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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Alceo Riosa
Confini armati e divisioni immaginate
La Venezia Giulia e il confine orientale
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Il confine illustrato dal Buzzati nel Deserto dei tartari, può benissimo essere fatto corrispondere ai tanti che nella Giulia si sono succeduti nel tempo: demarcazioni reali e immaginarie tra noi e l’altro, dove l’altro, poco al di là dell’orizzonte, conservava, quand’anche invisibile, tutti i tratti minacciosi del conquistatore se non dell’annientatore, alimentando una costante tensione degli animi, un ripiegamento, divenuto stile di vita, nell’autodifesa della propria particolarità, nell’attesa senza requie delle orde. Punta di diamante di questo stato d’animo permanentemente irrequieto, Trieste, sempre al centro di incontri e di scontri, di confini mobili a ovest ed a est, per una sorta di fatalità geopolitica. Punta estrema dell’Occidente verso Oriente o viceversa a seconda delle circostanze, Trieste già nel Medioevo era stata punta estrema dell’Oriente contro l’Occidente rappresentato dalla Repubblica Veneta, minacciosa quest’ultima anche dal mare e attraverso i domini veneziani d’Istria da sud.
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Per gli amici e i colleghi di Alceo Riosa
Questo saggio di Alceo è stato editato nel numero 7-2011 della rivista di storia online StoricaMente ed è qui riprodotto, in una versione non integrale per gentile concessione degli amici del sito, in occasione dell’imminente convegno da lui voluto e progettato:

 

Un’altra Italia ancora.
Repubblica e minoranze nazionali al confine orientale

 

In ricordo di Alceo Riosa
Il saggio che StoricaMente presenta in questo numero porta con sé una nota di dolore e di rimpianto. L’autore di Confini armati e divisioni immaginate. La Venezia Giulia e il confine orientale, Alceo Riosa è venuto mancare il 2 maggio scorso lasciando con questo articolo una forte traccia della sua passione per il tema complesso dei confini orientali. Allievo di Franco Valsecchi e a lungo accanto a Renzo De Felice, Riosa è stato studioso affermato di storia del movimento operaio e socialista che, sin dal suo esordio con la tesi di laurea sull’interventismo democratico tra l’armistizio e la pace di Saint Germain, non ha disdegnato ricerche e studi su questioni solo apparentemente lontani dal filone socialista; da triestino e soprattutto da intellettuale sensibile al vitalismo, agli intrecci socio-politici-culturali dei processi storici contemporanei si era a più riprese occupato di irredentismo, dei confini orientali dell’Italia moderna e contemporanea (il suo ultimo volume “Adriatico irredento” è proprio dedicato a questo) e più in generale di identità nazionale.
La lunga frequentazione di Riosa con questi temi è ben visibile nelle pagine qui ospitate che, nella loro chiarezza e partecipata condivisione dei temi “adriatici”, non solo costituiscono un contributo importante al tematizzazione del problema adriatico ma possono anche e soprattutto farci rimpiangere la perdita di uno studioso colto, sempre curioso, costantemente affascinato dalla complessità storica.

 

Premessa - I confini del 1866 - In guerra per le Alpi Giulie – Conflitti nel vortice - Continua la sindrome da confine

 

