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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
John Foot
Fratture d'Italia
Da Caporetto al G8 di Genova la memoria divisa del Paese
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Lo storico britannico John Foot torna con questo volume sul dibattuto tema della “memoria condivisa”, analizzando il caso italiano come esempio di divisioni profonde e spesso insanabili nel ricordare gli eventi del passato. Quasi ad ogni svolta della storia novecentesca, in Italia sono nate versioni contrapposte su stagioni politiche, episodi di cronaca, momenti fondativi dell’identità del Paese. Monumenti alterati, lapidi in competizione, discordanti memorie personali e collettive testimoniano lungo tutta la Penisola una cronica impossibilità di narrare univocamente le vicende nazionali. Foot è vigile nel non attribuire all’Italia una “esclusiva” su questo fenomeno, che interessa in misura variabile molti altri Paesi; ma nota che in Italia la debolezza delle istituzioni statali e la politicizzazione continua del passato creano le condizioni per un’impasse da cui è difficile uscire. Il libro è disseminato anche di riflessioni sul ruolo della storia e degli storici nel trattare la memoria, con la ricostruzione di alcuni dibattiti storiografici particolarmente stimolanti.
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[scheda antologica a cura di Andrea Spanu]

 

Come nasce una memoria divisa – Le ferite della Grande Guerra – Memorie fasciste, memorie del fascismo – Stragi naziste: capri espiatori e paesaggi della memoria – Il Sessantotto italiano: commemorazioni pubbliche e private - Conclusione. Fine del viaggio: fatti, memoria, storia

 

Come nasce una memoria divisa

La memoria divisa è un problema? Spesso la presenza di versioni differenti dei “fatti” e di come interpretare il passato è considerata sana, democratica e garante di una dialettica storica. Negli anni Novanta Sergio Luzzatto scrisse un “elogio della memoria divisa”, mentre Paggi affermò che la memoria dovrebbe restare divisa “nel senso che la discussione sull’origine di questi eventi rimanga aperta” ma dovrebbe cessare “di essere, invece una lacerazione nei rapporti personali”. Le memorie divise sono anche una componente cruciale della libertà di espressione. Spesso la soppressione di memorie alternative o di contro-memorie è stata violenza, pretesto di censura e persino di dittatura. Altri ancora, invece, vedono queste divisioni come un fallimento, come una sorte di peccato originale che ha impedito all’Italia di progredire. Per Scoppola “ogni volta che l’attenzione dell’opinione pubblica viene richiamata al passato si aprono polemiche che si risolvono quasi in un cupio dissolvi di ogni coscienza di identità nazionale”. Per Di Nucci e Galli della Loggia, una nazione richiede “una storia e […] una memoria comuni”. Per Rusconi “storia e memoria comune sono parte integrante del riconoscersi nazione [e] senza la ricostruzione di una memoria comune, ad un tempo critica e sociale, in Italia non si creerà alcun senso di appartenenza”. In anni recenti, uomini di governo sia di destra sia di sinistra hanno invocato ripetutamente la creazione di una serie di memorie condivise. Si tratta dunque anche di un dibattito sull’opportunità o meno del mantenimento di memorie divise; la riconciliazione, quindi, può avere luogo solo dopo aver preso atto della divisione. (pagg. 37-38)

 

