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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Pierpaolo Lauria
La ragione picaresca
Avventure ed imprese dell’epistemologia della storia
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La storia è una scienza? Le scienze sono storiche? Una, nessuna, centomila verità nelle discipline storico-scientifiche? Da questi punti nevralgici e interrogativi muove questa riflessione in cerca di una qualche risposta. Tutto cominciò con uno tsunami alla confluenza di due secoli, uno lungo e l’altro breve per inversione di proporzione. In un’atmosfera inverosimile d’incredulità generale le scienze furono scosse dalle fondamenta. Un giovane, che sarà un gigante con l’andar del secolo, Albert Einstein, scopriva, in quel crocevia epocale, la relatività, che già la geometria si era scissa da Euclide ed era dietro l’angolo, a un sol passo Heisenberg e la sua rivoluzione in nome del principio d’indeterminazione. In quest’epoca straordinaria di crisi e d’oro, l’epistemologia razionalista italo-francese riconobbe i tratti umani e le vene perdute del tempo nella scienza. Vide, con occhio di lince, nel suo parco giochi, un altalena dondolare tra ragione ed esperienza. Sull’altalena, che non ha padroni, stanno sicuri gli scienziati della natura, salgono comodamente anche quelli del vivente, e senza paura prendono posto pure quelli dell’uomo, come ci hanno insegnato due grandi storici: Gaetato Salvemini e Arnaldo Momigliano. La scienza è questo gioco, a cui prende parte anche l’arte. Fantasia ed immaginazione la spingono a nuovi voli e a più alte cime di conoscenza. Il gioco scientifico, al pari degli altri, è difatti composto da ruoli e parti. Ragione ed esperienza, estetica ed etica sono tutti giocatori della grande e interminabile partita della scienza.
***

[scheda antologica a cura dell'autore]

 

L’apertura della ragione – La scienza in movimento- Il ponte sullo stretto – Il mortal nemico della storia – Salvemini – Momigliano: la storia è scienza

 

L’apertura della ragione

 [...] L’apertura della ragione, data dall’immersione completa nel fiume della storia, non ci sono “talloni che tengono”, le permette di volgersi in ogni direzione. L’ago della bussola della ragione fissa si smagnetizza e lo strumento di navigazione, non più ipnotizzato dal “cardinale” dei punti del quadrante, il Nord, comincia a girare impazzito, in ogni direzione, l’orientamento infranto si guarda attorno disorientato, si gira pure a Ponente, si volge anche a Settentrione, mira finalmente il Meridione, sfoglia tutti i petali della rosa dei venti e prosegue ben oltre su inediti percorsi, mai segnalati e tracciati su carte, mappe e mappamondi; libera da “fissazioni” e senza padroni si fa picaresca, girovaga, vagabonda, e in pari tempo stravagante, eccentrica ed estroversa; si assiste a un’esplosione pirotecnica di vitalità dopo una lunga repressione nell’imbuto stretto e ottuso della fissità.
     Allora concepisce nuovi pensieri, che sono sentieri che si diramano nell’ignoto, e sperimenta l’impensato. Forzando all’estremo l’esperienza, la mette perfino brutalmente alle corde, benché spesso questa se ne liberi e rimandi con gli interessi le spinte al mittente, in un interminabile e inesauribile rapporto di azione e reazione nel campo di lotta corpo a corpo tra esperienza e ragione.
      Per lo scienziato epistemologo F. Enriques, uno degli esponenti di punta della corrente del “razionalismo sperimentale”, espressione di suo pugno, in cui la ragione corsara si sottopone all’ordalia dell’esperienza, la scienza va intesa come interminabile dialettica tra queste due istanze, presunte inconciliabili. Da molti sono pensate avversarie tutte prese a surclassarsi, o forse meglio sarebbe dire ad annientarsi, nel perseguimento dei loro piani egemonici e totalitari. Per Enriques invece “il processo costruttivo della Scienza può paragonarsi al moto di un’altalena, che colui che vi è sospeso tenti di spingersi il più avanti possibile; ad ogni spinta in avanti corrisponde un’oscillazione per cui diviene più pronunziato anche il movimento all’indietro, e ciò rende più efficace la spinta. La Scienza riguardata nel suo aspetto genetico non sale soltanto ad una obbiettività sempre maggiore, ma per contrasto spinge a vette più eccelse la subiettività delle rappresentazioni, che sono il suo modo di conquista”. (pagg. 27-28)

 

Il movimento della scienza.

