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Roberto Moro
Roberto Moro
Qui giace il cuore
racconto d’inverno
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Nel cuore della notte, Rufus si aggira spietato ed eccitato nella sua casa. Schiude la porta dove sono ospitati i pellegrini e i loro tesori. Apre, ascolta col fiato sospeso: silenzio. Gli ospiti dormono. Tutto accade in un solo istante: una scure, due, tre, quattro colpi ben assestati nel pagliericcio che ospita allievo e maestro e si inzuppa di sangue innocente. Ora ecco: ancora lordo di orrore e di intimo piacere, Rufus deve far scomparire ogni traccia. Ci ha già pensato, ha previsto tutto. Giù nella cava è pronto il sepolcro sconsacrato delle vittime. Pietre, calce e cazzuola. I corpi martoriati vengono murati nel silenzio e per sempre. Poi su e giù, giù e su: pulizia, scomparsa di ogni possibile traccia. La notte è passata e il bottino recuperato, messo al sicuro.
***

 

 

Questa è una breve storia o piuttosto un ricordo personale. Se andate a Parigi passate per rue Git le Coeur. Fermatevi lì, provate ad ascoltare nel silenzio delle ore piccole della notte e ricordate queste poche battute. La piccola strada, schiacciata e un po’ storta, in realtà poco più che un vicolo, è sopravvissuta insieme alla ultime vestigia della struttura medioevale del centro della metropoli. La trovate sulla riva sinistra, oltre Notre Dame, al di là di place Saint Michel, saranno cento metri. È una trasversale di rue Saint André des Arts: non potete sbagliare. Questo sgorbio di viottolo così alternativo agli spazi e al disegno urbano della Parigi settecentesca deve il suo nome a due leggende che si incrociano e sono tra loro incompatibili.
Una vuole il nome connesso alla potente famiglia di banchieri strozzini Coeur, potenti quanto lo furono ai tempi i De Medici e i Fugger. Ma la cosa non regge: i Coeur sono del pieno Rinascimento e non del tardo Medioevo, le loro residenze nella Parigi di allora sono note e stanno tutte altrove, infine questa ipotetica origine non spiega il nome curioso e intrigante che la via ha mantenuto da epoca davvero remota. Git le coeur significa, infatti, letteralmente “qui giace il cuore”: è una vera e propria lapide mortuaria. E forse è proprio la confusione semantica che ha suscitato un intreccio di storie per giungere a quella ufficiale che ha resistito nel tempo e che tutti vi possono raccontare. In questa storia della storia le cose vanno così.
La via era abitata in epoca davvero remota (forse il secolo XI della nostra era) da un malvagio signore, ricchissimo e inavvicinabile. Noi lo chiameremo Rufus. L’origine della sua ricchezza, inutile dirlo, era quella di tutti i grandi patrimoni: misteriosa e infamante. Strozzino, ladro, predatore e violento, Rufus aveva cumulato ricchezze sui poveri e sui meno poveri con il delitto e l’inganno. Tutta una vita di inganni e disprezzo. Una vita lunga quella di Rufus che, alla fine, era stanco, disgustato di sé stesso e ossessionato da vaghi e notturni sensi di colpa. Ecco sì: avrebbe dovuto smettere, restituire il mal tolto e chiedere perdono a dio e al mondo. Davvero avrebbe potuto farlo? Davvero gli avrebbero accordato il perdono le sue innocenti vittime? Incertezza, confusione, dubbio.
E così Rufus, con prudenza e cautela, aveva intrapreso la strade di un improbabile pentimento con qualche elemosina a Capitolo di Notre Dame, le visite agli infermi dell’Hotel de Dieu, l’ospitalità accordata ai pellegrini nella sua casa che sta lì, a metà del vicolo, in Rue Git le coeur. Nel frattempo, tra un tormento e l’altro, il nostro impenitente peccatore, truffava e arricchiva, arricchiva e truffava. Schiacciava e umiliava al di la là di ogni rimorso.