Premessa

«Dio v’ha steso intorno linee di confini sublimi, innegabili: da un lato, i più alti monti d'Europa, l'Alpi; dall'altro, il Mare, l'immenso Mare». Così il Mazzini prefigurava la futura carta geografica d’Italia. Le Alpi, dunque, a nord e ai restanti lati il mare, costituivano i limiti designati dalla natura del futuro stato unitario d’Italia. Al momento della proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, ciò si avverò per quel tratto di confine che separava il Regno d’Italia dalla Francia e dalla Svizzera: la Val d’Aosta, abitata da una popolazione in prevalenza di lingua francese, da secoli rientrante nel territorio dei Savoia. Segno della sua profonda integrazione con le vicende d’Italia, la Val d’Aosta è stata una delle roccaforti della resistenza italiana e dal 1948 gode dello stato di regione a statuto speciale con ampi margini d’autonomia. È vero che alla fine della Seconda guerra mondiale il territorio fu per un momento conteso dalla Francia, ma al tavolo della pace la vicina repubblica si accontentò della cessione delle località di Briga e Tenda.
Al momento dell’unificazione restava, invece, affidata a un futuro incerto la soluzione dei confini che separavano la penisola dal possente Impero asburgico a nord-est e a est. Un passo in avanti fu costituito dalla conquista italiana del Veneto fino a Udine durante la Terza guerra d’indipendenza nel 1866. Al di là restavano il Trentino la Venezia Giulia, appendici meridionali dell’Impero, con regimi di trattamento da parte di Vienna profondamente diversi, come diversi sarebbero stati i rispettivi irredentismi: più precoce quello della regione trentina, più tardo e stentato quello delle terre giuliane, più aperto alla questione sociale e attento alle sorti di un contadiname misero e sfruttato quello intorno a Trento, più socialmente conservatore quello di Trieste e dintorni. Ma andiamo con ordine.
La Giulia, allora denominata Adriatisches Küstenland, costituita da genti di diversa nazionalità sparse l’una accanto all’altra sul medesimo territorio, era potenzialmente il laboratorio ideale per una pacifica convivenza interetnica: sloveni accanto ad italiani e tedeschi nel territorio goriziano e triestino, croati frammisti a italiani a sud nella penisola d’Istria (con una minuscola nazionalità di origine romena al suo centro, i cici). Era questa l’aspirazione del giovane scrittore triestino Scipio Slataper espressa ne Il mio Carso: «Noi vogliamo bene a Trieste per l’anima in tormento che ci ha data. Essa ci strappa dai nostri piccoli dolori, e ci fa suoi, e ci fa fratelli di tutte le patrie combattute» [Slataper 1989, 177]. Ma si trattò soltanto di una momentanea aspirazione, considerato che allo scoppio della Prima guerra mondiale lo stesso Slataper, di lì a poco caduto sul Carso in qualità di volontario nelle file dell’esercito italiano, si convertì alla tesi delle Alpi Giulie come spartiacque orientale d’Italia dettata da ragioni di sicurezza militare ma non certo dal rispetto della diversa appartenenza nazionale delle popolazioni che si sarebbero viste annesse, loro malgrado, all’Italia. Scelta drastica, dunque, che si impose a lui come a tanti altri interventisti democratici, alle prese con un groviglio di problematiche nazionali che allora parve inestricabile ai più, tanto più perché collegata ad una vera e propria sindrome da confine che pervadeva l’intera popolazione di quella regione, dall’una e dall’altra parte. Il confine illustrato dal Buzzati nel Deserto dei tartari, può benissimo essere fatto corrispondere ai tanti che nella Giulia si sono succeduti nel tempo: demarcazioni reali e immaginarie tra noi e l’altro, dove l’altro, poco al di là dell’orizzonte, conservava, quand’anche invisibile, tutti i tratti minacciosi del conquistatore se non dell’annientatore, alimentando una costante tensione degli animi, un ripiegamento, divenuto stile di vita, nell’autodifesa della propria particolarità, nell’attesa senza requie delle orde. Punta di diamante di questo stato d’animo permanentemente irrequieto, Trieste, sempre al centro di incontri e di scontri, di confini mobili a ovest ed a est, per una sorta di fatalità geopolitica. Punta estrema dell’Occidente verso Oriente o viceversa a seconda delle circostanze, Trieste già nel Medioevo era stata punta estrema dell’Oriente contro l’Occidente rappresentato dalla Repubblica Veneta, minacciosa quest’ultima anche dal mare e attraverso i domini veneziani d’Istria da sud. Dagli appetiti di Venezia, Trieste, ancora borgo più che città, si era riguardata facendo atto di dedizione nel 1382 agli Asburgo, pur con clausole che ne garantivano una qualche autonomia cittadina.
Con la costituzione del Regno del Lombardo-Veneto riconosciuto agli Asburgo dal congresso di Vienna del 1815, la minaccia da ovest cessa: Venezia, anch’essa ormai soggetta a Vienna declina a tutto vantaggio di Trieste, cresciuta nel frattempo a porto tra i più importanti d’Europa e, in ogni caso, signora dell’Adriatico. Ma la minaccia economica veneziana pare ripresentarsi ai sospettosi imprenditori marittimi triestini non appena Venezia entra a far parte del Regno d’Italia dopo la III guerra d’indipendenza del 1866. Eppure sotto altri aspetti il nuovo confine apre idealmente la Giulia all’Italia, alla quale aspira l’incipiente irredentismo giuliano. Di qui ragioni economiche che guidano in una direzione, il sentimento che guida in quella opposta. La popolazione triestina di lingua italiana vive in se stessa questa contraddizione, senza mai optare per un corno o l’altro del dilemma, sempre oscillando tra comportamenti opposti.

