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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Roberto De Monticelli
Inviato speciale
Cronache di Milano in bianco e nero
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Questa è una testimonianza eccezionale sulla storia di Milano e dell'Italia dalla Liberazione agli anni Ottanta. Gli stenti e le speranze, lo sviluppo e le illusioni, il teatro e la cultura, le generazioni nuove e vecchie, attraverso gli scritti, oggi spesso introvabili, di un maestro del giornalismo. Maestro due volte. Per la raffinatezza della scrittura. E per la convinzione profonda, radicata, che il giornalismo dovesse andare oltre l'informazione; e svolgere una funzione educativa. Per esprimere, nel giornalismo vero, una professionalità di cui «il potere non ha bisogno». Roberto De Monticelli è il narratore elegante e intelligente che accompagna il lettore d'oggi in un paese in bianco e nero che non c'è più ma che ancora respira dietro di noi. Giovanni Testori lo definì “la più lucida mente critica ed esegetica che abbi avuto il nostro dopoguerra”.
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Cronache della Milano in bianco e nero

 

1947 - In volo sulla Fiera

Nel pomeriggio di domenica, come la coda di una cometa, uno striscione pubblicitario ha sorvolato la Fiera. Sulla testa di quella strana cometa color arancione che dispiegava nere parole fra le nuvole, sulla testa rombante - un "caproncino" a due posti - di quella cometa piovuta nel cielo della "città dei traffici" dal cielo degli "slogans" reclamistici - un cielo nel quale le costel­lazioni sono sostituite da scritte luminose intermittenti - c'era un giornalista, c'eravamo noi insomma, come al solito indiscreti e seccanti a curiosare sulla città.
Cara Milano, vista dall'alto in un pomeriggio di domenica, con la Fiera in festa e il Giro d'Italia in arrivo e l'Arena gremita per una partita di fine campionato, ci fai quello che si dice una figurona. Quantunque questa nostra professione ci porti un poco a vivere la vita di tutte le tue strade dalla periferia al centro, dal­l'ultimo Commissariato di P.S. al palazzo del Comune, dalla Scala a quel piccolo cinema laggiù oltre Rogoredo, abbiamo anche noi, almeno la domenica, le nostre ore private, i nostri pomeriggi in esclusiva, la nostra personale razione di tedio o spensieratezza feriali.
Rinunciandovi l'altro ieri per salire a cavalcioni di una picco­la cometa pubblicitaria, abbiamo scoperto la domenica integrale, la grande domenica collettiva. Intendici bene, cara e intelligente città, alludiamo semplicemente a un giuoco di dimensioni, par­liamo da quota trecento, diecine e diecine di metri sopra l'aureo­la della Madonnina. Vogliamo dire insomma che, dall'alto, il panorama della domenica milanese ci è parso elementare e dida­scalico come su una carta geografica la rappresentazione di un paese noto. Come su una carta geografica il colore che accomu­na le quote alla stessa altezza, uno stesso sentimento dava alle folle del Vigorelli e dell'Arena, della Fiera e di piazza del Duomo uguale volto. E su quel fondo comune pareva di veder scritto: «Altopiano della Domenica».
I "girini" intanto volavano sugli asfalti verso il Vigorelli, sul tappeto verde dell'Arena rotolavano biglie bianche e viola, ma a noi interessava la Fiera che con le tettoie luccicanti al sole e le locomotive allineate accanto al padiglione dei tessili sembrava un grande scalo ferroviario preso d'assalto da una folla primaverile. (pagg. 20-21)

