tanto potente; è per suo amore che andate così coraggiosamente in guerra, è per la sua vanità che non esitate ad affrontare la morte. Costui che spadroneggia su di voi non ha che due occhi, due mani, un corpo e niente di più di quanto possiede l'ultimo abitante di tutte le vostre città. Ciò che ha in più è la libertà di mano che gli lasciate nel fare oppressione su di voi fino ad annientarvi.
     Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? E i piedi coi quali calpesta le vostre città non sono forse i vostri? […]

 

Certo, i medici dicono che è inutile tentare di guarire le piaghe incurabili e in questo senso ho forse torto a voler dare consigli al popolo che da molto tempo ha perso del tutto conoscenza riguardo al male che l'affligge e proprio perché non lo sente più dimostra ormai che la sua malattia è mortale. Cerchiamo allora di scoprire per tentativi come questa ostinata volontà di servire ha potuto radicarsi a tal punto che lo stesso amore per la libertà non sembra più essere tanto naturale. Prima di tutto credo sia fuori di dubbio che se vivessimo con quei diritti che la natura ci ha dato e secondo quegli insegnamenti che essa ci ha impartito saremmo senz'altro obbedienti verso i genitori, soggetti alla ragione e servi di nessuno. Si tratta di un'obbedienza che ciascuno, senza altra spinta che non sia quella della natura, rende a suo padre e sua madre; di questo tutti gli uomini possono essere testimoni di fronte a se stessi. Quanto invece al problema se la ragione sia innata o no (questione dibattuta a fondo nelle accademie e affrontata da tutte le scuole filosofiche) penso di non sbagliarmi dicendo che c'è nella nostra anima un seme naturale di ragione il quale, una volta che sia tenuto invita da buoni consigli e abitudini, fiorisce in virtù, mentre a volte non potendo resistere ai vizi che sopraggiungono col tempo, muore soffocato. Ma certamente, se c'è una cosa chiara ed evidente così che nessuno può permettersi di non vedere è che la natura stabilita da Dio a governare gli uomini ci ha fatti tutti allo stesso modo, vale a dire dallo stesso stampo, così che potessimo riconoscerci l'un l'altro come compagni o piuttosto come fratelli. E se nel distribuire i doni sia del corpo che dello spirito ha largheggiato più con alcuni che con altri, tuttavia non per questo ha voluto metterci al mondo come in una sorta di recinto da combattimento, e non ha certo creato i più forti e i più furbi perché si comportassero come i briganti nella foresta che danno addosso ai più deboli. Piuttosto bisogna credere che la natura, dando agli uni di più agli altri di meno, abbia voluto porre le condizioni per un affetto fraterno che tutti potessero esercitare, avendo gli uni la forza di recare aiuto, gli altri bisogno di riceverne.
     Così dunque questa buona madre ha dato a tutti noi la terra da abitare, mettendoci in certo modo in un'unica grande casa, ci ha fatti tutti con lo stesso impasto così che ognuno potesse riconoscersi nel proprio fratello come in uno specchio. Se dunque a tutti noi ha fatto il grande dono della parola per comunicare, diventare sempre più fratelli e arrivare tramite il continuo scambio delle nostre idee ad una comunione di volontà; se ha cercato in tutti i modi di stringere sempre più saldamente il vincolo che ci lega in un patto di convivenza sociale; se insomma sotto ogni punto di vista ha mostrato chiaramente di averci voluti non solo uniti ma addirittura una cosa sola, allora non c'è dubbio che tutti siamo liberi per natura, poiché siamo tutti compagni e a nessuno può venire in mente che la natura, dopo averci messi tutti quanti insieme come fratelli, abbia potuto porre qualcuno nella condizione di servo. Ma forse non vale la pena discutere se la libertà sia naturale, dato che è impossibile tenere qualcuno in schiavitù senza fargli un grande torto e nessuna cosa al mondo è più contraria alla natura, dove tutto è razionale, della ingiustizia.
     Dunque la libertà è naturale e a mio giudizio siamo nati non solo padroni della nostra libertà ma anche dotati della volontà di difenderla.
     Ora se per caso qualcuno nutrisse ancora dei dubbi su questo e si fosse talmente depravato da non riconoscere più neppure i beni della propria natura umana e gli affetti che gli sono originari, è necessario rendergli l'onore che si merita e mettergli in cattedra per così dire le bestie prive di ragione che gli possano insegnare quale sia la sua natura e la sua condizione.
     Sì le bestie stesse, per Dio, a meno che gli uomini vogliano fare i sordi, continuamente gridano: viva la libertà! Infatti la maggior parte degli animali muore appena catturata. Come il pesce muore appena lo si toglie dall'acqua così tutti gli animali chiudono gli occhi alla luce del mondo piuttosto che continuare a vivere dopo aver perso la loro naturale condizione di libertà. E se gli animali avessero tra loro diversi gradi d'importanza penso che l'esser liberi costituirebbe la loro massima nobiltà. Altri animali, dal più grande fino al più piccolo, quando li si vuol prendere oppongono una tale resistenza con le unghie, le corna, il becco o i piedi, che dimostrano in modo evidente quanto sia loro caro ciò che stanno per perdere. Poi, una volta catturati, danno chiari segni di malessere e si può benissimo notare che dal momento della cattura il loro non è un vivere ma un languire, e stanno in vita più per lamentarsi della libertà perduta che per rassegnazione alla prigionia. E quando l'elefante, dopo essersi difeso fino all'estremo delle forze, non avendo più via di scampo ed essendo oramai sul punto di essere preso, si avventa con le mascelle contro gli alberi e si spezza le zanne, non dimostra forse il suo grande desiderio di restare libero com'è per natura, cercando di venire a patti con i cacciatori e di lasciar loro i suoi denti pur di riuscire ad andarsene e in cambio dell'avorio riacquistare la libertà? E così il cavallo; appena nato lo addestriamo a servire, ma nonostante tutte le nostre attenzioni e carezze, quando lo vogliamo domare dobbiamo ricorrere ai colpi di sperone per fargli mordere il freno, quasi volesse far vedere alla natura che se deve servire non lo fa di suo istinto ma per costrizione altrui. Che dire ancora? […]