 […] La “revisione della ragione” si apre a cavallo tra i secoli XIX e XX, dopo gli sconquassi provocati dalla “crisi dei fondamenti” (salutare e benefica per la presa di coscienza della storicità della ragione e per l’apertura della scienza). Una crisi innescata dall’insurrezione delle geometrie non unte da Euclide, quelle di Gauss, Bolyai, Lobacevskij, Riemann (è proprio l’insospettabile mondo perfetto dei numeri che comincia a fare dispetti e capricci, a mostrare, per primo, crepe e sorprese: era pazzesco, ma “i numeri davano i numeri”). E la crisi si aggravò con la fisica “eretica”, relativista di Einstein (1905) e indeterminista di Heisenberg (1927), che causò il crollo dell’impero universale, fondato da neanche tre secoli dai “Cesari” Galileo e Newton, che conquistarono e distrussero la tirannide millenaria degli “Augusti” Euclide e Aristotele, e si mutarono, ben presto, loro malgrado a loro volta, come talvolta accade, in dittatori (non per colpa loro, ma delle frange più fanatiche di seguaci, sempre in cerca di idoli da venerare).
      Il nuovo regno – nonostante non nascesse su terra consacrata e sotto auspici divini, né d’altro canto desiderasse benedizioni di rito, puntando sulle sue sole forze - prometteva, ad ogni modo, di durare anch’esso per l’eternità.
      Invece, dopo non molto, fu ridimensionato e relegato a provincia, a contea di un nuovo assetto istituzionale repubblicano e democratico, senza centro e senza alcuna velleità di immortalare la propria giovinezza, mandando in frantumi le solide certezze dello scientismo vanitoso (epistemologia positivista) che, per nulla inscritte sulla dura e duratura roccia, si rivelarono nient’altro che fragili castelli di sabbia disciolti dalle mareggiate e in balia dei venti.
      Tutto è in vorticoso sommovimento, inaudito e scandaloso. A molti gira la testa e viene il “mal di mare in terra ferma”: le fondamenta sprofondano; i punti fermi si muovono a piacimento, spostandosi per conto loro e come pare a loro, in direzioni incredibili, senza rispettare obblighi di leggi e seguendo strane e impensabili traiettorie; i principi primi non primeggiano e i capisaldi sono malfermi; ciò che appariva limpido e chiaro, ora sembra confuso e offuscato; tutto si mescola e la miscela è esplosiva per gli assetti fissi del sapere. Il mondo è in avaria; sembra un inarrestabile pandemonio senza fondo, in preda al caos, e la mattanza regna sovrana.
Il grido d’allarme per arrestare un mondo fuggiasco che si sente in ogni dove, si tramuta in alcuni ambienti in sentenza inappellabile: “Bancarotta della ragione”, espressione ad effetto coniata da F. Brunetière.
      La scienza è in liquidazione, poiché ormai non garantisce più “in assoluto su niente”, e un nuvolo di corvi spiritualisti e irrazionalisti, che non aspettava altro, si getta sulla “carogna abbandonata”.
      Il mondo che si pensava imperituro, ieri, oggi e nel domani, paurosamente oscilla e vacilla, nella perdita di certezza. Molti quindi pensano di rifugiarsi nel “Dio salvagente” dei disperati momenti.
     La vertigini del vuoto atterriscono, angosciano gli animi e riempiono la gola di acida amarezza: anima e corpo sono travolti.
Tossine ansiogene penetrano e pervadono le coscienze, non solo quelle più delicate e sensibili dei sapienti, ma anche quelle grossolanamente insipienti degli ingenui: il terremoto è così forte che è sentito perfino dai sordi.
La scienza, impaziente di superarsi, non si accontenta di niente, perché eternamente insoddisfatta dei traguardi raggiunti, e insorge e si rivolta al trattamento di restrizione teorica e alla cattività in cui è tenuta dallo scientismo filosofico, mostrandosi invece “anarchica”, disordinata e indisciplinata, non curandosi affatto dei precetti e degli editti della filosofia maestra in affanno, che non tiene il passo troppo accelerato dei progressi.
     Quest’ultima è disorientata e raggelata dall’alto tradimento del tutto inaspettato (la fiducia nell’obbedienza della fida ancella era cieca). Essa vive l’insubordinazione come una cospirazione dell’ingrata scienza, che lei aveva generosamente elevato al rango più alto del sapere umano.
     Tuttavia la filosofia corre ai ripari ed è la storia che sorregge e puntella la scienza traballante. La crisi, grazie alla storia, viene superata; si tratta in sostanza di una risposta agli assolutisti, agli estremisti e ai fondamentalisti fanatici e dogmatici, facendo ricorso alla bistrattata scienza cenerentola, inesatta e incerta per definizione (è il suo riscatto tanto agognato, un’ironia della sorte che fino allora era stata malevola e l’aveva avversata).
Si diluisce la verità nel fluido scorrere del tempo: la storia della scienza mostra ampiamente come il suo processo sia dinamico e aperto, molteplice e plurale, pervaso da successi e da sconfitte, da conflitti e controversie.
     La storia dà ragione del mutamento che attraversa la scienza in lungo e in largo, in tutte le sue branche; rende conto della sua fallibilità e della dialettica inesauribile tra ragione ed esperienza che ne è a fondamento. (pagg. 30-32)

