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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Per un’altra globalizzazione – Giuliano Battiston
Uscire dal capitalismo in crisi
Intervista a Samir Amin
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La letteratura sulla globalizzazione intesa come svolta epocale è ormai vastissima ed è nata contestualmente all’evento stesso, ma questo volume ce ne offre un accesso in “presa diretta”, vi compaiono le voci più significative. Tra le altre è questa di Samir Amin Samir Amin. Nato al Cairo nel 1931, Samir Amin ha lavorato dal 1957 al 1960 all'Organisme de Développement Economi-que della sua città natale; dal 1960 al 1963 è stato consulente del Ministero della pianificazione del Mali; fino al 1970 ha lavorato presso l'Institut Africain de Développement Èconomique et de Planification (IDEP), insegnando inoltre come docente di scienze economiche nelle Università di Poitiers, Paris Vili e Da¬kar. Per dieci anni, dal 1970 al 1980, è stato direttore dell'IDEP, per diventare poi direttore del Forum du Tiers Monde e presi¬dente del Forum Mondiale delle Alternative. Tra i suoi libri ri-cordiamo L'accumulazione su scala mondiale (Jaca Book, 1970); Il capitalismo nell'era della globalizzazione (Asterios, 1997); Oltre il capitalismo senile (Punto Rosso, 2003); // virus liberale (Aste¬rios, 2004); Geopolitica dell'impero (Asterios, 2004); Per un mondo multipolare (Punto Rosso, 2006); La crisi (Punto Rosso, 2009).
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A differenza di quanti hanno cominciato a interrogarsi sulla globalizzazione solo di recente, per lei l'idea che il capitalismo sia un sistema dalla natura essenzialmente globale non e una novità. "Già il primo libro che scrissi, nel 1954-55 — ricorda in Per un mondo multipolare — portava il titolo L'accumulazione su scala mondiale, e sin da allora la prospettiva globale è sempre stata centrale nelle mie analisi". In effetti, lei ha proposto una lettura della storia del capitalismo che ne enfatizza la natura "globalizzata sin dalle sue origini", insieme alla distinzione tra le diverse fasi dell'imperialismo e al rapporto centro-periferie. In che senso, come scrive in The World We Wish to See, "lo sviluppo mondiale del capitalismo è sempre stato polarizzante, dall'inizio e in ogni fase della sua storia", e perché "l'imperialismo non è una fase del capitalismo, ma la caratteristica permanente della sua espansione globale"?

All'inizio, ho adottato la tesi di Lenin, secondo la quale il capitalismo dei monopoli costituisce una nuova fase nella storia del capitalismo, annunciata alla fine del diciannovesimo secolo, e il capitalismo sarebbe diventato una forma di imperialismo soltanto a partire da quella data. In seguito, però, approfondendo le mie ricerche sul capitalismo inteso come un sistema essenzialmente mondializzato, ho finito per elaborare l'idea del carattere polarizzante - dunque in qualche modo imperialista - del capitalismo sin dalle sue origini. Per quanto riguarda la distinzione centro-periferia, tendo a sottolineare come l'accumulazione su scala mondiale sia sempre stata, in modo certo non esclusivo ma prevalente, un'accumulazione per esproprio: l'espropriazione non riguarda soltanto l"'accumulazione primitiva" analizzata da Marx e riferita alle origini del capitalismo, ma è un tratto permanente nella storia del capitalismo storico, a partire dall'epoca mercantilista. Nella mia analisi, infatti, il capitalismo si manifesta "compiutamente" a partire dalla rivoluzione politica francese, che inaugura la politica in termini moderni, e dalla rivoluzione industriale. Il periodo precedente, quello mercantilista, dal 1500 al 1800 circa, è invece un lungo periodo di transizione in cui il ruolo centrale nella mondializzazione, organizzata intorno alla conquista delle Americhe e alla tratta dei neri, assume la forma evidente e indiscutibile dell'accumulazione per espropriazione. Che continua a dispiegarsi lungo tutto il corso del diciannovesimo secolo, e che si radicalizza con la formazione dei monopoli, che favoriscono l'esportazione di capitale su una scala molto più ampia e rilevante, "installando" segmenti del sistema capitalista mondializzato nelle colonie "d'oltremare", nelle semi-colonie, nelle colonie dell'America latina. In questo senso, la polarizzazione è inerente al capitalismo sin dalle origini. D'altronde, se assumiamo come indicatore il prodotto interno lordo pro capite, notiamo che dopo la rivoluzione francese e quella industriale, intorno al 1800-1820, la distanza che corre tra i nuovi centri capitalisti (Gran Bretagna, parte della Francia, Paesi Bassi e Germania dell'Ovest) e le altre regioni del mondo è minima. Tra il 1820 e il 1900, si passa invece da un rapporto 1 a 1 a un rapporto 1 a 20, e dal 1900 al 2000 il rapporto passa da 1 a 20 a 1 a 50. La polarizzazione, dunque, è immanente allo sviluppo mondializzato del capitalismo, e lo accompagna sin dalle sue origini, a partire dalle forme "preistoriche" di mercantilismo e poi durante la fase più matura dei monopoli, che l'hanno accelerata.
 

