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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Alberto Mario Banti
Sublime madre nostra
La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo
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Attorno a quali temi e figure ha avuto origine e si è sviluppato il discorso nazionale in Italia? Lo storico dell’università di Pisa, sulla linea di suoi precedenti lavori, approfondisce lo studio dell’impianto discorsivo che fece presa con straordinaria efficacia, fin dagli inizi del Risorgimento, nelle menti e nei cuori degli italiani. Banti mostra come i caratteri fondamentali della narrazione si mantennero, pur con accentuazioni variabili, nei passaggi dal Risorgimento, all’Italia liberale, fino a quella fascista: la nazione fu concepita come comunità di discendenza, strutturata su rigide, gerarchiche distinzioni di genere ed esigente il sacrificio di “martiri” per la difesa del suo “onore”.
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[scheda antologica a cura di Andrea Spanu]

 

Introduzione – La nazione del Risorgimento – Amor di patria – La consacrazione degli eroi – Sangue e suolo

 

Introduzione

“Le narrative nazionali sanno emozionare. Sanno comunicare. Sanno toccare il cuore di un numero crescente di persone. Sanno trasformare l’originario assunto discorsivo (l’esistenza di una nazione) da remota astrazione in qualcosa che sembra avere lo spessore di un’effettiva realtà. Certo, affinché questo processo si compia integralmente ci sarà bisogno che gli Stati-nazione – cioè proprio quegli Stati che si formano nel corso del XIX secolo sulla base della nuova ideologia nazionale – procedano alla “nazionalizzazione delle masse”: ovvero costruiscano strumenti educativi (scuola, esercito, ritualità pubbliche) che capillarmente insegnino la nazione a tutti, compresi quelli che vivono nei più sperduti villaggi rurali. Ma […] il punto essenziale è che il discorso nazionale si impone in forza di un suo eccezionale potere comunicativo. Ora, osservando i meccanismi comunicativi del nazionalismo in miei precedenti lavori di ricerca, relativi sia al Risorgimento italiano che all’Europa del XIX secolo, ho ritenuto di poter individuare alcune strutture discorsive elementari che ho chiamato figure profonde del discorso nazionale. Che cosa sono queste figure? Sono delle immagini, dei sistemi allegorici, delle costellazioni narrative, che incorporano una tavola valoriale specifica, offerta come quella fondamentale che dà senso al sistema concettuale proposto. E perché sono profonde? Per due motivi: perché hanno a che fare con fatti “primari” – nascita/morte, amore/odio, sessualità/riproduzione – e perché li elaborano collocandosi in un continuum discorsivo vecchio di secoli. […] Nella morfologia del discorso nazionale tre figure profonde mi sembra abbiano un rilievo fondamentale: 1. la nazione come parentela/famiglia; 2. la nazione come comunità sacrificale; 3. la nazione come comunità sessuata, funzionalmente distinta, cioè, in due generi diversi per ruoli, profili e rapporto gerarchico”. (pagg. VI – VII)

 

La nazione del Risorgimento

“Fondamentale, nella costellazione mitologica nazional-patriottica, è la descrizione della nazione come una comunità di discendenza, dotata di una sua genealogia e di una sua specifica storicità. In questa concezione il nesso biologico tra gli individui e tra le generazioni diventa un dato essenziale: da qui il ricorso frequente a termini come “sangue” o “lignaggio”, per connotare i nessi che legano le persone alla comunità. Da questa concezione deriva anche un suggestivo sistema linguistico fatto di “madre-patria”, di “padri della patria”, di “fratelli d’Italia”, mentre la “famiglia” diventa costantemente un sinonimo della comunità nazionale nel suo complesso, o un termine che ne indica il suo nucleo fondativo minimale. Il dispositivo fondamentale che regola questa immagine è la proiezione della nazione dalla dimensione del “politico” alla dimensione del “naturale”. Ciò significa che l’aspetto costitutivo fondamentale della comunità nazionale non è tanto la scelta di farne parte operata dal singolo individuo, quanto il suo fato biologico, il suo nascere all’interno dell’una o dell’altra comunità nazionale, e quindi il suo necessario appartenere a tale comunità di discendenza, al suo sangue, alla sua terra, al suo destino.” (pp. 15-16)
     “Dunque il discorso nazionale sa dare un posto fondamentale all’esperienza della nascita, tanto da fondare intorno a essa una concezione della nazionalità che dalla dimensione mitografica riesce a passare immediatamente al senso comune. Tuttavia il discorso nazionale non si ferma lì, poiché è in grado di includere nel suo spazio mitografico anche le esperienze del dolore, della sofferenza e della morte. Al di là della cifra comune che appartiene a tutto il nazionalismo europeo, la connotazione mortuaria e dolorista del discorso nazional-patriottico italiano ha una semplice spiegazione nell’essere – specie alle origini – espressione di un movimento illegale di opposizione: la sofferenza e non di rado la morte, sono esperienze necessariamente da prevedere per chi voglia militare in una forma o nell’altra all’interno di questo movimento; e in effetti è la sofferenza che accomuna in forma diverse i percorsi di Mazzini e Confalonieri, Pellico e Sciesa, Poerio e Tazzoli, Speri e Settembrini, e molti altri ancora. Genialmente, l’incorporazione della sofferenza nell’orizzonte valoriale del discorso risorgimentale avviene attraverso un calco diretto della tradizione cristiana. I termini chiave, in questo caso, sono “sacrificio” e “martirio”, parole che riprendono in toto il significato originario che già hanno all’interno del lessico cristiano, proiettandolo tuttavia dalla dimensione puramente religiosa nel campo della semantica politica: in questa nuova declinazione, martire è colui che dà testimonianza della sua fede politica al resto della comunità che ancora attende di risvegliarsi, di capire il mistero dell’appartenenza nazionale e di partecipare con i militanti alle azioni necessarie perché sia restituita libertà e indipendenza alla nazione italiana da secoli caduta.” (p.28)

