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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
saggio - Pierpaolo Lauria
Storiografia e divulgazione storica
Arnaldo Momigliano e Delio Cantimori a confronto
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La divulgazione è un processo di mediazione, si può paragonarla alla traduzione, che non avviene però tra due lingue diverse, ma entro uno stesso codice tra livelli linguistici differenti. Tutto ciò presuppone l’analisi attenta e la conoscenza particolareggiata del pubblico, del destinatario (delle sue caratteristiche età, sesso, ecc., del livello culturale, di quello di scolarizzazione, dei suoi interessi), dell’informazione, se si vuole che la trasmissione, la comunicazione abbia successo; pertanto la scelta dell’argomento è fondamentale, ma non sufficiente, perché la divulgazione riesca, occorre “prospettare originalmente i problemi”, vale a dire adattarli ai fruitori, ai ricettori e quindi sulla base delle loro caratteristiche utilizzare un linguaggio chiaro, comprensibile e lineare per il lettore.
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Già negli anni ‘30 del secolo scorso, Momigliano si era posto, in un certo senso, la questione dell’“uso pubblico della storia”, dell’asfittico rapporto tra mondo della cultura e società, che però, con il linguaggio dell’epoca, definisce della divulgazione storica. In una lettera al maestro De Sanctis scrive: “Un’esperienza che vado facendo è la colpa grandissima di noi intellettuali di sdegnare la divulgazione delle nostre idee, lasciare che in sostanza che la cultura venga diffusa da gente che non la possiede, gli Ojetti, i Romagnoli, per citare quelli che nella opinione della media borghesia sono il più grande critico d’arte e il più grande grecista d’Italia. E se qualcuno ci si mette, come Pasquali, lo fa nel modo peggiore, perché divulga in verità questioni e pettegolezzi degli intellettuali: mentre si tratta di prospettare originalmente problemi, che debbano interessare noi e gli altri, perché rispondenti ad esigenze comuni. Non importa la “pronuncia del latino”, che sarà per il non filologo una mera curiosità; ma può importare qualche questione di storia, che si inserisca su profondi interessi umani. Oggi c’è in Italia un gravissimo distacco, causa di tante cose, fra l’intellettualità e la borghesia: occorre colmarlo intanto nelle scuole, nei giornali dove si può. Servirà l’Enciclopedia, e servirebbe di più se non sapesse in cose filosofiche e religiose puzzo di castrato (Gentile che affida la voce “anima” a Mazzantini!): possono, credo, servire anche i commenti scolastici”. (1)
     In queste righe c’è una forte e chiara denuncia verso la corporazione degli storici, disinteressata e incurante della diffusione delle proprie idee, compito, a volte, come dice Momigliano, lasciato in mani maldestre d’incompetenti o di persone incolte e disinformate, che sono causa di errori e travisamenti, che circolando liberamente sedimentano un distorto e fasullo “senso comune storiografico”, ma tutto sommato in buona fede; altre volte, e non poche volte, a mani fin troppo destre di abili falsari e bari in totale malafede.
Momigliano parla di un “gravissimo distacco” tra intellettualità e borghesia, identificata con la classe dirigente, dominante. Qui si trova il limite all’estensione della divulgazione, per come è concepita da Momigliano, che, riservata solo alla borghesia, non si rivolge, non è destinata anche ai ceti e strati più bassi e umili della società, esclusi perché non detengono posizioni di comando e di responsabilità. È un tratto a tinte storicistiche, per cui la storia è fatta solo dai vincitori e dai “vincenti” uomini di successo. Gli strati più bassi, naturalmente, sono destinati, in una visione un po’ classista, gerarchica e statica dell’universo sociale, a non comandare mai, all’ubbidienza senza mai riscatto e possibilità di ascesa sociale proprio attraverso la cultura e il sapere: massa informe, spesso paternalisticamente considerata a tal punto affaccendata nella quotidiana fatica per la sopravvivenza da non aver tempo e voglia per ristoro e sollievo intellettuale.
La cultura serve a tutti, governanti e governati, in un rapporto dialettico, mutevole di alternanza e scambio di ruoli, almeno in un regime libero, pluralistico e democratico.
La preoccupazione del giovane storico piemontese, con tutti i suoi limiti, va proprio in questa direzione, si riferisce al pericolo di atti ciechi e irresponsabili, quando non adeguatamente supportati da conoscenza, da parte degli uomini pratici e d’azione (politici, industriali, imprenditori, militari, ecc.).
     Il rischio per gli intellettuali è di perdere il senso civile e politico della loro funzione, di smarrire il ruolo di coscienza critica e di collocarsi in una posizione sostanzialmente ininfluente, subalterna e marginale entro la società, sostituiti da feticci culturali.