 

Almeno a partire da Oltre il capitalismo senile, lei descrive il sistema capitalistico come obsolescente, instabile, destinato al collasso, come un sistema che, scriveva già alcuni anni fa, proprio a causa del suo "tallone d'Achille"- la dimensione finanziaria — "stava preparando un'imminente catastrofe finanziaria". Ora l'imminenza si è trasformata in realtà. Cosa intende quando ne La crisi sostiene che quella attuale "non è una crisi finanziaria e neppure la somma di crisi sistemiche multiple", ma "la crisi del capitalismo imperialistico degli oligopoli"? E in che termini esiste "un rapporto organico fondamentale" tra la finanziarizzazione del sistema e il suo carattere oligopolistico?

Come punto di partenza prenderei il libro di Sweezy e Ba-ran del 1966, Monopoly Capital, la prima formulazione coerente della trasformazione qualitativa del capitalismo avvenuta alla fine del diciannovesimo secolo, con la fine della concorrenza e l'istituzione del sistema dei monopoli, una tesi poi ripresa da Harry Magdoff. Da parte mia, ho proseguito lungo questa direzione di ricerca, sottolineando l'impatto di due grandi ondate nel processo di monopolizzazione. La prima inizia alla fine del diciannovesimo secolo e si estende fino al 1945, mentre la seconda comincia negli anni settanta del secolo scorso, e, dunque, non coincide affatto con la crisi finanziaria del 2008. In questa seconda ondata, il grado di monopolizzazione assume un rilievo senza paragoni. Il che mi porta a ritenere che quello contemporaneo sia un capitalismo degli oligopoli generalizzati, mondializzati e finanziarizzati: gli oligopoli controllano tutto, perché a esserne assorbiti non sono soltanto alcuni importanti settori dell'economia, ma l'economia nel suo complesso (oltre che l'ambito politico e culturale). Ora, per quanto riguarda la finanziarizzazione, anche da "sinistra" buona parte delle analisi tende a separare la finanziarizzazione, artificiale e negativa, dal buon capitalismo produttivo. Non è così: i due aspetti vanno di pari passo. Gli oligopoli sono finanziarizzati proprio nel senso che non c'è da una parte un settore finanziarizzato, quello delle banche, delle assicurazioni, dei fondi pensioni, eccetera, e dall'altra un sano settore produttivo. Piuttosto, sono gli stessi oligopoli a essere proprietari delle grandi imprese produttive e delle grandi istituzioni finanziarie. E a loro volta questi oligopoli hanno bisogno dell'espansione finanziaria per assicurarsi il dominio sull'economia e sull'intera società. La sovrapposizione, come d'altronde già sosteneva Baran, è totale. E ha radici in un sistema che conduce di per sé alla stagnazione relativa, particolarmente marcata a partire dal 1970, quando nei paesi della Triade imperialista (per semplificare, Stati Uniti, Europa, Giappone) si è verificata una drastica riduzione dei tassi di profitto, della crescita e degli investimenti, specie in rapporto ai "trenta gloriosi", gli anni dal 1945 al 1975. È questa stagnazione - un'eccedenza di surplus rispetto alla possibilità di espansione del capitale per ampliare e incrementare gli investimenti produttivi — che alimenta le bolle finanziarie, che non sono il prodotto di derive ed errori o della deregolamentazione, ma un'esigenza interna al sistema capitalistico contemporaneo degli oligopoli. Un sistema che non può procedere altrimenti: dopo quella del 2000/2001, legata alle nuove tecnologie, c'è stata la bolla ipotecaria del 2007/08, alla quale, se il capitalismo riuscirà a superarla, ne seguirà un'altra, che riguarderà probabilmente le speculazioni sulle materie prime rare, in primo luogo le risorse energetiche, ma anche i prodotti agricoli e alimentari.
 

