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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Omaggio a Edgar Morin
La mia sinistra. Rigenerare la speranza
La lunga storia
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Siamo nell’era planetaria che è iniziata da qualche secolo e di cui la mondializzazione non è che l’aspetto attuale manifestato dall’estensione dell’economia liberale del mercato sul mondo, specialmente dopo il crollo dell’Unione Sovietica e l’apertura al mercato dell’enorme Cina, lo sviluppo delle tecniche di comunicazione istantanea eccetera. Siamo giunti a un problema antropologico fondamentale, quello del destino planetario dell’umanità e dell’assenza delle società-mondo, vale a dire dell’assenza di regolazione e di organizzazione a livello mondiale. Ci rendiamo conto che non ci sono società di nazioni ed è pren¬dendo atto di questo che viene fatto di pensare che l’ONU dovrebbe avere un’esistenza più significativa, che dovrebbero esserci istanze di regolazione ecologica, che l’arma atomica dovrebbe essere bandita. E ci ritroviamo in questo stato prossimo al suicidio. Ma forse è sull’orlo del baratro che nasce la salvezza, perché più aumenta il pericolo, più si accresce ciò che salva. Vi è un ritardo della coscienza legato alla inadeguatezza del nostro modo di conoscere.
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[scheda antologica a cura di Roberto Moro]

 

La lunga storia – Mind - La storia planetaria dell’umanità - Destino

 