 

Vi sono tre tipi di tiranni: alcuni ottengono il potere in base alla scelta del popolo; altri con la forza delle armi; gli ultimi infine per successione dinastica.
     Coloro che l'hanno avuto per diritto di guerra si comportano nel modo che tutti ben conoscono, trovandosi, come si usa dire, in terra di conquista. Chi invece nasce re non è certo migliore, anzi essendo nato e cresciuto in seno alla tirannia la natura di despota l'ha succhiata con il latte: considera infatti i popoli che gli sono sottomessi alla stregua di servi avuti in eredità e, secondo l'inclinazione che si ritrova, tratta il regno da avaro o da scialacquatore come fosse cosa sua propria. Infine per quanto riguarda colui che ha ricevuto il potere dal popolo, mi sembra che dovrebbe essere più sopportabile e credo lo sarebbe se non fosse per il fatto che una volta vistosi innalzato sopra tutti gli altri, gonfiato da un sentimento che non saprei definire ma che tutti chiamano senso di grandezza, decide di non scenderne più. Di solito poi costui fa conto di lasciare ai figli il potere che il popolo gli ha affidato; e dal momento che essi si mettono in testa questa idea è uno spettacolo tremendo osservare come sanno superare in ogni tipo di vizi e perfino in crudeltà gli altri tiranni, non trovando altro metodo per rafforzare la nuova tirannia se non quello di accrescere la schiavitù e di sradicare la libertà dall'animo dei loro sudditi a tal punto che, per quanto l'abbiano ben presente nella memoria, riescono a fargliela perdere.
     Così, a dir la verità, vedo che tra i vari tipi di tirannide vi è qualche differenza ma non noto che vi sia la possibilità di una scelta, poiché pur essendo diverse le vie per arrivare al potere il modo di regnare è sempre più o meno lo stesso. Coloro che sono eletti dal popolo lo trattano come un toro da domare; chi ha conquistato il regno pensa di avere su di lui il diritto di preda; chi infine lo ha ereditato considera i sudditi come suoi schiavi naturali. A questo proposito però vorrei chiedere: ammettiamo per caso che oggi nasca un tipo di gente del tutto nuovo, non abituata alla servitù né allettata dalla libertà, che non sappia assolutamente nulla dell'una e dell'altra cosa se non a malapena i nomi; se a costoro venisse presentata l'alternativa tra l'esser servi o il vivere liberi secondo quelle leggi che stabiliranno fra loro di comune accordo, che cosa sceglierebbero? Non c'è dubbio che avrebbero più caro ubbidire soltanto alla ragione piuttosto che servire ad un uomo, a meno che siano come quei d'Israele che senza alcuna costrizione o necessità si crearono un tiranno. E devo confessare che non riesco mai a leggere la storia di questo popolo senza provare una stizza tale da diventare quasi inumano nei suoi confronti, arrivando al punto di rallegrarmi per tutte le disgrazie che gli sono poi capitate. Certamente perché tutti gli uomini (fin quando almeno hanno qualcosa di umano) si lascino assoggettare è necessario una delle due: esservi costretti o ingannati. […]