 

Amor di patria

“Funzionalità performativa ed evocatività ierofanica fanno della mistica del martirio uno dei cardini della pedagogia nazionalizzante, specie dopo il 1876, quando la sinistra al potere, e Crispi in modo particolare, danno un crisma di piena ufficialità a una narrazione ecumenica del Risorgimento e a una più intensa azione nazionalizzante. […] bisogna riconoscere che il testo più denso, più efficace e inesorabilmente coerente nello svolgere questo programma pedagogico è indubbiamente Cuore. Piuttosto significativamente i due principali eroi combattenti – Garibaldi e Vittorio Emanuele – vi sono ricordati nella loro declinazione mortuaria, che si trasforma, tuttavia, in una descrizione visionaria, attraversata da una violenta animazione vitalistica. […] certo l’apoteosi sacrificale, il gesto che scandisce la gerarchia del dolore, è il sacrificarsi e il morire per la patria. E’ questo l’atto estremo che trova ammirata ospitalità negli angoli più diversi degli spazi urbani, che, a partire dagli anni Ottanta-Novanta dell’Ottocento, si popolano di una singolare “foresta di statue”, che sorge quasi improvvisamente a rendere visibili a tutti le fattezze degli eroi della nazione. E’ un panorama urbano che ci sembra talmente familiare e – al tempo stesso – così privo di contenuti che ci tocchino davvero, che rischiamo di non vederlo neanche più. Eppure è lì, testimonianza di questa strana “statuomania” che ridisegna piazze, strade e giardini delle città d’Italia, dalla più grande alla più piccola.” (pp. 62-66)
     “[…] la famiglia; il sangue; il suolo; la cultura; le emozioni; la guerra; il sacrificio; la santità della patria. Gli stessi elementi che contribuiscono a formare l’idea di nazione del Risorgimento continuano a vivere nelle parole di D’Annunzio, così come hanno trovato vita attraverso le pagine di Carducci o di De Amicis, attraverso i manuali scolastici, attraverso il marmo o il bronzo delle statue, attraverso le incisioni sulle lapidi, attraverso le immagini della nuova meraviglia del divertimento di massa, il cinema. Se si tiene in considerazione tutto questo insieme di cose, forse si riesce a capire come sia possibile che nel 1915 la forsennata propaganda interventista abbia trovato numerosi e autorevoli sostenitori; abbia conquistato le piazze; abbia fatto sentire il peso del suo ricatto emotivo sul cuore di molti politici; abbia vinto il pacifismo di molte femministe che, in Italia come anche fuori d’Italia, si convertono alla causa della guerra patriottica; e – evento non meno significativo, e anch’esso comune sostanzialmente all’intera Europa – abbia vinto anche le resistenza di molti dirigenti del Partito socialista italiano, che nel 1915 non hanno più né la forza né il sostegno dell’Internazionale socialista per opporsi con efficacia alla guerra […]” (pp. 92-93)

 