     Allora Momigliano introduce un esempio sbagliato di divulgazione, da non seguire, in cui è incappato un grande filologo, G. Pasquali (la scelta del bersaglio non è casuale, perché era un avversario della scuola filologica di De Sanctis e Rostagni). Per Momigliano è errato scegliere argomenti troppo tecnici, eruditi, specialistici. Momigliano invita perciò gli studiosi a dissertare di questioni che tocchino profondi interessi umani, in grado di arricchire il lettore di un sapere vivo, attuale e utile; a non calare dall’alto e secondo le loro sole preferenze i temi, che devono invece rispecchiare esigenze e interessi comuni, concordati e condivisi preliminarmente alla trattazione: “Divulgare? Sì, se significa parlare da uomo a uomo e non da iniziato a iniziato”. (2)
     L’“ermetismo divulgativo” è difatti una grave contraddizione in termini.
     Un altro errore è pensare che la divulgazione si realizzi in maniera automatica e meccanica, facendo transitare un saggio critico, moltiplicandone semplicemente le copie per una maggiore distribuzione, senza intaccarne forma e stile, da un canale di fruizione selezionato e ristretto, come quello accademico, a quello di un pubblico più vasto ed eterogeneo.
     La divulgazione è un processo di mediazione, si può paragonarla alla traduzione, che non avviene però tra due lingue diverse, ma entro uno stesso codice tra livelli linguistici differenti.
     Tutto ciò presuppone l’analisi attenta e la conoscenza particolareggiata del pubblico, del destinatario (delle sue caratteristiche età, sesso, ecc., del livello culturale, di quello di scolarizzazione, dei suoi interessi), dell’informazione, se si vuole che la trasmissione, la comunicazione abbia successo; pertanto la scelta dell’argomento è fondamentale, ma non sufficiente, perché la divulgazione riesca, occorre “prospettare originalmente i problemi”, vale a dire adattarli ai fruitori, ai ricettori e quindi sulla base delle loro caratteristiche utilizzare un linguaggio chiaro, comprensibile e lineare per il lettore; far largo uso di metafore, analogie e similitudini quanto più prossime al loro mondo; mettersi nei loro panni per quanto possibile e veicolare concetti astratti attraverso esempi concreti; impiegare espedienti e metodi per aiutarne la comprensione, che è il fine ultimo del divulgare e più in generale del comunicare.
Incita infine gli studiosi a correre, al più presto, ai ripari, attivandosi per realizzare una migliore divulgazione nella scuola e nei giornali, ovunque si può ed è irritato e contrariato dalla censura praticata all’interno dell’Enciclopedia, su argomenti filosofici e religiosi, che ne mutila il contributo sulla strada di una divulgazione sì alta, ma anche seria e onesta.
     L’iniziativa più notevole e di maggior respiro, assunta da Momigliano giovane, nella direzione proposta di avvicinare accademia e società, di ridurre lo scarto tra cultura e classi dirigenti, si realizzerà nel campo della scuola, nella lettera indicata come uno dei principali settori d’intervento dell’azione divulgatrice, con la compilazione, nel 1933, di un manuale per i licei “Sommario delle civiltà antiche”.
     Al contrario l’impresa di realizzare un manuale, che è opera di divulgazione per eccellenza, in quanto destinata a una circolazione esterna all’università e più in generale all’universo della ricerca, si rivelò proibitiva, ancora negli anni ‘60, per Cantimori, suo alleato nella battaglia per il rinnovamento della “Rivista Storica Italiana”.
     Ormai sembrava fatta dopo quasi tre anni di faticoso e intenso lavoro, superati i tentennamenti iniziali, vinti dubbi e incertezze, credendo di esser sanato dalla sua nota allergia e avversione per le sintesi troppo generali; ma, giunto alla stesura del terzo e ultimo volume del suo manuale, lo storico modernista distrusse la sua opera “dannata e maledetta” assalito da un impetuoso “sacro furore”, che riemerse apparentemente improvviso, ma in realtà mai domato bensì solo brevemente assopito, per le generalizzazioni, gli schemi astratti e le formule generiche.
     Gli storici di professione, universitari, preferivano dedicarsi a studi particolari, si occupavano di lavori monografici su questioni particolari e circoscritte, scrivevano articoli su riviste specialistiche e non nutrivano alcuna preoccupazione per una più vasta diffusione, fuori dai recinti canonici delle loro ricerche.