 

E' pur vero che all'inizio l'uomo serve a malincuore, costretto da forza maggiore; ma quelli che vengono dopo, non avendo mai visto la libertà e non sapendo neppure cosa sia, servono senza alcun rincrescimento e fanno volentieri ciò che i loro padri hanno fatto per forza. E così gli uomini che nascono con il giogo sul collo, nutriti e allevati nella servitù, senza sollevare lo sguardo un poco in avanti si accontentano di vivere come sono nati, e non riuscendo a immaginare altri beni e altri diritti da quelli che si sono trovati dinnanzi prendono per naturale la condizione in cui sono nati. E tuttavia non c'è erede tanto spensierato e incurante che qualche volta non dia un'occhiata ai registri di famiglia per vedere se gode di tutti i diritti di successione o se invece non sia avvenuta qualche macchinazione contro di lui o contro i suoi predecessori. Ma è anche vero che la consuetudine, la quale ha un grande influsso su tutte le nostre azioni, esercita il suo potere soprattutto nell'insegnarci a servire, e come Mitridate che si abituò a bere il veleno, ci rende alla fine assuefatti a trangugiare normalmente il veleno della servitù senza sentirne l'amaro. Certamente nel tendere verso il bene o verso il male gioca in gran parte la natura che ci spinge dove vuole; ma bisogna ammettere che essa ha meno potere su di noi di quanto non l'abbia la consuetudine, perché la nostra indole, per quanto possa essere buona, va persa se non si cerca di mantenerla.
     L'educazione insomma lascia sempre la sua impronta malgrado le tendenze naturali. I semi del bene che la natura mette dentro di noi sono così piccoli e fragili che non possono resistere al benché minimo impatto con un'educazione di segno contrario. Inoltre non è semplice conservarli poiché con molta facilità si chiudono in sé, degenerano e finiscono in niente, né più né meno degli alberi da frutta che hanno ognuno la loro particolarità e la mantengono se li si lascia crescere in modo naturale, ma perdono ben presto le loro caratteristiche e producono frutti estranei se si operano degli innesti […]
     Diciamo dunque che tutto ciò cui l'uomo si abitua fin da bambino gli diventa naturale; ma in lui di propriamente naturale e originario vi è solo quello a cui lo sollecita la natura semplice e schietta. Così la prima ragione della servitù volontaria risulta essere la consuetudine. […]
     Il Gran Turco si è ben accorto che sono i libri e l'insegnamento molto più di ogni altra cosa a mettere nel cuore degli uomini il sentimento di sé, il riconoscimento della propria dignità e l'odio per il tiranno: per questo sento dire che nelle sue terre non vi sono molte persone di scienza e neppure le richiede. Comunque lo zelo di tutti coloro che malgrado i tempi sono rimasti attaccati alla libertà, per quanto numerosi essi siano, rimane senza effetto perché non si conoscono tra loro. Sotto la tirannia ogni libertà di fare, di parlare, e quasi di pensare viene loro tolta: così rimangono tutti soli e isolati nei loro desideri. […]
     Ma per tornare al nostro argomento che avevo quasi perso di vista, la prima ragione per cui gli uomini servono di buon animo è perché nascono servi e sono allevati come tali. Da qui deriva quest'altro fatto: molto facilmente sotto la tirannia ci si rammollisce e si diventa effeminati […]