La lunga storia

L’uomo è un essere culturale per natura perché è un essere naturale per cultura.
Questo incipit mi è stato ispirato da una formula di Karl Marx risalente ai suoi scritti giovanili, il manoscritto economico-filosofico in cui diceva: «Le scienze dalla natura abbracceranno le scienze dell’uomo e le scienze dell’uomo abbracceranno le scienze della natura». Dirò come al tempo stesso la storia della natura possa abbracciare la storia dell’umanità e come la storia dell’umanità possa abbracciare la storia della natura, vale a dire del pianeta.
     A proposito della parola «storia», un eminente filosofo ha dichiarato che siamo giunti alla fine delle grandi narrazioni. Pensava indubbiamente alle grandi narrazioni progressive in cui l’umanità sarebbe ascesa sempre più in alto diretta verso uno sviluppo sempre più grande. Ciò riguardava sia la narrazione marxista sia quella del progresso. Per un verso queste narrazioni erano sul serio troppo sommarie e troppo lineari ma in realtà, in quella stessa epoca, cioè verso il 1960, si vedeva apparire la più grande di tutte le narrazioni che si fosse mai potuto immaginare, vale a dire l’irruzione della storia nel cosmo. C’era già stata negli anni Trenta la scoperta di Hubble, cioè la dispersione delle galassie da cui era emerso che l’universo non era qualcosa di immobile, regolato unicamente da se stesso, ma che si trovava in perpetuo stato di evoluzione. E dopo il 1960 (quando si è creduto di osservare ciò che poteva essere considerato come i resti fossili di una radiazione iniziale, ovvero l’ipotesi di una specie di deflagrazione termica all’origine che è stata chiamata il Big Bang) che ci si è resi conto come da tredici, quattordici o quindici miliardi di anni abbia avuto inizio una storia fantastica e incredibile. Dall’inizio della formazione della materia, questa comincia a fare il genocidio totale dell’antimateria. Ecco dunque questa storia che ci insegna che un sole anteriore al nostro si è disintegrato e che un altro sole è spuntato quattro miliardi di anni fa con i suoi satelliti.
     Ma la storia della vita era già apparsa dal XIX secolo con le teorie evoluzioniste di Lamark e Darwin. Quest’ultimo aveva visto molto bene che non si trattava di una storia lineare, che non c’era una prima cellula il cui scopo fosse quello di creare dei vertebrati, poi dei mammiferi, poi degli umani, ma che si trattava di una storia a cespuglio che procedeva in tutte le direzioni del mondo vegetale e del mondo animale. Questa storia della vita si fa sulla Terra che è essa stessa prodotta da una storia fisico-materiale. Una storia della Terra si delinea ancora dopo il 1960 come se questi anni Sessanta fossero anni di transizione per alcune scoperte fondamentali: il carattere singolare del nostro universo, l’unificazione delle scienze della Terra e poi le prime scoperte fondamentali nel 1959 di antenati ominidi preumani da parte di Leakey in Africa. La storia della Terra permette di coordinare le une alle altre le diverse discipline (meteorologia, vulcanologia, geologia, sismologia eccetera) con una visione della Terra che diviene sistemica grazie alla scoperta della tettonica a placche — queste placche sotto la terra e sotto al mare che sono in continuo movimento.
     Che cos’è laTerra? È un’entità complessa formatasi a partire da un aggregato di detriti cosmici che sono scaturiti dall’esplosione di un sole anteriore al nostro. Questi detriti si aggregano dando un senso alle parole di Eraclito: «Nulla è più bello che un insieme di rifiuti disposti a caso». Questi rifiuti cosmici si assemblano ed effettuano un progresso di autorganizzazione. Il nucleo, i continenti, gli oceani si sono formati nel corso di una storia in cui la condensazione delle acque è stata molto importante, in cui la formazione e poi la deriva dei continenti non lo furono di meno, in cui questa Terra fu agitata da movimenti laterali che separarono e riunirono le masse continentali e verticali da cui sorsero le grandi catene montuose. C’è anche il carattere sorprendentemente precoce dell’apparizione della vita, sembra più di tre miliardi e mezzo di anni fa — bisogna dire sembra poiché continuamente nuove scoperte fanno risalire a un tempo anteriore le supposizioni che si fanno sull’apparizione di tale o talaltra nuova formazione.
Come sgorga questa vita? Vi sono due tesi. Secondo la prima, la vita nasce sulla superficie delle acque, in condizioni di tempeste, eruzioni, venti turbinanti, e si può immaginare che un turbine di molecole o di macromolecole finisca per autorganizzarsi e dar vita a un’entità nuova dotata di qualità proprie che sono le qualità della vita. La seconda tesi è quella delle sorgenti calde di profondità marine da cui potrebbero essersi formati degli archeobatteri. In ogni caso, per un miliardo di anni sulla terra, sotto terra, nelle acque e nell’aria, sono i batteri a essersi diffusi. Ma i batteri, per quanto siano diversi, non costituiscono specie differenti, possono tutti comunicare tra loro. Si riproducono dividendosi al punto che alcuni teorici hanno potuto pensare che il nostro universo fosse batterico, che l’insieme dei batteri formasse una grande entità, un grande essere e che questo grande essere, forse, ci controllasse. Sembra appurato che siamo usciti da una simbiosi fra due tipi di batteri, che hanno prodotto le cellule chiamate eucariote provviste di un nucleo e anche di mitocondri che sembrano essere i resti di una cellula simbiotica. Tutti noi abbiamo in noi stessi queste cellule che sono le cellule originarie