La consacrazione degli eroi

“Fin dal Risorgimento si è creato un vertiginoso gioco di specchi tra le madri biologiche dei patrioti e la loro proiezione allegorica, la Madre-patria; è un gioco di specchi che evidentemente continua ad abitare le menti degli uomini e delle donne che – a vario titolo – attraversano l’esperienza della guerra; ed è un gioco di specchi che il discorso nazional-patriottico incessantemente alimenta. Perché se è vero che, anche in Italia come altrove in Europa, il tempo di guerra è un periodo nel quale le donne, e specialmente le giovani donne, possono trovare la via per una nuova ed eccitante realizzazione di sé fuori dalle pareti domestiche, negli uffici e nelle fabbriche dove sono assunte per sostituire gli uomini chiamati al fronte, è anche vero che le attività professionali o para-professionali alle quali si dà il massimo valore simbolico sono quelle di infermiera, o di crocerossina, o di madrina dei soldati; ruoli utili, certo, ma subalterni ai medici; prestigiosi per la loro immediata ricaduta patriottica, certo, ma non tali da mettere in discussione la “superiorità” dei maschi combattenti; giacché son ruoli vissuti come una sorta di estensione collettiva o, per le più giovani, di anticipazione sociale del maternage, del prendersi cura degli uomini, a cui le donne si ritiene siano votate “per natura”. (p.101)
     “L’avvicinamento al discorso nazionale [da parte del mondo cattolico] è premessa per una più intensa collaborazione politica con l’universo del liberalismo, e si esprime, innanzitutto, attraverso un recupero di toni neoguelfi, declinati peraltro assai spesso in modi significativamente aggressivi: l’idea di una missione dell’Italia, legittimata dal primato che gli viene dall’essere figlia primogenita della Chiesa cattolica, autorizza fantasie di dominazione coloniale, considerata premessa a un’opera di civilizzazione e di evangelizzazione. […] E’ su premesse di questo genere che negli ambienti cattolici si sviluppa un’intensa partecipazione alle prime esperienze coloniali italiane, e in particolare all’”’impresa di Libia”, nel corso della quale il patriottismo neoguelfo si coloro anche di spigolosi accenti anti-islamici. In effetti, nel caso della guerra italo-turca, a fronte di una posizione di netta contrarietà manifestata da papa Pio X, chiaramente sostenuta dagli interventi dell’”Osservatore romano”, stanno le numerose prese di posizione di cardinali, di vescovi, di ecclesiastici, del manipolo di cappellani militari che si recano in Libia con le truppe […], che invece sostengono l’opportunità di una guerra al tempo stesso “patriottica” e “civilizzatrice”. (pp. 122-123)

 

Sangue e suolo

“Il vivere e il morire sono l’alfa e l’omega dell’insegnamento della Madre-patria, perché la sua stessa struttura biopolitica ne impone la centralità. E se il ruolo riproduttivo delle madri è essenziale, non meno cruciale è la loro partecipazione alla mistica del sacrificio […]. Del resto è proprio dalle madri in carne ed ossa che si vuole una ferma disponibilità al sacrificio, sebbene il sacrificio femminile, ora, come in precedenza, non sia un sacrificio in prima persona, né – certamente – un sacrificio bellico. L’illustrazione più chiara della natura del sacrificio femminile la si può rintracciare nella Giornata della Fede, rituale costituito nel 1935, in occasione dell’avvio delle operazioni militari in Etiopia. Il 18 dicembre 1935, in ogni angolo d’Italia, gli italiani e le italiane devono donare alla patria le loro fedi nuziali, sostituite da anelli di metallo vile; nei limiti delle possibilità devono donare anche ogni altro monile o oggetto d’oro o di argento che possa dare un fattivo contributo al sostegno finanziario alla guerra. Se il sacrificio viene richiesto a tutti gli italiani, la Giornata della Fede costruisce tuttavia un’interlocuzione particolarmente fitta e diretta con le donne della nazione. Secondo un modulo retorico che già ben conosciamo, il rituale si basa sulla doppia dinamica sacrificale: gli uomini offrono se stessi e la propria vita sul campo di battaglia; le donne offrono i propri mariti, e ancor più i propri figli, alla patria, consapevoli del dolore che tale offerta potrebbe comportare.” (p. 186)
     “La nazione fascista irrigidisce ed estremizza i tropi elementari della matrice discorsiva originaria. La genealogia e il sangue da figure metaforiche si trasformano in proiezioni di un “sapere” e di un senso comune razzisti, che le leggi coloniali e quelle razziali rendono tragicamente operativi. La mistica del sacrificio, l’offerta votiva del sé psichico e corporeo – per gli uomini -, dei propri familiari e del proprio mondo affettivo – per le donne – prosegue secondo una traiettoria tracciata sin dai martirologi e dalle cristologie di epoca risorgimentale. La centralità della riproduzione, dell’onore sessuale, dell’integrità razziale di donne e uomini nelle loro relazioni sessuali, ripercorre con implacabile coerenza biopolitica, l’essenza dei rapporti di genere così come sono disegnati dal nazionalismo delle origini” (p. 201)

Alberto Mario Banti

 

Indice del volume:
Introduzione – La nazione del Risorgimento – Amor di patria – La consacrazione degli eroi – Sangue e suolo - Epilogo

 

Alberto Mario Banti
Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo

 

Laterza, Roma-Bari 2011

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