 

E' ormai certo che con la libertà si perde allo stesso tempo anche il coraggio. Gli uomini sottomessi vanno in battaglia senza alcuna baldanza e ardimento, affrontano il pericolo l'uno appiccicato all'altro, intorpiditi, tanto per adempiere ad un obbligo e non si sentono bollire il sangue nelle vene per l'ardore della libertà che sola fa disprezzare il pericolo e nascere il desiderio di acquistare l'onore della gloria fra tutti i compagni con un bel morire. Al contrario fra gente libera si fa a gara per vedere chi è il migliore, combattendo per sé e per il bene comune, aspettando tutti di avere la propria parte di bene in caso di vittoria o la parte di male nella sconfitta; invece la gente asservita non ha più questo coraggio da guerrieri, anzi non riesce neppure ad essere vivace nelle altre cose, poiché possiede un animo ristretto e incapace di aspirare a qualcosa di grande. I tiranni sanno bene tutto questo e vedendo i loro sudditi prendere una simile piega li spingono in questa direzione così da renderli ancor più fiacchi e indolenti. […]
     In effetti questa è la tendenza naturale della plebaglia che solitamente si ritrova più numerosa nelle città: è sospettosa nei riguardi di chi le vuol bene mentre è ingenua e pronta a tutto verso chi l'inganna. Non vi è uccello che si lasci prendere così agevolmente nella pania o pesce che abbocchi in fretta all'amo quanto facilmente si facciano allettare dalla schiavitù tutti i popoli appena ne avvertono il più leggero profumo sotto il naso. Ed è veramente una cosa fuori dal comune vedere come cedano sull'istante alla minima lusinga: teatri, giochi, commedie, spettacoli, gladiatori, animali esotici, esposizioni di medaglie e di vari dipinti, e altre droghe di questo tipo costituivano per i popoli antichi l'esca per la schiavitù, il prezzo della loro libertà, gli strumenti della tirannia; insomma tutto un sistema congegnato dagli antichi tiranni per addormentare i sudditi sotto il giogo. Così i popoli, inebetiti e incantati da simili passatempi, divertendosi in modo insulso con quei piaceri che venivano fatti passare davanti ai loro occhi, si abituavano a servire in questo modo del tutto sciocco, peggio ancora dei bambini che imparano a leggere per via delle immagini colorate e delle miniature che si trovano sui libri. A tutti questi stratagemmi i tiranni romani aggiunsero l'usanza di festeggiare spesso le decurie pubbliche prendendo per la gola questa gente abbrutita che non aspettava altro; il più accorto e intelligente fra tutti costoro non avrebbe dato il suo piatto di minestra per scoprire la libertà della repubblica di Platone. […] Ma per tornare all'argomento da cui non so come mi sono lasciato deviare, non s'è mai dato il caso che i tiranni, in vista della propria tranquillità, non abbiano fatto ogni sforzo per abituare il popolo non solo all'obbedienza e alla servitù ma anche alla devozione nei propri confronti. Dunque tutte le cose da me dette finora su quel che occorre per abituare la gente alla servitù volontaria vengono usate dai tiranni solo per il popolo più grossolano e ignorante.

 