della vita. Portiamo tutti in noi l’origine della vita. Queste cellule si sono specializzate, si sono differenziate enormemente nel corso della storia, ma appartengono alla stessa radice, allo stesso tronco. Siamo dunque i figli della Terra, siamo i figli delle forme più arcaiche della vita ed è una storia bio-geo-fisica della Terra quella che comincia. Le secrezioni, i detriti batterici modificano il loro ambiente e, come è stato indicato da Westbroek, questo bio-geo-scienziato, uno dei cui libri si intitola Viva la vita, i vegetali, moltiplicandosi grazie al fatto di saper intercettare l’energia solare, producono ossigeno in un’atmosfera che ne era sprovvista assorbendo il gas carbonico. Questo ossigeno, veleno per gli esseri anaerobici, diventa il detossificante necessario per gli animali aerobici come noi che, assorbendolo con i polmoni, lo facciamo circolare nei vasi del nostro sangue ripulendo i nostri organi e le nostre cellule. Noi sappiamo che i calcari sono costituiti da un accumulo multiplo di sedimenti, di conchiglie e altro e che le riserve del carbone sono i prodotti dei fossili della grande epoca carbonifica. Insomma la storia della Terra non è solo una storia fisica, è una storia bio-fisica e lo sarà sempre di più.
     Il carattere frondoso e diversificatore della vita permette la formazione di un ecosistema. Che cos’è un ecosistema? Un ecosistema è costituito dalle interazioni fra specie differenti, dapprima fra microbi e batteri, poi fra specie vegetali e specie animali, interazioni che si autoregolano nelle condizioni geo-climatico-fisiche date. Ciò che si chiama, appunto, il biotopo, è lo zoccolo geo-fisico-chimico e quel che si chiama la biocenosi è l’insieme delle interazioni fra esseri viventi. Ora queste interazioni fra i diversi esseri viventi in un ambito dato producono un’organizzazione spontanea che trova in se stessa la propria regolazione benché non disponga né di testa, né di cervello, né di centro, né di comando. Beninteso, queste regolazioni si fanno attraverso la morte: dapprima c’è quel che viene chiamato la catena trofica, catena nutritiva degli ecosistemi: degli insetti o degli animali vegetariani mangiano le piante, sono essi stessi mangiati da predatori, questi ultimi possono essere divorati da predatori più grandi che, a loro volta, decomponendosi, diventano la ghiottornia di un gran numero di insetti necrofagi e di vermi — persino le radici delle piante si nutrono dei loro sali minerali. C’era dunque questo cerchio della vita il cui contrario è un cerchio di morte.
     Diversificandosi, diffondendosi sotto le loro diverse forme, gli ecosistemi legati fra loro costituiscono la biosfera. Possiamo dire che una biosfera molto importante esiste fin dall’Era Mesozoica ma che in seguito si complessifica. Poi le aree, le sfere della vita e le sfere della Terra, tutto ciò si modifica in funzione dei riscaldamenti e dei raffreddamenti del pianeta. Ciò viene ordinato da processi quasi cosmici. Questo pianeta non obbedisce a un ordine eterno impeccabile. Oggi si considera che il suo movimento nell’arco di centinaia di milioni di anni è un movimento caotico, vale a dire che il pianeta non ha girato attorno a se stesso e attorno al sole sempre alla stessa velocità — sembra addirittura che ci sia stato un ciclo di ventitré ore —, c’è stata una variazione del suo asse. La storia del pianeta è dunque una storia estremamente tormentata ed è una storia evenemenziale.
     Gli eventi, di cui si ricomincia fortunatamente a riconoscere l’importanza nella storia, iniziano a intervenire nella storia stessa della vita, vale a dire della Terra. Oggi si tende a ritenere che l’estinzione dei dinosauri sia stata provocata dall’arrivo di una cometa, di un asteroide abbastanza potente da diffondere una nebbia spessa sulla Terra facendo sì che questi dinosauri, questi grossi vegetariani, privati di nutrimento, morissero. Ma i loro cadaveri avrebbero costituito la delizia dei minuscoli mammiferi che cominciavano a diffondersi in quell’era: ora, questi piccoli topi sono i nostri antenati e si può dire che, se non vi fosse stato tale cataclisma biologico, forse i mammiferi non avrebbero potuto svilupparsi e il ramo umano non avrebbe fatto la sua comparsa. Ciò che vi è di parimenti notevole e che è sempre stato occultato dalle teorie evoluzioniste come quelle di Darwin, che spiega l’evoluzione attraverso varie azioni e selezioni, è che queste variazioni corrispondono talvolta a vere e proprie riorganizzazioni creatrici come è stato mostrato da Jay Gould. Per esempio, la creazione dei vertebrati, l’apparizione dei mammiferi.
     All’inizio dell’Era Quaternaria, o alla fine dell’Era Terziaria, la Terra era estremamente varia e i climi molto diversi: altrettante condizioni per rendere possibili l’apparizione e lo sviluppo dell’umanità. Quelli che hanno una concezione provvidenzialista affermano che ciò non è avvenuto per caso, poiché era innanzi tutto necessario che un creatore disponesse di questo materiale affinché nelle foreste tropicali dell’Africa si creasse una specie di paradiso terrestre, un luogo protetto in cui gli scimpanzé o le grandi scimmie potessero vivere tranquillamente sugli alberi, al riparo dai predatori, dove potessero nutrirsi di noci di cocco, di banane e talvolta, per divertirsi, dare la caccia a maialini selvatici — poiché fu questa la vita degli scimpanzé. Detto altrimenti, vi furono condizioni ecologiche estremamente favorevoli. Voi sapete che gli scimpanzé hanno il 98 per cento dei geni in comune con gli