 

Il ponte sullo stretto

[…] Nonostante qualche strumentale e funzionale distorsione di convenienza filosofica, a questo punto, sull’abissale fossato che separava storia e scienza si monta un ponte permanente e la storiografia può entrare finalmente a pieno titolo, da cittadina, dopo lunghe ed estenuanti “battaglie civili” e sacrosante rivendicazioni, nella cittadella rifondata della scienza Non più dunque, come talvolta tentò di fare, con sortite da bandita e travestita secondo i rigidi costumi e la dura disciplina praticata dai severi abitanti precedenti: se la scienza è storica, anche la storia può essere scienza.
     Così Minerva, la scienza, dopo lungo peregrinare nel deserto atemporale, ritorna finalmente, figliol prodigo, nelle braccia di Clio.
     Il complesso d’inferiorità che faceva arrossire e vergognare la Musa, per le sue incertezze e “mollezze”, davanti alle sicurezze delle scienze pomposamente esatte e dure è ormai superato alla luce di questi straordinari rivolgimenti.
      I nei e i difetti volgari di un tempo, che aveva cercato inutilmente di coprire con palliativi, belletto e rossetto, e rimedi tanto inefficaci quanto risibili, sono ora punti di forza, in una prospettiva epistemologica di conoscenza aperta e approssimata: è l’“apertura”, infatti, che consente alla storia di entrare, a testa alta, alla corte del castello della scienza dal portone principale, da dove, altre volte, la stirpe di Cartesio, i nobili del palazzo, l’aveva sempre giudicata plebea e villana, indegna di essere loro compagna, guardandola dall’alto in basso in tono di ribrezzo, con commiserazione e disprezzo, scacciandola e mettendola ripetutamente alla porta.
     La storia, per essere considerata una scienza a tutti gli effetti, non deve più cambiarsi i connotati, snaturarsi per ridursi a geometria, rinsecchirsi in misure di piani, linee e punti, inseguendo stralunate metamorfosi, rinunciando alla sua “umanità”, che è il suo patrimonio d’esperienza accumulato in secoli di onorata attività.  L’inflessibile e spartano statuto scientifico si attenua e siammorbidisce, s’indebolisce. La scienza si riconosce nella storia ed è anch’essa, con suo grande stupore, attività umanistica (anche quando verte sulla natura) e fallibile impresa di costruzione, mediata linguisticamente.
     Come in ogni impresa che si rispetti, cavalleresca e militare, imprenditoriale e commerciale, il rischio è la sua ombra, il successo la speranza, lo spauracchio il fallimento. (pagg. 33)

 

