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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
per il giorno della memoria 2011 - Giuseppe Civati
Regione straniera
Viaggio nell’ordinario razzismo padano
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È il caso di precisare che la Lombardia è concepita, in questo saggio e in questa nostra ricerca, come un caso di studio, per sineddoche rappresenta tutto il Nord Italia e, per certi versi, tutto il Paese. Perché è qui che si misurano, soprattutto, le politiche per l'integrazione, perché anche la presenza massiccia di stranieri e di stranieri integrati nel sistema produttivo è diventata una delle caratteristiche della società lombarda. Il paradosso è che là dove c'è il problema e dove sarebbe necessaria una soluzione, non c'è una politica che se ne occupi con serietà e responsabilità. È qui che è maggiore la presenza degli immigrati, qui è più vasta la loro partecipazione al mercato del lavoro, qui è più importante trovare gli strumenti adeguati per la scuola, l'assistenza, i diritti civili e democratici.
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Ma quale razzismo ?

Nel settembre del 2008, un sabato notte, viene ucciso a spran­gate, a Milano, in via Zuretti, Abdul Salam Guibre, diciannoven­ne originario del Buriana Faso, di cittadinanza italiana, sorpreso a rubare una scatola di biscotti nel bar Shining. I due gestori, padre e figlio, lo hanno rincorso e assalito al grido di «sporco negro».
«Questo genere di comportamenti e atti di tale crudeltà non appartengono ai milanesi e alla nostra comunità, per storia e vocazione aperta invece alla tolleranza, all'accoglienza e alla convivenza civile. Davanti al dolore della famiglia e degli amici di questa giovane vittima, rinnoviamo il nostro impegno a non abbassare la guardia per isolare sempre e comunque ogni forma di violenza», è il commento di Letizia Moratti. Poche ore dopo interviene nuovamente, precisando le sue parole, senza evocare più il tema della tolleranza: «"La morte del giovane non va stru­mentalizzata come un episodio racchiuso nella violenza xenofo­ba", ha detto il sindaco. Le ha fatto eco Berlusconi da Porta a Porta: "Ho parlato con i responsabili del ministero dell'Interno e mi hanno espresso il loro convincimento che non c'entri nien­te il fatto del razzismo, del colore della pelle"», scrive Giuseppe Caruso, su l'Unità, il 16 settembre.
I leghisti si precipitano a chiarire che le "strumentalizzazio­ni" di chi parla di razzismo sono fuori luogo. Roberto Cota: «L'azione del governo è tesa a far rispettare le regole a tutti e a dare più sicurezza ai cittadini, proprio quella sicurezza negata da politiche sbagliate del precedente esecutivo [...]. Oggi chi stru­mentalizza indegnamente un episodio rischia davvero di inne­scare pericolose dinamiche». In effetti, alla Lega non è mai capi­tato di «strumentalizzare» più o meno degnamente «un episo­dio» e di «innescare pericolose dinamiche».
Un giovane cittadino italiano nero viene ucciso a sprangate, vicino agli uffici della Regione (e vicinissimo alla famosa via Gluck) e la destra si preoccupa soltanto che qualcuno non inten­da strumentalizzare. Non si preoccupino, lorsignori. Chi stru­mentalizza la sicurezza, chi adotta la "politica dell'amigdala" (come la chiama Al Gore), chi diffida degli stranieri in questo momento è al governo. A noi dispiace solo che il razzismo stri­sciante che si respira un po' dappertutto contribuisca a esaspera­re le tensioni. E a trasformare il furto di una scatola di biscotti in un reato da punire con la morte.
«Nel silenzio o quasi delle istituzioni, che nei giorni seguen­ti giocheranno a minimizzare l'omicidio e non concederanno neppure i funerali istituzionali», ha scritto Marco Alfieri31, che ricorda come si tratti di uno dei tanti episodi che riguardano la diffìcile convivenza tra italiani e stranieri, «tutti relegati alla cro­naca nera».