umani, cosi come i gorilla e gli orangutan che sono i nostri cugini più prossimi. Ma ciò che è più interessante è che, a partire da sei milioni di anni prima della nostra epoca, vi è stata una fioritura di varietà di specie bipedi. Vi è una sorta di affermazione da parte di alcune specie bipedi su altre che son prevalentemente quadrupedi, benché occasionalmente bipedi — poiché gli scimpanzé possono avanzare sulle loro zampe posteriori. Come e perché è sorto questo bipedismo? La spiegazione razionale difesa da Coppens con la sua idea brillante (Lucy) consiste nel sostenere che i bipedi si siano trovati nella parte di savana di questa regione d’Africa mentre nella parte boscosa non v’è traccia di bipedi. Da cui l’idea — si sa anche che vi è stata una regressione della foresta tropicale a causa di un mutamento climatico, un progresso della savana in svariati milioni di anni — che si può immaginare un certo numero di questi primati, di questi antropoidi costretti a vivere in un ambiente nuovo che non offre più la sicurezza della foresta, con la facilità di procurarsi banane o ananas. Ebbene, essi sono costretti da questa specie di sfida e di stimoli ad arrangiarsi, a produrre utensili, utensili che sono al tempo stesso armi, ad andare a caccia e, poiché il bipede delle sa¬vane rischia di essere cacciato, impara a correre, perfeziona la sua bipedia e la sua ingegnosità che gli occorre per costruire ripari eccetera. E la sfida di un ambiente divenuto bruscamente ostile che spiegherebbe la nascita dell’umanità, tesi che avevo ripreso nel mio libro // paradigma perduto, tanto sembrava razionale e fondata. In seguito, Michel Brunet ha scoperto nel Ciad, in una zona boscosa, contemporaneo di Lucy, un bipede che ha chiamato Abele — doveva esserci un Caino da qualche parte. Ancora più antica la scoperta di un altro bipede in ambiente boscoso. Bisogna allora complessificare questo affascinante problema della nascita dell’umanità in un processo che si chiama l’ominizzazione.
Bisogna ricordare che neanche quarant’anni fa l’idea prevalente era quella di un homo sapiens nato con il suo cervello, la sua intelligenza, i suoi utensili e le sue tombe, una spiegazione completamente destoricizzata. Oggi, benché le basi di cui disponiamo siano estremamente vaghe, possiamo intrawedere una storia complessa di molti milioni di anni.
     Che cosa è successo allora? Può darsi che fra queste variazioni una o due specie abbiano fatto la scelta bipede. Che cosa significa questo in una foresta? Si continua a potersi arrampicare sugli alberi ma si possono usare le mani per afferrare gli utensili e lo sviluppo della mano stimola l’opposizione del pollice. Altri preferiscono andare di albero in albero come Tarzan. È possibile che questa tesi sia complementare a quella di Coppens, vale a dire che la bipedia abbia potuto manifestarsi e svilupparsi nella foresta in una pluralità di specie abbastanza vicine le une alle altre, ma che è nella savana che si è davvero disputata la sfida perché si sviluppasse questa dialettica mano/cervello. Ciò detto, per essere esatti, bisogna oggi esaminare i lavori di Frédérique Joulian su scimpanzé Bonogo dove si mostra che questi ultimi hanno tecniche e utensili che fabbricano con i rami degli alberi, che hanno tradizioni protoculturali, cioè che si trasmettono i modi di lavorare gli utensili di generazione in generazione.
     Ma ciò che veramente va a differenziarci è l’accelerazione del processo di ominizzazione verificatosi uno o due milioni di anni fa. La storia è, sembra, da principio africana, diviene euroasiatica con Yhomo erectus che appare circa un milione di anni fa e si manifesta con la conquista del fuoco, evento importante, forse con l’elaborazione di un proto linguaggio — c’è una tesi che considera il nostro linguaggio un fenomeno tipico di homo sapiens e c’è un’altra tesi che ho ritenuto più fondata, così come ha fatto Gertz, secondo cui bisogna che questo linguaggio, con tutto ciò che già costituisce la cultura — perché bisogna che sia appreso e trasmesso di generazione in generazione — precede l’homo sapiens. Hokett e Asher nel 1964 hanno già fatto uno studio su questo argomento e hanno scritto: «Il valore di sopravvivenza dei grandi cervelli è evidente se, e soltanto se, essi hanno già perfezionato l’essenza del linguaggio e della cultura, perché la nostra neocorteccia, che si è accresciuta in interazione con la cultura, è incapace di dirigere le nostre azioni o di organizzare la nostra esperienza senza il governo fornito da un sistema di simboli significanti». Detto altrimenti, privato dalla cultura l’homo sapiens sarebbe un insufficiente mentale incapace di sopravvivere se non come un deprivato, come hanno d’altronde dimostrato tutti quei bambini lupi, bambini abbandonati nel corso della storia in India e in Europa, che oltre una certa età erano diventati incapaci di imparare il linguaggio.
     Riprendo questa tesi a mia volta dicendo che sembra senz’altro che il grosso cervello di sapiens non ha potuto realizzarsi e riuscire a trionfare se non dopo la formazione di una cultura già complessa, ed è sorprendente che si sia potuto credere al lungo il contrario. Si vede come il ruolo della cultura, restato insospettato fino a tempi molto recenti, sia stato capitale per la continuazione dell’evoluzione biologica fino a sapiens in cui appare il nostro cervello attuale. Da cui la formula: «L’uomo è un essere culturale per natura perché è un essere naturale per cultura». Ciò significa che la disgiunzione fra natura e cultura è cieca.