     Costoro, votati alla ricerca analitica e minuziosa e allo studio puntuale e preciso, che perciò riconosce nell’acribia una delle sue principali virtù, scrivono per una ristretta cerchia di “eletti” loro simili: il volgo, i profani ne sono esclusi.
Il loro mondo era confinato all’accademia: microcosmo chiuso (in cui si svolge tutta la loro attività) impermeabile all’esterno e autosufficiente come neppure i monasteri benedettini.
     Cantimori è rappresentante tipico di quel mondo, pur mostrando apprezzamento per l’avventura di breve durata, nel corso degli anni 30, e mai più ripresa in seguito, della rivista di divulgazione “Popoli”, che inseguiva due obiettivi, uno in negativo, contrastare la scarsa serietà di certa divulgazione, l’altro in positivo, ovviare alla mancanza di buona divulgazione, diretta da C. Morandi, “che sentiva così forte il bisogno di divulgazione storica, intesa proprio come “circolo vitale fra la ricerca storica e la cultura militante”, e F. Chabod, si rallegra che “per fortuna la ‘corporazione degli storici’ si dimostra saggia anche in questo, nell’aver ceduto meno di altri gruppi di studiosi alla mania rivistaiola così diffusa e così dannosa per gli studi per la dispersione di energie alla quale conduce”. (3)
In più, da storico lucido e avveduto qual era, si rende ben conto che c’è un largo interesse di pubblico per la storia e che non si tratta di un fenomeno transitorio, ma di lunga durata. Proprio la fortuna di “Popoli” e l’ampiezza delle discussioni sulle biografie romanzate ne sono prova; egli si rende anche conto che a questa domanda storica corrisponde un’offerta, una produzione il più delle volte carente e scadente.
     Tuttavia egli ribadisce che il compito dello studioso di storia, dello “storiografo”, come preferiva chiamare il proprio mestiere, non amava la definizione troppo ambiziosa e altisonante di storico, probabilmente per prendere le distanze dalla supponente “storia scientifica” come dalla “filosofia della storia” di hegeliana memoria.
     Tra le coordinate del lavoro dello storico, nell’orizzonte che delimita il suo ruolo e i suoi compiti, non rientra la divulgazione, se non di straforo e in posizione marginale.
     Durante la sua partecipazione alla rivista culturale, non accademica e non specialistica “Itinerari”, nel corso della prima metà degli anni ‘60, dove interviene con lettere al direttore nella rubrica dal titolo blochiano “Il mestiere dello storico”, che in un secondo momento si convertirà in un più giornalistico “Avventure di un devoto di Clio”, lo dirà chiaramente definendo strana quella sua collaborazione: “Strana, perché mi sento un po’ fuori di posto, in una rivista così moderna, impegnata di questioni attuali e vive, con inchieste su temi importanti: tutte cose che leggo con interesse e profitto, come cittadino, ma che non riguardano il lavoro mio proprio, di studioso e d’insegnante di storia moderna”. (4)
     Lo stesso direttore, F. C. Rossi cui erano indirizzate le lettere, confesserà un certo imbarazzo e disagio di Cantimori, nello svolgere il suo compito: “Cantimori era trattenuto da una sorta di pudore, quasi di pentimento, per queste sue sortite non propriamente accademiche. Forse, chissà, avvertiva un limite: quello di non poter andare fino in fondo come avrebbe voluto, in quelle sortite e qualche volta in quegli sfoghi, ché altre ricerche, altri interessi del mestiere premevano e non c’era tempo”. (5)
     In gran parte della storiografia accademica italiana non c’era, all’epoca, un esplicito divieto o la proibizione assoluta di divulgare bensì c’era indifferenza e mancato riconoscimento della complementarità di ricerca e divulgazione.
Talvolta, lo si è visto anche per Cantimori, allo storico capita di occuparsi di divulgazione, ma resta sempre un aspetto secondario, facoltativo, quasi ricreativo e comunque inessenziale rispetto a quello primario e fondamentale della ricerca, cui è preferibile applicarsi e concentrarsi in modo esclusivo per evitare la dispersione di preziose energie.