Il mortal nemico

[…] Ciò che è davvero inaccettabile sono le conclusioni radicali del linguistic turn e del fondamentalismo narrativistico in genere: l’eliminazione di qualunque prova di fatto (se compare nominalmente è un ornamento del discorso, un grazioso decoro in ricordo della prova sparita, un mero artificio retorico) e la conseguente scomparsa della verità.
     Con la verità in fumo, si dà il via libera al vespaio delle interpretazioni equivalenti, al livellamento delle opinioni contraddittorie, alla parità delle posizioni che pattono, agli antipodi in conflitto (chi a levante, chi a ponente rivendica ragione da vendere): l’ago è nel pagliaio, e nel campo della storia, che dopo lunghe lotte aveva conquistato le sponde della scienza, tutto è cupo, torbido e confuso.  Soppresso il confine tra narrazioni di storia e finzione, proscritta la verità provata, esiliati i fatti accertati, nel mare piatto dell’indifferenza ogni sorta di corbelleria torna a galla e proclama l’uguale dignità nel regime di finzione universale.  Una conseguenza immediata cui porta questa situazione è la sovversione dello scopo della storia che. da conoscitivo, non escludendo il “bello stile” si converte in estetico-voluttuario esclusivo. Non potendo dire niente di vero, la storia sembra non servire ad altro che a scacciare i pensieri e a suscitare diletto e piacere.
     A questo ritorno al “valore puramente letterario della ‘historia’ come “fabula”, da cui agli uomini proviene “voluptas, iucunditas”, che risale all’antichità, può subentrare quello, in apparenza affine, ma in realtà molto più nefasto e pericoloso, della retorica.  Tutto sommato nella prima concezione, sebbene la storia, imbavagliando il vero, sia dirottata in poesia, il fine resta sopra un piano disinteressato (non si propone di ottenere alcun effetto nell’azione e ricadute pratiche immediate), ma non innocente moralmente. Torcendo fino all’estremo il ragionamento in questa direzione, la Shoah e l’inverso, lo sterminio dei nazisti da parte degli ebrei, sono entrambi racconti di fantasia: Primo Levi, autore di Se questo è un uomo e Quentin      Tarantino, regista di Bastardi senza gloria sono tutti e due abili affabulatori.
     L’assimilazione della storia alla retorica di matrice nichilista implica un fine utilitaristico ancora peggiore del “sano diletto”. La negazione della verità scientificamente accertata permette la sua sostituzione, sul piano pratico, con una verità conveniente agli interessi che si perseguono al momento attraverso le armi della propaganda e gli inganni della retorica. Eclissata la verità scientifica, può sorgere indisturbata su tutto l’orizzonte la pseudoverità retoricamente costruita, che si afferma socialmente non con il sostegno di prove e argomenti ma con l’arte della persuasione, del raggiro e della fascinazione delle parole al miele, che fanno pendere i golosi ‒ che non ci vedono più con gli occhi della ragione critica ‒ dalle labbra degli oratori. La sua virtù è l’efficacia, vale a dire la sua capacità di seduzione e di essere creduta e ritenuta vera, laddove invece nella scienza è supremo requisito il superamento di ardue prove.
     Siccome il narrativismo ha perso le tracce della verità appurata e connotata scientificamente, nella foresta delle finzioni, imbrigliata nel racconto, al posto della verità-scienza, il potere indisturbato, agevolmente e senza più intralci di sorta, ha buon gioco e mani libere nell’imporre la sua verità con la forza, oppure, prevalgono, approfittando della ghiotta occasione, le versioni della conoscenza retoricamente più efficace.
