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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Edmondo Rho
Il suicidio
Il declino del berlusconismo, cronache e retroscena
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Nel 2011 Berlusconi lancia una sorta di referendum su se stesso: “Scendo in campo direttamente, così vinciamo al primo turno evitando il ballottaggio” è il suo mantra elettorale. Ma il presidente del Consiglio non fa bene i conti: intanto ci sono i voti del Terzo Polo da togliere al centrodestra, nel 2006 andati invece quasi tutti alla Moratti. Infatti il 15 e 16 maggio 2011 ottiene il 5,54%, con 36.471 voti, il candidato sindaco del Terzo Polo, il presidente uscente del Consiglio comunale Manfredi Palmeri, esponente di Forza Italia passato a Futuro e libertà. E poi la realtà è che, oltre 17 anni dopo la sua ‘discesa in campo’, il Cavaliere sembra aver perso il leggendario magic touch elettorale che l’aveva quasi sempre contraddistinto: soprattutto, paga una duplice crisi di consensi, rispetto a come ha governato in città la Moratti ma anche rispetto alle scelte del governo nazionale guidato dallo stesso Berlusconi.
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[scheda antologica a cura dell’autore]

 

Giulio fa fuori Cesare e Silvio prepara la vendetta - I movimenti elettorali che spiegano la sconfitta - Buche per strada e conti che non tornano - Leggende metropolitane: la grande Moschea di Sucate - Da Zingaropoli ai ministeri al Nord - La Rete conta più della televisione? - Napolitano vota, il Papa dà la benedizione, Berlusconi se ne sta a casa - Un passo indietro: come vedono nel mondo le cene di Arcore


Giulio fa fuori Cesare e Silvio prepara la vendetta

Il suicidio politico del centrodestra italiano va in scena, inizialmente, a Trieste. Un teatro a prima vista periferico, in realtà centrale rispetto agli equilibri europei del potere economico e politico: qui hanno sede le Assicurazioni Generali. E qui, ai primi di aprile del 2011, si consuma la breve stagione di Cesare Geronzi alla presidenza delle Generali. C’è un lieve ritardo rispetto alle idi di marzo e il paragone storico con Giulio Cesare è improprio: ma, come nell’Antica Roma, è il preludio a una sorta di guerra civile per il potere in Italia.
La rivolta dei soci, capeggiati da Mediobanca, e del management della compagnia del Leone alato costringe Geronzi a dare le dimissioni. E in quel momento inizia lo scontro finale tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Infatti, il presidente del Consiglio non perdona al ‘suo’ ministro più potente di aver fatto fuori il suo amico Cesare. Sì, il banchiere romano (di Marino, per l’esattezza) che tante volte ha aiutato le aziende di Berlusconi viene di fatto messo alla porta da Tremonti. È il segnale che tra il premier e il ministro dell’Economia si è arrivati ai ferri corti: certo, lo scontro avviene sotto traccia. Ma la stagione dei veleni, delle inchieste pilotate e degli errori fatali è ormai iniziata. […]
Dopo la cacciata di Geronzi, i nuovi equilibri nel Leone di Trieste e più ampiamente nell’universo legato a Unicredit-Mediobanca-Generali hanno come punto di riferimento Fabrizio Palenzona (vicepresidente di Unicredit). L’altro gruppo che conta, nella fi nanza italiana, è quello legato alla banca Intesa Sanpaolo il cui presidente del consiglio di sorveglianza è Giovanni Bazoli. Sia il più giovane Palenzona, sia l’anziano ed espertissimo Bazoli sono considerati due navigati banchieri democristiani di lungo corso. Hanno solcato i mari tempestosi dell’intreccio tra politica ed economia sia nella Prima che nella Seconda Repubblica. E si preparano alla Terza. Il Foglio fa uno più uno: “Considerando che Palenzona, come Bazoli, ha un rapporto molto forte con Giulio
Tremonti non è difficile capire come il ministro dell’Economia potrebbe presto diventare il nuovo vero punto di riferimento dei poteri forti italiani”. Una considerazione che allarma il Cavaliere. Che prepara la controffensiva. E la vendetta. [pag. 17-18]

 