Il Tempo di Milano, 17 giugno 1947

1948 - Il primo voto

Il primo pensiero dei milanesi, aprendo gli occhi questa mat­tina, sarà il pensiero del voto; la prima immagine sarà l'immagi­ne della scheda, coi quattordici contrassegni di lista, della mati­ta appuntita con la quale tracceranno sulla carta il segno della loro scelta, della cabina di legno che isolerà per qualche istante dal rumore del mondo la loro antica solitudine d'uomini.
Ecco, diranno questa mattina i milanesi destandosi, ci siamo. Ora non sono più possibili le esitazioni, i rinvìi, gli indugi, i dubbi. Questo giorno tornerà soltanto fra cinque anni. Oggi si gioca tutto per tutto.
Le altre cure della giornata - la domenica milanese solita­mente quieta e tradizionalista - sembreranno così remote e come appartenenti a un'altra vita, la gente affollerà come sempre i caffè, i cinema, i teatri, le piazze e le strade, ma saranno ore e gesti di nessuna importanza, ore e gesti concessi all'abitudine; la giornata di oggi verrà tutta bruciata in quei pochi secondi di soli­tudine, fra le pareti di legno di una cabina.
Perché oggi ogni milanese è solo; solo in centro, solo alla periferia, solo sul sagrato di piazza del Duomo, solo fra le cimi­niere di Sesto San Giovanni. Andrà a votare con la moglie, i figli, i parenti, gli amici. Ma anche i vincoli familiari non avranno importanza, a un certo punto ci troveremo soli e fra le mani non avremo che il bastoncino sottile d'una matita e un pezzo di carta dal quale ci guarderanno quattordici simboli muti.
Parole non cadranno più intorno a noi dai manifesti e dagli altoparlanti, un grande silenzio sarà intorno a noi e dentro di noi. Allora avverrà la metamorfosi, la singolare e solenne metamor­fosi quinquennale. Ognuno di noi, in quel silenzio, diventerà un piccolo segno di matita su un pezzo di carta.
Tutti i milanesi oggi diventeranno piccoli segni di matita su un pezzo di carta. Saranno oltre novecentomila piccoli segni a matita. Non conteranno di noi le persone fisiche, l'età - se vec­chi se giovani, se donne se uomini - né, d'ognuno, il passato -la memoria - o il futuro - la speranza. Non conterà, d'ognuno, che un piccolo segno a matita.
Di che colore sarà il cielo, ci saranno nuvole o tornerà il sole dei giorni scorsi, di che umore si desterà l'irrequieta e cordiale Milano, il ventaglio di queste ore solenni s'aprirà e chiuderà senza strappi o si dovranno a sera stendere amari bilanci?
In fondo, tutto ciò stamane non ha importanza. Stamane importa che il primo pensiero dei milanesi, aprendo gli occhi, sia il pensiero del voto; che ogni milanese, entro le quattordici di domani, diventi un piccolo segno a matita su un pezzo di carta. In quel piccolo segno a matita, come in una sottilissima vena, pulsa la vita di ognuno. (pagg. 34-35)

Il Tempo di Milano, 18 aprile 1948

 