     Ciò che è davvero inaccettabile sono le conclusioni radicali del linguistic turn e del fondamentalismo narrativistico in genere: l’eliminazione di qualunque prova di fatto (se compare nominalmente è un ornamento del discorso, un grazioso decoro in ricordo della prova sparita, un mero artificio retorico) e la conseguente scomparsa della verità.
     Con la verità in fumo, si dà il via libera al vespaio delle interpretazioni equivalenti, al livellamento delle opinioni contraddittorie, alla parità delle posizioni che pattono, agli antipodi in conflitto (chi a levante, chi a ponente rivendica ragione da vendere): l’ago è nel pagliaio, e nel campo della storia, che dopo lunghe lotte aveva conquistato le sponde della scienza, tutto è cupo, torbido e confuso.  Soppresso il confine tra narrazioni di storia e finzione, proscritta la verità provata, esiliati i fatti accertati, nel mare piatto dell’indifferenza ogni sorta di corbelleria torna a galla e proclama l’uguale dignità nel regime di finzione universale.  Una conseguenza immediata cui porta questa situazione è la sovversione dello scopo della storia che. da conoscitivo, non escludendo il “bello stile” si converte in estetico-voluttuario esclusivo.  Non potendo dire niente di vero, la storia sembra non servire ad altro che a scacciare i pensieri e a suscitare diletto e piacere.
     A questo ritorno al “valore puramente letterario della ‘historia’ come “fabula”, da cui agli uomini proviene “voluptas, iucunditas”, che risale all’antichità, può subentrare quello, in apparenza affine, ma in realtà molto più nefasto e pericoloso, della retorica.
     Tutto sommato nella prima concezione, sebbene la storia, imbavagliando il vero, sia dirottata in poesia, il fine resta sopra un piano disinteressato (non si propone di ottenere alcun effetto nell’azione e ricadute pratiche immediate), ma non innocente moralmente.  Torcendo fino all’estremo il ragionamento in questa direzione, la Shoah e l’inverso, lo sterminio dei nazisti da parte degli ebrei, sono entrambi racconti di fantasia: Primo Levi, autore di Se questo è un uomo e Quentin    Tarantino, regista di Bastardi senza gloria sono tutti e due abili affabulatori.  L’assimilazione della storia alla retorica di matrice nichilista implica un fine utilitaristico ancora peggiore del “sano diletto”.
     La negazione della verità scientificamente accertata permette la sua sostituzione, sul piano pratico, con una verità conveniente agli interessi che si perseguono al momento attraverso le armi della propaganda e gli inganni della retorica. Eclissata la verità scientifica, può sorgere indisturbata su tutto l’orizzonte la pseudoverità retoricamente costruita, che si afferma socialmente non con il sostegno di prove e argomenti ma con l’arte della persuasione, del raggiro e della fascinazione delle parole al miele, che fanno pendere i golosi ‒ che non ci vedono più con gli occhi della ragione critica ‒ dalle labbra degli oratori.  La sua virtù è l’efficacia, vale a dire la sua capacità di seduzione e di essere creduta e ritenuta vera, laddove invece nella scienza è supremo requisito il superamento di ardue prove.
     Siccome il narrativismo ha perso le tracce della verità appurata e connotata scientificamente, nella foresta delle finzioni, imbrigliata nel racconto, al posto della verità-scienza, il potere indisturbato, agevolmente e senza più intralci di sorta, ha buon gioco e mani libere nell’imporre la sua verità con la forza, oppure, prevalgono, approfittando della ghiotta occasione, le versioni della conoscenza retoricamente più efficace. (pagg. 87-89).

