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Roberto Moro
Roberto Moro - Andrea Spanu
L'identità nazionale tra Mameli e Benigni
Un problema mal posto
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Travolti dal ponte garantito dalla festa nazionale del 17 marzo, gli italiani in fuga non hanno certo accordato maggiore ascolto e partecipazione al Presidente della Repubblica, unica figura ancora credibile nella difesa di tutto un passato repubblicano, il solo garante del patto costituzionale, e forse il solo che ancora ci crede. Diciamolo francamente: lo spettacolo messo in scena dal Quirinale, la folla di ministri e sottosegretari, di deputati, senatori e alte cariche dello stato, corazzieri e faccendieri, ha offerto un dubbia austerità sacrale e un cerimoniale greve. La celebrazione ufficiale, nata tra miserabili polemiche, improvvisata da un comitato di tecnici e burocrati dell’intellighenzia di un paese in rotta di collisione con sé stesso, frantumata in miriadi di iniziative eterogenee e sorretta da una leva di massa di testimoni, conferenzieri, editori, politici locali, feste cittadine e festival popolari offre il quadro di un’Italia incerta sulla sua identità. L’Italia tutta intera non sembra essere qui. Le manca la memoria dei luoghi e dei protagonisti di eventi passati all’archivio.
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Ouverture - Inni e canzonette - Un mistero buffo e … - … un problema mal posto

 

Ouverture.

Si può cominciare dalla performance di Roberto Benigni sul palco del teatro Ariston, Sanremo. È di rigore. Lo è perché quasi sicuramente, questa inattesa azione teatrale, non accolta dal sito ufficiale delle celebrazioni, rischia di essere stato il più significativo contributo alle celebrazione del 150° anniversario dell’esperienza unitaria. Nove milioni di audience, una vasta eco di stampa, un generalizzato compiacimento per la lectio magistralis somministrata dal comico su un cavallo bianco. Uno spettacolo nello spettacolo, una profonda commozione, un risveglio delle coscienze. Che mai volere di più? La celebrazione poteva dirsi conclusa, e oggi forse ne portiamo ancora un vago ricordo.
Travolti dal ponte garantito dalla festa nazionale del 17 marzo, gli italiani in fuga non hanno certo accordato maggiore ascolto e partecipazione al Presidente della Repubblica, unica figura ancora credibile nella difesa di tutto un passato repubblicano, il solo garante del patto costituzionale, e forse il solo che ancora ci crede. Diciamolo francamente: lo spettacolo messo in scena dal Quirinale, la folla di ministri e sottosegretari, di deputati, senatori e alte cariche dello stato, corazzieri e faccendieri, ha offerto una dubbia austerità sacrale e un cerimoniale greve. La celebrazione ufficiale, nata tra miserabili polemiche, improvvisata da un comitato di tecnici e burocrati dell’intellighenzia di un paese in rotta di collisione con se stesso, frantumata in miriadi di iniziative eterogenee e sorretta da una leva di massa di testimoni, conferenzieri, editori, politici locali, feste cittadine e festival popolari offre il quadro di un’Italia incerta sulla sua identità. L’Italia tutta intera non sembra essere qui. Le manca la memoria dei luoghi e dei protagonisti di eventi passati all’archivio.
E tuttavia proprio per questo contrasto l’intervento di Benigni impone qualche riflessione. Il confronto e la competizione tra il Festival di Sanremo e le istituzioni delle Repubblica e impari e a tutto vantaggio del primo. È lo schiamazzo della piazza rissosa e festosa, pronta stupirsi e a compiacere, a fronte del palazzo gelido del potere e della sue liturgie.

 

Inni e canzonette.

Il copione è certo stato originale, scelto bene e al momento giusto e cioè il vuoto complessivo che l’evento del 150° portava e porta con sé. Ma il copione era anche originale, nuovo e del tutto inedito. Chi mai se lo ricorda l’inno nazionale? Chi mai si è preso la briga di andare oltre alle strofe che ci capita di sentire di quando in quando e talvolta persino di intonare? E noto che i giocatori della nostra nazionale di calcio non lo conoscono e muovono a stento le labbra per sfuggire a censure; nelle scuole il canto non c’è più, e davvero non è più il caso di cantare; quando partiti e movimenti politici lo mettono, a volte, in scena nei loro raduni si capisce che sono ben pochi quelli che non steccano.
Il testo di Benigni era dunque un inedito,  un colpo di teatro che ha attratto l’attenzione, inchiodato un pubblico ormai forse del tutto annoiato. Ed eccolo qui il copione, è alla portata di tutti. Rileggiamolo insieme, non può che giovare.

Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.
…………………

Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
………………

Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
…………………

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
…………………….

 

Un mistero buffo e...