1949 – baracche all’Ortica

Sorgono, complessivamente nella zona dell'Ortica, centono-vanta baracche, che ospitano qualcosa come cinquecento perso­ne. L'amara genesi di queste costruzioni lillipuziane è nota: i sinistrati più poveri dovettero costruirsi, utilizzando calcinacci e rottami, quattro pareti e un tetto. Ma il fenomeno non è del dopo­guerra: già nel 1937 esistevano, in quella stessa zona, delle baracche che vennero poi distrutte e la gente che le occupava fu sistemata nella casa degli sfrattati, alla Trecca1.
Centonovanta, s'è detto; divise, all'incirca in tre agglomerati principali: quello di via Sismondi, quello di piazza San Gerolamo e quello della zona Cava Taverna. Il gruppo che si incontra per primo, andando al terrapieno della ferrovia, è quel­lo di via Lomellina-via Sismondi: 23 baracche, avanguardia del miserevole villaggio verso la città. Ecco poi le 37 catapecchie di via Sismondi, occupate da una novantina di persone. È il punto più equivoco di tutta la zona, obliqui sguardi di donne escono dalle finestrelle e battono la strada, l'ombra dell'interno è buca­ta dalle punte delle sigarette accese.
Proseguendo verso il terrapieno, ecco di là da un canalazzo dove l'acqua è quasi sempre grigia, la zona di Cava Taverna; ci sono qui oltre 27 baracche che ospitano un'ottantina di persone. Percorso la via Cardinal Mezzofanti, parallelamente alla scarpata della ferrovia, passato il campo sportivo della Scarioni, si incontra la piazza San Gerolamo. Qui dall'angolo della strada alla pendice del terrapieno, le baracche - ma si tratta soprattutto di casette, fatte con un po' di calce e una manciata di tegole - si allineano a for­mare una specie di fronte unico, una lunga e stretta via.
Sono settantaquattro casupole, abitate da duecento persone e ci sono anche due carovane di zingari. Addossati alle pareti d'un palo di tali catapecchie, ecco due organetti di Barbería con la loro manovella d'ottone e la cassa foderata d'un logoro panno rosso. La chiamano, questa stradicciola, il viale Di Vittorio per­ché quelli che vi abitano sono in massima parte pugliesi: brava gente, del resto.
I dati che abbiamo elencato sono recentissimi, poiché li hanno raccolti i Vigili urbani nel corso d'un censimento effettuato nella zona ai primi di questo mese. Con i dati statistici i Vigili compila­rono un rapporto all'autorità in cui è denunciata una situazione che non può durare, se si vuol salvo il decoro, non solo del rione ma, diremmo, della città. Nelle baracche infatti, hanno trovato una comoda ospitalità una cinquantina di donne di malaffare. Alcune di queste vengono soltanto di giorno e vi esercitano il loro disone­sto commercio. Si affacciano alle finestrelle, verso le cinque del pomeriggio, quando gli operai escono dalle fabbriche e per quelle strade solitarie passano pattugliette d'uomini e giovani in biciclet­ta. C'è chi si ferma e allora i battenti in legno delle finestrelle ven­gono chiusi dall'interno. Queste donne pagano, per il noleggio diurno della baracca, dalle sette alle ottomila lire al mese: le incas­sa il proprietario della baracca, che torna la sera dal lavoro. La cuccetta che servì da miserabile alcova diventa il letto del suo riposo. Non pochi sono, fra questa gente, i pregiudicati che ogni tanto la polizia rastrella; allora si dà anche il caso che qualcuno attacchi alla porta della baracca un cartello che dice: «Chiuso per­ché il proprietario è in galera». C'è - chi l'avrebbe creduto - un'industria edilizia della baracca; anche in questi giorni ne stan­no sorgendo qua e là, aggregate ai vari agglomerati e di là dal ter­rapieno, verso la via Forlanini. La solita tecnica rudimentale, quat­tro pareti, un tetto e un tubo da stufa che funge da comignolo. Gli imprenditori che le fanno costruire le mettono poi in vendita a ottantamila lire l'una e ci guadagnano.
«Occorre prendere opportuni provvedimenti» dice il rapporto dei Vigili urbani. Don Guido, il dinamico parroco della rossa chiesa dei Santi Achilleo e Nereo ha dal canto suo mandato cir­costanziate relazioni alla Prefettura. Non è popolare, Don Guido Agostoni, fra gli abitanti delle baracche.
I signori della Prefettura si stringono nelle spalle. Al Comando dei Vigili allargano le braccia. La polizia manda ogni tanto all'Ortica il torpedone del Buon Costume, fa una retata di squallide donnette e poche ore dopo è costretta a rilasciarle, for­nita ognuna del cartellino.
«Dove mettiamo tutta quella gente?» è la comune risposta che vien data alle numerose sollecitazioni. È possibile che il pro­blema sia proprio insolubile? Intanto, esaminando caso per caso chi sa quanti fogli di via obbligatori si potrebbero compilare. E per la gente per bene non dovrebbe essere difficile trovare a Milano altri rifugi. Occorre insomma che Prefettura, Comune, Polizia, Genio Civile, Vigili del Fuoco si mettano finalmente d'accordo. Sgomberare le baracche e poi metterle a fuoco. Esigenze morali, sociali, igieniche suggeriscono di non procrasti­nare oltre questo radicale provvedimento: una specie di grandiosa disinfestazione. C'è chi su quei terreni, potrebbe e vorrebbe costruire. Non case per i signori, case per la piccola gente che lavora, grandi edifici ariosi, aperti al sole e ai venti della periferia. (pagg. 43-46)

Il Tempo di Milano, 25 marzo 1949

 

1949 - Avvenire incerto

Dove portano i sentieri delle foglie morte? Prossimo ormai l'inverno, la stagione intermedia ricama sulla terra una trama dorata, bionde vene nelle quali splende l'ultimo sangue del­l'estate. In realtà si tratta di vere e proprie strade, di sentieri, di viottoli, la cui direzione è fissata dai filari degli alberi. Sembrerebbe dunque che la meta cui queste strade arrivano, spe­cialmente in città, dove si limitano a correre attraverso i parchi e i giardini o lungo l'anello della circonvallazione o sui pochi bastioni che son rimasti, fosse segnata dall'ultimo albero schio­mato dall'autunno. È così, infatti, se stiamo agli aspetti immobi­li della realtà. Ma una domanda che sorge naturale prolunga la loro prospettiva oltre confini che vanno al di là della ferma veri­tà quotidiana. E non c'è stagione che come l'autunno sia compli­ce di queste domande insidiose, di siffatti vagabondi pensieri. Dove vanno le strade delle foglie morte? Il passo che le calpesta ne trae una musica misteriosa e piuttosto triste, fatta di sospiri e di fruscii fra i quali si cercherebbe invano di captare un avverti­mento scandito in termini umani. E allora? La domanda è desti­nata a rimanere senza risposta. A meno che non ci s'accorga d'un tratto che la risposta è in noi. Dove porta questa strada, si doman­da il vecchio pensionato che sulla bionda passatoia di foglie morte trascorre, su e giù, il solitario pomeriggio; e basterebbe che interrogasse il suo stanco cuore, cui il sole di novembre non basta più. Né l'indaffarato quarantenne che traversa rapido il giardino, preso dalle sue faccende, passioni e ansie, può sottrar­si alla domanda. Dove porta questa strada, che cosa prepara l'av­venire, qualcosa cambierà ora che la stagione muta nel cielo? Non parliamo poi dei giovani, cui quella misura sommessa sotto i passi e il giallo senza speranza delle foglie, accrescono la gioia di sentirsi vivi e sani; in fondo al sentiero autunnale, per loro, non ci può essere che la bionda fortuna. Gli unici che non si pon­gono domande sconcertanti sono i ragazzi che a mezzogiorno, con le cartelle sotto il braccio, percorrono il viottolo dorato tor­nando da scuola. Per loro le foglie morte non sono che il prelu­dio a un altro inverno dell'infanzia, e gli inverni dell'infanzia sanno di caldarroste e di torrone natalizio, di inchiostro per i compiti, di neve per i giochi.