Sempre così, finché un bel giorno ecco venire alla sua porta per l’ospitalità di una notte un sapiente con il suo chierico, il suo allievo. Entrambi vengono da una terra lontana, un luogo misterioso dove esseri, metà uomini e metà animali, vivono una vita di totale benessere e felicità. Un paradiso. Un paradiso ricco di ogni ben di Dio dove i fiumi sono di latte e miele, la natura offre frutti perenni, le montagne sono di fine diamante e la neve è polvere d’oro. I due viandanti vengono a Parigi per un pellegrinaggio, e infatti è Natale, alla chiesa di Notre Dame dove depositeranno ai piedi della Vergine la testimonianza del loro viaggio e della loro pia devozione: due sacchi di polvere d’oro e uno scrigno ricolmo di diamanti. Eccoli qua. E del tesoro prezioso mostrano a Rufus la luce purpurea. Visto, detto e fatto. Il perfido strozzino concepisce subito il più criminale dei suoi tenebrosi delitti: spogliare la Vergine del dono che le è dedicato, impadronirsi del tesoro, eliminare i due pellegrini per cancellare ogni traccia del misfatto.
E così, nel cuore della notte, Rufus si aggira spietato ed eccitato nella sua casa. Schiude la porta dove sono ospitati i pellegrini e i loro tesori. Apre, ascolta col fiato sospeso: silenzio. Gli ospiti dormono. Tutto accade in un solo istante: una scure, due, tre, quattro colpi ben assestati nel pagliericcio che ospita allievo e maestro e si inzuppa di sangue innocente. Ora ecco: ancora lordo di orrore e di intimo piacere, Rufus deve far scomparire ogni traccia. Ci ha già pensato, ha previsto tutto. Giù nella cava è pronto il sepolcro sconsacrato delle vittime. Pietre, calce e cazzuola. I corpi martoriati vengono murati nel silenzio e per sempre. Poi su e giù, giù e su: pulizia, scomparsa di ogni possibile traccia. La notte è passata e il bottino recuperato, messo al sicuro.
Deve essere stato proprio l’orrore di questo ultimo delitto sacrilego a far vacillare la mente di Rufus. Risvegliato come da un incubo, tormentato da un demone che non gli da pace, il malvagio si pente davvero. Si pente e decide di restituire il maltolto. Di più: decide di celebrare il suo pentimento con una gigantesca cerimonia pubblica di generosa espiazione. Siamo sotto Natale e a Natale si mangia in letizia, dunque un banchetto mia visto, poveri e meno poveri possono saziarsi a volontà, e a sue spese, lungo tutto il tracciato del vicolo. È una festa, un paese della Cuccagna. In casa musici, saltimbanchi e un pasto pantagruelico riservato ai Canonici del Capitolo di Notre Dame. La scena è grandiosa e nel bel mezzo della festa Rufus farà dono dei due sacchi d’oro e delle scrigno prezioso al Priore abate della cattedrale. Stupore, lacrime di gioia e perdono.
Ma, si sa, il delitto non paga. Nello stesso istante in cui Rufus porta il tesoro, lo svela e lo offre, proprio in quell’istante da sotto, dal profondo della cantina … tum, tum, tum. Il cuore delle due vittime batte e batte, batte sempre più forte come un tuono che sovrasta il celiare dei convitati e le note dei musici. Tum, tum, tum, e batti e batti povero cuore, batti. È la vibrazione di un terremoto: sgomento, terrore, fuga e … e Rufus perde la testa, impazzisce e svela l’orrendo delitto. Costernazione, scandalo, processo, confisca di tutti i beni a favore del Capitolo di Notre Dame e condanna. Rufus viene giustiziato nella piazza che sta davanti alla cattedrale, parte per l’inferno dove anche ora si sta dimenando in chissà quale bolgia.
Questa storia a me , da quando la ho sentita, è sempre piaciuta; mi ha preso anche perché è certo che Poe abbia tratto proprio da qui l’ispirazione per il suo eccezionale racconto Cuore rivelatore che ha turbato i miei sonni adolescenziali. La sua fonte di ispirazione è lì, per me non vi è ombra di dubbio.
Tuttavia non è per questa reminiscenza letteraria che ho scoperto Rue Git le coeur. Proprio laggiù, dove il vicolo finisce e sbocca in Reu Saint André des Arts, c’era, e ancora c’è, una piccola libreria antiquaria. Due occhi di vetrina noti in tutto il mondo. Era la libreria di Monsieur Glavreuille.
