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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Angelo d'Orsi
L'Italia delle idee
Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia
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Il volume di Angelo d'Orsi risale lungo le correnti del pensiero politico italiano, ne indaga testi e autori di riferimento e cerca di restituire la temperie culturale di ogni stagione politica dall'unità ad oggi. Lo sguardo dell'autore, professore dell'università di Torino, è vigile nel cogliere e nel segnalare i rimandi fra strutture discorsive, figure retoriche e luoghi comuni dialettici che si susseguono e si aggiornano di decennio in decennio. Ne emerge l'immagine di un Paese in cui le istituzioni della democrazia nel senso più moderno sono perennemente gracili ed esposte, con fondamenti incerti nel sentire comune del Paese. Dal sorgere del chiassoso nazionalismo interventista alla finta modernizzazione del ventennio mussoliniano, passando per la pronta "normalizzazione" postbellica delle istanze di rinnovamento di origine resistenziale, si approda alla vicenda dell'Italia repubblicana e agli esiti infelici dell'avventura neopopulista.
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[scheda antologica a cura di Andrea Spanu]
 
1896-1908. Contro la "sentimentalità democratica"
 
La "minoranza organizzata" che è la classe politica, può valersi, nell'amministrazione della macchina pubblica, sia di un principio liberale, sia autoritario; può accentrare o decentrare il potere; conte il principio: Mosca insiste sull'organizzazione. Egli, anzi, ci appare uno dei rappresentanti del moderno pensiero organizzativistico; ma riconosce un notevole significato, per una ottimale gestione del potere da parte della minoranza, non soltanto alle qualità specifiche della classe politica e non solo alle capacità di organizzazione, ma altresì al suo grado di rappresentatività e al suo disinteresse. Governare, insomma, è cosa che si fa all'insegna dell'interesse pubblico, a cui corrisponde il disinteresse privato. Più è alto il tasso di disinteresse degli amministratori e più elevata è la qualità individuale dei suoi membri, più una classe politica può durare con un potere stabile. Mosca coglie e sottolinea l'importanza della "formula politica", ossia il discorso ideologico di cui la classe politica si avvale per legittimare agli occhi delle moltitudini il proprio potere. Ma anche la giustificazione del potere - ci intendere l'autore - non può essere menzogna; deve fondarsi su qualche che è alla fin fine "un principio morale". Vedremo che il percorso di ricupero da parte di Moca dei valori della democrazia liberale giunse a compimento all'indomani dell'ascesa di Mussolini al governo ,assumendo tratti di implicita autocritica. Ma intanto, in quel travagliato momento storico, le teorie del palermitano - che qualcuno, un po' enfaticamente, e forse sbagliando, ha chiamato "il Burke italiano" - portarono acqua al mulino dei movimenti di opinione basati sull'aspro rifiuto o su una sorda resistenza alla democrazia, che, evidentemente, per Mosca non è quel processo inevitabile di cui oltre un secolo prima aveva parlato Tocqueville: autore del resto poco noto a Mosca o da lui per nulla considerato [...]. (pagg. 59-60)
 