 

I confini del 1866
Sta di fatto che il confine politico italo-austriaco del 1866 poneva l’Italia nella condizione militarmente più sfavorevole, giacché esso non faceva che rimarcare fedelmente il confine amministrativo fissato in precedenza da Vienna tra i suoi possedimenti veneti e quelli giuliani: dal Monte Lodin e da Val Canale tra Pontebba e Tarvisio esso scendeva tortuosamente a sud lungo alcune cime minori delle Alpi Giulie, come quella del Monte Canin, del Matajur, per poi imboccare la Valle dello Judrio ed uscire nei pressi di Cormons fino a proseguire lungo il tratto di pianura fin sotto Cervignano. Come si vede, una linea confinaria, che poneva l’Italia, priva di sbarramenti naturali alle spalle, in balia dell’Austria in caso di eventuale aggressione da parte di quest’ultima, più comoda, invece, per l’Austria, che in caso di aggressione italiana avrebbe potuto contare poco indietro sul riparo delle alture alpine a nord e carsiche a sud. Comunque un confine su cui nemmeno l’Austria faceva troppo affidamento: lo riteneva un «confine morto» [Cumin 1933, 568], meglio difendibile con il concorso di truppe provenienti dal saliente trentino. Poche postazioni militari austriache lungo il confine, dunque, e qualcuna, invece, da parte italiana, ad Udine e a Palmanova. Quel tanto, insomma, che durante i primi giorni dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria nel maggio 1915, avrebbe contribuito al rapido avanzamento dell’esercito italiano in territorio austriaco sino a Monfalcone, per poi arrestarsi, però, ai primi rilievi carsici dietro la cittadina.

