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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Slavoj Zizek
Sessantotto. A ciascuno il suo
'68, un maggio passato alla storia
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In occasione del Festival della filosofia di Modena, "la Repubblica" anticipa l'intervento in cui Slavoj Zizek si interroga sugli esiti del Sessantotto a quarant 'anni di distanza dal Maggio francese. Il filosofo dà ragione allo psicanalista Lacan quando quest'ultimo avvertì gli studenti: «Come rivoluzionari, voi siete dei pazzi che chiedono un nuovo padrone. E lo avrete». Tuttavia Zizek si interroga sugli esiti del Sessantotto nonostante le ambiguità del movimento: ne nasce una complessa e articolata riflessione sulla trasformazione dei valori della libertà sessuale e delle rivendicazioni antigerarchiche nel quadro dell'edonismo contemporaneo e delle strutture sociali di un nuovo capitalismo.
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     Nel Sessantotto una delle frasi più famose apparse sui muri di Parigi fu: «Le strutture non camminano per strada!», espressione che non giustifica le grandi dimostrazioni di studenti e di lavoratori del Sessantotto in termini di strutturalismo (il che chiarisce perché alcuni storici arrivino addirittura a considerare il 1968 come lo spartiacque tra lo strutturalismo e il post-strutturalismo, che fu - così si dice - molto più dinamico e incline a interventi di politica attiva). La risposta di Jacques Lacan fu che nel 1968 in verità era accaduto proprio questo: «Le strutture scesero in strada davvero». I palesi eventi esplosivi furono in definitiva l'esito di uno squilibrio strutturale; per dirla con le parole di Lacan furono l'esito del passaggio dal discorso del Padrone al discorso dell'Università. In che cosa consiste di preciso questo passaggio? The New Spirit of Capitalism di Boltanski e Chiapello lo esamina in dettaglio, con particolare attenzione alla Francia. Abbracciando il metodo weberiano, il libro distingue tre «spiriti» consecutivi del capitalismo: il primo spirito del capitalismo, imprenditoriale, durò fino alla Grande Depressione degli anni Trenta; il secondo spirito del capitalismo prese a proprio ideale non l'imprenditore bensì il dirigente stipendiato di una grande azienda. Dagli anni Settanta in poi, invece, andò emergendo una nuova figura di «spirito del capitalismo»: il capitalismo abbandonò la struttura gerarchica di stampo fordista del processo di produzione e sviluppò una forma di organizzazione basata su una struttura a rete che si reggeva sull'iniziativa e l'autonomia del lavoratore dipendente sul posto di lavoro. Invece di una catena di comando centralizzata e gerarchica, si diffusero strutture a rete formate da una moltitudine di partecipanti, che organizzavano il lavoro sotto forma di team o di progetti, mirando a soddisfare la clientela, e vi fu una generale mobilitazione dei lavoratori grazie alla visione dei loro leader. In questo modo il capitalismo si è trasformato e legittimato come un progetto egalitario: per mezzo di un'accresciuta interazione autopoietica e di un'auto-organizzazione spontanea, arrivò perfino a usurpare il linguaggio dell'estrema Sinistra dell'auto¬gestione dei lavoratori e da slogan anticapitalista che era ne fece uno slogan capitalista.
      Un'intera sequenza di eventi storico-ideologici andò così creandosi, nella quale il Socialismo appare conservatore, gerarchico, amministrativo, tanto che la lezione del Sessantotto è «Good¬bye, Mr Socialism», «Addio, Socialismo!» e la vera rivoluzione è quella del capitalismo digitale. Questo capitalismo è la logica conseguenza, la «verità» della rivoluzione del 1968. Le proteste anticapitaliste degli anni Sessanta integrarono la critica consueta dello sfruttamento socioeconomico con argomenti di critica culturale: l'alienazione della vita di tutti i giorni, la mercificazione dei beni di consumo, la mancanza di autenticità di una società di massa nella quale «si indossano maschere» e si subiscono oppressioni sessuali e di altra natura.
