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Roberto Moro
Andrea Spanu
Il Risorgimento e il dibattito storiografico
Tra agiografia e polemica, centocinquant'anni di riflessioni sulla nascita del Regno d'Italia
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Per gli storici che avevano questo orientamento, l’epopea del 1848-1861 aveva restituito all’Italia una grandezza europea e perfino mondiale, che rischiava di andar perduta con il diffondersi del “disfattismo” durante la prima guerra mondiale e negli anni seguenti, quando il Paese era caduto in piena isteria da “vittoria mutilata”: a tale degenerazione il fascismo aveva posto fine, riportando l’Italia allo “spirito di Vittorio Veneto”, visto come episodio culminante di un “lungo Risorgimento”, finalmente concluso con l’annessione delle “terre irredente”.
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Agiografia e contingenze politiche - Letture discordanti: grande epopea nazionale o fallimento? - L'impatto della "storia culturale" - Letture discordanti: grande epopea nazionale o fallimento?

 

 

Agiografia e contingenze politiche

Processo storico dai confini temporali tuttora discussi, il Risorgimento è stato oggetto fin dall’Ottocento di un dibattito storiografico appassionato: il giudizio su quell’esperienza si è sempre legato, in effetti, a quello dato sull’Italia come stato moderno, i cui caratteri costitutivi, profondi, di lungo periodo sarebbero da rintracciare nella vicenda dell’unificazione. Se l’esigenza di legittimare il nuovo assetto politico della Penisola spinse molti storici dell’età liberale, come Nicomede Bianchi e Giuseppe Massari, a tracciare un bilancio positivo della vicenda risorgimentale, attribuendo alle forze moderate e monarchiche una conduzione abile del gioco diplomatico ed il merito precipuo dell’indipendenza italiana, la storiografia d’impronta fascista di Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe si occupò soprattutto di individuare nel Risorgimento un’anticipazione della rivoluzione mussoliniana, vedendo in quest’ultima il coronamento degli ideali che avevano ispirato i fautori dell’unità. Per gli storici che avevano questo orientamento, l’epopea del 1848-1861 aveva restituito all’Italia una grandezza europea e perfino mondiale, che rischiava di andar perduta con il diffondersi del “disfattismo” durante la prima guerra mondiale e negli anni seguenti, quando il Paese era caduto in piena isteria da “vittoria mutilata”: a tale degenerazione il fascismo aveva posto fine, riportando l’Italia allo “spirito di Vittorio Veneto”, visto come episodio culminante di un “lungo Risorgimento”, finalmente concluso con l’annessione delle “terre irredente”.

 

Letture discordanti: grande epopea nazionale o fallimento?

Su un versante critico nei confronti dei moderati liberali si pose Gaetano Salvemini, il quale portò l’attenzione sulle implicazioni sociali del movimento risorgimentale e sul ruolo che in esso avevano svolto i democratici; ad un paradigma apertamente “fallimentarista” giunse Piero Gobetti, che inaugurò la lettura di una “rivoluzione mancata” poi ripresa da Gramsci e attribuì il disegno indipendentista ad una minoranza staccata dalle masse popolari e incapace di coinvolgerle; Gobetti individuò in quella debolezza originaria una delle cause dello scivolamento nella dittatura. A ricondurre al quadro generale europeo la storia italiana dell’Ottocento fu invece Benedetto Croce, che offrì una lettura del Risorgimento come luminosa tappa del progresso della libertà seguito alla rivoluzione francese in tutto il continente. Il suo tentativo di slegare completamente, anzi di contrapporre il Risorgimento al fascismo, era agli antipodi della visione continuista di Gobetti. Fu quest’ultima a prevalere nella sinistra del dopoguerra, che si riferì alle opere di Gramsci e alla sua critica del Risorgimento, secondo la quale i democratici avevano lasciato – a causa dei limiti organizzativi e di coscienza di classe - la guida del movimento ai moderati di Cavour e, di conseguenza, avevano consegnato alla conservazione gli assetti politici e sociali del nuovo stato unitario. L’esclusione delle masse contadine meridionali e l’assenza di una grande riforma agraria che garantisse il passaggio dal latifondo alla piccola proprietà terriera caratterizzarono il Risorgimento – secondo l’interpretazione marxista - come “rivoluzione mancata” e segnarono la sconfitta storica delle forze vicine a Mazzini e Garibaldi, aprendo uno iato incolmabile fra istituzioni dello stato (il paese “legale”) e popolo (il paese “reale”) che avrebbe segnato la storia italiana successiva e condotto ad istituzioni liberali deboli e ad una legittimazione instabile della classe dirigente. A questa visione reagirono Rosario Romeo e Federico Chabod, sostenendo l’impraticabilità economica e politica di una “rivoluzione agraria”, che anzi avrebbe ritardato o bloccato il processo di unificazione, e accusando la lettura marxista di applicare retroattivamente categorie di analisi politica di cui i democratici del Risorgimento non avrebbero potuto far uso. 