In guerra per le Alpi Giulie
Certamente fu anche alla luce di questa esperienza che al tavolo della pace a Parigi, nel 1919, l’Italia si irrigidì nella pretesa di portare il proprio confine alle Alpi Giulie, peraltro in linea con quanto già previsto dal patto di Londra dell’aprile del 1915, con cui l’Italia si era impegnata ad entrare in guerra a fianco della Triplice Intesa contro L’Austria-Ungheria. La motivazione strategica veniva contemporaneamente fatta valere per la richiesta relativa alla frontiera al Brennero nel Trentino. In questo caso, però, essa fu immediatamente accolta dalle altre potenze vincitrici (e sancita nella pace di Saint Germain del settembre 1919). Il fatto che questa soluzione comportasse l’inclusione in territorio italiano dell’Alto Adige, abitato prevalentemente da una compatta popolazione di lingua tedesca, non suscitò, infatti, particolare contrarietà.
In realtà, al tavolo della pace ciò che prevalse anche in questo caso fu l’adattabilità dei principi alla logica del più forte e al vae victis nei confronti dell’Austria. Non fu così per la frontiera tra Italia e Jugoslavia, la nuova formazione statale sorta dalle ceneri dell’impero asburgico e tenuta a battesimo dalla maggioranza delle potenze vincitrici. Dal lato suo, il nuovo Stato ribaltò le pretese italiane, fino a rivendicare per sé l’intera Venezia Giulia, coronando l’antica aspirazione al mare degli sloveni. L’inconciliabilità tra le rispettive pretese traspariva dall’opposta natura argomentativa che era alla base dell’una e dell’altra. Da un lato l’italianità della regione andava misurata sulla base della componente nazionale prevalente nelle città, da Gorizia a Trieste alle cittadine delle coste istriane sino a Pola e a Fiume, tutte abitate da una maggioranza di lingua italiana. Ora, in considerazione della «secolare prevalenza civile e sociologica della città sul contado» ciò bastava per sottoporre il contado, abitato in larga prevalenza da sloveni tra Gorizia e Trieste, da croati all’interno dell’Istria, allo stesso destino nazionale delle città. Si trattava di un criterio specifico alla tradizione cultural-politica della penisola, dovuto a «uno dei fatti più singolari e caratteristici di tutta la storia italiana» [Ghisleri 1919, 5]; ma proprio per questo motivo non poteva aspirare a un universale riconoscimento e tanto meno da parte dei nuovi confinari, la cui tradizione storica e la prevalenza dell’economia agricola privilegiavano, invece, il contado rispetto alla città.
Di qui lo stallo delle trattative per parecchio tempo, che solo il ritiro dal tavolo della pace del presidente statunitense Woodrow Wilson, uno dei maggiori sostenitori delle rivendicazioni jugoslave, riuscì a sbloccare. Il trattato italo-jugoslavo, concluso a Rapallo nel novembre 1920, se stabilì la rinuncia dell’Italia alla Dalmazia (anch’essa contemplata nel trattato di Londra) e la trasformazione di Fiume in Stato libero (nel 1924 anch’essa annessa all’Italia per via negoziale), dette all’Italia partita vinta per tutto il resto dei confini orientali. La nuova frontiera solcava ora le punte più alte delle Alpi Giulie, dalla Valle di Tarvisio al Tricorno a Est per poi zigzagare fino al Monte Nero di Piedicolle e di lì al Porsenna per spostarsi finalmente lungo una traiettoria, questa volta più lineare, verso oriente fino al Nevoso e da lì rientrare a ovest fino al mare poco a occidente di Fiume.
Come si vede, si poteva ben dire, tenendo specialmente conto della traiettoria a sud del Porsenna, coincidente con l’altopiano carsico, che le garanzie strategiche ottenute andavano ben oltre le difese naturali. E ciò in base alla considerazione che «il difetto principale del confine naturale d’Italia a oriente consiste nel fatto che la linea di spartiacque è tutta spostata verso occidente in modo che dalle creste si tocca in breve il territorio pianeggiante senza dover superare ostacoli notevoli. È ovvio perciò che tale condizione di svantaggio debba venire migliorata più che sia possibile, e se il confine politico si espande oltre al confine cosiddetto naturale, ciò non è dovuto ad altro che alla impellente necessità di sicurezza lungo una zona di facile accesso alla penisola.» [Cumin 1933, 581].