Specialista nella raccolta e commercio di libri e documenti del periodo rivoluzionario, questo rotondo e pasciuto vecchietto, dotato di una memoria da elefante, raccoglieva da una vita tesori antiquari ed era, nel tempo, divenuto un punto di riferimento internazionale per la ricerca e lo scambio di opere preziose, introvabili se non che da lui. Nel suo negozietto Soboul e Fuert erano di casa e li si davano appuntamento alla sera giovani ricercatori desiderosi di guardare, toccare e sfogliare opere altrimenti inavvicinabili. Impensabile alcun tipo di acquisto. Monsieur Glavreuille era paziente, gioviale, generoso di informazioni e consigli; chiacchierava e chiacchierava volentieri. E fu proprio lì, da lui, che una gelida sera d’inverno (si era sotto Natele) gli chiesi qualcosa sulla storia del vicolo e sull’idea che mi intrigava di un possibile plagio da parte di Poe.
“Tutte balle, mon cher monsieur Moreau, balle! La storia c’è, è una storia vera ed è tutt’altra. Che diamine! Il cuore, lì sotto, c’è davvero e quando ero piccolo sentivo dire che la gente lo ascoltava battere nelle ore piccole della notte quando c’è silenzio e fa freddo, proprio sotto Natale. Ma la storia vera è un’altra. La vicenda è del 1308 ed è certificata dai documenti anche se, per via dei preti, rimane top secret. Non se ne può parlare. È la storia di Maitre Robert e del suo chierico, Germain. Robert, un vecchio e autorevole settantenne, era un docente di teologia del Capitolo. Un uomo eccezionale che deve aver anticipato di qualche secolo, con i suoi studi e le sue opere andate tutte perdute e distrutte, lo spirito del Rinascimento. Uomo di sapere e di indubbio fascino, retore e divoratore del futuro, Maitre Robert si era certo fatto nemici potenti in seno al Capitolo e aveva suscitato invidia per il suo allievo che avrebbe potuto, dotato di una vivace intelligenza che tutti gli riconoscevano, continuare la sua opera e il suo pensiero innovatore. Sta di fatto che, a un certo punto, si scopre, e non mi chieda come, che il giovane e promettente Germain è una deliziosa fanciulla, è amante del vecchio docente; il suo nome è Germaine e non Germain. La cosa in sé era normale, allora come del resto anche oggi, ogni prete aveva il suo ganzo, il suo amichetto. Ma il problema era che qui l’amichetto era una bella fanciulla e questa cosa non andava proprio, no. Poi forse il capriccio senile di Robert era forte, la sua passione violenta e così non seppe dissimulare, non seppe stare al gioco. Rumori, sospetti, calunnie, violenze verbali, denunce oltraggiose. Robert si difese con enfasi, minacciò di abbandonare il Capitolo e di denunciare il mare di ipocrisie e di ignoranza della comunità dei docenti. Scoppiò uno scandalo, un grande scandalo che minacciava di dividere l’opinione del tempo; di fare scisma. Mi capisce, mon cher ami? Robert era autorevole, aveva un suo seguito e ci furono moti di piazza. Una specie di ’68. In un tumulto Robert fuggi e si rifugiò qui, in una casa del vicolo. Si barricò dentro e poiché non vi erano i presupposti di diritto e di fato per un processo e comunque un processo non lo voleva nessuno per evitare altro clamore, allora … allora si decise di murarlo dentro la casa per farlo uscire. Ma Robert non uscì più e preferì morire lì dentro. Naturalmente alcuni dissero che morì d’amore, in realtà, già vecchio com’era, il poveraccio mori di fame. Il suo corpo deve essersi consumato lì dentro e il suo cuore, di conseguenza, è lì, che poi batta o no, questo poi …!”.
Il racconto è finito. Silenzio. Fuori fa un freddo di gelo e siamo sotto Natale, c’è da tornare a casa, ma da Monsieur Glavreuille si sta bene, si sta al caldo. “E Germaine?” chiedo io.
“Mah! Di lei non si è saputo più nulla”.

 

*         *          *

 

Di storie come questa ne avrei tante da raccontare. Sono quelle che si raccontano a mezza bocca e con un po’ di teatro, accoccolati davanti al camino. Storie d’inverno e racconti di Natale. Intravedi negli occhi che ti guardano il piacere dell’attesa e i sobbalzi dell’anima, senti il corpo di lei vicino che ti scalda ….

 

Roberto Moro

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