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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Edgar Morin
La mia sinistra. Rigenerare la speranza
Per una politica dell'umanità
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Motore d'occidentalizzazione, lo sviluppo è un mito che oggi è tempo di abbandonare a vantaggio di una politica dell'uomo e della civiltà. Non dobbiamo forse liberarci del termine sviluppo, ancorché emendato o abbellito in sviluppo durevole, sostenibile o umano? L'idea di sviluppo ha sempre implicato una base tecno-economica, misurabile attraverso indicatori di crescita e di reddito. Questa idea implicitamente sostiene che lo sviluppo tecno-economico sia la locomotiva che porta naturalmente con sé uno «sviluppo umano», il cui modello compiuto e riuscito è quello dei Paesi reputati sviluppati, o in altre parole occidentali. Questa visione suppone che lo stato attuale delle società occidentali costituisca l'obiettivo e la finalità della storia umana. Lo sviluppo «durevole» non fa che temperare lo sviluppo con considerazioni relative al contesto ecologico, ma senza mettere in causa i suoi principi; nello sviluppo «umano», la parola umano è vuota di qualunque sostanza, a meno che non rimandi al modello umano occidentale, che certo comporta tratti essenzialmente positivi, ma anche, ripetiamolo, tratti fortemente negativi. Così lo sviluppo, nozione apparentemente universalista, costituisce un mito tipico del sociocentrismo occidentale, un motore di occidentalizzazione forsennata, uno strumento di colonizzazione dei «sottosviluppati» (il sud) da parte del nord. Come dice appunto Serge Latouche, «questi valori occidentali (dello sviluppo) sono precisamente quelli che bisogna fimettere in discussione per trovare soluzione ai problemi del mondo contemporaneo» («Le Monde Diplomatique», maggio 2001). Lo sviluppo ignora ciò che non è né calcolabile né misurabile, vale a dire la vita, la sofferenza, la gioia, l'amore, e la sua unica misura di soddisfazione è nella crescita (della produzione, della produttività, delle rendite monetarie). Concepito unicamente in termini quantitativi, ignora le qualità: le qualità dell'esistenza, le qualità della solidarietà, le qualità dell'ambiente, la qualità della vita, le ricchezze umane non calcolabili e non monetizzabili; ignora il dono, la magnanimità, l'onore, la coscienza. Il suo incedere fa piazza pulita dei tesori culturali e delle conoscenze delle civiltà arcaiche e tradizionali; il concetto cieco e grossolano del sottosviluppo disintegra le arti di vita e le saggezze di culture millenarie. La sua razionalità quantificatrice ne risulta irrazionale allorché il PIL (Prodotto Interno Lordo) contabilizza come positiva qualunque attività generatrice di flussi monetari, comprese le catastrofi come la tempesta del 1999, e quando disconosce le attività benefiche e gratuite. Lo sviluppo ignora che la crescita tecno-economica produce anche un sottosviluppo morale e psichico: l'iperspecializzazione generalizzata, le compartimentazioni in tutti gli ambiti, l'iperindividualismo, la sete di lucro che trascina con sé la perdita delle solidarietà. L'educazione disciplinare del mondo sviluppato apporta molte conoscenze, ma genera una conoscenza specializzata incapace di cogliere i problemi multidimensionali e determina un'incapacità intellettuale di riconoscere i problemi fondamentali e globali. Lo sviluppo considera come benefico e positivo tutto ciò che è problematico, nefasto e funesto nella civiltà occidentale senza per altro comportare necessariamente in sé quel che vi è di fecondo (diritti umani, responsabilità individuale, cultura umanistica, democrazia).
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[scheda antologica a cura di Roberto Moro]

 

Una minaccia di annientamento - Solidarizzare il pianeta - Un governo per la Terra-patria - L'ostacolo enorme: la stessa umanità

 

 