1911-1918. Da Tripoli a Vittorio Veneto
 
La guerra in Libia, non a torto definita "guerra lirica", venne vissuta come una allegra scampagnata dalla gran parte dell'opinione pubblica, opportunamente guidata dalla stampa, e accompagnata dal teatro, dal cinema, dalle canzonette, appunto: Tripoli, bel suol d'amore è la più riuscita, la cui fama, anche grazia alla sonora orecchiabilità, ha travalicato il secolo, giungendo fino a noi. La stessa spensierata, mendacissima retorica della canzone costituisce una spia significativa del clima di surriscaldato entusiasmo, ma anche una riprova della pervasività del messaggio dei nazionalisti, costituitisi, come s'è visto, in Associazione, nel dicembre dell'anno precedente (1910, ndr), e dell'efficacia dei manipoli di futuristi, pochi, ma rumorosi e onnipresenti. Gli esaltatori della guerra, in definitiva, erano pochi, ma già esperrti di marketing politico, e ciò aumentava la loro potenza comunicativa. Ma, nel contempo, va aggiunto che essi intercettavano un sentimento diffuso, anche in ampi strati popolari. [...] Si stavano chiudendo i festeggiamenti per il primo cinquantenario del Regno: il nesso non fu trascurato almeno in talune delle manifestazioni pubbliche, e le celebrazioni dell'Unità finirono per essere non di rado mescolate a un rigurgito di romanità, che col senno di poi leggiamo come un inquietante precedente del discorso pubblico fascista [...] Nel 1911 la guerra "contro i turchi" - nell'espressione si evocava, implicitamente e talora esplicitamente, la memorai delle Crociate - fu presentata come generoso sforzo di esportazione della democrazia, oltre che della "civiltà" contro la "barbarie", e come si sarebbe fatto un secolo dopo, per l'Iraq di Samma Hussein, si disse che i sudditi del paese da invadere attendevano i nostri soldati come liberatori. Insomma, la Libia fu la fucina di discorsi di guerra, la forgia dove si formarono stilemi retorici che avrebbero compiuto molta strada. (pagg. 113-115)
 
1929-1939. La modernizzazione dell'oppressione
 
Gli aspetti più crudi del regime, che si manifestano pienamente già nel movimento mussoliniano delle origini (la violenza politica, l'odio verso la democrazia, il socialismo e il comunismo, il sopruso, il dispregio della legge, la prepotenza, l'elogio del manganello e dell'olio di ricino, l'esasperato virilismo, il razzismo...) non possono esser dimenticati, o sottaciuti, insistendo sul tema della modernizzazione, come larga parte della storiografia ha fatto negli ultimi tre decenni, almeno. Quella modernizzazione - peraltro contraddittoria, come è stato osservato - ha avuto un significato storicamente antiemancipatorio, nei confronti delle classi subalterne, profondamente antiegualitario, e sostanzialmente reazionario. Una rivoluzione in nome di un ferreo ordine gerarchico tra gli individui, le classi, i popoli, e, a partire da un certo momento (anche se non mancano gli agganci a preludi ben antecedenti al fatale 1938), tra le "razze". [...] A lungo l'antifascismo, nel dopoguerra, animato da una (comprensibile e, allora, condivisibile) volontà di una "resa dei conti", ha parlato di un "bluff"; i nostalgici del regime [...] si sono abbarbicati alla tesi della rivoluzione corporativa mancata, tradita, non attuata fino in fondo... Poi, revisionando revisionando, si è giunti a dare a quella esperienza un credito eccessivo, prendendola troppo sul serio; per avvicinarsi infine a una verità più storicamente fondata, negli studi recenti, che mettono in luce realtà e, soprattutto, mito del corporativismo; o detto altrimenti, le velleità della "soluzione corporativa", per usare una espressione cara a uno dei grandi teorici, il gentiliano Ugo Spirito. (pagg. 213-214)
 
1945 - 1956. Ricostruzioni, restaurazioni, rivoluzioni (mancate)
 