È di qui che dobbiamo partire perché è proprio la lettura che ne ha fatto il comico “nazionale” a suscitare l’interesse dei media, il compiacimento dei periodisti, il riconoscimento del ceto politico e … naturalmente qualche polemica. Ma questa lettura è puntuale, precisa, forse autentica nel restituire lo spirito dell’autore Goffredo Mameli e del suo personale tempo storico.
La genesi di quest’opera poetica è nota e, in grosso, la riportano fedelmente i pochi siti ufficiali destinati a presidiare la rete. Fiorì in una sera di mezzo settembre del 1847 (il coro del Nabucco è del 1842) in un cenacolo di intellettuali genovesi, una bohème pervasa dalla profezia mazziniana e dalle passione che il suo misticismo portava con sé nella quale si “faceva musica e politica insieme” e “si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell'anno per ogni terra d'Italia”. Il Risorgimento era tutto da fare, Mameli, ancora studente, aveva vent’anni e sarebbe morto eroe due anni dopo. Quale cultura e quali esperienza poteva mettere in campo? E fin dove poteva arrivare il suo sguardo? Qualcosa ce lo dice la lettura stessa del testo.
Nell’inno non ricorrono ovviamente i concetti di nazione, patria, cittadino, non quello di tirannide e neppure quello di libertà e uguaglianza così fondanti della Marsigliese. Della sequenza “liberta, eguaglianza, fratellanza o morte” che han fatto l’universalità della Rivoluzione, il poeta accoglie e privilegia l’idea di una fratellanza universale fondata sull’amore che è ragione di unità, una unità di popolo guerriero pronto alla lotta e alla morte e un corso provvidenziale voluto da Dio. Dio lo vuole! Quanto basta per restituire al poema la sua radice storico/culturale. A meno di cinquant’anni dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, la cultura politica europea è già ripiegata su un modello bioetico di elaborazione dell’idea di nazione come composto organico dell’organizzazione sociale. È la “primavera dei popoli”, un processo di frantumazione e aggregazione che rende ancor oggi, giunti al tardo autunno dei nazionalismi, impossibile una reale unione europea. Il componimento poetico è quello che è: una chiamata alle armi contro l’occupazione austriaca e l’auspicio di una guerra di indipendenza.
Mameli è un nazionalista? Non certo nel senso pieno del termine come verrà elaborato dal romanticismo europeo e poi cristallizzato dal pensiero politico della seconda metà del secolo che darà fuoco a due conflitto mondiali. Ma l’idea di popolo inteso come manufatto di una vicenda storica esclusiva e di una memoria condivisa è già tutta qui, nell’idea centrale che questi “fratelli d’Italia” siano la certificazione di un potenziale inespresso di unità, di fusione e incapaci di fare massa critica per una nuova organizzazione del potere. La sequenza è impressionante: il “popolo” non esiste perché è “diviso”, è diviso perché da secoli è “calpestato”, essendo calpestato è “deriso”. Un mistero davvero buffo.

 

Un problema mal posto.