Una minaccia di annientamento

Lo sviluppo apporta, certo, progressi scientifici, tecnici, medici, sociali, ma apporta anche distruzioni nella biosfera, distruzioni culturali, nuove ine¬guaglianze, nuove servitù che prendono il posto degli antichi asservimenti. Lo sviluppo scatenato della scienza e della tecnica apporta in sé una minaccia di annientamento (nucleare, ecologico) e temibili poteri di manipolazioni. La dizione «sviluppo durevole» o «sostenibile» può rallentare o attenuate, ma non modificare, questo corso distruttivo. Si tratta, quindi, non tanto di rallentare o di attenuare, bensì di concepire una nuova partenza.
     Infine, lo sviluppo, il cui modello ideale riposa nella civiltà occidentale, ignora che questa civiltà è in crisi, che il suo benessere è intriso di malessere, che il suo individualismo comporta chiusure egocentriche e solitudini, che le sue espansioni urbane, tecniche e industriali hanno uno strascico di stress e nocività e che le forze che ha scatenato il suo «sviluppo» conducono alla morte nucleare e alla morte ecologica. Non abbiamo bisogno di continuare su questa strada, ma di identificare un nuovo inizio.

 

Solidarizzare il pianeta

Lo sviluppo ignora che un vero progresso umano non può cominciare dall'oggi, ma che ha bisogno di un ritorno alle potenzialità umane generiche, cioè di una rigenerazione. Così come un individuo porta nel suo organismo le cellule totipotenti che possono rigenerarlo, allo stesso modo l'umanità porta in sé i ptincipi della sua propria rigenerazione, ma dormienti, rin¬chiusi nelle loro specializzazioni e nelle sclerosi sociali. Sono proprio questi ptincipi che consentirebbero di sostituire alla nozione di sviluppo quella di una politica dell'umanità (antropolitica), che suggerisco da molto tempo, e quella di una politica di civilizzazione.
     La politica dell'umano avrebbe per missione più urgente quella di solidarizzare il pianeta. Quindi di un'agenzia ad hoc delle Nazioni Unite dovrebbe mettere a disposizione fondi a vantaggio dell'umanità sfavorita, sofferente, miserabile. Dovrebbe mettere a disposizione un ufficio mondiale di farmaci gratuiti per l'aids e le malattie infettive, un ufficio mondiale dell'alimentazione per le popolazioni sguarnite o colpite da carestia, un aiuto sostanziale alle ONG umanitarie. Le nazioni ricche dovrebbero procedere a una mobilitazione di massa dei loro giovani in un servizio civile planetario ovunque là dove i bisogni si manifestano (siccità, inondazioni, epidemie). Il problema della povertà è stimato erroneamente in termini di reddito; il problema infatti consiste soprattutto nell'ingiustizia di cui soffrono gli indigenti, i miseri, i bisognosi, i subalterni, i proletari, non solo rispetto alla malnutrizione o alla malattia, ma anche riguardo a tutti gli aspetti dell'esistenza in cui sono spogliati del rispetto e della considerazione. Il problema degli sguarniti è la loro impotenza di fronte al disprezzo, all'ignoranza, ai colpi dell'avversa fortuna. La povertà è molto più della povertà. Quel che intendo è che, essenzialmente, non si calcola né si può misurare in termini monetari.
     La politica dell'umanità sarebbe correlativamente una politica di giustizia per tutti coloro che, non occidentali, subiscono il rifiuto dei diritti riconosciuti dall'Occidente a se stesso.
     La politica dell'umanità sarebbe al tempo stesso una politica per costituire, salvaguardare e controllare i beni planetari comuni. Poiché questi sono attualmente limitati ed eccentrici (l'Antartico, la Luna), bisognerebbe comprendere fra essi anche il controllo dell'acqua, il suo accumulo e le sue deviazioni, cosi come i giacimenti petroliferi.
 

 