 

 Salvemini – Momigliano: la storia è scienza

 […] In conclusione sia Salvemini, sia Momigliano sanno che dal loro osservatorio girevole, entro i limiti del loro universo mentale, determinato e condizionato dalla loro cultura, dalla posizione sociale e, più in generale, dalla loro collocazione nella storia, di volta in volta scaturiscono i progetti e le direttrici delle loro ricerche.
     Queste frecce del loro arco talvolta colgono nel segno, altre volte sono fuori bersaglio, altre ancora si perdono nel vuoto.
     Essi sono lontani dalla “superficialità” empirista che pensa candidamente di poter estinguere, con un batter di ciglia, il guastafeste dell’osservatore, per lasciare spontanea e libera parola ai fatti genuini, innocenti e immacolati.  Ma sono altrettanto distanti dalle illusioni idealiste, basate sulla credenza in fatti vuoti e senz’anima, innocui e inermi, che non reagiscano alle provocazioni, per cui è lo storico che rompe il silenzio e parla al posto loro.  Costoro credono che i fatti siano muti (invece stanno solo zitti, non sono omertosi, e parlano, educatamente, se interrogati).
     La scienza che rivendicano si fonda sul dialogo tra ragione ed esperienza; su un dinamismo aperto, su una dialettica storica e inesauribile tra soggetto e oggetto, tra problema e documento, tra storico e fonte.  Lo sforzo generoso dello storico è valorosa e inesausta lotta per cercar di strappare alla luttuosa dimenticanza squarci di vita trascorsa, ma alle volte il riflettore dello storico non riesce a penetrare l’intimità dell’avaro passato, arrestandosi alla sola superficie: i suoi fasci di luce si sperdono ingoiati dall’oscurità; altre volte ne illumina solo piccole porzioni, con suo grande rammarico e frustrazione, perché l’ingeneroso oblio trattiene a sé il grosso e non restituisce nient’altro che pulviscolo di membra, corpi sminuzzati, brandelli sfilacciati.
     Il tempo storico (la multiforme realtà) è sempre pieno di contrattempi, è qualitativo, aspro, scorre in modo irregolare, si fa disomogeneo e molteplice, diviene difforme e irripetibile: ogni istante, attimo e singolo momento differisce, a volte di poco, quasi in modo impercettibile, dall’altro, da quello che segue in successione; al contrario di quanto avviene nel tempo della fisica newtoniana, in cui tutti gli istanti sono uguali e l’uno è all’altro pure indifferente (monotona ripetizione dell’identico).  L’agile vascello della sua immaginazione, delle sue ipotesi e teorie, affrontando la “Scilla e Cariddi” della documentazione, rischia, in questo mare agitato del tempo, di affondare a ogni passo, d’incagliare e di spezzarsi, come un gracile fuscello, travolto dagli “spasmi della tempesta”, inabissandosi, davanti agli scogli del passato, nei fondali smemorati del mare.
      Questo è il caso limite e peggiore per i corsari della memoria, quando la documentazione non dà risposte alla curiosità dello storico e le domande restano deluse: il passato che si cerca come l’isola del tesoro non ha lasciato segni di sé. Si scopre quindi amaramente che l’isola non c’è.  L’orco della storia continua ad andare a caccia di “uomini che passano”, che camaleonti “cambiano pelle” in ogni momento e ciò nonostante “tiene il passo”, leggendo segni, decifrando tracce, riconoscendo nuovi indizi, aguzzando l’ingegno.
     Certo, sulla verità lo storico, come d’altra parte nessuno dei ricercatori di questo mondo, non può fare la voce grossa e neanche scriverla con la maiuscola, dovrà piuttosto accontentarsi d’inseguirne tante, sciami di lucciole nell’oscurità, che rendono, però, il lavoro sempre nuovo e stimolante. Di nuovo c’è, pure, che si è fatta strada una maggiore e più profonda consapevolezza da parte della storia di potersi considerare una scienza a tutti gli effetti, senza più flagellarsi per somigliare, “disordinata e sgraziata” com’è, a taluna o a talaltra scienza disciplinata e composta fra i banchi della regolarità. Il complesso d’inferiorità che l’assillava sembra superato. Per lo meno in alcuni ambienti è lontano ricordo.
      A tutto ciò ha dato un contributo decisivo l’epistemologia razionalista del primo Novecento, che ha introdotto il movimento storico nella scienza senza tempo attraverso la dialettica di ragione ed esperienza.
      Salvemini e Momigliano si sono dimostrati, in questo senso, storici aperti e interessati alle discussioni epistemologiche sulla storia che si svolgevano ai loro tempi.   Essi hanno sostenuto, ciascuno a suo modo, la costituzione di una storia scienza con una propria dignità, in grado di raccontare non verità ultime, ma senz’altro verità storiche. (pagg. 122-124)

 

Pierpaolo Lauria

 

Indice del volume

Prefazione: Verità storiche di Enrico Castelli Gattinara – Introduzione In verità storici – Capitolo I La storia è una scienza che racconta fatti veri – Capitolo II Un confronto tra storici su scienza e verità. Il caso Salvemini-Momigliano – Bibliografia

 

Pierpaolo Lauria
La ragione picaresca
Avventure ed imprese dell’epistemologia della storia

 

Armando editore
2011

Storia&storici è diretto da Roberto Moro
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