Come autorevolmente sostenuto dal presidente del Consiglio «la questione razziale e il colore della pelle non c'entrano nulla», semmai il problema andava individuato nella «politica delle porte aperte» che «ha portato a far sentire gli italiani meno sicu­ri»: un tormentone ripreso da molti blog. Perché è razzista chi condanna il razzismo, secondo questo schema, un altro luogo comune spesso frequentato in Lombardia.
Oltre agli eventi tragici come l'omicidio di Abba, l'argomen­to «ma quale razzismo?» è spesso richiamato anche di fronte a piccoli episodi di pessimo gusto, che nella nostra regione si sus­seguono quasi quotidianamente.
C'è, ad esempio, chi, tra gli amministratori locali, non si pre­occupa di esagerare. È successo a Brescia, in occasione di una delibera dedicata ai neonati che riserva il "bonus bebé" a bre­sciani e italiani. Il giudice la sospende e l'amministrazione la ritira, per la serie "o solo per gli italiani, o niente". Proprio così. Si legge nelle cronache del gennaio del 2009: «il Comune di Brescia ritira la delibera - che il giudice nei giorni scorsi ha bol­lato come discriminatoria - con cui aveva disposto un "bonus bebé" da mille euro per le famiglie di ogni bambino nato nel 2008, purché bresciano o figlio di almeno un genitore italiano. Nel provvedimento, la giunta spiega che "l'estensione del bene­ficio a tutti gli stranieri risulterebbe in contrasto con la finalità prioritaria di sostegno alla natalità delle famiglie di cittadinanza italiana che si prefiggeva questa amministrazione"»32. Il messag­gio è chiaro: se non si può fare per i soli bresciani, non si fa per nessuno. E quindi si afferma in modo ancor più netto che a esse­re finanziata era soprattutto la differenza tra chi è italiano e chi non lo è. Non è l'unico caso, perché a Brescia la nuova giunta guidata dalla destra, subentrata alle amministrazioni guidate da Paolo Corsini, ha voluto offrire altri esempi dello stesso tipo. Ad esempio, cancellando il Servizio per l'integrazione e la cittadi­nanza, guidato da Franco Valenti: «l'esperto che, dopo aver messo in piedi lo sportello immigrati (per gli italiani) nei Comuni di Colonia e Stoccarda era stato arruolato 19 anni fa nella sua Brescia con compiti analoghi»33 e che nell'aprile 2008, «proprio all'indomani della vittoria elettorale, la nuova giunta ha congedato».
In provincia di Como, degna di nota l'iniziativa del settembre 2008 del sindaco di Cantù, Tiziana Sala. La sua giunta ha infat­ti deliberato la creazione di un ufficio comunale che si occupi di contrastare la permanenza di stranieri clandestini sul territorio e l'istituzione di un numero verde per la segnalazione da parte dei cittadini dei «casi di irregolare locazione di immobili a stranieri altrettanto irregolari - nella normale ottica secondo la quale la coscienza civica è chiamata a collaborare con le forze dell'ordi­ne e con il resto della comunità, soprattutto laddove si abbia a che fare con problematiche spinose e di notevole impatto socia­le»36. Alla giunta e al sindaco giunge una lettera di protesta del Coordinamento comasco per la pace: «Riteniamo [...] che una questione come quella dell'immigrazione per la sua delicatezza e complessità non si possa e non si debba affrontare solo con delibere e comunicati stampa. Meglio sarebbe intraprendere un lavoro di concerto tra l'amministrazione, le realtà associative e la cittadinanza, al fine di contrastare non solo l'illegalità, ma anche la crescente marginalizzazione che stranieri, regolari e non, e italiani sono costretti a vivere. Chiediamo a lei e alla sua amministrazione di accettare una discussione critica sulla scelta fatta e di riprendere quindi il dialogo con le associazioni cantu-rine, al fine di arrivare a una diversa e migliore modalità di inter­vento. Come associazione per la pace e la convivenza dei popo­li siamo da sempre impegnati contro ogni forma di razzismo e xenofobia e speriamo che anche la sua amministrazione non voglia che la sua iniziativa assuma un carattere di questo tipo». Lettera morta, come si suol dire. E una domanda che ritorna: «ma quale razzismo?». (pagg. 55-59)

 

Giuseppe Civati

Giuseppe Civati
Regione straniera
Viaggio nell’ordinario razzismo padano

 

Melampo editore
Prima edizione: settembre 2009

 

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