Solo una minoranza di italiani, tra cui il leader democratico Leonida Bissolati e il grande storico Gaetano Salvemini, si mostrò avvertita della mancanza di buon senso con cui l’Italia si era mossa durante i negoziati, avanzando pretese che, se verosimili sul piano tecnico–militare, comportavano l’inclusione di masse straniere troppo numerose per non essere prima o poi considerate, da occhi sospettosi, come vere e proprie quinte colonne minaccianti l’integrità territoriale della penisola. A meno che nei loro confronti non si fosse fatta valere la mano pesante. E fu quanto per mano fascista doveva avvenire di lì a poco nei confronti dei 400mila sloveni e 100mila croati passati all’Italia [Cattaruzza 2007, 162].
Ancor prima della marcia su Roma, però, già la condotta dello Stato liberale nella Venezia Giulia aveva lasciato molto a desiderare nello stabilire le condizioni per una pacifica convivenza tra le varie genti sul posto. Per la verità era la stessa cultura politica attinta dalla tradizione risorgimentale a non offrire molti lumi in proposito. Se nel Mazzini la nazione rimaneva strettamente ancorata al principio della sovranità popolare e quindi della libera scelta, nell’attuazione legislativa che il Parlamento italiano realizzò all’indomani dell’unità questo nesso ne risultò largamente ridimensionato. Il criterio della libera scelta risultava largamente sacrificato, in nome di un concetto di cittadinanza strettamente dipendente dalla nazionalità (naturalmente quella italiana) e questa dall’appartenenza di sangue e sussidiariamente dalla nascita in territorio italiano [Banti 2011, 51-56].
Di qui numerose le incertezze e le contraddizioni avvertibili nella condotta delle autorità italiane nei nuovi territori, le quali, «pur rispettando usi e costumanze locali, tradizioni peculiari e abitudini inveterate di tali popolazioni, nessuna norma d’eccezione, inconciliabile peraltro con un ordinamento unitario» furono in grado di emanare [Capuzzo 1992, 74]. Ciononostante da una parte slovena e croata si poteva ancora sperare che prima o poi il buon senso avrebbe prevalso.
A sgombrare il campo da ogni illusione ci pensò il fascismo: Mussolini sentenziò che «di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone» [Vinci 1997, 221-271] consentendo così al fascismo locale di operare un vero e proprio «genocidio culturale e sociale» [Pahor 2010, 36]. L’uso della lingua slovena e croata fu represso, i nomi forzatamente italianizzati, i matrimoni misti palesemente ostacolati e divenne quasi d’obbligo equiparare pregiudizialmente sloveni e croati agli oppositori politici, tutti etichettati come «antitaliani» dalle numerose sentenze del tribunale speciale [Verginella 2008, 7-28]. Come se ciò non bastasse, quotidiano divenne l’uso del manganello e dell’olio di ricino, il ricorso agli insulti e ad altre manifestazioni di disprezzo che inevitabilmente suscitavano per reazione profondi sentimenti di umiliazione e volontà di rivalsa da parte delle vittime.
Antitaliana fu considerata anche la maggioranza tedesca dell’Alto Adige, nemmeno essa, pertanto, esente dalle forzate misure snazionalizzatrici del regime fascista, pure se, dopo l’avvicinamento tra Italia fascista e Germania nazista, nel frattempo incorporatasi l’Austria (marzo 1938), ne rese meno aspro il trattamento. In ogni caso, il plebiscito ivi indetto nel ‘39 ben poco aveva a che fare con il principio di autodeterminazione, visto che la scelta prevedeva l’opzione a favore dell’Italia o, in caso contrario, il trasferimento fisico fuori dai confini nazionali della penisola.

