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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Edgar Morin
La mia sinistra. Rigenerare la speranza
La diseuropa
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Il carattere suicidario della Seconda guerra mondiale aveva consentito all'antico progetto di associazione europea di prendere consistenza all'indo¬mani del disastro. La guerra fredda aveva al tempo stesso amputato questo progetto, privandolo delle nazioni che si trovavano sotto la dominazione sovietica, e lo aveva stimolato, incitandolo a costituirsi come sistema difensivo. Ma gli Stati nazionali, rifiutandosi di rinunciare al minimo frammento di sovranità, si contrapposero a qualunque comunità politica e militare. Il corso europeo descrisse allora un meandro economico per aggirare la barriera e questo meandro, vivificato dallo sviluppo economico degli anni 1950-1960, condusse alla formazione del Mercato comune. Allorché questo fu infine realizzato, il vuoto politico si manifestò insieme ai problemi posti dallo smembramento dell'impero sovietico. E allora che, ma male e con troppo ritardo, fu elaborato il trattato di Maastricht, non solo per perfezionare l'unione economica, ma per porre in essere strutture politiche e sociali.
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[scheda antologica a cura di Roberto Moro]

 

«E se venite presi nella rete inestricabile della cattiva sorte, ciò non avverrà a causa di un colpo brusco e segreto, bensì a causa della vostra stupidità.»
(Eschilo)

 

Convulsioni all'est - Regressioni a ovest - Lo sfacelo dell'idea di Europa - Il nuovo disegno europeo

 

 

Convulsioni all'est

Il crollo del muro di Berlino e la caduta dell'impero sovietico sembravano significare che fosse scoccata l'ora dell'Europa riunita. Ma, paradossalmente, il Mercato comune costituì un ostacolo per l'unione. Mentre le nazioni sottomesse all'ex impeto desideravano rientrare in Europa grazie a questo Mercato comune, le disparità economiche rendevano impossibile non solo nell'immediato, ma anche entro un termine prestabilito, la loro integrazione, e le loro domande furono respinte. È vero che la Francia propose una «grande confederazione», ma questa si manifestò non già come una nuova formula d'accoglienza, bensì come un modo per mascherare il rifiuto.
     Subito la transizione dal totalitarismo alla democrazie, dall'economia burocratizzata all'economia di mercato, dalla sottomissione alla sovranità nazionale, si trasformò dovunque in una tripla crisi politica, economica e nazionale. La crisi della speranza comunista aveva già stimolato un ritorno alle identità nazionali, religiose, etniche. Ma, in tutto questo universo europeo che aveva vissuto molti secoli in tre imperi (l'ottomano, l'austro-ungarico, il russo zarista diventato sovietico), le nazionalità o etnie si erano diversamente embricate a vicenda, e la rivendicazione di uno Stato nazionale sovrano, per ciascuna etnia o nazionalità, non poteva avere per conseguenza che di rinchiudere in nuove frontiere etnie o nazionalità straniere, e/o di rinchiudere in frontiere straniere una parte delle proprie. Esasperate dalla crisi economica e favorite dalla crisi di una democrazia che faticava a radicarsi, le legittime aspirazioni alla sovranità si mutarono molto rapidamente in esasperazioni nazionalistiche aggressive. Mentre le grandi nazioni dell'ovest europeo si erano costituite attraverso e in un processo multisecolare di integrazione di etnie alquanto diverse, così come la Francia aveva integrato i Bretoni, gli abitanti della Linguadoca, i Fiamminghi, gli Alsaziani eccetera, furono le etnie degli ex imperi, o delle nazioni multietniche troppo recenti (come in Jugoslavia,1 che rivendicarono la sovranità assoluta di Stato-nazione, da cui sorse un etno-nazionalismo che si radicalizzò molto rapidamente in un nazionalismo totalitario. A est dominano ormai gli etno-nazionalismi furiosi, che esasperano ancora le differenze religiose, e in Jugoslavia l'orrore raggiunge il suo apice. Vi è al tempo stesso, inestricabilmente, guerra tra nazionalità, guerra fra religioni, guerra civile. Vi è inoltre, un po' dovunque a est, un ritorno delle virulenze contro gli zingari e contro gli ebrei. C'è infine, forse soprattutto, nel cuore della tripla crisi politica, economica e nazionale, cioè in Russia, l'avvento per la fine dell'anno, in occasione delle elezioni parlamentari, della sintesi fatale fra nazionalismo, autoritarismo e comunismo che rischia di far precipitare questa grande e magnifica nazione nel nazionalismo totalitario.
     Cosi un processo dissociativo ha determinato a est nel migliore dei casi divorzi, nel peggiore molteplici guerre di cui la più atroce è quella jugoslava. A ovest, lo sforzo associativo ha cercato di svilupparsi con Maastricht nel 1992, ma Maastricht è stata un'impresa impacciata, un semifallimento. Ciò che è divenuto veramente problematico è la prospettiva di un'Europa
politica. E in queste condizioni che l'Europa si trova in crisi.
 