I movimenti elettorali che spiegano la sconfitta

Il Cavaliere nel 2011 ottiene a Milano 28.474 preferenze su un totale di 171.585 voti di lista del Pdl: vuol dire che appena un elettore su 6 del suo partito lo ha anche votato per il Consiglio comunale. Invece, cinque anni prima, a Berlusconi erano andati 53.297 voti personali su un totale di 194.995 voti di lista di Forza Italia, quindi un voto di preferenza ogni 3,65 voti di partito.
Va anche detto che, allora, la sua performance individuale era stata una delle chiavi di volta per spiegare il successo di Letizia Moratti, eletta sindaco al primo turno con il 51,97% dei voti: il candidato del centrosinistra, l’ex prefetto Bruno Ferrante, aveva preso nel 2006 il 48% dei suffragi, mentre agli altri candidati minori erano andate solo le briciole.
Berlusconi, pensando di ripetere il colpaccio, lancia nel 2011 una sorta di referendum su se stesso: “Scendo in campo direttamente, così vinciamo al primo turno evitando il ballottaggio” è il suo mantra elettorale. Ma il presidente del Consiglio non fa bene i conti: intanto ci sono i voti del Terzo Polo da togliere al centrodestra, nel 2006 andati invece quasi tutti alla Moratti. Infatti il 15 e 16 maggio 2011 ottiene il 5,54%, con 36.471 voti, il candidato sindaco del Terzo Polo, il presidente uscente del Consiglio comunale Manfredi Palmeri, esponente di Forza Italia passato a Futuro e libertà. E poi la realtà è che, oltre 17 anni dopo la sua ‘discesa in campo’, il Cavaliere sembra aver perso il leggendario magic touch elettorale che l’aveva quasi sempre contraddistinto: soprattutto, paga una duplice crisi di consensi, rispetto a come ha governato in città la Moratti ma anche rispetto alle scelte del governo nazionale guidato dallo stesso Berlusconi. […]
Gli esperti di sondaggi elettorali avevano previsto da tempo come “sicuro” il ballottaggio a Milano. Per esempio, il 14 marzo 2011 un sondaggio di Renato Mannheimer dava Letizia Moratti al 47,2% e Giuliano Pisapia al 44,1% al primo turno. I risultati veri, in realtà, sono invertiti: il 15 e 16 maggio Pisapia ottiene il 48% e la Moratti si ferma al 41,6 e ciò è dovuto anche al clamoroso autogol del sindaco uscente nel “faccia a faccia” su Sky. […]
L’ex sindaco di Milano Giampiero Borghini, intervistato da Rossella Minotti sul Giorno, spiega così dopo il primo turno i risultati delle votazioni: “Sono mancati 30 o 40 mila elettori del Pdl. La vera novità sono stati gli astenuti, una forte componente direi moderata del centrodestra non ha ritenuto
di votare o sostenere il sindaco Moratti”. E se lo dice proprio Borghini, che nel 2006 guidava la lista civica per Letizia, c’è da credergli... [pag. 38-39]

 

