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Roberto Moro
La "seconda Repubblica" e l'esplosione del debito pubblico
Il 60% del debito attuale si è accumulato negli ultimi vent'anni
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Quanto è vero che stiamo subendo una "pesante eredità"?

Si devono al giornalista economico Oscar Giannino, liberale alla Hayek, alcuni calcoli interessanti sull'andamento del debito pubblico italiano dal 1946 ad oggi. L'ammontare del debito pubblico, che vola verso i 2.000 miliardi di euro, è unanimemente indicato come fardello per la crescita economica e come minaccia sulla stabilità finanziaria ormai non solo italiana, ma europea. Riferirsi al debito pubblico è ormai divenuta una comoda scappatoia dialettica quando, nei dibattiti politici, piovono accuse incrociate di immobilismo: comoda perché, nel senso comune, una propaganda lungamente protratta è riuscita a creare la convinzione che il debito pubblico italiano sia una "pesante eredità", creata "nella prima Repubblica" dal "consociativismo", che ora gli eroici governanti della virtuosa "seconda Repubblica" si troverebbero a dover fronteggiare loro malgrado. Si potrebbe per inciso notare che la classe politica e dirigente della prima Repubblica si è trasferita nella quasi totalità nella cosiddetta seconda Repubblica. Comunque i calcoli di Giannino mostrano platealmente che la maggior parte del debito pubblico italiano si deve proprio agli ultimi vent'anni di storia, e in particolare ai governi Berlusconi, cioè quelli più impegnati nel condannare - a parole - l'eccesso di spesa pubblica e nell'invocare drastiche cure dimagranti per lo Stato, rimproverando ogni male ai "governi di sinistra degli anni '70 e '80".

 

La parola ai numeri

La forza dell'analisi sta nell'immediatezza del dato prescelto come indicatore: l'accumulo medio giornaliero di debito pubblico, espresso in equivalenti euro di oggi. Ebbene, durante l'intera prima Repubblica dal 1946 al 1992 l'Italia ha accumulato giornalmente una media di 49 milioni di euro di debito. Questa cifra schizza a ben 285 milioni di euro durante i cosiddetti "governi tecnici" del '92-'94, quando l'Italia si trovò ad affrontare una gravissima crisi monetaria e la sfida di rimanere in qualche modo agganciata al treno europeo. Con il primo governo Berlusconi, però, quello del "vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo creare insieme un nuovo, grande miracolo italiano", il debito pubblico accumulato giornalmente arriva al record storico assoluto di 330 milioni di euro: più del sestuplo della media della prima Repubblica, quella degli uomini "legati a doppio filo ad un passato politicamente ed economicamente fallimentari" - sempre per riprendere il discorso della "discesa in campo" del '94. A seguito della defezione di Bossi il governo cade prima della fine della legislatura e, con le elezioni del 1996, si forma il primo governo Prodi che accumula un debito di 96 milioni di euro al giorno (meno di un terzo del governo Berlusconi I, ma pur sempre il doppio della media 1946-1992), seguito dal governo D'Alema che riesce a contenere la cifra a 76 milioni al dì. Caduto D'Alema per la sconfitta alle regionali del 2000, con Amato l'accumulo di debito ricomincia a lievitare portandosi a 124 milioni di euro giornalieri. Su questa stessa cifra si assestano il secondo e terzo governo Berlusconi fra il 2001 e il 2006: in ogni giorno in cui vengono promesse riduzioni delle imposte e cure dimagranti per lo Stato, per altri cinque anni consecutivi, l'Italia accumula 124 milioni di euro al giorno di debito. Con il ritorno di Prodi fra il 2006 e il 2008 si scende a 97 milioni di euro, praticamente la stessa media del suo primo governo ulivista. Nel 2008, con il ritorno della coalizione PDL-Lega, nonostante lo sbandierato rigorismo del ministro Tremonti, la media giornaliera di nuovo debito è pari ben 217 milioni di euro, vale a dire quasi il doppio rispetto alla già alta cifra della legislatura 2001-2006. I conti son presto fatti: del debito attuale che grava sull'Italia, più del 60% è stato creato durante la seconda Repubblica e dunque non è affatto una "pesante eredità", bensì il risultato della scelta deliberata di intercettare e mantenere il consenso attraverso il metodo della spesa pubblica, e in misura ancor maggiore della non certo virtuosa prima Repubblica. 

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