Un governo per la Terra-patria

La politica di civilizzazione dovrebbe darsi la missione di sviluppare il meglio della civiltà occidentale, di rifiutarne il peggio e di operare una simbiosi di civiltà che integrasse gli apporti fondamentali dell'unente e del sud. Una simile politica di civilizzazione sarebbe necessaria allo stesso Occidente, che soffre sempre di più la dominazione del calcolo, della tecnica, del profitto su tutti gli aspetti della vita umana, della dominazione della quantità sulla qualità, della degradazione della qualità della vita nelle megalopoli, della desertificazione delle campagne in cui vigono un'agricoltura e un allevamento industriali che si sono già resi responsabili di catastrofi alimentari. Il paradosso è che questa civiltà occidentale che trionfa nel mondo è in crisi nel suo stesso centro vitale, e il suo compimento è la rivelazione delle sue carenze. La politica dell'uomo e la politica di civilizzazione devono convergere sui problemi vitali del pianeta. Il vascello spaziale terra è mosso da quattro motori associati e al tempo stesso fuori controllo: scienza, tecnica, industria, capitalismo (profitto). Il problema è quello di stabilire un controllo su questi motori. I poteri della scienza, quelli della tecnica, quelli dell'industria devono essere controllati dall'etica, che non può imporre il proprio controllo se non con la politica; l'economia deve essere non solo regolata, ma anche diventare plurale e istituire società di mutuo soccorso, associazioni, cooperative, scambi di servizi.
     Così, il pianeta ha bisogno al tempo stesso di una politica dell'uomo e di una politica di civilizzazione. Ma proprio per questo ha bisogno di un governo. Un governo democratico mondiale è attualmente fuori portata; tuttavia, le società democratiche si preparano attraverso mezzi non democratici, cioè riforme imposte.
     Sarebbe auspicabile che questo governo venisse esercitato a partire dalle Nazioni Unite che in questo modo si confedererebbero, creando istituzioni planetarie dotate di un potere sui problemi vitali e i pericoli estremi (armi nucleari e biologiche, terrorismi, ecologia, economia, cultura). Ma l'esempio dell'Europa ci mostra la lentezza di un processo che abbisogna del consenso di tutti i partner. Ci vorrebbe un aumento improvviso e terribile di pericoli, il verificarsi di una catastrofe perché avvenisse l'elettroshock necessario alle prese di coscienza e alle prese di decisione.
Passando attraverso regressione, smembramento, caos e disastri la Terra-patria potrebbe dare i frutti di un civismo planetatio, di una emersione della società civile mondiale, di una amplificazione delle Nazioni Unite che non si sostituirebbero alle patrie ma le comprenderebbero.
 

 

L'ostacolo enorme: la stessa umanità

Sarebbe comunque difficile nascondersi più a lungo gli ostacoli enormi che vi si oppongono. Prima di tutto c'è il fatto che la tendenza all'unificazione della società-mondo suscita resistenze nazionali, etniche, religiose, che tendono alla balcanizzazione del pianeta, e che l'eliminazione di queste resistenze richiederebbe una dominazione implacabile. C'è, soprattutto, l'immaturità degli Stati-nazione, degli spinti, delle coscienze, vale a dire fondamentalmente l'immaturità dell'umanità a realizzare se stessa.
     Ciò equivale a dire che, ben lungi dal forgiare una società-mondo civilizzata, forgerà, sempreché vi riesca, una società-mondo grossolana e barbara. Non abolirà da sé gli sfruttamenti, le dominazioni, i rifiuti, le ineguaglianze inesistenti. La società-mondo non risolverà ipso facto i gravi problemi nelle società e nel nostro mondo, ma è l'unica via attraverso cui l'umanità potrebbe forse progredire.
Se gli aspetti più perversi, barbari e viziosi dell'essere umano non possono essere inibiti, o almeno regolati, se non avviene non solo una riforma del pensiero ma anche una riforma dello stesso essere umano, la società-mondo subirà tutto ciò che ha insanguinato e reso crudele fino a oggi la storia dell'umanità, degli imperi e delle nazioni. Come potrebbe avvenire una simile riforma che presuppone una riforma radicale dei sistemi educativi, una grande corrente di comprensione nel mondo, un nuovo vangelo, nuove mentalità?
     Il superamento della situazione avrebbe bisogno di una metamorfosi assolutamente inconcepibile. Tuttavia, questa constatazione disperante comporta un principio di speranza: si sa che le grandi mutazioni sono invisibili e sotto il profilo logico parrebbero impossibili prima che si manifestino; si sa anche che esse si manifestano quando i mezzi di cui dispone un sistema sono divenuti incapaci di risolvere i suoi problemi. Quindi, per un eventuale osservatore extraterrestre, l'apparizione della vita, cioè di una nuova organizzazione più complessa della materia fisico-chimica e dotata di qualità nuove, sarebbe stata tanto meno concepibile proprio perché prodotta fra i turbini, le tempeste, i temporali, le eruzioni e i terremoti.
 

 

 

Edgar Morin
Testo pubblicato in «Libération» il 26 agosto 2002.

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