Le ferite della Grande Guerra

[…] la Prima guerra mondiale divise gli italiani in modo profondo e duraturo. Centinaia di migliaia di persone si ribellarono: centocinquantamila soldati disertarono, tanto che tra il maggio del 1915 e il settembre del 1919 si tennero più di un milione di processi per infrazioni alla legge marziale. Per altri, al contrario, il conflitto era tutt’altro che un disastro, ma piuttosto un’opportunità per reinventare l’immagine dell’Italia nel mondo e per restaurare (o creare ex novo) aspirazioni e identità nazionaliste. Queste profonde fratture attraversavano tutta la società. […] La rottura del fronte italiano il 24 ottobre 1917 presso la città di Caporetto fu un evento traumatico per entrambe le parti delle summenzionate divisioni: l’Italia veniva invasa per la prima volta dalla sua unificazione, e mentre truppe straniere occupavano buona parte del Friuli Venezia Giulia, la minaccia di una sconfitta totale sembrava alquanto verosimile e prossima. Centinaia di migliaia di truppe furono catturate e interi villaggi rasi al suolo. Ondate di rifugiati scappavano dalle zone occupate e abbandonavano le città vicine alla nuova linea del fronte, da Treviso a Venezia. L’immagine della sconfitta assumeva tratti apocalittici, di collasso assoluto. La responsabilità di tale ritirata fu attribuita alla sinistra dalle élite militari e dai nazionalisti: per loro Caporetto era stata un deliberato atto di codardia e di sabotaggio. Soldati e socialisti avevano collaborato a questo scopo, avevano pianificato a tavolino uno “sciopero militare”, per usare l’espressione del generale Cadorna. Non si trattava semplicemente di “imboscati”, ma di “disfattisti”. Alcuni italiani, così si sosteneva, avevano cercato attivamente il disastro militare, proprio come Lenin aveva invocato un “disfattismo rivoluzionario” in Russia durante la guerra. L’accusa di disastro organizzato per ragioni politiche si sarebbe ripresentata più tardi, con gli aspri dibattiti intorno all’8 (e al 25) settembre 1943. Al riguardo alcuni si mostravano orgogliosi di questa etichetta, di autodefinirsi disfattisti: gioirono davanti alle notizie provenienti da Caporetto, o cercano di presentare la sconfitta come una rivolta attiva contro l’autorità. […] La separazione degli italiani tra coloro che “erano scappati” e coloro che “erano rimasti e avevano combattuto”, ovvero tra coraggiosi e “vigliacchi”, fu una costante del dopoguerra, quando cioè le ferite erano onnipresenti e mentre l’Inchiesta su Caporetto si protraeva per tutto il 1919. (pagg. 56-57)

 

Memorie fasciste, memorie del fascismo

Dopo la prima – spontanea – ondata di antifascismo nel luglio del 1943, molti monumenti fascisti furono rimossi dalle autorità locali non appena fu restaurata la democrazia. Il dibattito in merito fu alquanto limitato, e il processo di rimozione avvenne con modalità diverse in ogni angolo del Paese. Non si stabilirono norme o leggi nazionali per regolamentare la defascistizzazione dell’Italia, benché la Repubblica e la costituzione imponessero regole proprie sulle istituzioni dello Stato (come per esempio quel che doveva essere scritto nelle aule dei tribunali di tutta Italia). Inoltre, nessuno studio sistematico risulta consultabile sulla “defascistizzazione” dell’Italia. Come scrive Gentile, in questi processi emersero aspetti rituali: “Come in ogni guerra di religione, anche nella guerra tra religioni laiche, la religione che emerge vittoriosa cancella i simboli della rivale sconfitta”. Monumenti fascisti furono abbattuti, smantellati o modificati in diverse fasi. Una prima ondata di rimozione avvenne il 25 luglio o immediatamente dopo, altre cancellazioni dopo l’8 settembre 1943, e una terza fase seguì la liberazione di diverse aree da parte degli Alleati o dei partigiani, protraendosi nel periodo postbellico. Per lungo tempo, spesso in concomitanza di restauri, le decisioni su monumenti, murali ed edifici fascisti furono prese a livello locale.[…] Negli anni Novanta, con il ritorno della destra neofascista sulla scena politica nazionale e il suo tentativo di imporre le proprie memorie del passato in diverse città, sorsero numerosi dibattiti su simboli fascisti e nomi di strade e di edifici. La residenza di Mussolini a Roma fino al 1943, Villa Torlonia, fu restaurata e aperta la pubblico. La proposta dell’allora sindaco, Francesco Rutelli, di dedicare una strada al fascista Giuseppe Bottai suscitò accese proteste, e Rutelli rinunciò. Nel 2008, con l’elezione di Alemanno, il cui background si rifaceva alla tradizione neofascista, furono avanzate proposte di dedicare una strada all’ex segretario del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante. Secondo alcuni i monumenti e i simboli fascisti dovrebbero essere lasciati al loro posto come monito per le generazioni future, come parte della storia d’Italia. Questi eventi non riguardano solo la memoria pubblica, ma sono anche fondamentali per capire come la memoria del regime sia sopravvissuta nella mente delle persone e nelle loro narrazioni del passato (pagg. 116-118)