 

In un suo recente saggio, A critique of the Stiglitz report, suggerisce ai paesi del Sud di cogliere "l'occasione per rivendicare l'autonomia del Sud", facendo propri "gli strumenti con cui agire in modo unilaterale, a livello nazionale e, per quanto possibile, a livello regionale". In queste raccomandazioni sono facilmente individuabili alcune linee guida del suo lavoro, presenti da II virus liberale fino a Du capitalism à la civilization: l'idea che "l'elemento costitutivo per affermare una mondializzazione negoziata" sia il "delinking", lo sganciamento, la costruzione di un'economia autocentrata (che non è autarchia). E la consapevolezza, come scrive in A Life Looking Forward, che "la costruzione di un'economia autocentrata — indispensabile a livello nazionale — incontrerebbe seri ostacoli se non fosse rinforzata da forme di integrazione regionale capaci di accrescerne l'effetto positivo". Ma come combinare le strategie sistemiche di delinking dal sistema globale e la costruzione di blocchi regionali capaci di negoziare i termini della globalizzazione?

Per subordinare le relazioni esterne alle esigenze di trasformazione interna, le più progressiste possibili, non esistono alternative praticabili allo sviluppo autocentrato. Non si tratta di semplice autarchia, ma del capovolgimento della logica attuale: anziché adeguarsi, spesso piegarsi alle tendenze dominanti su scala mondiale, occorre operare affinché siano tali tendenze ad adeguarsi alle esigenze interne. Questo è il senso che attribuisco alle iniziative indipendenti da parte dei paesi del Sud del mondo, tra cui assume una rilevanza centrale quella sulla sovranità alimentare. Le ragioni per farlo sono evidenti nella maggior parte dei casi. Forse non per i tre nuovi giganti economici, Cina, India e Brasile, che, ciascuno di per sé, possono contare su un peso equivalente a quello di una grande regione, e che per questo sembrerebbero avere sufficiente autonomia per adottare politiche autocentrate senza affidarsi ad accordi sottoregionali. Eppure, anche questi paesi soffrono alcuni deficit, basti pensare alla mancanza delle risorse naturali (energetiche in primo luogo) di cui hanno bisogno, e avrebbero tutto il vantaggio a promuovere una mondializzazione negoziata. E questo vale a maggior ragione per le altre regioni, per i paesi del Sud-Est asiatico, del mondo arabo, dell'Africa subsahariana, dell'America latina spagnola, eccetera. In tutti questi casi, gli accordi sottoregionali servono a istituire, in via negoziata, forme di complementarietà, che si articolino su più piani. Per esempio quello delle tecnologie: oggi i paesi del Sud sono in grado — non tutti allo stesso modo - di sviluppare capacità tecnologica senza dover necessariamente sottomettersi al protezionismo del diritto industriale promosso dall'Organizzazione mondiale del commercio, e seguendo indirizzi e modalità coerenti con le esigenze e le strategie di sviluppo interno. Lo stesso dovrebbe accadere per l'accesso alle risorse naturali, per l'individuazione di strategie di complementarietà industriale, a partire dalle industrie di base, e per la costruzione delle infrastrutture. Qualcosa di simile lo stanno facendo i paesi che aderiscono all'Alba, l'Alternativa bolivariana per le Americhe.
 

 

Come nota criticamente in Per un mondo multipolare, "oggi l'opinione prevalente e che l'Asia stia recuperando l'eredità del sottosviluppo dovuta all'imperialismo e 'riducendo il gap' con il sistema capitalista". Alcuni analisti sostengono addirittura che sarebbe in corso "un rinnovamento del sistema capitalista globalizzato", in direzione di un mondo multipolare organizzato intorno a quattro poli (Stati Uniti, Europa, Giappone, Cina), oppure sei (se includiamo Russia e India), potenzialmente equivalenti per forza militare ed economica. Perché ritiene che sia una lettura inadeguata?