 

Regressioni a ovest

Di fronte allo scompiglio economico dell'est, l'ovest europeo ha risposto dimenticando tutte le sue dichiarazioni di solidarietà, e addirittura erigendo una nuova cortina di ferro che comporta restrizioni di ogni tipo per l'importazione delle merci e l'accesso delle persone. Tutto ciò è stato sovradeterminato dalla crisi, dapprima economica e poi politica, che ha colpito nel 1992-1993 la Comunità europea. La congiuntura economica, che era avanzata insensibilmente dal 1973 fino agli anni Ottanta, ha rivelato sempre di più la sua profondità attraverso l'aumento ininterrotto della disoccupazione, il rallentamento continuo dell'espansione e poi la recessione nel 1993
     La riconversione profonda intrapresa in periodi di prosperità nelle grandi nazioni che avevano fondato la loro potenza e la loro prosperità sul carbone e l'acciaio è continuata ma, ormai approdati nella crisi, ha contribuito alla disoccupazione. Gli incrementi di produttività, divenuti vitali in un mercato libero abbandonato a una competizione sempre più intensa, hanno avuto come contraltare la sostituzione di lavoratori con delle macchine. Le necessità, anch'esse vitali per alcune imprese, di delocalizzare le loro fabbriche in Paesi asiatici, in cui la manodopera è molto più economica, hanno a loro volta contribuito alla disoccupazione. E, per giunta, la crisi economica è indubbiamente solo uno degli aspetti di una crisi multidimensionale che colpisce la società, in cui i disagi della civiltà, le fossilizzazioni politiche, le decomposizioni etiche, si associano vicendevolmente in una degradazione generalizzata
     Al tempo stesso, a ovest, appaiono un po' dovunque fenomeni di ripiegamento sulla propria nazione. La Germania si è al tempo stesso ripiegata sull'assorbimento della Repubblica democratica tedesca, si è relativamente autonomizzata nella sua politica internazionale e, situata ormai nel cuore dell'Europa e non più alla frontiera dell'ovest, è divenuta una potenza economicamente dominante che tende ad aggregare intorno a sé una Mitteleuropa. La Francia ha manifestato una spinta multiforme di xenofobia sia riguardo agli immigrati sottoposti ai limiti più severi, sia riguardo agli USA sospettati di rovinare la sua agricoltura e la sua cultura. E mentre l'aquila tedesca apriva l'occhio, il gallo francese emetteva uno sciovinistico chicchirichì. La comunità è incrinata nella sua stessa base che è l'unione franco-tedesca e, nell'accartocciamento e demoralizzazione generali, l'Inghilterra resta attaccata alla propria insularità e i piccoli partner tremano.
     Sono in gioco anche forze di smembramento: l'unione fra Valloni e Fiamminghi viene tenuta in vita in extremis solo dal simbolo reale. La Spagna, anch'essa grazie alla monarchia, riesce a temperare le forze centrifughe che assumono finora la forma positiva di accrescimento di autonomie. Ma l'Italia subisce la spinta centrifuga del nord, che rifiuta sia lo Stato romano sia il Mezzogiorno che vuole ricacciare come uno straniero.
Dovunque a ovest si manifestano virulenze xenofobe, finanche in quei Paesi che sembrerebbero più aperti allo straniero come l'Italia. La Grecia del socialista Papandreu va nel panico di fronte alla debole Macedonia ex jugoslava e pretende che l'appartenenza religiosa figuri sulla carta d'identità dei suoi cittadini. Dovunque si assiste alla ricerca incessante di colpevoli a cui dare la caccia, da immolare, vale a dire di capri espiatori.
Proprio quando si era orientati a riconoscere l'Islam come parte integrante dell'Europa, in maniera postuma con il ritorno autocritico della Spagna sul 1492, in maniera contemporanea con l'installazione di tre milioni di musulmani in Francia, in maniera prospettica con l'integrazione della Turchia, dell'Albania e della Bosnia-Erzegovina, a Mostar è stato distrutto l'ultimo ponte sulla Neretva, si sta facendo della Bosnia un Bantustan, si perseguitano i turchi in Germania e la dialettica degli eventi algerini accresce la precarietà dei mussulmani in Francia. Si assiste a respingimenti sempre più numerosi nei confronti degli zingari, mentre gli ebrei appaiono di nuovo come i disintegratori cosmopoliti delle nazioni. La riapparizione di un Mussolini al femminile in stile cover-girl e di un nazionalsocialista russo «più ciarlatano che hitleriano» non segnalano in modo netto che «il fascismo» sia tornato. Ma sono segnali grotteschi di uno sfacelo profondo e di una nuova minaccia mortale per le democrazie europee.
     Certo, si assiste dovunque a recrudescenze neofasciste o neonaziste, ma queste sono (ancora?) minoritarie, e non credo che risusciteranno sul serio la formula nazista o quella mussoliniana. Credo si tratti di formule nuove, che raccolgono nel brodo di coltura della crisi gli ingredienti antichi ed eterogenei del nazionalismo, del socialismo, del tradizionalismo e della rivoluzione che forse, se si cristallizzassero attorno a una guida carismatica, rischierebbero di sommergere alcuni dei nostri Paesi.
 