Il nuovo spirito del capitalismo in modo trionfante recuperò la retorica egalitaria e antigerarchica del 1968, presentandosi come una rivolta libertaria di successo contro le organizzazioni sociali oppressive del capitalismo delle corporation e anche contro il socialismo «reale, esistente»: questo nuovo spirito libertario è incarnato dai capitalisti «disinvolti», vestiti alla buona, come Bill Gates e i fondatori del gelato «Ben and Jerry». [...] Ma il passaggio a un altro spirito del capitalismo fu davvero tutto ciò che accadde negli eventi del '68, così che tutto l'euforico entusiasmo per la libertà in realtà non fu altro che un mezzo per sostituire una forma di dominio con un'altra? Ricordiamo le parole di sfida lanciate da Lacan agli studenti: «Come rivoluzionari, voi siete dei pazzi che chiedono un nuovo padrone. E lo avrete». Pur avendo ragione, il Sessantotto fu un evento unico oppure fu uno strappo, e anche ambiguo, nel corso del quale varie tendenze politiche lottarono tra loro per l'egemonia? Ciò spiegherebbe il fatto che mentre l'ideologia egemonica si appropriò magnificamente del Sessantotto come di un'esplosione della libertà sessuale e della creatività anti-gerarchica, Nicholas Sarkozy ha detto nella sua campagna elettorale del 2007 che suo compito è quello di far finalmente superare alla Francia il Sessantotto. Pertanto c'è un «loro maggio '68» e un «nostro maggio '68» nel nostro odierno ricordo ideologico, la «nostra» idea di base delle dimostrazioni di quel maggio, mentre il collegamento tra le proteste studentesche e gli scioperi dei lavoratori è dimenticato.
      Della liberazione sessuale degli anni Sessanta è sopravvissuto il tollerante edonismo facilmente incorporato nella nostra ideologia egemonica. L'imperativo del superego di divertirsi pertanto funge da esatto contrario del «Du kannst, denn du solisti» (Puoi, quindi devi!) di Kant, diventa un «Devi perché puoi!». Ciò significa che l'aspetto del superego dell'edonismo odierno «non-repressivo» (le incessanti provocazioni alle quali siamo esposti, che ci impongono di andare fino in fondo e di esplorare tutti i modi possibili di godimento, di jouissance) risiede nel modo in cui la jouissance necessariamente si trasforma in una joiussance obbligatoria. Questo impulso al puro godimento autistico (per mezzo di sostanze stupefacenti o di altri metodi che inducono uno stato di trance) si affermò in un momento politico preciso: allorché la spinta emancipatrice del 1968 esaurì il suo potenziale. In quel periodo critico (la metà degli anni Settanta) l'unica opzione rimasta era il passaggio all'azione diretta, brutale, una spinta verso la Realtà che assunse tre forme principali: la ricerca di forme estreme di jouissance sessuale; il terrorismo politico di sinistra [...]; e infine la svolta verso la Realtà di un'esperienza interiore (il misticismo orientale). In comune, tutte e tre erano caratterizzate da una medesima estraniazione da un impegno concreto socio-politico in un contatto diretto con la Realtà.
     Questo cambiamento dall'impegno politico alla Realtà post-politica è forse esemplificato al meglio dai film di Bernardo Bertolucci, un rivoltoso accanito, e in particolare dall'evoluzione delle sue opere, dai suoi primi capolavori quali Prima della rivoluzione ai suoi più recenti cedimenti estetico-spiritualisti, come il tremendo Piccolo Budda. Questo percorso ha compiuto un giro completo con 1 sognatori, l'ultimo film di Bertolucci sul Sessantotto parigino, nel quale una coppia di studenti, fratello e sorella, e un giovane studente americano di passaggio stringono una profonda amicizia nel turbinio degli eventi per poi separarsi, alla fine del film, perché i due francesi restano invischiati nella violenza politica mentre l'americano rimane fedele al messaggio di amore e di libertà passionale. Infine, il grande interrogativo: se, come afferma Alain Badiou, il Maggio 1968 è stato la fine di un'epoca, che ha segnato (insieme alla rivoluzione culturale cinese) il consumarsi definitivo di una grande successione di rivoluzioni politiche iniziate con la Rivoluzione d'Ottobre, oggi dove ci collochiamo? [...]

 

Slavoj Zizek

 

 

B. Benci G. Lima A. Mangano
Il Sessantotto è finito nella rete
1968 "in linea": articoli, riviste, pubblicazioni e convegni
nell'anno del quarantennale

Fonte: www.pbmstoria.it. 17 aprile 2008 (da un articolo apparso su «La Repubblica» il 17 aprile)
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