Ma ora arrivo al punto che a mio avviso costituisce l'origine nascosta del dominio, il sostegno e il fondamento della tirannia. Chi pensa che le alabarde, le sentinelle, le squadre di ronda proteggano il tiranno secondo me si sbaglia di grosso. Credo che gli siano d'aiuto più come cerimoniale o come spauracchio che non per la fiducia che dovrebbe avere in tutto questo apparato di difesa. Gli arcieri impediscono di entrare a palazzo agli sprovveduti senza mezzi, non a chi è ben armato e agli uomini d'azione. Tra gli imperatori romani è facile contare quei pochi che sono riusciti a salvarsi da qualche pericolo per l'aiuto dei loro soldati più fedeli, al contrario di tutti coloro, e sono la maggior parte, che sono stati uccisi dalle loro stesse guardie del corpo. Non sono gli squadroni a cavallo, non sono le schiere di fanti, non sono insomma le armi a difendere il tiranno; capisco che al primo momento è difficile crederlo ma è così. Sono sempre cinque o sei persone che lo mantengono al potere e gli tengono tutto il paese in schiavitù. E' sempre stato così: questi cinque o sei hanno avuto la fiducia del tiranno e, sia perché si son fatti avanti da soli sia perché il tiranno stesso li ha chiamati, sono diventati complici delle sue crudeltà, compagni dei suoi divertimenti, ruffiani dei suoi piaceri, soci nello spartirsi il frutto delle ruberie. Questi sei personaggi inoltre tengono vicino a sé seicento uomini dei quali approfittano facendo di loro quel che han fatto del tiranno. I seicento a loro volta ne hanno seimila sotto di sé ai quali conferiscono onori e cariche, fanno assegnare loro il governo delle province oppure l'amministrazione del denaro pubblico così da ottenerne valido sostegno alla propria avarizia e crudeltà, una volta che costoro abbiano imparato a mettere in atto le varie malefatte al momento opportuno; d'altra parte facendone di ogni sorta questi seimila possono mantenersi solo sotto la protezione dei primi e sfuggire così alle leggi e alla forca. E dopo tutti questi la fila prosegue senza fine: chi volesse divertirsi a dipanare questa matassa si accorgerebbe che non seimila ma centomila, anzi milioni formano questa trafila e stanno attaccati al tiranno, proprio come afferma Giove che nel racconto di Omero si vanta di poter tirare a sé tutti gli dei dando uno strattone alla catena. […] E' come quando, dicono i medici, in una parte del nostro corpo c'è qualcosa di infetto: se in un altro punto si manifesta un piccolo male subito si congiunge alla parte malata. Così appena il re diventa tiranno tutta la feccia del regno, e non intendo con questa un branco di ladruncoli conosciuti da tutti che in una repubblica possono fare ben poco, sia in bene che in male, bensì tutti coloro che sono posseduti da un'ambizione senza limiti e da un'avidità sfrenata, si raggruppano attorno a lui e lo sostengono in tutti i modi per aver parte al bottino e diventare essi stessi tanti piccoli tiranni sotto quello grande. […]

 

Così il tiranno opprime i suoi sudditi, gli uni per mezzo degli altri, e viene difeso proprio da chi, se non fosse un buono a nulla, dovrebbe temere di essere attaccato; secondo il detto che per spaccare la legna ci vogliono dei cunei dello stesso legno. […] Perché, diciamo la verità, che altro può significare avvicinarsi al tiranno se non allontanarsi dalla propria libertà e abbracciare anzi, per meglio dire, tenersi stretta la servitù? […]
     Non è sufficiente che gli obbediscano: devono compiacerlo in tutto faticando e distruggendosi fino alla morte nel curare i suoi interessi; inoltre devono godere dei suoi piaceri, abbandonare i propri gusti per i suoi, andar contro il proprio temperamento fino a spogliarsene del tutto. Sono obbligati a misurare le parole, la voce, i gesti, gli sguardi; devono avere occhi, piedi, mani sempre all'erta a spiare ogni suo desiderio e scoprire ogni suo pensiero.
     E questo sarebbe un vivere felice? Si può chiamare vita codesta? C'è al mondo qualcosa che risulti essere più insopportabile di una simile situazione non dico per una persona di nobili origini ma semplicemente per chiunque abbia un po' di buon senso o quantomeno un'ombra di umanità? Quale condizione è più miserabile di questa, in cui non si ha niente di proprio ma tutto, benessere, libertà, perfino, la vita stessa, viene ricevuto da altri? […]  
     Questi favoriti dovrebbero ricordarsi non solo di quei cortigiani che hanno messo da parte molti beni stando vicini al tiranno ma anche di tutti coloro che, dopo aver accumulato per un certo periodo, alla fine hanno perso i beni e la vita stessa; dovrebbero aver presente non solo i tanti che hanno guadagnato ricchezze ma anche i pochi che sono riusciti a mantenersele. […]
     Anche le persone per bene, se mai sia dato trovarne qualcuna benvoluta da un tiranno, per quanto siano tra i suoi più favoriti e sappiano brillare di virtù e di integrità morale così da ispirare un certo rispetto perfino ai più malvagi quando vi si trovano vicini, ebbene dico che anche queste persone non riuscirebbero a sopportarlo a lungo ed è necessario che anch'esse soffrano questo male comune e imparino a loro spese cosa vuol dire la tirannia. […]