Buche per strada e conti che non tornano

Tra i problemi del centrodestra a Milano c’è la mancanza di un’idea vincente per migliorare l’immagine del suo candidato. Letizia Moratti, per esempio, ha un atteggiamento molto distante dai cittadini: tanto per dare un’idea, nei suoi cinque anni da sindaco è sempre arrivata “a Palazzo” con l’auto di servizio, evitando accuratamente di percorrere a piedi le poche centinaia di metri tra la sua abitazione e l’ufficio. “Non ha mai rivolto la parola a un normale dipendente del Comune. L’esatto contrario di Gabriele Albertini, che arrivava in moto e salutava tutti”, ricorda una funzionaria con esperienza di lungo corso a Palazzo Marino. Un dirigente di una banca che lavora con il Comune ha un altro ricordo: “Alle riunioni che si svolgevano nella sala accanto al suo ufficio veniva, elegantissima, con tanto di borsetta... Mi ha colpito per la gran classe, sembrava la Regina d’Inghilterra”. In realtà la Moratti è sempre rimasta la stessa signora dell’establishment, dagli anni Ottanta, quando faceva il broker assicurativo dei poteri forti, fino al 2011. […]
Inoltre, i cittadini milanesi sono esasperati da vari problemi, anche piccoli ma significativi: uno in particolare è paradigmatico della svogliata amministrazione comunale. Infatti a maggio, alla
vigilia del voto, la città è piena di buche stradali, con l’asfalto andato in pezzi a causa delle gelate invernali e delle piogge primaverili, e ancora nessuno si cura di risolvere il problema...
Così diventa involontariamente comica la lettera ‘personale’ recapitata a tutti gli elettori a firma Letizia Moratti, dato che nella missiva – dopo aver ricordato che “amiamo la nostra città” tanto
da averla resa in questi anni “più vicina alle mamme, agli anziani e alle persone in difficoltà” – il sindaco uscente ammette: “Sappiamo di non aver raggiunto tutti gli obiettivi. Quando si fanno
le cose si possono commettere degli errori. Ci siamo impegnati su alcuni temi chiave che erano i più urgenti, come la sicurezza e lo sviluppo”. Ma cosa vuol dire aiutare “le persone in difficoltà”
se non possono camminare per strada tranquillamente? Pare che riempire le buche stradali, secondo il sindaco uscente, non sia un tema urgente.
Nella lettera agli elettori la Moratti aggiunge: “Lasciare le cose a metà sarebbe assurdo. Ancora più assurdo sarebbe consegnare Milano a chi non ha un programma credibile: a chi vuol dare le case ai rom, a chi vuole togliere ai nostri vigili tutti i compiti di pubblica sicurezza, a chi vuole aprire i concorsi pubblici agli stranieri...” E via dicendo […] per nascondere le manchevolezze dell’operato della giunta uscente che, in particolare sui conti pubblici, dà qualche brivido. Per far quadrare il bilancio, per esempio, ci sono 55,5 milioni di dividendi (i soldi che vengo versati dalle società ai propri azionisti) che il Comune ha incassato dalla sua azienda di trasporti: il centrosinistra accusa il sindaco uscente di “usare l’Atm come un bancomat”. Oltre che come un suo personale ufficio stampa. [pag. 54-56]

 

Leggende metropolitane: la grande Moschea di Sucate

Tra il primo e il secondo turno delle elezioni del maggio 2011, a Milano infuria un altro tema: quello della “Grande Moschea”. Il centrodestra per recuperare consensi punta infatti anche a demolire
l’immagine di Pisapia, definendolo come “amico degli islamici”. Tutto era cominciato in realtà con un articolo di Paola D’Amico sul Corriere della Sera del 24 aprile: gli abitanti di viale Jenner, dove c’è un centro islamico e le preghiere del venerdì per anni sono avvenute sul marciapiede provocando disagi al traffico e alla gente del quartiere, avevano chiesto ai candidati
sindaci di esprimersi su questo problema. […]
Risponde, tra i candidati sindaci, solo Giuliano Pisapia, che alla D’Amico dichiara: “L’Amministrazione comunale deve saper offrire una soluzione che sappia durare nel tempo […]. Da un lato è insostenibile che un quartiere venga utilizzato per una funzione che non può convivere con le quotidiane esigenze dei suoi abitanti, dall’altro è sbagliato che non ci sia uno spazio per i cittadini di altre fedi dove esercitare il proprio culto in condizioni di dignità, come del resto accade in tutte le grandi città del mondo con le quali la nostra aspira a competere. Ritenere che la questione possa essere affrontata costringendo le comunità religiose a pregare in scantinati o in garage è sbagliato oltre che lesivo della dignità delle persone e non contribuisce al dialogo, che ritengo indispensabile, tra le diverse confessioni religiose e tra di esse e la comunità che le ospita. Milano non può più permettersi di affrontare in termini di emergenza questioni centrali”. Sembra puro buon senso.
Ma la reazione del centrodestra è tutta basata sulla propaganda. Il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa, il 17 maggio alla Camera incalza: “La moschea! Giuliano
Pisapia deve dire agli elettori dove vuole fare la moschea, in quale quartiere!” […]
Un cittadino lancia l’allarme e chiede l’intervento della Moratti direttamente sulla sua pagina Twitter: “Il quartiere Sucate dice no alla moschea abusiva in via Giandomenico Puppa!! Sindaco
rispondi!” Che si tratti di uno scherzo è evidente a chiunque viva a Milano: infatti il quartiere di Sucate non esiste ed è altrettanto fantomatica la via Giandomenico Puppa. Ma lo staff di Letizia Moratti ci casca in pieno e assicura: “Nessuna tolleranza per le moschee abusive”. Tanto più in via Puppa, dove il Pgt non prevede alcuna moschea... “I luoghi di culto si potranno realizzare secondo le regole previste dal nuovo Pgt”, precisa seriosamente lo staff della Moratti. La gaffe fa subito il giro del web e il sindaco uscente diventa lo zimbello della Rete: solo su Facebook si contano più di 30 mila fan della comunità di Sucate e pagine come “Trasferiamo un ministero a Sucate” e “Letizia Moratti sindaco di Sucate”. Su Facebook si apprende che “la madrina di Sucate sarà Monica Lewinsky”, che si propongono “gemellaggi con la città moldava di Pompa” e che nell’immaginaria frazione milanese si tiene l’annuale “raduno giovani allievi ruba macchine pisapiani”. [pag. 64-66]