 

Stragi naziste: capri espiatori e paesaggi della memoria

In migliaia di occasioni tra il 1943 e il 1945 paesi e città italiane si ritrovarono a piangere le vittime di stragi commesse dall’esercito tedesco. Il modus operandi era spesso lo stesso: i nazisti arrivavano la mattina presto, sequestravano gli uomini che riuscivano a trovare e li fucilavano. I corpi venivano in genere bruciati. Questi massacri assumevano forme diverse: alcuni erano chiaramente rappresaglie per attacchi partigiani (con la scelta di un numero preciso di vittime), altri erano stragi di intere popolazioni (non solo uomini, ma anche donne e bambini) a scopo intimidatorio, e fine vi erano brutali rastrellamenti di partigiani seguiti da esecuzioni sommarie. Alcuni di questi eccidi avevano obiettivi esplicitamente militari (i partigiani), ma per la maggior parte si trattava di una guerra contro civili. Anche la decisione dell’Italia nel 1943 di rompere l’alleanza con la Germania ebbe il suo impatto, diffondendo nell’esercito tedesco l’idea che gli italiani fossero traditori. In molti casi la causa immediata del massacro non era chiara, e quasi sempre chi era sopravvissuto all’orrore aveva psicologicamente bisogno, per poter comprendere quanto era accaduto, di individuare un capro espiatorio. Come ha scritto Contini, dopo le stragi “si mette in moto quel meccanismo che è molto conosciuto agli storici del medioevo e dell’età moderna, il meccanismo della ricerca, ma sarebbe il caso di dire costruzione, del capro espiatorio”: Come hanno dimostrato antropologi e storici, questi capri espiatori erano solitamente figure locali o “interne”. Una delle più importanti conclusioni degli studi condotti sulle memorie dei massacri della guerra risiede proprio qui. Nella maggioranza dei casi, la colpa immediata, e quindi il modo in cui questa storia era tramandata nel tempo, non era legata ai perpetratori, ai tedeschi, ai nazisti. Anzi, il capro espiatorio veniva spesso identificato nei partigiani locali. La natura precisa di questo meccanismo, tuttavia, varia da luogo a luogo, e si è radicalmente modificata nel tempo. Negli anni Novanta la “scoperta” di memorie locali divise da parte di un gruppo di storici costituì un momento cruciale per la storiografia italiana del dopoguerra e per la sinistra “nata dalla Resistenza”. Queste memorie erano in dissonanza con una delle caratteristiche fondamentali del mito della Resistenza: esse infatti non potevano coesistere con la diffusa idea di armonia, solidarietà e alleanza tra popolazione locale e partigiani. Inoltre, queste divisioni erano anche scritte sulla pietra. Nel tempo la memoria pubblica rispettò queste diverse narrazioni, creando complicati paesaggi della memoria locali. I partigiani si prestavano molto bene al ruolo di capro espiatorio: “sono interni abbastanza alla comunità, ma anche esterni, sono figure di confine, ma ben definiti, ben visibili, ben conosciuti con nomi e cognomi”. In svariate aree, quindi, si era aperto un varco tra coloro che avevano perso i loro cari in stragi naziste e i protagonisti della Resistenza antifascista. Queste tensioni dividevano famiglie, quartieri e paesi, protraendosi in alcuni casi per decenni. (pagg. 279-281)

 