     Tra i libri di divulgazione e i saggi scientifici si frappone uno iato, si scava un fossato incolmabile; si tratta di due piani indipendenti, staccati e separati; due mondi inconciliabili e non comunicanti; mentre i libri di divulgazione si occupano di “temi leggeri”, che seguono i gusti del pubblico (argomenti scandalistici e sensazionalistici, intrighi, misteri, aneddoti, nonostante Bloch avesse insegnato a non sottovalutare), scritti, per lo più da giornalisti con linguaggio brillante e soprattutto hanno come loro scopo il diletto e il piacere del pubblico; i saggi scientifici trattano di argomenti “più seri e gravi” e hanno come unico obiettivo la vera conoscenza, senza concessioni a esercizi di bello stile e al divertimento dei lettori: “Il pubblico legge libri di divulgazione storiografica. Bella roba! La ancor sempre “Monaca di Monza”, con pimento documentario-psichiatrico. Ma se il pubblico si diverte, fategli questi libri: però non correte dai professori d’Università a farvi insegnare come si fanno i libri di divulgazione storica. Fateli, e chiedete agli storici informazioni bibliografiche, informazioni archivistiche, insegnamento sui metodi di ricerca e così via: ma cercate di ricordare che quegli sciagurati hanno le loro responsabilità, la loro capacità di giudizio, sanno fare il loro lavoro: e non venite a dettar loro, in nome di quel che dicono gli editori sui gusti del pubblico, quello che dovrebbero fare. Come siete bravi a pianificare e a programmare sulle spalle degli altri!”. (6)
     Seppure si riconosce ai libri di divulgazione una loro intrinseca ragion d’essere (i lettori devono pur divertirsi), gli storici stanno ben attenti a far notare che quella ragione non è la loro e implicitamente svalutano il genere divulgativo in quanto tale.
     La divulgazione è reputata un genere a sé (non è considerata un modo, una funzione della storia), verso la quale sconta una connaturata inferiorità conoscitiva per il “riprovevole” gusto del sollazzo.
     In realtà non ci sono invalicabili confini, steccati o barriere tra saggi critici e scritti divulgativi come invece Habermas (7) teorizzava e, prima di lui, Cantimori pensava.
     Dal punto di vista scientifico l’unica differenza è tra opere d’invenzione e fantasia e opere di ricostruzione e investigazione onesta, secondo un metodo rigoroso, in cui si diano le prove di ciò che si afferma.
     Non mancano esempi di opere specialistiche scritte con “verve” d’espressione, grazia di forme e in bello stile o al contrario scritti di affermati e autorevoli membri dell’accademia, che appartengono formalmente al genere scientifico, che “fanno ridere” per l’inconsistenza dell’impianto metodologico, quando c’è, che sorregge tesi strampalate.
     Lo stesso vale per la divulgazione. Qui, a opere divertenti e ineccepibili sul piano scientifico – quando si riesce a ben tradurre in linguaggio comune quello specialistico, e a far comprendere con adeguati espedienti, come metafore, analogie, similitudini, confronti, concetti astratti – si contrappongono opere di pura invenzione, fantascientifiche dove è predominante l’intento dilettantesco.
     Costoro, scienziati per loro stessi (gli storici e il pubblico non s’incontrano perché i primi restano chiusi nelle loro specialità, non c’è lo sforzo di avvicinarsi e interessare la gente), pensano che non ci sia alcuna possibilità di conciliare rigore scientifico e belle lettere (agisce inconfessato il radicato pregiudizio dell’inimicizia delle due culture). Pensano che non si possa scrivere un saggio critico che sia pure piacevole a leggersi, che avrebbe come benefico effetto l’accrescimento del sapere storico presso il grande pubblico.
    In questo modo di vedere, in cui la cultura è scarsamente attiva e propositiva nel fecondare la società, è, ovviamente, assente una riflessione sui modi e sui mezzi di trasmissione del sapere storico, manca la considerazione sul suo “uso pubblico”.
     L’accademia si mostra autoreferenziale; lo storico, in quest’ottica, è un ricercatore di mestiere, puro e semplice mestierante, senza interesse per la divulgazione delle sue ricerche.
     Al fondo di tutto questo c’è una concezione aristocratica ed elitaria del compito, del ruolo, del sapere storico e della cultura nel suo complesso, per cui gli intellettuali e i centri culturali non irradiano all’esterno le conoscenze da loro elaborate, non impregnano la società del nuovo sapere conquistato.
     La sete di conoscenza, in questa teoria, è sedata alla fonte; il sapere non è un bene dispensato a tutti e alla portata di tutti, ma è per pochi e bisogna procurarselo; Atena superba e altera, non discende tra i mortali, come la “buona novella”, per elargire i suoi doni, ella, seduta in trono nella sua olimpica dimora, attende gli “iniziati” ai suoi “misteri”.