 

Da Zingaropoli ai ministeri al Nord

Inizialmente l’analisi sulla sconfitta, dopo il primo turno, tra i lumbard è rinviata. Bisogna fare quadrato, in particolare a Milano: dove la Lega Nord, pur non amando il sindaco uscente, decide di giocare il tutto per tutto. L’idea è di colpire alla pancia gli elettori. Per esempio, in un volantino la Lega “ringrazia i 57.400 milanesi che ci hanno votato, invita a scegliere Letizia Moratti”. Perché? I lumbard sono andati a pescare a pag. 27 del programma di Pisapia, dove si parla di “partecipazione ai concorsi pubblici di cittadini stranieri...”, e la replica leghista è: “Cosa ne pensano gli italiani disoccupati, cassintegrati, precari e giovani? Con la Lega e la Moratti, prima gli italiani! Milanese avvisato, mezzo salvato...” Non basta. Umberto Bossi, con uno dei suoi guizzi, fa di più: il 19 maggio prima dice che Pisapia “è un matto”, poi si corregge, non è matto ma “vuole costruire a Milano una Zingaropoli e la più grande moschea d’Italia”. Ovviamente non c’è niente del genere nel programma di Pisapia, ma l’importante è spararle grosse per dare un messaggio che possa mobilitare gli elettori. Zingaropoli potrebbe funzionare? In realtà, dietro le parole di Bossi si nasconde una doppia strategia della Lega. E gli uomini fedeli a Roberto Maroni, come vedremo meglio più avanti, iniziano a prendere le distanze dal leader. […]
Certo, l’altro ‘aiuto’ di Bossi al sindaco uscente in difficoltà è un ulteriore esempio da manuale di autolesionismo: il mitico “spostamento di due ministeri a Milano, per attuare concretamente il decentramento”. In realtà non si può fare e infatti Berlusconi frena e minimizza, correggendo l’alleato: “Sì, con Bossi abbiamo pensato anche a qualche decentramento per alcune funzioni di governo”. Poi tutto finirà con una pomposa inaugurazione di alcuni uffi ci nella Villa Reale di Monza, così raccontata il 29 luglio 2011 da un titolo del Giornale: “La buffonata dei ministeri al Nord”. Sottotitolo: “Ecco su cosa verte la grande discussione sui decentramenti: tre stanze semiarredate di 100 metri quadrati”.
Ma due mesi prima, intorno al 20 maggio, qualcuno prende sul serio la ‘buffonata’, come verrà chiamata dal Giornale? Giuliano Cazzola ironizza sul “decentramento di due ministeri a Milano, addirittura in una città che ha una radicata cultura privatistica e antiburocratica”. Ma la Lega insiste: il 25 maggio ipotizza una legge popolare per spostare i ministeri al Nord. E il 26 maggio il ministro Roberto Calderoli arriva a minacciare una rivolta fiscale se non si fa lo spostamento dei famosi ministeri: “Prima o poi arriveranno qui al Nord. Siamo i più pirla? No, non ci stiamo a pagare e tacere” spiega con il suo colorito linguaggio Calderoli, il dentista bergamasco divenuto ministro. Peccato che, sotto la Madunina, il tema non sposti voti: anche perché parlare di ministeri ai milanesi fa venire l’orticaria. […]
Il 29 maggio 2011 sulla Repubblica Mauro Favale raccoglie il giudizio di tre esperti sulla campagna elettorale: Roberto Weber di Swg e Antonio Noto di Ipr danno a Berlusconi “4” in pagella, solo Nicola Piepoli lo promuove con un voto di “7,5” ma ammette che il premier “nella sua campagna è stato eccessivamente polemico, più del normale e più di quanto fosse necessario”. Durissimi gli altri commenti: il Cavaliere “ha usato le stesse tecniche degli ultimi anni ma non ha avuto la capacità di adattare la sua campagna al contesto reale, e questo è stato un boomerang”, sostiene Noto; “stavolta non ne ha azzeccata proprio una”, chiosa Weber. [pag. 75-78]