Il Tempo di Milano, 10 novembre 1949

 

1974 - Fame di cultura

La crisi delle strutture teatrali, la situazione poco lieta delle finanze comunali, la mancanza di spazi e, per contro, l'urgere di una domanda che si fa sempre più pressante nei quartieri fra cen­tro e periferia, oltre che nelle zone più lontane, sintomo d'una necessità di cultura e di comunicazione legata a una intensa cre­scita sociale e civile: tutti questi elementi combinati e simultanei hanno messo in grave difficoltà, all'aprirsi della nuova stagione, l'attività dello spettacolo a Milano, il suo naturale sviluppo e, in qualche caso - e non si tratta di allarmismo a sensazione - le sue stesse possibilità di sopravvivenza. D'un tale stato di cose i primi a preoccuparsi sono, ovviamente, coloro che hanno per compito di informare il pubblico non soltanto sulla qualità della produ­zione teatrale ma sulle sue finalità, sulle sue implicazioni socia­li, sul tipo della sua gestione culturale, politica ed economica: i critici militanti, cioè i cronisti, sera per sera, dell'evento teatrale. E per questo che il gruppo milanese dell'Associazione naziona­le dei critici di teatro ha invitato a un colloquio l'assessore alle attività culturali del Comune di Milano, Lino Montagna, che ha subito aderito all'iniziativa.
L'incontro, informale e diretto, esplicito e concreto, assoluta­mente privo dell'aria ufficiosa che circola intorno alla conferen­za-stampa, è stato chiarificatore e perciò sommamente utile. L'assessore Montagna non ha nascosto nulla della situazione. Ha detto che le strutture teatrali del Comune sono in un momento di gravissima crisi. […]
Che significa tutto ciò? L'assessore Montagna è stato assai chiaro, al di là del panorama, alquanto sconfortante, delineato dalle notizie. Il fatto è che, nei momenti di congiuntura economi­ca, la prima a essere sacrificata nelle programmazioni degli enti pubblici è la cultura, secondo un criterio molto discutibile, ma favorito da una facile demagogia, che tende a stabilire altre prio­rità. Eppure, non è che si fanno gli ospedali, le scuole o gli asili-nido invece dei teatri. Anzi, in molte società gli ospedali, le scuo­le e gli asili-nido si fanno perché si fanno anche i teatri, che ser­vono a ospitare e a rivelare la coscienza dialettica della comuni­tà, a metterne a nudo i problemi e ad analizzarne le contraddizioni. Così a Milano la grave (e speriamo temporanea) crisi delle strutture si aggiunge in questo momento a quella mancanza di spazi che è la malattia cronica del teatro in questa città; per cui non solo gruppi e compagnie non possono portare, qui, il contri­buto del loro lavoro e dei loro spettacoli e il pubblico continua a ignorare due terzi del teatro che si produce in Italia; ma non pos­sono sorgere iniziative nuove e quelle poche che faticosamente vivono debbono disperdere metà delle loro energie, fra sempre crescenti difficoltà economiche, nella ricerca dei luoghi in cui lavorare ed esprimersi. […] (pagg. 116-119)

Corriere della Sera, 15 ottobre 1974

 

 

Roberto De Monticelli
Inviato speciale
Cronache di Milano in bianco e nero

a cura di: Stella Casiraghi

 

EDITORE MELAMPO
Milano - prima edizione 2008

 

 

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