In apparenza, le cose sembrano presentarsi proprio in questi termini. Ma a ben guardare si tratta di una lettura riduttiva e infondata. È vero infatti che la Cina, in maniera diversa la Russia, e parzialmente anche India e Brasile stanno cercando di adottare delle politiche indipendenti rispetto al sistema mondiale; ma dubito davvero che questo nuovo orientamento, che si inscrive pienamente in un "recupero" attuato con i mezzi del capitalismo mondializzato, possa d'un sol colpo trasformare il nostro mondo polarizzato in un mondo multipolare. Basta guardare ai drammatici problemi sociali che la Cina deve affrontare come conseguenza del suo recente sviluppo, di natura essenzialmente capitalista, anche se parzialmente indipendente dal sistema mondiale. Problemi che continueranno a crescere, laddove la Cina si incamminasse in modo ancora più convinto lungo la strada del modello capitalista di stampo europeo, che prevede la privatizzazione dei terreni agricoli e l'espropriazione massiccia dei contadini. Questo non è un capitalismo indipendente, è il capitalismo delle bidonville! Le conseguenze di queste iniziative indipendenti ci devono far interrogare sul modello di sviluppo che vogliamo promuovere. E spingerci alla ricerca di un modello alternativo rispetto a quello capitalista, in altri termini verso quel che definisco come una lunga transizione dal capitalismo al socialismo, che si affermi attraverso modalità di associazioni e convergenze complementari e allo stesso tempo conflittuali, secondo logiche che oltrepassino comunque l'orizzonte capitalista. Il mondo multipolare di cui abbiamo bisogno non può essere semplicemente una nuova edizione di quello del 1913, che alle cinque potenze europee più gli Stati Uniti sostituisca, come potenze mondiali egemoni, tre potenze dell'Asia e dell'America latina e tre del Nord. L'unica vera alternativa è uscire da questo capitalismo in crisi; o, più modestamente, cominciare a imboccare l'uscita, orientandoci verso un altro modello di sviluppo, la cui fisionomia ancora non è chiara. E per la cui definizione serviranno altri cinquanta, cento anni.
 

 

E gli Stati Uniti? Secondo l'analisi che propone nei suoi testi, per esempio in Per un mondo multipolare, dopo la Seconda guerra mondiale saremmo entrati in una nuova fase dell'imperialismo, caratterizzata dalla strategia degli Stati Uniti di estendere la dottrina Monroe all'intero pianeta. Lei invita a interpretare il militarismo aggressivo degli Stati Uniti come uno strumento per bilanciare una vulnerabilità economica, piuttosto che come un sintomo di forza. Può spiegarci meglio?

Alla base di questa nuova fase c'è una trasformazione della natura dell'imperialismo: se fino alla fine della Seconda guerra mondiale l'imperialismo si coniugava al plurale, e le potenze imperialistiche erano in conflitto permanente tra loro, in seguito è avvenuta una trasformazione strutturale, che ha dato vita a quello che chiamo l'imperialismo collettivo della Triade, ovvero l'insieme di quei segmenti dominanti del capitale che hanno interessi comuni nella gestione del sistema mondiale. Questo sistema, che rappresenta una forma di nuovo imperialismo verso l'85 per cento della popolazione mondiale, "richiede" la guerra. Da qui nasce il progetto dell'establishment americano, che riflette l'orientamento della maggioranza della classe dirigente statunitense, di controllare militarmente il pianeta. Secondo la retorica dominante, la supremazia militare degli Stati Uniti rappresenterebbe la punta dell'iceberg di una superiorità in termini di efficacia economica e di egemonia culturale. La realtà, invece, è che gli Stati Uniti si trovano in una posizione di estrema vulnerabilità, che si traduce nell'enorme deficit nel commercio estero, ed è proprio da questa fragilità che deriva l'opzione strategica militare.
 

 

Lei ha notato spesso come, nell'ambito di questa nuova fase segnata dall'imperialismo collettivo della Triade, alcuni conflitti non si giochino più "sul terreno degli 'interessi economici' dei partner in competizione, ma su quello della differenza delle rispettive culture politiche", e ha sottolineato, in particolare, la diversità della cultura politica europea da quella nordamericana. Nonostante questa diversità, che farebbe sperare in un'autonomia maggiore, di fronte al protagonismo aggressivo degli Stati Uniti l'Europa sembra ancora incapace di articolare un progetto politico realmente alternativo. Cosa dovrebbe fare l'Europa?