 

Confini nel vortice

 

Frattanto la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 non migliorò affatto la situazione nella Venezia Giulia: essa, assieme al Trentino fu annessa al III Reich, mantenendo il proprio ruolo di terre di frontiera ma questa volta portando a compimento la secolare spinta tedesca verso il sud e il mare Adriatico. Gli antifascisti italiani e quelli sloveni e croati furono ugualmente perseguitati dal nuovo occupante; un edificio appena fuori la città, la Risiera di San Saba, divenne il luogo sinistro di torture e assassini perpetrati contro gli uni e gli altri.
Alla fine delle ostilità la tragica memoria di questa esperienza vissuta in comune dalle varie popolazioni in loco rimase sommersa dalla sopravvivenza delle rispettive memorie di un passato fatto di reciproche ostilità. Lo spirito di vendetta, già ampiamente manifestatosi durante la lotta partigiana, si dispiegò senza controllo, i perseguitati di ieri si trasformarono ora in persecutori, e adesso come prima l’elemento di continuità era costituito dal prevalere dalla logica istintuale dell’azione e reazione, alla quale restava fatalmente sacrificata, ancora una volta, la ricerca sul piano politico di nuove sintesi rinnovatrici.
La vendetta non si scatenò soltanto contro i fascisti: capovolgendo la pregiudiziale accusa nei confronti delle minoranze nazionali slovena e croata di spirito antinazionale e perciò avverso al regime fascista, ora da parte jugoslava furono equiparati i termini fascista e italiano, e «lo stesso antifascismo italiano andava colpito perché libero di esprimersi avrebbe rappresentato un potente mezzo di legittimazione delle aspirazione italiane sulla regione» [Cattaruzza 2007, 292]. Migliaia di vittime italiane innocenti furono fatte precipitare nelle foibe - termine con il quale i geografi denominano le depressioni carsiche con al fondo profondi inghiottitoi. Contemporaneamente altri italiani, a decine e decine di migliaia scelsero la via dell’esilio in Italia, in Australia, in Canada, negli Stati Uniti, tutti accompagnati da un «dolore muto» nel presagio di un ritorno impossibile [Miglia 1968, 23].
Al tavolo della pace a Parigi tra l’estate 1946 e il febbraio dell’anno successivo le parti in causa si trovarono in una situazione di grande squilibrio: da un lato la Repubblica socialista federale di Jugoslavia di Tito - l’eroe comunista che in quelle terre balcaniche aveva guidato vittoriosamente un’epica resistenza contro l’occupante nazista - poteva contare sul sostegno di Stalin (la linea confinaria proposta da Mosca faceva coincidere il confine orientale d’Italia pressappoco con quello del 1866). L’Italia, invece, trattata da Paese sconfitto, non fu in grado di far valere le proprie ragioni. L’esito fu il trattato di pace del 10 febbraio 1947, il quale, tuttavia, per quanto doloroso, non fu per noi del tutto punitivo. A nord-est esso lasciava incontrastata la sovranità italiana fino al Brennero, anche, peraltro, in segno di apprezzamento per l’accordo nel frattempo stipulato tra De Gasperi e il ministro degli esteri austriaco, Gruber, che capovolgeva il trattamento precedentemente riservato alla minoranza tedesca della regione e riconosceva il suo diritto alla propria lingua in ambito scolastico, negli atti pubblici, nella toponomastica, oltre a concedere un’ampia autonomia amministrativa.
Assai più drammatica per l’Italia fu la sorte assegnata alla Venezia Giulia, passata, con l’eccezione di Monfalcone e Gorizia, alla Jugoslavia, mentre la città di Trieste con a nord una lingua di territorio costiero fino a Duino, denominata zona A, e la zona B circostante, rispettivamente sotto amministrazione anglo-statunitense e sotto quella jugoslava, andavano a costituire il Territorio libero di Trieste. Una soluzione del genere lasciò ampiamente scontente le due parti contendenti e si può ben dire che a preservare il precario equilibrio intorno alle alture carsiche fu una sorta di pace armata: da un lato l’esercito jugoslavo con le armi puntate in direzione del territorio italiano, dall’altro gruppi di ex partigiani bianchi, segretamente armati e finanziati del governo italiano e pronti a resistere ad una eventuale aggressione. Nel frattempo per gli italiani rimasti in territorio jugoslavo si aprì una lunga stagione di maltrattamenti e disconoscimento dei loro diritti nazionali. Nulla di nuovo, si può dire. Mutavano solo i rapporti di forza, ora rovesciati: come se l’unica logica riconosciuta da una parte e dall’altra fosse il cieco meccanismo animale della vendetta. Questa escalation di istinti da parte di Tito non cessò nemmeno quando nel 1948 entrò in rotta di collisione con il suo potente alleato, l’impero moscovita: con sapiente arte diplomatica, infatti, egli seppe ottenere la compiacenza dell’Occidente. Fino a un certo grado, però, giacché agli Usa non poteva sfuggire che sull’altro piatto della bilancia pesava la decisione italiana di condizionare la propria politica filoccidentale alla restituzione di Trieste. Fu in questa luce che nell’ottobre 1953 americani e inglesi si impegnarono solennemente al compimento di questo passo, rimanendo tuttavia nel vago sulle modalità della loro evacuazione dalla città. In ogni caso si trattava di una soluzione che non mancò di provocare l’infuocata reazione di Tito, dichiaratosi pronto all’occupazione armata della città adriatica in caso di modificazione dello status quo a favore dell’Italia.
Trieste allora precipitò in uno stato di convulsa agitazione, su di cui non mancò di soffiare la Lega Nazionale, un’istituzione nata alla fine del secolo precedente, risorta dopo il secondo conflitto mondiale e che doveva la sua prosperità, non solo all’appoggio politico dei neofascisti e nazionalisti locali, bensì anche ai sostanziosi finanziamenti del governo di Roma (altrettanto generoso con la diocesi guidata dal vescovo Santin). A inizio novembre l’ordine di ammaina bandiera impartita alla municipalità che aveva esposto il tricolore fu la goccia che fece traboccare il vaso: per tutta risposta la città divenne sede di scontri violenti, in cui si infiltrarono, pur se con opposti obiettivi, agenti segreti di una parte e dell’altra. Il bilancio fu la morte di alcuni giovani dimostranti a causa dell’azione repressiva del generale inglese Winterton.
Resosi ormai chiaro che la situazione stava per sfuggire al controllo di chiunque, americani e inglesi decisero l’immediata restituzione di Trieste all’Italia con il memorandum di Londra dell’anno successivo (nel 1975 il trattato italo-jugoslavo di Osimo diede una soluzione definitiva alla questione sancendo la sovranità della Jugoslavia sulla zona B).

 