Grandi speranze si aprivano, che preannunciavano in realtà grandi fallimenti. [...] Anche chi aveva smesso di occuparsi di politica, chi non se n'era mai occupato, chi aveva perduto speranze e illusioni, si rianimò, sospinto da quella "generazione ribelle" che si era immolata, sacrificando vita o, quanto meno, amicizie, affetti, lavoro, per gettarsi generosamente nella mischia, in montagna o in città, nell'azione militare o nell'organizzazione, nella produzione e diffusione di testi clandestini, nel boicottaggio di fabbriche, negli attentati alle colonne tedesche e così via. Il lascito anche sul piano culturale, di quegli uomini e quelle donne, spesso giovani e giovanissimi, fu enorme: accanto all'epistolografia carceraria dell'antifascismo, [...] ora si produsse un nuovo straordinario repertorio di lettere dal carcere, in particolare dei condannati a morte; l'averli imposti talora a scuola come "libri di testo", l'averci imbastito spettacoli teatrali, l'averli cucinati, insomma, in molte, non sempre squisite salse, non ha tolto a quei testi neppure un grammo del loro valore: pedagogico e artistico. E a essi si fece spesso riferimento nell'azione volta a difendere la Resistenza, e i partigiani, dagli attacchi, che appunto, l'Italia che era stata fascista - attivamente fascista o passivamente tale - cominciò a portare su vari fronti, da quello giornalistico a quello parlamentare, fino a quello giudiziario. Fu l'Italia delle lapidi e delle commemorazioni, da un canto, l'Italia dei processi ai partigiani, e della denigrazione neofascista dall'altro; mentre gli uni tentavano di dar vita, sulla scia dell'8 settembre, inteso non come morte della Patria, bensì come suo corretto recupero, a un nuovo patriottismo costituzionale [...], gli altri tra nostalgismo, eterno moderatismo e, di lì a breve, un variegato "qualunquismo" - il neologismo connesso all'avvocato-commediografo napoletano Guglielmo Giannini - davano vita a un blocco culturale, oltre che sociale, capace di fermare quel vento del nord che spirava in direzione di un cambiamento epocale, diversamente da oggi, quando l'espressione potrebbe indicare a taluno mete tutt'altro che patriottiche, e tutt'altro che riformatrici, sebbene certamente di tale manto vestite. Discorsi, feste celebrative, lapidi: era l'Italia apparentemente vincitrice, ma sull'orlo della sconfitta da parte di quella nuova Santa Alleanza tra cattolici oscurantisti, liberali "moderati", monarchici (addirittura), postfascisti ben presto disvelatisi come neofascisti, e qualunquisti; l'altra Italia, quella dell'antifascismo e della Resistenza, a questo fenomeno - la "lotta di liberazione nazionale" - guardavano non soltanto con rispetto, ma con una sorta di religioso spirito di compenetrazione e di interazione. (pagg. 285-286)
 
1956 - 1991. I sommersi e i salvati
 
Una delle molle della contestazione studentesca e intellettuale fu la diffusa, crescente opinione sulla "Resistenza tradita". [...] Circolava insomma la sensazione della sconfitta e di ciò si faceva carico non tanto ai partiti al potere quanto a quello che avrebbe dovuto rappresentare la difesa a oltranza dei valori resistenziali: il PCI. Nel cui seno, del resto, non mancavano le contestazioni, anche sulla linea della difesa della Resistenza, vista soprattutto come "Vento del Nord", ossia istanza di forte cambiamento sociale. L'antifascismo, insomma, tornava d'attualità, e naturalmente a destra vi fu chi lo bollò come mero fenomeno "di moda". Fu generato dalla politica delle bombe che gruppi armati neofascisti posero in essere, con la complicità di quelli che furono chiamati "servizi deviati", di settori importanti dell'alta finanza e del ceto imprenditoriale, di alte gerarchie militari, e di parti dello stesso sistema politico. La riproposizione insistente e insistita dell'antifascismo, come ideologia politica, implicava, sia pure con gradazioni diverse, la teorizzazione della violenza, specie quando al sostantivo si accompagnava l'aggettivo "militante". E fu la genesi di una serie di filoni che sarebbero sfociati nella scelta suicida della clandestinità, della "lotta armata", talora della pratica terroristica. Una scelta sorretta da analisi a dir poco discutibili del mondo, e dell'Italia, espresse in gerghi al limite della incomprensibilità, fondati su orientamente di un rozzo manicheismo [...] (pagg.335-336)
 