 

Mind

Le interazioni tra il cervello umano e la cultura, vale a dire il linguaggio, fanno emergere ciò che gli inglesi chiamano mind, ovvero lo spirito, la mente, l’intelligenza. La mente può essere considerata come un’emersione. Emersione è una parola forte poiché dal momento in cui c’è un’organizzazione complessa appaiono qualità nuove che non esistono nelle parti costitutive. Detto altrimenti, qualità che erano magari virtuali nel cervello umano appaiono nella mente, in questo rapporto cultura/cervello—e sono la conoscenza umana, la coscienza umana, la riflessione, insomma tutto ciò che caratterizza l’umanità dell’umanità.
     Piccola parentesi: il problema dell’autonomia animale, così come dell’autonomia umana, è inconcepibile senza una relazione indissociabile con l’ambiente che è al tempo stesso una relazione di dipendenza. In altre parole, bisogna unire due nozioni che si respingono vicendevolmente, autonomia e dipendenza. Perché sono unite? Un essere vivente, un animale, senza sosta, anche quando dorme, ha l’organismo al lavoro, le cellule attive, il cuore che batte, i polmoni che respirano, vale a dire aspira energia. E in questo momento che ha bisogno di ritrovare energia alimentandosi e dipende dall’ambiente per essere autonomo. Questo problema (autonomia e dipendenza), si aggrava sempre di più con lo sviluppo delle società umane.
     Queste prime società umane sono quelle dell’uomo di Neanderthal — gli uomini di Neanderthal avevano un cervello ancora più sviluppato o voluminoso del nostro, popolavano l’Europa già sessantamila anni fa e sono scomparsi da ventimila anni. Perché? Massacro, genocidio commesso dalla nostra specie criminale? Oppure virus, batteri ai quali non erano immuni? Questo stesso problema si ritrova per i Maya del Guatemala. In ogni modo, il problema dei virus e dei batteri, il problema dell’ambiente, riveste un ruolo in tutta la storia umana — e ho l’impressione che ciò stia per ricominciare oggi. Abbiamo avuto il trionfo dell’homo sapiens che effettua la prima planetarizzazione poiché vi sono due ere planetarie: quella della diaspora dell’umanità e quella della ripresa della comunicazione fra i pezzi separati dell’umanità.
     La prima, la diaspora, quella di società che dovevano essere più o meno simili alle società arcaiche dei cacciatori raccoglitori come ne esistevano ancora nel secolo scorso, vale a dire società demograficamente poco numerose, società sprovviste di Stato, di agricoltura, società di cacciatori raccoglitori che potevano vivere in un ambiente dato senza deteriorarlo e che, se a un certo punto venivano a mancare le risorse, diventavano nomadi e si recavano in un’altra regione della Terra. Questa umanità di società arcaiche fondamentalmente tutte simili, diventano tutte differenti proprio attraverso l’adattamento a climi e condizioni di vegetazione, di fauna e di flora, estremamente difformi. Non solo esse si adattano all’ambiente ma, al tempo stesso, adattano l’ambiente a se stesse; gli Esquimesi, per esempio, si vestono di pelliccia, costruiscono igloo nel ghiaccio, fiocine per cacciare le foche, vi è dunque una differenziazione estrema dei costumi, degli usi e delle tecniche. Al tempo stesso le lingue diventano inintelligibili le une in rapporto alle altre. L’umanità ha questo carattere inaudito: tutti gli umani sono gemelli per il linguaggio — lo stesso linguaggio a doppia articolazione — ma tutti gli umani sono stranieri a causa delle lingue.
     Questa umanità si spande sulla terra d’Africa e giunge in Eurasia; si può pensare che diverse emigrazioni mongole di altre popolazioni passino per lo stretto di Bering e vadano a colonizzare le Americhe; si può anche pensare che siano i navigatori dell’Oceania, forse perché deportati oppure per il gusto dell’avventura, a essere gettati nell’America del sud e sono i Fuegini. Si sa anche che i Vichinghi hanno avuto colonie nell’America del nord. L’umanità si espande sul pianeta senza modificare fondamentalmente l’ambiente, è piuttosto caratterizzata dalla sua propensione ad adattarsi e ad adattare a sé l’ambiente senza trasformarlo. La trasformazione della natura corrisponde alla storia propriamente umana.
     Che cos’è che chiamiamo storia? In fondo le società arcaiche hanno avuto una storia, si sono evolute, ma ciò che chiamiamo storia è qualcosa che ha inizio circa seimila anni fa, qualcosa che si manifesta con l’apparizione dell’agricoltura, la sedentarizzazione dei villaggi, la formazione di Stati forse dominatori che nascono a partire da una tribù che si impone nel villaggio — Hoppenheimer aveva immaginato la nascita dello Stato a partire da tribù predatrici che si impongono agli agricoltori sedentari (pensiamo alla sceneggiatura de I sette samurai o a quella de / magnifici sette — e forse anche dello sviluppo dell’addomesticamento dei vegetali, c’è anche quello degli animali, l’era della pastorizia e indubbiamente l’addomesticamento del cavallo che riveste un ruolo enorme nella storia poiché i conquistatori a cavallo possono appunto dominare le popolazioni sedentarie. La storia comincia con il galoppo del cavallo e con la formazione degli Stati che poi si fanno la guerra. In queste guerre, ci si rende conto che bisogna far entrare l’idea di auto-eco-organizzazione delle società, vale a dire che l’autonomia delle società e infine delle società urbane — di decine di migliaia e a volte perfino milioni di abitanti — che hanno bisogno di essere approvvigionate (cibo, materie prime, ferro eccetera) è sempre minacciata. Queste società, in caso di carestia, inondazione, siccità eccessiva, vengono private delle loro risorse e non possono che muovere guerra ad altre società, diventare predatrici, controllare le materie prime eccetera. Questo fenomeno straordinario si manifesta rapidamente attraverso la formazione di giganteschi imperi che potranno crollare abbastanza rapidamente salvo eccezioni come l’impero cinese, che dura quattro o cinquemila anni, l’impero egiziano, che resta in piedi per due o tremila anni, l’impero romano, che dura quasi mille anni. Si ha dunque questo scatenamento legato a una trasformazione della natura: sono ormai l’agricoltura, l’addomesticamento e la selezione delle piante, l’allevamento che cominciano a trasformare il volto del pianeta. Gli Stati e gli imperi creano strade, sistemi idraulici, introducono l’uso dei mulini a vento — la teoria del dispotismo orientale formulata da Hegel e ripresa da Wittfogel è fondata sull’idea di grandi lavori idraulici (dighe e irrigazioni). Queste potenti società sono a loro volta fragili a causa dei batteri e i virus, il colera per esempio, anch’esse possono essere vittima di inondazioni, le malattie possono essere legate alla carestia, alle comunicazioni fra società, alla navigazione con i topi nelle stive portatori di peste. Ecco dunque perché vi sono relazioni così instabili fra ogni società umana storica e il suo ambiente.