Continua la sindrome da confine
Intanto, però, l’attenzione dell’opinione pubblica italiana si stava spostando su di un altro scenario di confine: quello della regione autonoma Trentino-Alto Adige, balzato agli onori della cronaca per numerosi attentati terroristici da parte di elementi di lingua tedesca tra la seconda metà degli Anni cinquanta e gli Anni sessanta, di cui restarono vittime non pochi italiani in divisa. Tanta violenza faceva leva sullo scontento diffuso in quella zona e di cui si era reso interprete il locale Südtiroler Volkspartei, oscillante tra la richiesta di una più completa attuazione degli accordi De Gasperi – Gruber e il richiamo delle sirene secessioniste. Nel 1971, la concessione alla provincia di Bolzano a maggioranza tedesca di una più larga autonomia amministrativa e legislativa, ha progressivamente riportato la tranquillità in quei territori (ma, stando alle recenti dichiarazioni del presidente della provincia di Bolzano, contrario alla partecipazione dei suoi amministrati al 150° anniversario dell’unificazione italiana, lascia aperto il quesito se a questa pacificazione si sia davvero accompagnata nella popolazione di lingua tedesca un sentimento di convinta appartenenza alle istituzioni della Repubblica italiana).
La Venezia Giulia ha invece percorso un più distinto processo, anche se pure in questo caso già la Carta costituzionale ne riconoscesse la «specificità» confinaria e ne contemplasse la trasformazione in regione a statuto speciale. La prescrizione è stata però attuata solamente nel 1963, con la costituzione della regione Friuli-Venezia Giulia. Alla nuova realtà regionale vanno indubbiamente ascritti alcuni importanti successi sul fronte delle aperture nei confronti della Jugoslavia e poi, dal 1991, della Repubblica slovena (riconosciuta dall’ente regionale ancor prima del riconoscimento da parte di Roma), come la costituzione di una regione transfrontaliera, denominata Comunità di lavoro Alpe-Adria, inclusiva anche di una parte dell’Ungheria e della Baviera tedesca. L’interscambio tra le economie di queste varie ragioni, infatti, non ha mancato di comportare anche un mutamento nel tessuto delle relazioni umane tra le varie popolazioni coinvolte, una più attenta reciproca attenzione alle ragioni dell’altro e si è tradotto in misure più garanti delle diversità nazionali in loco e in norme di tutela più stringenti delle rispettive identità culturali e linguistiche, dalla scuola alle iscrizioni toponomastiche.
Non si può affermare, però, che la “politica estera” regionale abbia sempre incontrato il pieno consenso delle singole municipalità. Non certo nel caso di Trieste, dove un diffuso malcontento si è manifestato al momento della ratifica a livello regionale del trattato di Osimo, che nell’immaginario cittadino significava la rinuncia una volta per tutte alle zone “irredente” ormai da lungo tempo in mano jugoslava. A poco è valsa la promessa da parte del governo italiano di costituire dietro la cinta cittadina una zona industriale per compensare il declino, ormai di lunga data, dell’economia triestina. La reazione negativa della maggioranza italiana di Trieste è stata soprattutto motivata dal timore di vedere la città invasa da lavoratori di oltre confine. Su questo humus ha fatto leva un nuovo movimento protestatario: la “Lista per Trieste”, rivendicante un proprio autonomismo rivolto anche contro Roma, accusata di indifferenza verso la natura speciale della città. Ma non solamente. La sindrome da confine ha creato o meglio ulteriormente acuito la linea di separazione immaginaria tra italiani e italiani, tra la città adriatica e l’altra realtà regionale costituita da Udine e provincia, anch’essa sensibile alle sirene autonomistiche rappresentate dal “Movimento per il Friuli”.
Il terribile terremoto che nel 1976 ha devastato questa provincia, procurando ingenti danni in termini umani e materiali, se ha creato un vasto moto di solidarietà da tutte le parti della penisola e cospicui finanziamenti governativi per la ricostruzione, ha d’altro canto alimentato da parte della popolazione triestina senso di frustrazione e sentimento di abbandono, stati d’animi questi che hanno costituito un altro potente lievito per la massiccia diffusione della “Lista per Trieste” [Degrassi 1996, 759-804].
Ma è ora di concludere, anche se non tutto appare concluso da quelle parti, dove la mentalità confinaria verso la Repubblica slovena continua a sopravvivere anche dopo la cancellazione dei confini politici avvenuta nel 2004 grazie all’ingresso della piccolo Stato nella comune casa europea.
Siccome, però, è nel quadro del 150° anniversario dell’unificazione italiana che questo mio scritto intende iscriversi, tengo a sottolineare quello che mi appare il più prezioso lascito trasmesso dalla tradizione risorgimentale: il nesso tra nazione ed Europa. Anche nella Giulia è auspicabile che la consapevolezza di questo legame diventi stato d’animo diffuso e profondo in ciascuno e i cippi che simboleggiano i confini di ieri restino a ricordare un’esperienza che non merita di essere resuscitata dalle ceneri del passato.

 

Alceo Riosa

 

Edizione integrale del testo, note e bibliografia in

StoricaMente.org in 7 – 2011
 

Fonte: StoricaMente.org in 7 – 2011
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