La Rete conta più della televisione?

Il punto, probabilmente, è il mutato rapporto di forza persuasiva tra la Rete e la tv. Giovanni Cesareo, classe 1926, uno dei più noti critici televisivi, intervistato da Cinzia Gubbini sul manifesto dice che Berlusconi lo vede così: “A me sembra sia arrivato al termine. E credo che questo sia avvenuto, prioritariamente, perché dopo vent’anni non c’è più nulla di nuovo, e lui stesso non riesce più a produrre nulla di nuovo”. Ancora più netto il giudizio della giornalista Elena G. Polidori, autrice del libro Berlusconi e la fabbrica del popolo, che ricorda come il presidente del Consiglio non sapesse neppure pronunciare correttamente la parola ‘Google’. Intervistata dal sito blogosfere.it a fine maggio, Polidori dice: “Berlusconi costruisce il consenso con giornali e tv. Per fortuna, lui e i suoi, non sanno ancora usare Internet. Per la destra, questo canale è una pallottola spuntata”.
Già: è successo che tra il 2005 e il 2011 gli italiani tra 25 e 54 anni si siano messi a guardare meno la tv: la fruizione è scesa di 7 punti, dall’83% al 76%, ed è stata quasi raggiunta da Internet, al 66% in questa fascia d’età. E soprattutto, da una ricerca del novembre 2010 emerge che gli utenti attivi stanno un’ora e 32 minuti al giorno online. [pag. 98-99]

 

Napolitano vota, il Papa dà la benedizione, Berlusconi se ne sta a casa

Prima ancora della sentenza della Consulta sul quesito nucleare era uscito allo scoperto il presidente della Repubblica: “Io sono un elettore che fa sempre il suo dovere”, aveva dichiarato il 6 giugno Giorgio Napolitano. Invece Berlusconi il 9 giugno dice il contrario. “Penso che non mi recherò a votare: è diritto dei cittadini decidere se votare o meno per il referendum”: così si esprime il premier durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Le reazioni non si fanno attendere, con il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini che ironizza: “Berlusconi non vota? Ce ne faremo una ragione”. E poi, aggiunge Casini: “Andiamo a votare per riconciliare la gente con la politica e le istituzioni, anche se alcuni quesiti concedono un po’ troppo alla demagogia e alla strumentalità”. Da parte sua Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, afferma seccamente: “Se non va a votare lui, ci andranno gli italiani”. E già, si comincia a delineare l’effetto boomerang.
Soprattutto, le parole del presidente del Consiglio sono una manna dal cielo per il suo ex amico e presidente della Camera, Gianfranco Fini, che gli fa il controcanto: “Credo sia importante andare a votare, perché depotenziare l’istituto referendario facendo leva sul mancato raggiungimento del quorum sarà anche legittimo, ma politicamente sbagliato”. E conclude: “Vincano posizioni che spingano alla modernizzazione del Paese!” Ancor più pungente Angelo Bonelli, leader dei Verdi: “Le dichiarazioni di Berlusconi offendono la Costituzione, su cui sia i ministri che lo stesso presidente del Consiglio hanno giurato. L’articolo 48 dice che l’esercizio del voto è un dovere civico: dovere evidentemente snobbato da chi riveste le più alte cariche della Repubblica”. Insomma, con una sola frase Berlusconi riesce a riunire contro di lui tutte le opposizioni. E non solo.
A sorpresa, sui referendum si mobilita anche il mondo cattolico. Il 10 giugno sul sito bloglive.it viene pubblicato un articolo dal titolo “Referendum, Berlusconi non vota, il Papa (se potesse) lo farebbe”. Nel testo si afferma che “chi vuole andare al mare ha la benedizione del premier. E proprio in tema di benedizioni, il fronte del sì ai referendum incassa un inatteso sostegno. Non sarà una dichiarazione di voto (anche perché non è nelle liste elettorali italiane) e di certo le parole non potranno essere conteggiate nella battaglia all’ultimo elettore per raggiungere il quorum, però il Papa, a pochi giorni dai referendum, dice la sua sul nucleare e fa capire che l’atomo non è proprio la fonte energetica su cui la Santa Sede punterebbe”. Infatti Benedetto XVI ha appena invitato tutti a riflettere sulla tragedia di Fukushima: “Bisogna adottare – dichiara il Pontefice – uno stile di vita rispettoso dell’ambiente e dare appoggio alla ricerca e allo sfruttamento di energie appropriate che salvaguardino il patrimonio della creazione e siano senza pericoli per l’uomo. Queste devono essere priorità politiche ed economiche”. (…) Per i sostenitori del sì è un appoggio inaspettato, ma la mobilitazione del mondo cattolico in favore dei quesiti referendari va anche al di là delle parole di Ratzinger. [pag. 117-119]