Ciò per cui un amico si fida dell'altro è la conoscenza che ha della sua integrità morale; gli sono di garanzia il suo buon carattere, la sua fedeltà, la sua costanza. Non ci può essere amicizia dove vi è crudeltà, slealtà, ingiustizia; e quando i malvagi si ritrovano tra loro non vi è compagnia ma complotto: non si vogliono bene ma si sospettano reciprocamente, non sono amici ma complici.
     Ma anche se non ci fossero questi ostacoli sarebbe comunque difficile ritrovare in un tiranno un amore fedele poiché stando sopra a tutti e non avendo alcun compagno pari a lui è già fuori dai confini dell'amicizia che può fiorire solo sul terreno dell'eguaglianza e non procede mai zoppicando ma si tiene sempre in perfetto equilibrio. Ecco perché si può ben dire che tra i ladri c'è una specie di fiducia reciproca nello spartirsi il bottino, dato che sono tutti uguali tra loro e pur non volendosi bene si tengono d'occhio l'uno con l'altro non volendo, separandosi, diminuire la loro forza. Ma quelli che sono favoriti dal tiranno non possono in alcun modo far conto su di lui poiché sono stati loro stessi ad insegnargli che tutto è in suo potere e che per lui non vi è diritto o dovere che tenga, posto ormai nella condizione di far passare il proprio arbitrio come ragione, di non avere alcun compagno pari a lui ma di essere padrone di tutti. […] Questi miserabili vedendo luccicare i tesori del tiranno rimangono abbagliati dalla sua magnificenza e attratti da questo splendore si avvicinano, senza accorgersi che si stanno buttando in una fiamma che non mancherà di divorarli, allo stesso modo di quel satiro curioso che secondo un'antica favola vedendo brillare il fuoco trovato da Prometeo ne fu talmente impressionato che si accostò per baciarlo e si bruciò. […]
     Solitamente il popolo non accusa il tiranno per il male che gli tocca sopportare bensì coloro che sono messi a governare. Di costoro i popoli, le nazioni, tutti gli abitanti senza alcuna eccezione, dai contadini agli artigiani, sanno i nomi, contano i vizi e su di loro riversano un'infinità di oltraggi, villanie e maledizioni: tutti i discorsi e le imprecazioni della gente sono contro di loro, ritenuti colpevoli di ogni sventura, della peste come della carestia; e se qualche volta per salvare le apparenze questo stesso popolo li onora, dentro di sé li maledice dal profondo del cuore e li ha in orrore più che le bestie feroci. Ecco la gloria e l'onore che ricevono per i servizi che compiono verso la gente, la quale anche se potesse ridurre il loro corpo a brandelli probabilmente sarebbe ancora insoddisfatta e ben poco alleggerita delle proprie sofferenze. E anche quando sono scomparsi dalla faccia della terra moltissimi scrittori negli anni seguenti non mancano certo di denigrare la memoria di questi mangia popoli; la loro fama viene completamente distrutta in migliaia di libri e le loro stesse ossa vengono per così dire trascinate e disperse dai posteri come punizione per la loro vita malvagia, anche dopo Impariamo dunque finalmente a comportarci bene; ad onore nostro o per l'amore che portiamo alla virtù, o meglio ancora per l'amore e l'onore di Dio onnipotente che è testimone sicuro delle nostre azioni e giudice delle nostre mancanze, teniamo lo sguardo rivolto al cielo.
     Per parte mia penso, e non credo di sbagliarmi, che non ci sia niente di più contrario a Dio, infinita bontà e libertà, della tirannia e che Egli riservi laggiù delle pene particolari per tutti i tiranni e i loro complici.

 

Etienne De La Boétie
DISCORSO SULLA SERVITU' VOLONTARIA

a cura di Luigi Geninazzi.
Titolo originale: "Discours sur la servitude volontaire".
Traduzione di Luigi Geninazzi.


