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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Renzo Paternoster
Terrore e terrorismi
La storia a mano armata dall'antichità ai giorni nostri
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Un saggio dedicato alla storia dei fenomeni terroristici, opera di Renzo Paternoster, uno dei più assidui collaboratori della nostra rivista (Terrore e terrorismi. La storia a mano armata dall'antichità ai giorni nostri - Edizioni Associate, Roma 2010, pp. 468, euro 23,00). Un saggio articolato, corposo e appassionato, che interpreta duemila anni di terrore riadattando le parole di Clausewitz: il terrorismo non è che la continuazione della politica con altri mezzi. Il terrore, di qualunque colore esso sia non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con modalità "altre". E la sua pratica non è esclusivo monopolio di oscure organizzazioni di fanatici pronti a tutto, ma anche di Stati che operano nel consesso internazionale. Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo il prologo al volume.
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Accade che ogni qualvolta si discute su argomenti che riguardano la politica, tutto viene strumentalizzato con luoghi comuni piuttosto che sulla realtà della storia vissuta. Chi esprime posizioni scettiche sulla guerra fatta in Iraq all'inizio di questo secolo, ad esempio, viene liquidato come "antiamericano"; oppure chi appoggia la legittimità delle rivendicazioni palestinesi, viene bollato come "amico dei terroristi"; come qualsiasi critica alla politica israeliana, attuata nei confronti dei palestinesi, viene considerata a Gerusalemme e in alcuni ambienti ebraici una manifestazione d'antisemitismo.
O con me o contro di me, amico o nemico, questa è la brutale logica a cui la guerra riduce la politica.

 

Il secolo XX si è chiuso male, così com'era iniziato. Quello nuovo è iniziato ancora peggio, senza un ordine internazionale funzionante, carico di fanatismo religioso ma anche statale, con un divario sempre più incolmabile tra il Nord e il Sud del mondo. La mutazione del sistema internazionale, verificatasi a partire dal 1989 con la fine del bipolarismo e della cosiddetta "Guerra fredda", ha prodotto un certo "disordine internazionale" (non che prima ci fosse ordine!), acutizzando le problematiche rimaste allo stato latente durante "l'equilibrio del terrore". La Guerra fredda è rimasta in effetti allo stato più o meno freddo in Europa, ma ha conservato un carattere quasi ininterrottamente caldo altrove (Asia e America Latina).
Quell'ordine terroristico che la Guerra fredda aveva steso sul pianeta si è così sbriciolato e la scomparsa della bipolarità planetaria ha messo in risalto i guasti e il mancato equilibrio determinato da una sola potenza. Sono quindi tornati ad affacciarsi prepotentemente certi inquietanti fantasmi del XX secolo, con la riproduzione di terribili eventi anche in Europa: violazioni del codice di convivenza umana, persecuzioni razziali, eccidi di massa. Mentre altrove si sono registrati acutizzazioni dei conflitti interetnici, delle guerre civili, delle lotte tribali, delle azioni di guerriglia, degli scontri religiosi.
Poi è arrivato il terrorismo dell'11 settembre 2001 che ha prepotentemente teologizzato l'evento. In realtà tutti sappiamo che le motivazioni di quegli attentati nascono da ragioni piuttosto lontane, se non addirittura estranee alla religione. La teologizzazione dell'evento ha così permesso ai contendenti di vedere nella propria causa l'incarnazione del bene e in quella altrui la personificazione del male.

 

Il termine Jihâd (tradotto erroneamente come "Guerra santa") ha, con criminale inconsapevolezza, creato nell'immaginario collettivo una contrapposizione armata dell'intero l'Islam nei confronti di tutto l'Occidente. Così da ambo le parti si è proceduto ad ingaggiare Dio per la propria causa. Prima Osama Bin Laden, poi George Bush junior, poi ancora Saddam Hussein, hanno voluto sacralizzare la propria guerra, arruolando Dio nei propri eserciti. Paradossalmente, mentre Bin Laden e Saddam Hussein inneggiavano Dio per la propria battaglia, Bush fomentava il popolo gridando "God bless America" (all'opposto papa Giovanni Paolo II chiedeva allo stesso Dio la pace). Nella violenza religiosa si è inventato un dio che schiaccia l'uomo. Ma il Dio della guerra e degli eserciti è l'opposto del Dio della Creazione. È quindi terroristico il comportamento e non la religione o la cultura.

 

Nel corso del Novecento il mondo musulmano ha interiorizzato tutto il disagio nei confronti dell'Occidente, facendolo esplodere in azioni terroristiche. Ad alimentare il furore di quanti hanno fatto del Jihâd il loro grido di battaglia, sono stati una miscela di vecchi rancori e recenti frustrazioni, confluiti in una indomabile ondata violenta antioccidentale, sebbene questo furore non può offrire soluzioni concrete per eliminare l'ingerenza occidentale e le ingiustizie sociali. Fintanto perdurerà l'asimmetricità della politica decisionale saremo costretti a vivere nel terrore che un giorno una bomba possa colpire anche noi.
La politica del "fai da te", seguita all'11 settembre 2001, ha poi delegittimato l'intero edificio eretto con l'istituzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, ed ha portato alla regressione allo stato selvaggio delle relazioni internazionali, dove chi detta legge è il più forte. Il fatto che nelle relazioni internazionali, come nelle guerre, chi vince rivendichi per se la ragione e il diritto di imporre le regole, non significa comunque che ha anche ragione: la vittoria sicuramente fa la storia, ma di certo non annulla né colpe né crimini attraverso l'auto-assoluzione dei vincitori.