    Cantimori a tal proposito afferma: “Ha ragione Lei, caro Rossi, quando crede che non ci si debba scandalizzare se la gente legge poco di Franco Venturi, di Rosario Romeo, di Franco Catalano, di Renzo De Felice; intanto che razza di gente colta è, quella che non conosce e non cerca questi nomi? Che cosa dovrebbero fare? Mettere copertine vistose ai loro libri? Svelare i segreti della corte di Enrico IV? O le manie particolari di Aristide Briand? O gli intrighi spionistici del Casanova?”. (8)
     Tuttavia il buon Rossi, giornalista di mestiere, si smarcava con nettezza da Cantimori, che liquida la divulgazione come un sottogenere al più, un sottoprodotto avariato della storia che rappresenta lo scadimento dello studio e della ricerca nel pettegolezzo, nello scandalo e nel sensazionalismo giornalistico, quando intimava i giovani storici a scrivere meno saggi e più libri di storia “per contribuire a divulgare la cultura storica utile allo sviluppo della coscienza civile e politica degli Italiani” (9), e con animo allarmato denuncia la deplorevole divaricazione tra accademia e società: “Molti editori affermano che il pubblico preferisce di gran lunga i libri di divulgazione storica ai saggi […] Nelle Università viceversa si continua ad insegnare a capire la storia con la problematica storiografica, con le fonti e le ricerche documentarie. Il prodotto ideale di queste ricerche universitarie dovrebbero essere i libri di storia scritti bene e seriamente informati […] Se gli storici accademici, se i sociologi, se gli economisti sentissero maggiormente l’importanza di essere presenti nella cultura militante, nel giornalismo, probabilmente sarebbero stimolati a scrivere libri di storia, di divulgazione economica, di facile lettura ed istruzione per tutti. Siamo ancora al punto critico: tra le eccellenti ricerche di Nino Valeri sull’età giolittiana e il “Ministro della buona vita” di Giovanni Ansaldo, la maggior parte della gente colta preferisce istruirsi sullo statista piemontese leggendo quest’ultimo” (10).
     La vicenda del manuale andato in fumo, scritto e ripudiato dal suo autore, è emblematica dello scollamento tra cultura scientifica e società, dettata da una profonda incuranza e scarsa importanza attribuita dai dotti alla divulgazione, come se si trattasse di una “volgarizzazione”, di un inammissibile scadimento culturale, in stile grosso, storpio e smilzo di contenuto.
Stavolta non c’è accordo tra i due amici, mentre uno sostiene la necessità di accorciare sensibilmente la distanza tra cultura alta e società, l’altro mantiene una posizione più tradizionalista e conservatrice, schierandosi con un’accademia sorda che non sente come propri i problemi della divulgazione, verso cui appare impermeabile.
     Gli uomini di cultura insensibili al valore della divulgazione appaiono un po’ come le divinità della filosofia epicurea, del tutto indifferenti alle umane vicende, come se fossero indegne dei loro sguardi e della loro attenzione, mentre Momigliano, nella sua prometeica missione di conoscenza, sembra al contrario indossare i panni del sommo poeta epicureo Lucrezio, che riveste di versi l’ostica materia filosofica per far apprendere la dottrina del maestro ai Romani, come si fa, ancora ai tempi nostri, con i fanciulli quando per ingoiare la medicina amara la si addolcisce con una goccia di miele.
     Nonostante questa preoccupazione divulgativa, confinata pur sempre all’interno della disciplina e del mestiere, Momigliano resta distante, con l’eccezione delle trasmissioni radiofoniche antifasciste, dall’intellettuale “modello Zola”, impegnato socialmente e civilmente, che prende posizioni pubbliche su questioni d’interesse pubblico.
     Il tipo d’uomo di cultura che non solo non è servo del potere ma anzi è paladino della libertà della cultura, ed “è uno che non si fa gli affari suoi: ossia, si fa gli affari di tutti, della comunità; insomma, egli coltiva non soltanto il suo giardino, ma si occupa dei problemi della polis” (11).

 

Pierpaolo Lauria

 

1. L. Polverini (a cura di), Arnaldo Momigliano nella storiografia del Novecento, Storia e Letteratura, Roma, 2006, p. 94.
2. L. Polverini (a cura di), cit., p. 18.
3. D. Cantimori, Studi di storia, vol. III, Einaudi, Torino, 1959, p. 745.
4. D. Cantimori, Conversando di storia, Laterza, Bari, 1967, p. 165.
5. D. Cantimori, cit., p. 5-6.
6. D. Cantimori, cit., p. 176.
7. J. Habermas, "L'uso pubblico della storia", in G. E. Rusconi (a cura di), Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e l'identità tedesca, Einaudi, Torino, 1987.
8. D. Cantimori, ibidem.
9. D. Cantimori, cit., p. 6.
10. D. Cantimori, cit., pp. 168 e 170.
11. A. d'Orsi, Intellettuali e potere, “CosmoPolis”, II, 2/2007.

Fonte: Storia & Storici
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