Jaca Book, Milano, 1979

 

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Emmanuel Joseph Sieyès
1788 - Contro il regime del privilegio
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Certo il tema dei privilegi sarebbe inesauribile, come i pregiudizi che concorrono a formarli: concludiamo quindi risparmiandoci le riflessioni che esso potrebbe ispirare. Verrà il tempo in cui i nostri nipoti leggeranno indignati e stupefatti la nostra storia e daranno a questa inconcepibile demenza il nome che merita. In gioventù, abbiamo visto alcuni letterati distinguersi coraggiosamente nell’attaccare opinioni tanto radicate quanto perniciose per l’umanità. Oggi, i loro successori sono soltanto capaci di ripetere, nei discorsi e negli scritti, quei vetusti ragionamenti contro pregiudizi che non esistono più. Il pregiudizio che alimenta i privilegi è il più funesto, quello che più intimamente si è intrecciato con l’organizzazione sociale e che più profondamente la corrompe, quello difeso da un maggior numero d’interessi: quanti motivi per stimolare i veri patrioti e raffreddare i letterati contemporanei!
Paul H. D. d’Holbach
ad uso dei cortigiani
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In effetti gli uomini di potere non amano che le punture da loro dispensate con tanta grazia siano sentite e tantomeno che siano oggetto di lamentela. Il cortigiano, al cospetto del padrone, deve imitare quel giovane Spartano frustato per aver rubato una volpe; sebbene durante la punizione l'animale nascosto sotto il mantello gli scarnificasse il ventre, egli non gridò di dolore. Quale arte, quale dominio di sé sono necessari per dare prova di una tale capacità di dissimulazione che è poi la caratteristica principale del vero cortigiano! È poi necessario che egli sappia costantemente neutralizzare i rivali con atteggiamenti amichevoli, mostrare un viso disponibile, affettuoso a quelli che detesta di più, che sappia abbracciare teneramente il nemico che vorrebbe strozzare; infine bisogna che anche le menzogne più spudorate siano imperscrutabili sul suo volto.
Docunento - febbraio 1786 - crisi finanziaria e debito pubblico
Estirpando gli abusi
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Gli abusi che oggi si tratta di annientare per la salvezza pubblica sono i più consistenti, i più protetti, quelli che hanno le radici più profonde e le più estese diramazioni. Sono questi gli abusi la cui esistenza pesa sulla classe produttiva e laboriosa gli abusi dei privilegi pecuniari, le eccezioni alla legge comune e tante esenzioni ingiuste che liberano una parte dei contribuenti solo aggravando la condizione degli altri: l'ineguaglianza generale nella ripartizione dei sussidi e l'enorme sproporzione che vi è tra i contributi delle varie province e tutti i carichi fiscali dei sudditi di un unico sovrano; il rigore e l'arbitrarietà di percezione della taglia; il timore, i disagi e quasi il disonore inferto al commercio delle produzioni di base; gli uffici fiscali all'interno del regno e quelle barriere doganti, che rendono le diverse parti del regno straniere le une alle altre i diritti esclusivi che scoraggiano l'industria, quelli la cui percezione esige spese eccessive e un personale innumerevole, quel! che sembrano invitare al contrabbando e che ogni anno fanno sacrificare migliaia di cittadini; il deperimento del Dominio della Corona e quel poco di uni: che produce quanto ne resta; la degradazione delle foreste del re e i vizi della loro amministrazione; infine tutto quanto altera il prodotto, tutto quanto indebolisce le fonti di credito, tutto quanto rende i redditi insufficienti e tutte quelle spese superflue che li assorbono.
Emmanuel Joseph Sieyès
1789 - il programma della Rivoluzione
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Noi dobbiamo analizzare l’Ordine del Terzo stato più nei suoi rapporti con la Costituzione che nel suo stato civile. Vediamo ciò che esso è negli Stati generali. Quali sono stati finora i suoi pretesi rappresentanti? Nobili di recente estrazione o privilegiati a termine. Questi falsi deputati non sono poi sempre il libero risultato dell'elezione del popolo. Talvolta negli Stati generali e quasi ovunque negli Stati provinciali la rappresentanza del popolo è considerata come un diritto di certi uffici o cariche.A questa lampante verità aggiungete il fatto che, in una maniera o in un'altra, tutte le funzioni del potere esecutivo sono cadute nelle mani della casta che forma il Clero, la Toga e la Spada. Una specie di diritto di confraternita fa sì che i nobili, per ogni cosa, si preferiscano l'un l'altro al resto della nazione. L'usurpazione è completa; essi regnano veramente.