Le culture politiche dell'Europa si sono formate attorno alla polarizzazione tra destra e sinistra: chi era a favore dell'Illuminismo, del movimento operaio, delle rivoluzioni francese e russa, a sinistra; chi era contro, a destra. La storia dell'Europa è la storia di culture politiche del "non consenso", che estendono il conflitto oltre la versione riduttiva della lotta di classe. La cultura degli Stati Uniti, invece, si è formata come una cultura del consenso: sul genocidio degli indiani, sullo schiavismo, sul razzismo e sul capitalismo. Un paradigma che negli Stati Uniti non è messo in discussione: se c'è lotta di classe, non esiste tuttavia nessuna politicizzazione di questa lotta, perché le migrazioni con cui si è costruito il popolo nordamericano hanno sostituito alla formazione di una coscienza politica quella di una coscienza co-munitarista. Oggi assistiamo a un tentativo di "americanizzare" l'Europa e di sostituire alla cultura del conflitto quella del consenso: si pretende che non ci sia più né destra né sinistra, non più cittadini bensì consumatori più o meno ricchi. Anche per questo, per il momento l'Europa non è in grado di proporsi come polo alternativo all'egemonia degli Stati Uniti. Dovrebbe uscire dalla Nato, rompere l'alleanza militare con gli Stati Uniti, emanciparsi dal liberalismo. Attualmente, però, le forze politiche e sociali europee sembrano tutt'altro che interessate a un simile progetto, e, al contrario, hanno rinforzato l'atlantismo e l'allineamento alla Nato e al liberalsocialismo. Oggi non c'è un'altra Europa all'ordine del giorno. In questo senso l'Europa non esiste: il progetto europeo è semplicemente il risvolto europeo del progetto americano.
 

 

Torniamo ai contadini: la questione agraria è uno dei temi su cui ha ragionato con più insistenza, come dimostra per esempio ne La crisi e Les luttes paysannes et ouvrières face aux défis du XXI siècle. In questi testi lei continua a ribadire che, "lungi dall'essere risolta, la 'questione agraria' é più che mai al cuore delle sfide che l'umanità dovrà affrontare nel ventesimo secolo". Perché ritiene che il capitalismo, "per sua stessa natura, e incapace di risolvere la questione agraria", e sappia offrire soltanto la prospettiva di un pianeta popolato da milioni di esseri umani in surplus?

Come abbiamo visto, il capitalismo storico è fondato sull'espropriazione. Che però non riguarda soltanto i popoli della Americhe, ma anche i contadini europei, che l'hanno subita attraverso l'appropriazione privata delle terre agricole e la liquidazione di quegli antichi diritti e consuetudini che avevano rappresentato i modi di regolamentazione della vita sociale e della produzione economica durante l'epoca che gli europei definiscono Medioevo. Il modello è quello delle enclosures della Gran Bretagna, con cui i contadini inglesi e irlandesi hanno subito, per primi in Europa, una forma di appropriazione privata della terra, poi generalizzata sul continente europeo nel diciannovesimo secolo. Questo modello storico avrebbe avuto delle conseguenze davvero esplosive se non fosse stato accompagnato da quell'enorme "apparato di sicurezza" e "valvola di sfogo" rappresentati dal sistema delle migrazioni verso le Americhe, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti: se nel 1500 la popolazione europea rappresentava meno del 18 per cento della popolazione mondiale, nel 1900 la popolazione europea residente in Europa, nei territori conquistati nelle Americhe, in Australia e altrove, rappresentava più del 35 per cento di quella mondiale. Questo significa che i processi migratori hanno permesso all'Europa di costruire altrove un'altra Europa, altrettanto, se non più importante in termini di popolazione di quella del continente. E che il problema dei contadini non può essere risolto dal capitalismo se non a queste condizioni. Se consideriamo gli altri continenti, l'Asia, l'Africa, l'America latina, dove oggi vive il 75 per cento della popolazione mondiale, di cui una metà contadini, ci rendiamo conto che tali condizioni sono del tutto inaccettabili. Lo dimostra la recente nascita di un pianeta di bidonville, alla cui origine c'è proprio l'applicazione di questo modello: i contadini espulsi dalle loro terre non sono in grado di affermarsi all'interno dei meccanismi della moderna industrializzazione, né di esserne assorbiti, e allo stesso tempo non possono ricorrere in modo massiccio alle migrazioni. La soluzione alla questione agraria proposta dal modello capitalista richiederebbe che si concedessero all'Asia, all'Africa, all'America latina, almeno altre quattro Americhe!
 

 

Quest'anno ricorre il decimo anniversario del Forum sociale mondiale, al cui interno c’è sempre stato un ampio dibattito sugli strumenti più appropriati per rendere efficace la complessa morfologia politica e sociale dei movimenti che vi partecipano. In The World We Wish to See, lei afferma che "la forza del 'movimento' risiede precisamente nella sua molteplicità ", ma che questa molteplicità allo stesso tempo rende difficile "decidere le priorità degli obiettivi strategici". Cosa intende?

Nonostante sia una semplice agorà mondiale, un luogo d'incontro, non di dibattito approfondito e ancor meno di decisione strategica su azioni comuni, il Forum continua a rappresentare un evento incredibilmente positivo. Il momento attuale, infatti, non è destinato a durare in eterno, e ci sarà bisogno di dare forma ed espressione politica all'insoddisfazione - il meno che si possa dire - verso il sistema attuale. I movimenti, però, restano terribilmente frammentati, e sono orientati quasi esclusivamente sulla difensiva: difendono le conquiste passate dagli attacchi del capitalismo degli oligopoli, ma non elaborano alternative positive, efficaci strategie politiche d'azione; anche perché scontano spesso quella incredibile naiveté che li porta a credere che sia possibile cambiare il mondo senza prendere il potere. Il mondo, invece, non è mai cambiato se non attraverso una trasformazione del sistema e delle strutture di potere. La riflessione sul rapporto tra trasformazione e potere continua a rimanere ineludibile. Così come la radicalizzazione e politicizzazione delle lotte, che può avvenire solo se abbandoniamo l'idea che sia possibile dare un volto umano al capitalismo.
 

 

In A Life Looking Forward scrive che "la certezza del collasso del sistema capitalistico non garantisce che ciò che lo segue prenderà automaticamente la giusta direzione". Ne La crisi, dopo aver individuato le somiglianze tra la crisi attuale e la prima lunga crisi del capitalismo, quella che ha "formato" il ventesimo secolo, ne sottolinea invece alcune differenze essenziali, perché il "collasso finanziario del 2008 è stato il risultato esclusivo del rafforzamento delle contraddizioni interne proprie dell'accumulazione del capitale", piuttosto che il risultato della spinta di forze progressiste volte al cambiamento. Significa che rischiamo di uscire dalla crisi con un sistema peggiore e più ingiusto?

È proprio cosi. In questo sono gramsciano: mi affido all'ottimismo della volontà e al pessimismo della ragione. Sarebbe suicida credere che i movimenti sociali abbiano raggiunto una forza tale da costringere il capitale ad autolimitarsi, o a trasformarsi. E sarebbe sbagliato negare che ancora oggi l'iniziativa nella risposta alla crisi sia nelle mani del capitale. Per questo non possiamo escludere che le cose peggiorino; e che alla stasi dei movimenti sociali progressisti, frammentati e impotenti, si affianchi la crescita di movimenti reazionari. Gli esempi, d'altronde, non mancano, da quelli che si rifanno all'Islam politico più retrogrado fino a quelli europei islamofobici, per continuare con gli allarmi sul pericolo giallo rappresentato dai cinesi, che vorrebbero conquistare il mondo. In un mio vecchio libro degli anni settanta, Classe et nation dans l'histoire et la crise contemporaine, parlavo dell'alternativa tra "rivoluzione o decadenza", e portavo l'esempio dell'Impero romano, che aveva centralizzato e imposto il sistema dei tributi su una scala troppo ampia per le esigenze oggettive dell'epoca, così da favorire la nascita del feudalesimo europeo. Ecco, ci troviamo in un periodo in cui potrebbe avvenire una cosa simile: non una trasformazione del sistema a partire dall'intervento attivo di attori sociali e politici che progettano alternative positive, ma una trasformazione che in qualche modo si compie autonomamente, senza che ci siano dei capitani al timone della barca. Sarebbe una situazione estremamente pericolosa.
 

 

 

Giuliano Battiston – Samir Amin

 

 


Per un’altra globalizzazione
interviste di Giuliano Battiston
(pagg. 132-144)

Edizioni dell’asino
 

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