 

Ma cos'è il terrorismo? Una guerra come pretendono i terroristi o un crimine come vuole lo Stato? Se la guerra è, come ha affermato Clausewitz, la prosecuzione della politica con altri mezzi, al punto che ogni Stato sviluppa una propria peculiare concezione del monopolio della forza (con differenti tipologie d'armamenti, ma anche di strategie), allora cos'è il terrorismo?
In prima battuta potremmo subito dire che il terrorismo è un fenomeno complesso, dalle tante modalità e dalle molte motivazioni, definibile solo se accompagnato da termini che lo qualificano, come, ad esempio, "terrorismo rivoluzionario giacobino" del 1792-1794; oppure "terrorismo nichilista" ad opera dei socialisti rivoluzionari russi; oppure ancora "terrorismo del radicalismo islamico", e così via. Il terrorismo, molto genericamente, può considerarsi una forma anomala di tirannicidio, che rivendica per se una giusta causa politica e pretende di usare la violenza non a scopi privati, come la delinquenza comune, ma in nome di un popolo e di una ideologia.
Non esiste Paese al mondo che non abbia dovuto in qualche modo confrontarsi col terrorismo e con le sue logiche. Soprattutto il terrore non sta, non è mai stato, né mai starà da una parte sola. Molti governi, addirittura, ne hanno fatto (e ne fanno) uso per legittimare, conservare e accrescere il proprio potere. Fattori storici, politici, economici, sociali e religiosi - singolarmente oppure, come normalmente avviene, simultaneamente - concorrono alla nascita e crescita del terrorismo.
Il terrorismo può avere mille e mille facce, ma in realtà due soli volti: quello del "guerriero", che utilizza l'arma del terrore come lotta estrema dove la politica ha fallito, e quello dello "stratega" di Stato, che pianifica il terrore per conservare e accrescere il potere personale e quello dello Stato che rappresenta.

 

Nel corso di tutta la sua storia i fini del terrorismo sono restati immutati, sono cambiate almeno in parte però le strategie. La nuova strategia ha esportato fuori dagli Stati conflitti a bassa intensità che prima venivano "risolti" all'interno del Paese. Inoltre ha nel suo armamentario la mobilitazione generale di tutti quegli uomini emigrati ed inseriti da tempo nelle diverse società, utilizzandoli come "armi umane". Il terrore resta l'unica drammatica e micidiale arma per terrorizzare la società civile, turbare l'economia, ma anche - è questa la novità - per stravolgere direttamente i processi elettorali.
Tutto questo per dare una "soluzione armata" agli obiettivi rivendicati dai terroristi, che a volte (a volte, e lo ripeto!), potrebbero essere nobili, se il terrorismo non sparasse nel mucchio.
Il terrorismo si è evoluto, dimostrando una capacità di adattamento inimmaginabile. Proprio nella nostra era della globalizzazione, i gruppi terroristici si sono dimostrati capaci di conciliare la dimensione locale con quella globale, meglio di quanto non sono riusciti a fare gli Stati: nel loro modo di fare politica (armata) si sono fatti portavoce delle periferie del mondo dinanzi al consesso delle grandi Potenze.

 

Dallo stesso fondamentalismo-radicale islamico è uscito in primo piano come stratega e finanziatore il saudita sceicco Osama Bin Laden, che al terrorismo ha dato un carattere tecnico-scientifico, innovando le modalità cospirative e le strategie tradizionali. L'importanza di studiare il terrorismo consiste in parte nel capire il mondo in cui viviamo, ma anche nel selezionare materiale utile per l'analisi e il dibattito politico. Esiste un abisso tra ciò che ci fanno vedere e ciò che concretamente è la realtà. Chi studia e spiega la storia ha il mandato di analizzare i fatti in tutti i loro aspetti, derivazioni e conseguenze, e di trasmetterli privi di condizionamenti a chi deve comprendere. Allo scienziato politico, invece, tocca il delicato lavoro di autoriflessione critica, per sciogliere il paradosso di aver subito terribili lezioni da crudeli "maestri". Gli storici e gli scienziati politici devono insieme conservare - lo dico anche per me, prima di tutto - uno spirito critico di fronte a quest'orgia di violenza, la lucidità necessaria per poter riflettere senza lasciarsi guidare dall'emozione, per mantenere la propria indipendenza di giudizio senza cedere ai pericolosi ricatti del "con noi o contro di noi".
Questo è stato un libro difficile per me, poiché l'incontro con realtà spesso imbarazzanti hanno frequentemente minato la mia paziente volontà di scrivere. Tuttavia questo non ha fatto che aumentare il mio smisurato appetito di consultare molte fonti per arrivare alla stesura di un saggio il più obiettivo possibile.

 

Renzo Paternoster

Renzo Paternoster nato a Gravina in Puglia (Bari) il 15 maggio 1965. Laureato in Scienze Poitiche presso l'Università degli Studi di Bari. Studioso di storia e politica internazionale, con particolare attenzione al fenomeno terrorismo e guerra. Collabora con riviste specializzate del settore tra cui "Storia in Network", rivista telematica di storia.

 

Renzo Paternoster
Terrore e terrorismi.

La storia a mano armata dall'antichità ai giorni nostri

 

Edizioni Associate - Roma 2010

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