 

La storia planetaria dell’umanità

Un nuovo processo — la seconda planetarizzazione — non si fa da solo. Inizia nel mondo eurasiatico. Perché? Perché c’è comunicazione. Non si può dire quali siano i preliminari. Non solo la ciliegia parte dal Mar Ca¬spio e giunge dal Giappone all’Europa, l’albicocca parte dalla Cina e passa in Persia fino a giungere in Occidente, la gallina dalle Indie approda in Europa. Tutte queste comunicazioni sono rese agevoli fra l’Europa e l’Asia mentre le comunicazioni fra l’America del nord e l’Africa del sud erano difficili perché i climi sono molto differenti. Appare una grande civiltà — la Cina — ove nasce l’uso della polvere che serve a fare fuochi d’artificio ma, eventualmente, può armare cannoni e fucili, che ha creato la bussola, la carta, la stampa, tecniche che arrivano agli occidentali. I navigatori cinesi, fenici, greci, arabi, vichinghi esplorano parti dello spazio planetario senza sapere che ci troviamo su un pianeta. La grande coincidenza è che l’era planetaria iniziata nel 1492 con la conquista del Nuovo Mondo da parte degli Spagnoli ma anche con la navigazione di Vasco de Gama e di Magellano, questo avvenimento dell’inizio del XVI secolo coincide con la scoperta di Copernico, cioè che siamo un pianeta dipendente dal sole e non al centro del mondo, il che è capitale per quest’era planetaria — sapete che pianeta in greco significa astro errante. Ma questi piccoli e bellicosi Stati europei ricevono dal vasto Estremo Oriente tecniche che permettono loro di riuscire a conoscere il mondo e a ispezionare l’America. È per questo che questi piccoli Stati riescono a conquistare finalmente il mondo e prima di tutto a far crollare due imperi giganteschi le cui capitali erano più ricche di Madrid, Lisbona o Parigi.
     Questo fenomeno che è il collasso della civiltà azteca e della civiltà inca, due collassi di natura un po’ diversa poiché in Messico c’è Cortes che utilizza i popoli asserviti dagli Aztechi per conquistare il cuore dell’impero — alcuni hanno detto che il Messico è stato conquistato dagli stessi messicani — mentre Pizarro, in un’imboscata, decapita d’un sol colpo il gigantesco impero inca che, ricordiamolo, si estendeva lungo tutta la Cordigliera (fino alla metà del Cile) e che non conosceva né la ruota né il cavallo. Questa seconda planetarizzazione, che si suole chiamare l’era planetaria in modo più pertinente rispetto all’era moderna, si sviluppa. Sappiamo che c’è l’unificazione microbica — i lavori di Leroy Ladurie hanno messo in evidenza che, con la conquista dell’America, i microbi presenti su quel continente si sono avventati sull’Europa, specialmente la sifilide che, tappa dopo tappa, arriva fino a Shanghai, e tutti i microbi europei (tra cui la tubercolosi) colpiscono popolazioni americane che non vi erano immuni. Nel corso di questa storia, il ruolo delle perturbazioni, delle siccità, delle carestie — specialmente quella del 1788 —, agirono come una specie di stimolante sulla rivoluzione popolare che sarebbe sfociata nel 14 luglio e nella presa della Bastiglia. Il ruolo del clima è noto attraverso la tragedia napoleonica. C’è un’alea climatica interessante nel 1941. Quell’anno l’esercito tedesco arriva alle porte di Mosca, alle ultime stazioni di tranvai, e viene sorpresa da un inverno precoce e rigidissimo che lo immobilizza completamente. Hitler ha ritardato di un mese l’offensiva tedesca poiché a Belgrado c’era stato un colpo di stato e si rifiutava il passaggio delle truppe tedesche per portare soccorso a Mussolini in Grecia. Le truppe tedesche si ritrovano immobilizzate. Quattro mesi dopo una controffensiva sovietica infligge una prima sconfitta alla Germania nazista, che fa vacillare la storia del mondo allo stesso modo di Pearl Harbor. Non si può quindi dissociare la storia umana dalla storia delle condizioni ecologiche e soprattutto climatiche.