Il Sessantotto italiano: commemorazioni pubbliche e private

[…] la destra ha cercato (con un certo successo) di assimilare il Sessantotto al terrorismo. Inoltre, gli stessi ex terroristi tendono a definirsi come originari di un movimento che – direttamente o indirettamente – nacque dal Sessantotto. Nel frattempo, coloro che non erano diventati terroristi adottarono diverse strategie per negare qualunque tipo di continuità, necessità questa particolarmente urgente nel 1988, quando il terrorismo era ancora attivo. Una strategia consisteva nel dichiarare che il terrorismo aveva preso piede quando il movimento era in declino, e che era stato un sintomo (e una causa?) di quel declino. Un’altra strategia era quella di ritrarre il terrorismo essenzialmente come una cospirazione di sezioni “deviate” dello Stato. Ci sono due versioni di questa idea. La prima, diffusa al tempo, specialmente tra le fila del Partito comunista, sosteneva che i terroristi fossero “fascisti” e/o “provocatori”. Un’altra versione – ancora in circolazione – sostiene che i terroristi fossero sì di sinistra o venissero dalla sinistra, ma che fossero stati manovrati, manipolati, “infiltrati”, “liberi di agire” allo scopo di danneggiare il movimento nel suo complesso. Infine, vi è l’ampio discorso che ruota intorno all’idea dei “cattivi maestri”, che in teoria influenzarono molti giovani nel loro percorso di avvicinamento alla “lotta armata”. Questa spiegazione fa ricadere la colpa del terrorismo su una ristretta cerchia di intellettuali, e assolve la grande maggioranza di tutti coloro che presero le armi. (pagg. 398-399)

 

Conclusione. Fine del viaggio: fatti, memoria, storia

Per poter sopravvivere come Paese, l’Italia ha bisogno di una storia condivisa, e di una memoria condivisa? Nel 1993 Rusconi scrisse che “nella cultura italiana odierna la lacuna più grave è l’incapacità di raccontare la storia nazionale in modo convincente, in modo cioè di creare identificazione, nonostante e anzi proprio attraverso le sue immense contraddizioni. La storia comune non è diventata momento insostituibile del “discorso pubblico” democratico”. […] Altri non sono d’accordo, e sostengono che un tale consenso sia impossibile, come hanno scritto Detti e Flores: “Come storici e insegnanti di storia pensiamo che la ricerca della verità, cui tende ogni ricostruzione storica, non può che avvenire sollecitando una pluralità di interpretazioni e accogliendo in esse memorie diverse e contrapposte”. Durante questo viaggio nel passato, e nel modo in cui è stato compreso in Italia, ci siamo soffermati sulle guerre della memoria avvenute dopo il 1918. Abbiamo visto come la memoria divenne un tema cruciale nelle zone di confine, in particolare nel Nordest, dove riguardava anche questioni di identità etnica e nazionale. Il fascismo riuscì a imporre le sue versioni della storia per molti anni, ma dopo il luglio del 1943 altre memorie sarebbero ricomparse, chiedendo vendetta. Dal 1945 la battaglia sulla memoria è stata una caratteristica costante della politica italiana e della sua storiografia. Dalle donne di Civitella alla controversa bomba di San Miniato, dalle lapidi per Pinelli e Calabresi all’insieme commemorativo nella stazione di Bologna. Tutto ciò ha suscitato dibattiti e talvolta atti di violenza, ma anche silenzi e oblio. Il materiale per lo studio della memoria è ovunque intorno a noi, in ogni nicchia e in ogni fessura delle città italiane, dei suoi villaggi, cimiteri e campi di battaglia. Le guerre della memoria continueranno, ed è solo studiando e interpretando le divisioni sul passato che potremmo comprendere appieno il presente. (pagg. 444-445)

 

John  Foot

 

Indice del volume:
Come nasce una memoria divisa – Le ferite della Grande Guerra – Memorie fasciste, memorie del fascismo – Memorie di frontiera: Trieste, Trento, Bolzano – Campi italiani, italiani nei campi – La politica della memoria: il silenzio sui militari deportati – L’Italia tra 1940-1943: vittoria, sconfitta o collasso – Stragi naziste: capri espiatori e paesaggi della memoria – La Resistenza fra silenzi e memorie – Il Sessantotto italiano: commemorazioni pubbliche e private – Memorie e rivendicazioni: fra piazza Fontana e il caso Moro – Conclusione. Fine del viaggio: fatti, memoria, storia.

 

 

John Foot
Fratture d’Italia. Da Caporetto al G8 di Genova la memoria divisa del Paese

Rizzoli, Milano 2009

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