È proprio qui che si presenta il problema centrale dell’intervento Mameli/Benigni della identità nazionale del Bel paese, un problema forse mal posto e certo di difficile soluzione. Il richiamo all’identità nazionale, quindi all’unione in forza dell’amore, che l’inno di Mameli propone e fondata sulla memoria storica condivisa, ha suscitato grande eco nel mondo mediatico, celebrato un generale compiacimento e sollevato qualche perplessità da parte degli storici. Su ciò che abitualmente chiamiamo “identità” individuale, collettiva di gruppo e senso di “appartenenza”, integrazione, acculturazione, condivisione di valori e comportamenti, sono intervenute tutte le discipline (antropologia, psicologia, sociologia, filosofia, ecc.) e, da quasi un secolo, si sono versati fiumi di inchiostro. Ma gli storici sembrano generalmente orientati a definire l’identità collettiva come un prodotto della “coscienza” storica e cioè il risultato della condivisione di narrazioni e meta racconti a fondazione storica, e per questo la storiografia nel secolo trionfante della modernità, l’Ottocento, è divenuta un ordine strategico e centrale del sapere. Per effetto di questa centralità sarebbe proprio la storiografia (la narrazione di “fatti veri e realmente accaduti”) a garantire quella coscienza/memoria che offre le ragioni dell’appartenenza e della coesione sociale.
E anche qui Mameli, nella sua composizione, anticipa e in qualche modo codifica quelli che, al di là di ogni metafora, sono i mattoni e le fondamenta di ciò che fa una cultura nazionale, la nostra stessa identità. Roma, Scipione, Legnano, Ferrucci, Vespri, Balilla, sono le parole chiave che richiamano altrettanti eventi storici sui quali costruire l’intero racconto della storia patria. Date le premesse e l’impianto teorico l’autore richiama in i protagonisti di un remoto passato dei quali certo né il “popolo”, i suoi contemporanei, né noi che guardiamo dalla vetta poco praticabile del nostro presente abbiamo ricordo alcuno.
Publio Cornelio Scipione sconfisse in terra dì’Africa le truppe cartaginesi dando il via al defintivo dominio di Roma sull’area mediterranea; la battaglia di Legnano (1076) segnò la vittoria della Lega dei comuni lombardi (presieduta dal papa Alessandro III) contro le mire egemoniche del Sacro romano impero; Francesco Ferrucci mercenario al soldo della repubblica di Firenze difese la città dalle truppe imperiali di Carlo V, sceso in campo aperto nel 1530 e fu sconfitto e poi assassinato; i Vespri siciliani (1282) furono un vasto movimento di rivolta connesso alla guerra dinastica dei novant’anni per il predominio dell’isola; Giovanno Battista Perasso (1746) detto Balilla trova la sua collocazione nella rivolta popolare della Repubblica di Genova, alleata con francesi e spagnoli, contro le truppe austriache e piemontesi che occupavano la città.
È del tutto evidente che nessuna coerenza storica governa questi eventi topici dispersi in epoche, circostanze, motivazioni e modelli interpretativi del tutto diversi e tra loro inconciliabili. Quale vicenda unitaria, quale racconto universale è mai possibile? Se proprio si vuole rintracciare un filo rosso di questo immaginario racconto che dovrebbe fondare una memoria condivisa, si riesce, e con estrema fatica, a intravedere l’insieme della azioni storiche richiamate da Mameli come indicatori di una continuata e millenaria lotta di comunità locali contro gli stranieri occupanti il “suolo natio”. Una tragica condanna al servaggio marchia il destino di una Italia passiva e dormiente. Ed è questa, non latra, la ragione di identità di popoli e istituzioni disperse.
L’ipotesi di identità nazionale che ne consegue è quella che si afferma nei confronti dell’alterità e della definizione dello straniero come nemico. Sull’arco dei secoli il conflitto è permanente e dovrebbe celare un potenziale inespresso di unità o meglio, una rivendicazione di autonomia sempre minacciata dal mondo di fuori.
Questa identità “contro” è, nel progetto di Mameli, la leva per una guerra di indipendenza dal dominio austriaco che attraversa il comune sentire dei patrioti del tempo, ma nei fatti non restituisce un coerente significato alla costruzione di uno stato unitario.
Inutile dirlo, su queste basi il problema della identità nazionale è mal posto e di difficile soluzione perché si dà scacco da sé. È infatti evidente che se l’unità è ragione e fondamento dell’indipendenza, non è altrettanto vero che l’indipendenza possa essere ragione di unità. E la storia del presente sembra certificarlo. Il richiamo a questo immaginario passato di valori comuni, che in forme anche più alte e culturalmente fondate troviamo in tutta la retorica politica dell’Italia risorgimentale, non fa cassetta, la reminiscenza di questo incerto passato denuncia una incerta visione del futuro e tradisce la frustrazione di un vissuto autentico, questo sì, del declino. Un paesaggio di rovine e di distanziamento che sembra sempre costringerci a costruire edifici nuovi con mattoni vecchi e consunti.
Non vi è quindi da stupirsi che l’Inno sia stato scelto come inno nazionale all’indomani della guerra di liberazione dalle truppe nazifasciste e della conseguente cacciata dell’odiato straniero e del miracolo repubblicano, ma vi è da chiedersi se Mameli avesse conoscenza del coro verdiano e se avesse mai letto "I sepolcri" che ancora oggi possono suscitare profonde emozioni e riflessioni profonde sulla inafferrabile identità del Bel Paese. L’Italia di Foscolo, di Versi, … è una terra offesa, una patria lontana e perduta avvizzita e sterile, “derisa” e “calpestata”, avvolta dall’oblio di antiche glorie perdute. Detto oggi, un paese in pieno e incontrovertibile declino.
Ma allora da dove viene la lettura di una identità nazionale che colloca il Bel paese in una posizione di privilegio e quasi di egemonia rispetto a tutto il resto del mondo? Quali sono le radici del racconto che fa dell’Italia la culla della civiltà e il vettore della storia universale per effetto di una cultura esclusiva al di là di ogni possibile declino? Quale prodotto è quello che vuole l’esperienza politica e culturale italiana come un punto di riferimento amato e rispettato dall’Europa intera? Come e quando nasce l’immagine di un "made in Italy" fatto di bellezza, intelligenza, cultura creativa, capacità di attrazione, forza egemonica?

 

Roberto Moro - Andrea Spanu

 

 

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