     Dal XVI al XIX secolo, la tratta dei neri, la dominazione del pianeta da parte dell’Occidente, la colonizzazione, tutto ciò è legato allo sviluppo dell’economia occidentale e all’addomesticamento della natura attraverso l’agricoltura. Si crea un mondo urbano, un mondo che si allontana dalla natura. In quel momento si manifesta una estetizzazione della natura — penso al libro di Alain Corbin, L’homme dans le paysage —, vale a dire un sentimento di bellezza che indubbiamente è sempre esistito ma che si cristallizza fortemente con da un lato la bellezza di un paesaggio umanizzato, dall’altro i paesaggi naturali selvaggi. In altre parole, più ci si stacca dalla natura, più vi si riawicina. E un movimento che si manifesta con Rousseau, il Romanticismo, e che oggi si è diffuso enormemente.
     Alla fine del XIX secolo, abbiamo l’industrializzazione dell’Occidente e poi di una parte del globo, l’iperurbanizzazione, l’agronomia, l’industrializzazione dell’agricoltura e perfino dell’allevamento in cui gli animali sono trattati come meri oggetti, la sparizione progressiva dell’economia di sussistenza, lo sfruttamento intensivo delle miniere, lo sviluppo dei concimi chimici fino a che non appare nel 1969-1970 ciò che possiamo chiamare la coscienza ecologica. La coscienza ecologica spunta con un articolo di Ehrlich intitolato La morte dell’Oceano, articolo un po’ apocalittico poiché annuncia che, a causa dell’inquinamento, l’Oceano sarà privato della vita: spariranno il plancton, i pesci e tutto il resto. Predizione un po’ prematura ma la degradazione dell’ambiente naturale e correlativamente dell’ambiente umano, e la presa di coscienza di ciò, fanno nascere la coscienza ecologica. Essa parte dallo sviluppo di una scienza che si chiama ecologia, la scienza degli ecosistemi, che diventa rapidamente la scienza della biosfera dal mo¬mento in cui si pensa che la biosfera sia in pericolo.
Ricordiamo i messaggi degli anni Settanta: Club di Roma, rapporto Meadow, messaggi sommari che però danno l’allarme. Negli anni Ottanta l’inquietudine sale con Chernobyl, Seveso, le piogge acide, poi tardivamente l’idea che il riscaldamento dell’atmosfera non è forse dovuto soltanto a un’alea climatica naturale ma con ogni verosimiglianza allo sviluppo delle attività umane. A tutto ciò si aggiunge l’inquinamento delle grandi città, delle falde freatiche, conseguenza non solo della deforestazione e dell’abbattimento degli alberi — gli alberi isolati rivestono un ruolo di regolazione nei paesaggi. L’umanità appare al tempo stesso come parte integrante e disintegrante dell’atmosfera. La cosiddetta presa di possesso della natura da parte dell’uomo, che era lo scopo della scienza così come lo avevano formulato Cartesio e Bacone, si trasforma ormai in coscienza di questa dipendenza. Questa era assolutamente ignorata nella concezione dominante che si limitava a vedere oggetti isolati senza il loro contesto. Credo si possa dire che il principio di riduzione, che cerca di capire gli insiemi a partire dalle loro unità di base, e il principio di disgiunzione, vale a dire che si conoscono le cose ritaglian¬dole artificialmente, questi due principi, che hanno animato la scienza e la tecnica fino alla metà del XX secolo, sono due flagelli della conoscenza che rendono invisibili le relazioni, le interazioni, le retroazioni, perché ci privano della conoscenza del contesto e quindi di una conoscenza globale. Ciò si vede chiaramente anche in cose apparentemente limitate come gli accorpamenti rurali che fanno sparire le strade incassate e tutta una serie di dispositivi che permettevano dei microclimi.