 

Lo sfacelo dell'idea di Europa

In ogni modo, l'impotenza dell'ovest europeo nella crisi jugoslava e nello smembramento della Bosnia è stato un fattore interno di demoralizzazione molto potente nelle due Europe. E vero che l'ovest non aveva ancora avuto il tempo di costituire la propria comunità politica, diplomatica e militare; è non meno vero che questa impotenza soffoca sul nascere i tentativi di costituire una simile comunità. Sarajevo, la città per eccellenza della convivialità polietnica, questa prefigurazione concreta dell'Europa delle nostre aspirazioni, viene lentamente assassinata sotto i nostri sguardi e questo assassinio compie al tempo stesso il suicidio dell'Europa polietnica. Nello scompiglio dell'idea di Europa si riformano le antiche linee di forza geopolitiche; la ricostituzione di una potenza centrale germanica enorme spinge l'ovest a lasciar fare alla Serbia, nucleo di un futuro contrappeso balcanico e slavo, e così si tollerano le deportazioni etniche perché esse sono indispensabili affinché si costituisca una Serbia forte. In questo senso la quinta Repubblica accoglierà prossimamente a Parigi il futuro zar di Russia, come lo fece la terza Repubblica per premunirsi contro la Germania... a meno che al contrario si realizzi l'alleanza russo-tedesca che potrebbe mettere sotto tutela l'ovest europeo.
Cosi vediamo all'opera un po' dovunque forze di regressione, di ripiegamento, di smembramento.

 