Pier Paolo Pasolini
Io so cosa è questo golpe
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La ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile. Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Pier Paolo Pasolini
Recensione a “Un po’ di febbre” di Sandro Penna - 1973
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Questo libro è un brano di tempo ritrovato. È qualcosa di materiale. Un delicatissimo materiale fatto di luoghi cittadini con asfalto e erba, intonaci di case povere, interni coi modesti mobili, corpi di ragazzi coi loro casti vestiti, occhi ardenti di purezza e innocente complicità. E com'è sublime il completo, totale disinteresse di Penna per ciò che accadeva al di fuori di questa esistenza tra il popolo. Niente è stato più antifascista di questa esaltazione di Penna nell'Italia sotto il fascismo, vista come un luogo di inenarrabile bellezza e bontà. Penna ha ignorato la stupidità e la ferocia del fascismo: non l'ha considerata esistente. Peggiore insulto non poteva — innocentemente — inventare contro di esso. Che Penna è crudele: non ha pietà per ciò che minimamente non è investito dalla grazia della realtà, figurarsi per ciò che n'è fuori o contro. La sua condanna — non pronunciata — è assoluta, implacabile, senza appello.
Pier Paolo Pasolini
Che cos’è la cultura di una nazione?
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24, giugno 1974 - I problemi di un intellettuale appartenente all’intelligencija sono diversi da quelli di un partito e di un uomo politico, anche se magari l’ideologia è la stessa. Vorrei che i miei attuali contraddittori di sinistra comprendessero che io sono in grado di rendermi conto che, nel caso che lo Sviluppo subisse un arresto e si avesse una recessione, se i Partiti di Sinistra non appoggiassero il Potere vigente, l’Italia semplicemente si sfascerebbe; se invece lo Sviluppo continuasse così com’è cominciato, sarebbe indubbiamente realistico il cosiddetto «compromesso storico», unico modo per cercare di correggere quello Sviluppo, nel senso indicato da Berlinguer nel suo rapporto al CC del partito comunista. Tuttavia, come a Maurizio Ferrara non competono le «facce», a me non compete questa manovra di pratica politica. Anzi, io ho, se mai, il dovere di esercitare su essa la mia critica, donchisciottescamente e magari anche estremisticamente. Quali sono dunque i miei problemi?
Pier Paolo Pasolini
“un edonismo neolaico dimentico di ogni valore”
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Non vi è niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo? No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi.
33 anni di Repubblica Islamica
Una nuova forma di stato e di governo
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La Costituzione d'Iran, approvata con referendum del 24 ottobre 1979, è entrata in vigore dal 3 dicembre dello stesso anno, subendo alcuni emendamenti in forza dal 28 luglio 1989. Come si vede, il testo si richiama fortemente ai principi religiosi dell'islam sciita, pur contenendo diversi elementi di moderna laicità. Si vedano, ad esempio, i seguenti articoli sulle libertà individuali e di stampa: “Articolo 23 - Non sono ammesse indagini sulle convinzioni personali e nessuno può essere perseguito o inquisito a causa delle proprie opinioni. Articolo 24 - E’ garantita la libertà di stampa e la libertà d’espressione delle idee a mezzo stampa purché non vengano offesi i principi fondamentali dell’islam o i diritti della collettività. I dettagli saranno precisati da una successiva legge. Articolo 25 - L’intercettazione e il controllo della corrispondenza, la registrazione di conversazioni telefoniche anche al fine di renderne pubblico il contenuto, l’intercettazione dei messaggi telegrafici o telex e la rivelazione del loro contenuto, la censura, il mancato recapito o la mancata trasmissione delle comunicazioni, l’ascolto indebito, lo spionaggio e ogni tipo di sorveglianza sono proibiti, tranne nei casi espressamente previsti dalla legge”. [Anna Vanzan]
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