Epilogo 1991-2011. Postdemocrazia all'italiana
 
[...] non pochi furono coloro che tentarono di evitare al popolo italiano di cadere nelle trappole del neopopulismo, sia territoriale leghista, sia mediatico berlusconiano, a cominciare da Indro Montanelli, che negli ultimi suoi anni divenne uno dei più temerari alfieri della critica al potere dell'autocrate, a Enzo Biagi, per indicare due giornalisti-scrittori che dissentirono pubblicamente dall'autocrate, e furono variamente puniti. Ed altri ancora, da Luigi Pintor a Edoardo Sanguineti, da Eugenio Scalfari a Franco Cordero, da Stefano Rodotà a Barbara Spinelli, da Luciano Canfora a Massimo Salvadori, da Gustavo Zagrebelsky a Luciano Gallino, da Giorgio Bocca a Paolo Flores d'Arcais, da Alberto Asor Rosa a Rossana Rossanda e, infine (ma ben più lungo potrebbe essere l'elenco) da Michele Serra a Marco Travaglio... Tuttavia essi, e con loro le tante voci critiche dell'Italia tra la fine del XX e il principio del XXI secolo, non governano la televisione, anche quando vi sono ospitati; non sono in grado di essere opinion leader paragonabili a personaggi di ben inferiore calibro, che nondimento finiscono per creare senso comune. Dunque, gli studiosi seri, i giornalisti coraggiosi, i commentatori liberi, sono sconfitti in partenza, o lo sono stati fino a qualche tempo fa: oggi, mi pare, grazie a loro, ma grazie anche a tanti minori, e maggiori personaggi dell'universo intellettuale, a tanti ragazzi e ragazze dell'università e delle scuola, a tanti insegnati e precari della ricerca, a tanti operai e operaie, e anche impiegati, galvanizzati dalla resistenza di Pomigliano e di Mirafiori, nuove idee circolano. Sono idee non solo di resistenza [...] ma di attacco. idee che arrivano nelle piazze, come la straordinaria manifestazione del 13 febbraio 2011, delle donne, per le donne, ma anche degli uomini, per gli uomini: contro la volgarità governante di Silvio Berlusconi, la sua reificata concezione della femmina di cui, per riprendere le proverbiali parole del suo intelligentissimo avvocato difensore (uno dei tanti), egli si pone come "utilizzatore finale". [...] Chi parlò, molto tempestivamente, di "telefascismo", in relazione a Berlusconi, al potere da pochi mesi, non fu preso sul serio; quando si tentò un primo percorso dal fascismo al berlusconismo, pochi furono convinti della giustezza dell'ipotesi: e quando, ancora Asor Rosa, non troppo tempo fa scrisse che il regime berlusconiano era, per certi versi, peggio di quello mussoliniano, suscitò molte polemiche nel suo stesso campo. Ora si parla da più parti, della coppia berlusconismo-fascismo, e il confronto risulta del tutto plausibile, fatte salve le differenze, inerenti alla distanza politica, economica e culturale, prima che temporale, tra le due epoche storiche, ai tratti caratteriali dei due personaggi (pagg.359-362)
 
 
Indice del volume:
Premesse - 1861-1878. Moderato, ma non troppo - 1878-1896. La nazione di tutti - 1896-1908. Contro "la sentimentalità democratica" - 1908-1911. Miti guerrieri - 1911-1918. Da Tripoli a Vittorio Veneto - 1918-1922. Rivoluzione e controrivoluzione. 1922-1929. Disarmate idee e armi senza idee. 1929-1939. La modernizzazione dell'oppressione. 1925-1939. Il pensiero in carcere e in esilio. 1939-1945. Estremo fascismo e guerre civili. 1945-1956. Ricostruzioni, restaurazioni, rivoluzioni (mancate). 1956-1991. I sommersi e i salvati. Epilogo. 1991-2011. Postdemocrazia all'itlaiana - Cronologia delle opere - Bibliografia - Indice dei nomi
 
 
Angelo d'Orsi
L'Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia
Bruno Mondadori editore, 2011
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