Il nuovo disegno europeo

Di fronte a tanti pericoli, l'unica risposta è associativa, è quella dell'Europa politica. Ora, le difficoltà non vengono solo dalla cattiva congiuntura attuale e dai processi di decomposizione che minacciano per l'appunto ciò che cerca di comporsi, esse vengono anche da problemi di fondo che erano stati ignorati. Se il progetto di un'Europa politica e quello di un'Europa economica devono essere complementari, presentano non solo differenze, ma anche antinomie. Come è stato sottolineato da Dominique Wolton in un libro su cui riflettere, l'Europa economica si fonda su interessi e l'Europa politica su valori; l'Europa economica si è costituita su un principio di omogeneizzazione chiamato armonizzazione, mentre una delle finalità dell'Europa politica è quella di salvaguardare le sue diversità culturali.
     D'altra parte, c'è una difficoltà intrinseca a costituire una democrazia europea; quest'ultima non saprebbe essere soltanto la giustapposizione delle democrazie nazionali. In effetti, nate nelle città, le democrazie sono diventate istituzioni nazionali nel corso dei tempi moderni ma, finché l'Europa non avrà preso consistenza, si fatica a immaginare che la democrazia possa esercitarsi efficacemente su scala europea. Tuttavia, è possibile concepirne le traiettorie: la formazione e la moltiplicazione di partiti transnazionali (socialista, cristiano-democratico, centrista, di destra eccetera) e di sindacati (operai, contadini, padronali) parimenti transnazionali. D'altronde, la debolezza democratica su scala continentale avrebbe bisogno di essere compensata da una rivitalizzazione democratica su base urbana e regionale. Anche qui l'Europa non deve essere soltanto metanazionale e transnazionale, essa deve essere anche infranazionale.
     E inoltre: l'Europa è una bella addormentata nel bosco che ha bisogno di un suo disegno per destarsi. Questo disegno può essere elaborato a partire da problemi effettivamente comuni. Questi problemi non sono solo quantitativi (numero di disoccupati, indici di produzione) e non sono neppure solo economici (stagnazione o depressione); sono anche problemi di civiltà.
     L'Europa, continente di estreme diversità, singolarità, individualità, ha bisogno di superare il mondo anonimo e meccanico, obbediente alla logica della macchina artificiale, che si riversa su tutti gli aspetti della vita quotidiana e deteriora la qualità della vita. L'Europa ha bisogno di superare l'atomizzazione generalizzata nella società urbana in cui la perdita delle antiche solidarietà è stata solo parzialmente compensata dall'apparizione di solidarietà amministrative, ma soffre dell'assenza delle solidarietà concrete fra le persone, fra i gruppi, salvo talvolta in caso di calamità. L'Europa ha bisogno di risuscitare le città là dove si trovano agglomerati e zone dalle sigle barbare, di rivitalizzare le piccole città. Ha bisogno di ridare vita ai borghi promovendo decentramenti che verrebbero favoriti dallo sviluppo del telelavoro. Ha bisogno di salvaguardare al tempo stesso la sua biosfera, le acque, le foreste, i paesaggi. Ha bisogno di regolare il dilagare della mercantilizzazione che, conformemente alla profezia di Marx, tende a distruggere le relazioni di servizio, di dono, di gratuità instaurando ovunque il prezzo e il profitto. Ha bisogno di compensare l'inevitabile riconversione economica che elimina le grandi industrie del carbone, dell'acciaio, del tessile non solo sviluppando industrie di punta e piccole e medie imprese inventive, ma anche incoraggiando lo sviluppo di nuove attività dedicate all'educazione, alla solidarietà, alla convivialità. Ha bisogno di resistere alla desertificazione delle campagne e di evitare il regno dei grandi sfruttamenti, essi stessi minacciati a breve-medio termine dalla concorrenza internazionale, favorendo una rivitalizzazione rurale grazie alle forme «biologiche» di agricoltura, senza nitrati né pesticidi, e di allevamenti senza ormoni. Ha bisogno di sviluppare molteplici settori in cui la competizione economica non dipenderebbe dagli sviluppi incessanti dell'automatizzazione che suscitano una corsa sfrenata alla produttività, ma al contrario dalla promozione delle qualità e delle specificità. Ha bisogno di mettere in relazione il problema della disoccupazione, quello della tecnica, quello del profitto, quello della civiltà, e per riuscire nel suo intento ha bisogno di un pensiero capace di collegare i problemi, di contestualizzare i dati, di integrare la conoscenza delle parti e la conoscenza del tutto. Ha bisogno di un pensiero politico che non si rinchiuda in ciò che è economico e quantitativo e che ripensi i problemi della società. In altre parole, è un progetto di riforma di pensiero, educazione, solidarietà, qualità della vita, convivialità quello che dovrebbe essere il disegno europeo.
     Tutto ciò presuppone certo la coscienza di una comunanza di destino e la volontà di assumere tale destino comune: reciprocamente, un disegno comune contribuirebbe alla comunanza di destino e alla concretizzazione di una volontà comune. C'è una dimensione supplementare che si impone con sempre più forza per aiutarci a prendere coscienza e a sviluppare una volontà comune: le carte geografiche delle recenti conferenze internazionali sul Pacifico ci hanno rivelato che, di fianco alle masse enormi dei suoi continenti rivieraschi del Pacifico, l'Europa aveva ormai le stesse dimensioni di quelle della Svizzera in confronto all'Europa. No, l'Europa non è solo il blocco economico potente che potrebbe aspirare alla supremazia sul mondo, essa è anche una povera cara vecchietta che deve ormai proteggete e rivivificare le sue diversità, le sue culture, i suoi retaggi.
     Quanto alla minaccia molto reale non solo di ripiegamenti etnici e nazionalistici, ma addirittura di un ritorno agli antichi antagonismi, bisogna al tempo stesso riconoscere la legittimità del ritorno alle origini e delle aspirazioni di autonomia, inscrivendoli però in un ritorno alle origini europeo. Le patrie devono quindi inscriversi concentricamente le une nelle altre, e i radicamenti devono effettuarsi più profondamente e più ampiamente nella nostra identità umana e terrena. In tal modo il ritorno alle origini nelle identità etniche e nazionali perderebbe la propria chiusura regressiva e aggressiva. Ritroviamo così il doppio imperativo, universalmente valido ma valido singolarmente per l'Europa in crisi: associazione/autonomia.
     È così che l'idea di un grande disegno, di un New Deal europeo ha bisogno, per prendere corpo, dell'idea di comunanza di destino e di un po-liritorno alle origini europeo, che ha a sua volta bisogno, per concretizzarsi, dell'idea di un grande disegno.
     Dunque la sfida immediata e fondamentale affinché prendano corpo questi tre termini dipende dal conflitto multiforme all'est e all'ovest fra le forze di associazione e le forze di barbarie. È la sfida gigantesca dell'anno 1994 e indubbiamente dei due o tre anni che seguiranno, in cui dovrebbero effettuarsi le biforcazioni decisive. Il primo round sembra essere stato vinto dall'associazione nel 1989-1990, poi nel secondo round ha prevalso la barbarie nel 1992-1993. Cominciamo, piuttosto male, il terzo round. Ma poiché «con il pericolo si accresce anche ciò che salva», proprio il pericolo della catastrofe è la nostra ultima speranza.

 

 

Edgar Morin
Testo pubblicato in «Le Monde» il 2 febbraio 1994.

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