 

Destino

Siamo nell’era planetaria che è iniziata da qualche secolo e di cui la mondializzazione non è che l’aspetto attuale manifestato dall’estensione dell’economia liberale del mercato sul mondo, specialmente dopo il crollo dell’Unione Sovietica e l’apertura al mercato dell’enorme Cina, lo sviluppo delle tecniche di comunicazione istantanea eccetera. E chiaro che non c’è solo una mondializzazione tecno-economica, ci sono anche la democrazia, i Diritti dell’uomo, il principio dell’autonomia delle donne, e la mondializzazione fa nascere una coscienza civica nel pianeta che si manifesta in avanguardie come Medici senza frontiere, Greenpeace, Amnesty International, Survival International eccetera. Siamo giunti a un problema antropologico fondamentale, quello del destino planetario dell’umanità e dell’assenza delle società-mondo, vale a dire dell’assenza di regolazione e di organizzazione a livello mondiale. Fra le mondializzazioni c’è il terrorismo mondializzato, o un terrore internazionale mondializzato, che rende palpabile una minaccia di morte sull’umanità già presente oggettivamente in passato, ma non nelle coscienze poiché la moltiplicazione e la disseminazione delle armi nucleari è un fenomeno che è continuato dopo il crollo dell’Unione Sovietica, così come la proliferazione delle armi chimiche. Basta un gruppo ben organizzato che disponga di mezzi finanziari e tecnici per poter dare luogo a eventi terrificanti. Ci rendiamo conto che non ci sono società di nazioni ed è prendendo atto di questo che viene fatto di pensare che l’ONU dovrebbe avere un’esistenza più significativa, che dovrebbero esserci istanze di regolazione ecologica, che l’arma atomica dovrebbe essere bandita. E ci ritroviamo in questo stato prossimo al suicidio. Ma forse è sull’orlo del baratro che nasce la salvezza, come dice Hölderlin: più aumenta il pericolo, più si accresce ciò che salva. Vi è un ritardo della coscienza legato alla inadeguatezza del nostro modo di conoscere. D’altronde, ce ne si è ben resi conto a Kyoto con la rescissione brutale del presidente Bush dagli accordi che erano stati conclusi per salvaguardare l’ambiente.
     Dopo l’I 1 settembre 2001, l’idea che siamo tutti cittadini americani esprime in realtà un’idea più profonda: siamo tutti cittadini della Terra, anche gli americani in qualche modo hanno preso coscienza di essere cit¬tadini della Terra, e ciò può essere d’aiuto se non è ancora troppo tardi per affrontare il nostro destino.
     Per concludere, c’è una storia vivente del pianeta in cui l’umanità as¬sume sempre più la sua parte e riveste un ruolo sempre più decisivo. Il che ci mostra oggi la necessità di un doppio pilotaggio: non solo il pilotaggio da parte della coscienza e dell’intelligenza umana, una coscienza complessa, fondamentalmente ecologica, ma anche un pilotaggio naturale attraverso regolazioni naturali. Lovelock ha parlato di Gea, usando la metafora della dea-madre dei Greci per attribuirla a questa biosfera, questa natura che è al tempo stesso madre e matrigna ma che in fin dei conti ha le sue proprie regolazioni di cui non sappiamo se vacilleranno oppure no. La storia planetaria dell’umanità fa sì che oggi la Terra sia una navicella spaziale ubriaca, una specie di Titanic mosso da quattro motori: la scienza, l’industria, la tecnica e l’economia, e palesemente priva di pilota poiché nulla di tutto ciò è rego¬lato e controllato dall’intelligenza umana. La coscienza è sempre in ritardo. Hegel diceva che «l’uccello di Minerva [la ragione, la saggezza] comincia a volare al tramonto», vale a dire quando è forse troppo tardi. E Thanatos, per riprendere un termine greco utilizzato da Freud — quest’ultimo, nel Disagio della civiltà (1932), avverte pericoli terribili e pensa sia tempo che Eros si manifesti in modo più vasto —, Thanatos regna, noi viviamo ormai all’ombra della morte potenziale dell’umanità o piuttosto la morte, che era molto lontana da qui a due miliardi di anni, si è avvicinata considerevolmente.
     Assistiamo a questo fenomeno straordinario già contrassegnato dal nazismo e dallo stalinismo, cioè l’unione di due barbarie, l’una di violenza, di intol¬leranza, pronta a tutti gli eccessi mortiferi, l’altra legata alla manipolazione e al controllo delle tecniche più raffinate. Auschwitz era un campo della morte che si era industrializzato, lo stalinismo era un po’ più grossolano ma, nel freddo siberiano, la morte procedeva benissimo: oggi ritroviamo l’alleanza delle due barbarie e ciò dovrebbe farci riflettere e pensare.

 

 

Edgar Morin
Conferenza inaugurale, Les rendez-vous de l’Histoire, L’Homme et l’Environnement: Quelle histoire, Blois (Loir-et-Cher), 12 ottobre 2001.

 

Indice del volume:
Presentazione all’edizione italiana (di Nichi Vendola) - Nota introduttiva (di Sergio Manghi) Prefazione. Rigeneriamoci!
PRIMA PARTE – PENSIERO - Il grande disegno (1988) - Aldilà del progresso (1995)- La solidarietà e le solidarietà (1993) - La falsa identità nazionale (2002) - Le quattro nascite della Francia ( 1996) - Comprendere una crisi sociale (1995) - Può trionfare la democrazia? ( 1996) - Lo Stato-nazione ( 1997) - Seminario su un umanesimo reinventato (2000) - Se fossi candidato (2007) - Alla ricerca dei fondamenti perduti (1993) - SECONDA PARTE – MONDIALITÀ - La lunga storia (2001 ) - La diseuropa (1994) - Per il premio Nonino (2006) - Civilizzare la Terra (2002) - Il XXI secolo è cominciato a Seattle (1999) - L’uno e il multiplo (2005) - Società-mondo vs mondo del terrore (2001) - Letica della complessità (2004) - Per una politica dell’umanità (2002) - Ecologia e politica (2010) - Elogio della metamorfosi (2009) – I paladini della speranza (1993) - Bibliografia di Edgar Morin - Postfazione (di Mario Ceruti)

 

 

Edizioni Erickson
2010
http://www.erickson.it/erickson/home.do

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