 

Un passo indietro: come vedono nel mondo le cene di Arcore
“Mi vergogno quando vado all’estero”: è lapidario Renzo Rosso, imprenditore di successo (ha creato i jeans della Diesel), parlando il 28 giugno 2011 ai microfoni del programma La Zanzara di Radio 24. Rosso risponde a una domanda sullo “stile di vita” del presidente del Consiglio. La vergogna deriva dalle “cene eleganti” di Arcore, come le ha definite Silvio Berlusconi, altrimenti chiamate serate del ‘bunga bunga’ (un rituale orgiastico pare suggerito al premier italiano dall’ex leader libico Muhammar Gheddafi ) secondo la ragazza marocchina Kharima El Mahroug, in arte Ruby rubacuori. La giovane Ruby con i suoi racconti ha inguaiato Berlusconi: le ipotesi di reato contro di lui sono “prostituzione minorile”, perché gli incontri sono avvenuti tra il 2009 e il 2010 quando Ruby era minorenne, e “concussione”, per aver telefonato alla Questura di Milano allo scopo di far liberare la ragazza, fermata con l’accusa di furto, spacciandola per “nipote di Mubarak”, all’epoca dei fatti presidente in Egitto. Un comportamento con cui Berlusconi, soprattutto, ha fatto precipitare nel ridicolo l’immagine dell’Italia a livello planetario.
Il ‘caso Ruby’, che era scoppiato nel 2010, è uno degli esempi più eclatanti del disfacimento del potere berlusconiano. Una vicenda giudiziaria complessa che s’intreccia con un altro procedimento, in cui i magistrati hanno portato sotto processo per “induzione e sfruttamento della prostituzione, anche minorile” un curioso terzetto: gli accusati sono il direttore del Tg4, Emilio Fede, l’ex igienista dentale di Berlusconi, diventata consigliera regionale lombarda, Nicole Minetti (è lei che si è precipitata alla Questura di Milano, nella notte della telefonata del premier, per prendersi cura di Ruby) e l’agente dello spettacolo Lele Mora (nel frattempo incarcerato per altri reati). Fede, Minetti e Mora avrebbero procurato ragazze compiacenti per le serate a casa Berlusconi: quest’ultimo, secondo il suo avvocato Niccolò Ghedini, non avrebbe comunque responsabilità giuridiche essendo al massimo “l’utilizzatore fi nale” di questi favori sessuali. La dizione usata da Ghedini per difendere Berlusconi rappresenta evidentemente un autogol, a livello mediatico. E forse anche giuridico. Ma il caso Ruby è solo la punta di un iceberg: tra il 2008 e il 2011 sono decine le donne che parlano dei loro incontri ‘galanti’ con il premier, una vera orgia del potere. [pag. 127-128]

 

Edmondo Rho

 

Indice del volume:
Prefazione di Giuliano Pisapia – Introduzione - A Milano, e in Italia, la sinistra vince se cambia davvero - