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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
1. 1968 un maggio passato alla storia
Né con Sarkozy, né con l'A.N.S.I.
A. Benci
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Michel de Certeau sintetizzò il Maggio francese come "la presa della parola". Oggi. quarant' anni dopo, quella parola è rotolata a valle provocando una valanga di aforismi da breviario, pensieri contromano, dileggi populisti, vibrazioni retoriche e impulsi (auto)distruttivi, non di rado funzionali all’"industria del ricordo" che si materializza ogni decade. Riproponendo articoli freschi di tastiera non si vuol certo metter ordine in un periodo storico così complesso, quanto verificare se quanto scrisse Orwell a proposito del «presente che scrive il passato» corrisponda ad una amara verità o non sia piuttosto una divertente costruzione dialettica.
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La questione è oramai nota.
    Nicolas Sarkozy pochi giorni prima del termine della campagna elettorale che lo avrebbe visto diventare presidente della Repubblica francese, rilascia una dichiarazione in cui afferma che bisogna "liquidare" l'eredità del Maggio '68. Questo, in un paese che è abituato alle contrapposizioni frontali anche forti ma che ha un livello di dibattito intellettuale che in Italia non esiste, ha permesso, in vista del quarantennale, di interrogarsi come 1' "avvenimento" Sessantotto abbia inciso nella quotidianità in questi quarant'anni. Non c'è (in Francia) convegno, seminario, trasmissione televisiva che non ricordi l'anatema di Sarkozy per iniziare la discussione. Un sondaggio - da prendere con le molle come tutti - commissionato dal settimanale "Le Nuovel Observateur" ha rivelato che tre francesi su quattro giudicano tutto sommato positiva l'esperienza del Maggio '68.
In questo senso va indirizzato al presidente francese il più grande apprezzamento perché con quell'uscita ha permesso di avviare in Francia un dibattito su ciò che è stato il Sessantotto, dibattito meno sterile e improduttivo di quello che purtroppo è stato e continua ad essere in Italia, ove esiste una tendenza assai netta a stabilire (soprattutto nei confronti mediatici) continue barricate tra due tifoserie: i detrattori "sarkoziani" e gli esaltatori "sessantottiani".
     I primi giudicano il Sessantotto come uno dei più importanti, se non il principale responsabile di tutti o quasi i mali che affliggono il nostro paese. In sintesi: un generale clima di lassismo, una tendenza a non avere regole in nome di un libertarismo mal interpretato, un'allergia ed un corretto e civile clima civico che permetta il decoro nelle nostre città. Il risultato è di conseguenza una società che non ha più una gerarchia di valori e posizioni e in cui la minoranza violenta e organizzata prevale sulla maggioranza pacifica e silenziosa. Infine, nell'opinione di giovani giornalisti (figli di giornalisti) e giovani imprenditori (figli d'imprenditori) il Sessantotto è la ragione per cui il nostro non è un paese "meritocratico", come tutte le grandi democrazie o i paesi europei, eccetera.
Se diamo una "scorsa" alla storia di questi quarant'anni le colpe che i "sarkoziani" nostrani addebitano al Sessantotto sono ancora più rilevanti. Il "68 è stato il padre del terrorismo, della violenza di piazza, del clima di sospetto e della dietrologia che ha avvelenato il nostro paese. Un cataclisma, in breve. Un avvenimento da illustrare a tinte foni all'uomo della strada perché, con la "frase fatta" largamente utilizzata dagli opinion makers. la storia bisogna studiarla perché non si ripeta.
     I "sessantottiani" sono gli ipotetici appartenenti a;; ipotetica Associazione Nazionale Ses¬santottini d'Italia che si occupa di onorare e difendere la memoria di chi "aveva ragione" ma, per una serie di motivi, ha perso. C'è difatti, chiara e senza sfumature, negli esaltatori a posteriori del Sessantotto questa mistica del perdente, questo atteggiamento di sconfitto dalla storia e che, eppure, aveva ragione.
Gli aderenti aH'A.N.S.I. individuano nel Sessantotto, cui hanno partecipato, le radici di quel (poco) che di buono si è realizzato politicamente in Italia. Le conquiste civili come il divorzio, l'aborto, la riforma sanitaria e della casa si sono avviati grazie al movimento del Sessantotto. Per gli aderenti all'A.N.S.I. la storia dal 1968 a oggi dimostra che le politiche riformatrici del paese sono state soffertamente permesse da un movimento autenticamente democratico che è stato boicottato dallo Stato conservatore e codino che non di rado ha utilizzato le maniere forti (cioè le bombe) per perseguire lo scopo di mortificare la rivoluzione democratica.
Da un lato i "sarkoziani" lamentano il clima fanaticamente ideologico per cui in passato non si poteva "discutere" sul Sessantotto e oggi accolgono come una liberazione il fatto che sia un capitolo di storia attaccabile tanto quanto si possa finalmente parlare del fascismo senza preconcetti. Dall'altro i "sessantottiani" s'indignano a proposito del pensiero unico che pone la radice di tutti i mali nel movimento del Sessantotto e soffrono di una sorta di sindrome di accerchiamento intellettuale.
     Il livello della polemica mediatica e giornalistica tocca tali punte di livore ed incomunicabilità che non è improbabile immaginare che in futuro i "sarkoziani" chiederanno la riforma dei calendari per togliere l'anno (non) di grazia 1968, mentre l'A.N.S.I. avvierà un movimento di opinione che possa giungere a istituzionalizzare il 1 marzo di ogni anno, anniversario di valle
Giulia, come giornata della memoria del Sessantotto.
     Sullo sfondo l'eterno (falso) problema dei "sessantottini al potere". Verità assoluta per i detrattori del Sessantotto che non cessano di ricordare i nomi di pezzi grossi dell'industria, dello spettacolo e del giornalismo che in spregio agli ideali sbandierati in gioventù, si sarebbero integrati appieno nel "sistema" così odiato. Leggenda metropolitana per gli esaltatori del Sessantotto, che contrappongono all'elenco di chi ha scalato posizioni sociali, la lista di chi è rimasto "nudo e puro". Ecco quindi l'esercito di insegnanti della scuola pubblica, pensionati delle poste, ferrovieri, operai. Tutti umili interpreti di una indimenticabile stagione di cambiamento eccetera. La questione se abrogare il Sessantotto come vorrebbero i primi o consegnarlo alla posterità come un momento chiave della "rivoluzione democratica" come vorrebbero i secondi verrà affrontata nella prima parte di questo saggio da Attilio Mangano.
     Qui ciò che interessa è evidenziare come in un caso e nell'altro - che rappresentano una evidente polarizzazione interpretativa, riassunta a grandi linee - siamo presenti ad un chiaro esempio di "uso pubblico della storia".       Non da farne una facile filosofia. Questa pratica esiste dall'inizio dei tempi. Tagliare il passato come fette di torta da inserire nel menù quotidiano della cucina politica, è qualcosa che avviene ora, sempre e dovunque. In questo senso anche il Sessantotto è "finito nella rete", impigliato in questa pratica di "appropriazione indebita" che impoverisce un normale dibattito storiografico e avvilisce i tentativi di ricerca scientifica di cause, effetti, conseguenze. Questo è un aspetto che si vuole qui approfondire con questi quaranta articoli. Verificare, in altri termini, seppure con un campione parziale, come l'oggi influenza la visione dell'ieri. Non siamo certamente i primi a provarci. Anzi, in questo senso, la storiografia italiana è carente in un'analisi che prenda in considerazione le diverse interpretazioni del Sessantotto nel tempo, soprattutto negli anniversari. Ma questo è il primo degli anniversari dell' "avvenimento" che si "celebra" nel nuovo secolo e perciò non si poteva non tenere da conto le nuove forme delle comunicazioni di massa, in primis la rete internet che ha contribuito e contribuisce a prospettare interpretazioni altre per un pubblico altro. Non sono, beninteso, solo pubblicazioni estrapolate da blog o siti internet o comunità virtuali. Si sono prese in considerazioni molte voci, diverse anime, svariate letture, anche dalla stampa tradizionale.
     Dare un contributo concreto e fattuale a "disancorare" il Sessantotto tra i due poli pregiudiziali e interessati dei sarkoziani e dell'A.N.S.I., passa anche per l'analisi di queste voci, in un'ottica che per chi ha interesse alla ricerca storica non può essere che quella del dibattito di idee.
     Come un'insigne studioso dell'immaginario sociale, Robert Frank, nel corso di un convegno a Nanterre, in Francia, ebbe a dire, anche per lo studio del Sessantotto vale il suo slogan più celebre e controverso: "ce n 'est qu 'un debut... la recherche continue".

 

A. Benci

 

B. Benci G. Lima A. Mangano
Il Sessantotto è finito nella rete
1968 "in linea": articoli, riviste, pubblicazioni e convegni
nell'anno del quarantennale

 

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Pistoria Editrice - 2008

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