 

L'impatto della "storia culturale"

Allontanandosi dalle dispute classiche di ordine sociale, economico, diplomatico-politico, la storiografia degli ultimi anni ha invece posto l’attenzione sul sistema simbolico, di valori, di riferimenti e di aspettative di coloro che furono coinvolti, a vario titolo, nel processo di unificazione nazionale; si è spostata dunque sul piano antropologico-culturale, e si è aperta all’inserimento dell’esperienza italiana nel quadro più ampio della storia europea: come sono nati e si sono diffusi i nazionalismi? Per quali motivi il discorso nazionale ha esercitato una così profonda influenza? Il Risorgimento fu la manifestazione italiana del combinato fra il “virus” ideologico nato con la rivoluzione francese, che vedeva nel popolo-nazione il depositario della sovranità, e le correnti del romanticismo che insistevano sul legame terra-sangue-famiglia-patria? Su questi interrogativi hanno lavorato storici come Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg. L’allontanamento temporale dagli eventi ha permesso di indagare e demitizzare alcune figure del Risorgimento, di approfondire capitoli come quelli della “piemontesizzazione” e della “guerra al brigantaggio”; tuttavia, un elevato grado di faziosità politica e di “abuso pubblico della storia”, per citare un saggio di Aldo Giannuli, rende il lavoro dello storico particolarmente delicato in questo campo, per la tentazione di alcuni media di piegare le interpretazioni in modo corrivo e strumentale a campagne politiche. Così, il bel libro di Lucy Riall “Garibaldi. Invenzione di un eroe” viene presentato dai “nemici” dell’eroe dei due mondi (i clericali e/o i neoborbonici) come prova che la loro ostilità è ben fondata, che quella su Garibaldi era una grande montatura; d’altro lato, viene accusato dagli “amici” del nizzardo di voler gettare discredito sulla sua straordinaria figura; probabilmente, invece, l’autrice intende ricostruire in modo attendibile un notevole caso ottocentesco di diffusione di un mito transnazionale nel nascente “villaggio globale” delle comunicazioni, e non partecipare ad un dibattito anacronistico.

 

Una "santa alleanza" fra neoborbonici, nordisti e neoguelfi?

Una tradizione “antirisorgimentista” oscillante fra la storiografia e il pamphlet intona da decenni un controcanto non solo rispetto a quella agiografica e filosabauda, ma anche rispetto alle letture che, pur indagando sui limiti e sulle contraddizioni del Risorgimento, ne giudicano comunque in modo positivo gli approdi finali all’unità, all’indipendenza e alla forma costituzionale di governo. Con Carlo Alianello, a metà del Novecento, trovò impulso la critica alle modalità di annessione e governo del meridione d’Italia da parte del Piemonte; giudicata alla stregua di una conquista eterodiretta, con apporti massonici e complotti internazionali ai danni dei Borbone, l’unione della Penisola sotto la corona era indicata come fattore di declino del sud. Su questa scia fiorirono numerose opere polemiche nelle quali si vagheggiava di un passato preunitario di grande sviluppo (addirittura di “primato”) economico e civile del Mezzogiorno, che sarebbe stato troncato dalla barbara invasione settentrionale. Una lettura vittimistica ed autoindulgente venata di rimpianti neoborbonici e sanfedisti, che appare più che altro un espediente per non affrontare fattori di sottosviluppo di lunga data o per attribuirli a forze esterne. Nello stesso filone si colloca il revisionismo antirisorgimentale d’impronta clericale, centrato sulla denuncia del carattere antireligioso, e specificamente anticattolico, dell’unificazione politica italiana, culminata nella solenne offesa alla capitale pontificia nel 1870. Anche in questo caso, nella nostalgia per il Papa-Re e nella polemica contro le istituzioni laiche è difficile non vedere risvolti politici sul presente. La saldatura fra polemica antiunitaria neoborbonica, leghista e clericale, che si è rinforzata proprio nei pressi del 150° anniversario dell’unità italiana, ha indotto per reazione una controffensiva storiografica che però, quando è seria e affronta nella loro complessità le vicende del periodo, fatica a rivaleggiare in popolarità con le semplificazioni e gli slogan di certi pamphlet che inondano le librerie e annunciano di svelare “quello che a scuola non vi hanno mai raccontato”.

Una bibliografia essenziale per approfondire il dibattito storiografico sul Risorgimento comprende il libro di W.Maturi Interpretazioni del Risorgimento. Lezioni di storia della storiografia (1962); la sintesi di L.Riall Il Risorgimento. Storia e interpretazioni (1997); alcuni paragrafi del libro di G.Pécout Il lungo Risorgimento: la nascita dell’Italia contemporanea (1999); a cura di E.Capuzzo, gli atti del sessantesimo congresso dell’Istituto di storia del Risorgimento, Cento anno di storiografia sul Risorgimento (2000) e un capitolo della disamina di A.M.Banti Le questioni dell’età contemporanea (2010).

 

Andrea Spanu

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