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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Anthony Giddens
Il mio sessantotto in salsa californiana
'68, un maggio passato alla storia
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Il '68 era nato dai movimenti per i diritti civili del Sud e dal Free Speech movement che aveva il suo centro a Berkeley. Questi gruppi sono confluiti nel movimento contro la guerra nel Vietnam, che ha fatto da catalizzatore a molte correnti radicali. C'è stata una sovrapposizione col movimento hippy, benché quest' ultimo tendesse a contestare ogni forma di autorità. C'erano poi i gruppi maoisti, anche se meno influenti che in Europa; c'erano le Pantere Nere e altri gruppi di neri dissidenti, alcuni dei quali hanno finito per rivolgersi all'islam. E c'era ovviamente il femminismo, in forme più totalizzanti di quanto mai si sia visto prima.
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     Siamo nel maggio 1968. Non mi trovo a Parigi, ma a 6000 miglia di distanza, in California, in macchina sull'autostrada per Los Angeles. Vengo da Vancouver, dove sono stato junior lecturer per 9 mesi, e vado a ricoprire un incarico all'Università della California. Arrivato a Los Angeles, riparto subito per Venice, un sobborgo balneare dove ho preso in affitto un appartamento. Qui, in riva al mare, sono testimone di una scena che sembra presa di peso da tempi biblici. A perdita d'occhio, la spiaggia è popolata da personaggi con lunghe vesti dai colori vivaci, ancorché scarmigliati e sciatti. Tutti bianchi: non c'è traccia di minoranze etniche. L'aria non odora di ozono ma di marijuana. Poco lontano, vedo una fila di auto della polizia, con gli agenti che fanno penzolare i fucili dai finestrini aperti. Il clima è di incipiente violenza. Non sapevo cosa fosse la marijuana, e neppure conoscevo il termine "hippy", ancora poco diffuso nel Regno Unito e in Europa; per cui chiesi spiegazioni a un passante.
     Fu così che la rivoluzione in salsa californiana mi diede il benvenuto. Visto dall'Europa, il '68 sembrava avere il suo centro d'azione a Parigi. Ma credetemi: non è stato così. I radicali europei in realtà erano piuttosto tradizionali. Pur proclamandosi antesignani di una nuova era, avevano comportamenti non molto diversi da quelli dei radicali di tutti i tempi. Erano studenti esagitati, ma il loro radicalismo non scavava in profondità. In California, per molti almeno, essere radicali voleva dire esserlo in tutto, non solo nel credo politico ma in ogni aspetto dello stile di vita, compreso lo studio. Era di moda non dare più voti, considerati discriminatori, o concedere a tutti la promozione con lode. Tra i miei conoscenti c'era un professorino di matematica tutto azzimato - camicia abbottonata e sfumatura alta, moglie fiorente e figli.
     A un certo punto scomparve dall'università, finché un giorno me lo vidi davanti: era apparso in cima alla collina come una specie di Cristo dai capelli biondi sparsi sulle spalle, la barba lunga, una veste fluente e sandali ai piedi. Si era lasciato alle spalle la matematica e l'università e aveva piantato la moglie e i figli per trasferirsi nel deserto del New Messico, dove viveva in una comune lavorando come artigiano. Molti altri avevano fatto la stessa scelta. Anche negli ambienti più direttamente legati alle formazioni politiche si sperimentavano stili di vita alternativi, dalla sessualità alla vita di relazione, dalle comuni all'uso di droghe. D'altra parte, negli Usa il movimento si presentava in forme molto diversificate, soprattutto dal punto di vista delle opinioni e affiliazioni politiche, con un proliferare di gruppi di impegno sociale.
     Il '68 era nato dai movimenti per i diritti civili del Sud e dal Free Speech movement che aveva il suo centro a Berkeley. Questi gruppi sono confluiti nel movimento contro la guerra nel Vietnam, che ha fatto da catalizzatore a molte correnti radicali. C'è stata una sovrapposizione col movimento hippy, benché quest' ultimo tendesse a contestare ogni forma di autorità. C'erano poi i gruppi maoisti, anche se meno influenti che in Europa; c'erano le Pantere Nere e altri gruppi di neri dissidenti, alcuni dei quali hanno finito per rivolgersi all'islam. E c'era ovviamente il femminismo, in forme più totalizzanti di quanto mai si sia visto prima: più che di una componente, si trattava di una derivazione del '68. Molte esponenti di questo nuovo femminismo presero posizioni più radicali proprio in risposta al sessantottismo - una rivoluzione, come dicevano, fatta dai maschi e per i maschi. Dieci anni dopo ho ricevuto una lettera dal mio conoscente, il professore convertito. Nel frattempo si era riconciliato con la moglie, era tornato al consueto taglio di capelli, al completo azzimato e all' appartamento di prima, e stava cercando di reinserirsi nella stessa facoltà universitaria che aveva lasciato. Come mai tutte le grandi speranze, tutto il radicalismo, sono scomparsi com'erano sorti? Le ragioni sono numerose e varie come il fenomeno stesso.
     Con la fine della guerra del Vietnam è venuta meno una delle principali motivazioni del dissenso. Se da un lato le autorità si sono accanite con ogni mezzo per disperdere le Pantere Nere, dall'altro si è diffusa una maggior coscienza della natura repressiva e criminale del maoismo. Quanto agli hippy, il più delle volte le loro sperimentazioni hanno preso una brutta piega. Il libero amore è servito da copertura a forme di sfruttamento sessuale; molte comuni non hanno retto ai contrasti tra i loro componenti; e si è visto che le droghe portano alla dipendenza assai più che alla liberazione dello spirito. Ma l'aspetto più importante del '68 è stato il tentativo di ignorare, o di abbattere scientemente alcune delle caratteristiche essenziali di una società civile e in parte anche giusta ed equa - anche se con alcuni notevoli limiti. Si contestava la burocrazia - un atteggiamento ripreso in seguito, come polemica di facciata e in maniera perversa, da molti politici di destra - senza rendersi conto che in una società complessa un certo grado di coordinamento burocratico è di importanza vitale. Le università sarebbero travolte dal caos senza un sistema corretto e rigoroso di valutazione degli esami e delle tesi, e senza l'autorità rivendicata dai docenti nei rispettivi campi di specializzazione. Nessuna società può funzionare sulla sola base dei diritti. Ai diritti devono corrispondere obblighi e doveri: solo a questa condizione la solidarietà sociale è sostenibile. Il femminismo - il più importante dei movimenti sopravvissuti al '68 - in realtà non è mai stato una sua componente, benché sia sorto in seguito agli sconvolgimenti di quel periodo. Il '68 è importante non tanto in sé quanto per il fatto che in quei movimenti hanno trovato espressione le vaste trasformazioni sotterranee in atto nella società, iniziate verso la fine degli anni 1950.
     Oggi ci rendiamo pienamente conto della forza di quella mutazione, e siamo tuttora alle prese con i suoi effetti: l'impatto sulla natura stessa della famiglia; la fine della centralità del matrimonio e una maggiore attenzione per la qualità delle relazioni; la valorizzazione della sessualità come elemento chiave di quei processi, in parallelo col tramonto della doppia morale; il massiccio ingresso delle donne sul mercato del lavoro; la denatalità e il fenomeno dei figli superprotetti; la pianificazione familiare come scelta consapevole di avere uno o più figli, in luogo del fatalismo di un tempo; la possibilità - ma di fatto anche la necessità di scegliersi uno stile di vita, anziché riceverlo in eredità; l'emergere di politiche identitarie; il venir meno della deferenza, con la crescente tendenza a mettere in discussione le scelte politiche. Non avrebbe senso attribuire questi cambiamenti ai sessantottini, che di fatto li hanno cavalcati - sebbene in alcuni casi abbiano contribuito ad accelerarli. In questo senso, la sinistra ha creato intorno a loro una mistica immeritata; ma è in errore anche la destra quando addebita al '68 i mali che oggi ci affliggono. Le sue correnti più efficaci furono quelle focalizzate su obiettivi specifici: è stato fondamentale ad esempio aver dato voce a una franca e chiara protesta contro la guerra del Vietnam. Si potrebbe decidere di fermarsi a questo, liquidando come romantici, vani e persino pericolosi tutti i tentativi di estendere il radicalismo a ogni aspetto della vita. Devo però ammettere che mi suscitano qualcosa di più di una vaga simpatia. Certo, è stata una falsa liberazione - che però ci ha spinto a interrogarci sul nostro vivere quotidiano, su tutto ciò che i più davano per scontato. Anche chi, come me, non condivide le idee del '68, è stato indotto a riesaminare e a mettere in discussione alcune delle proprie certezze, non foss'altro che per tornare a difenderle con rinnovato vigore.

Anthony Giddens

 

B. Benci G. Lima A. Mangano
Il Sessantotto è finito nella rete

1968 "in linea": articoli, riviste, pubblicazioni e convegni
nell'anno del quarantennale

Fonte: «La Repubblica», 6 maggio 2008
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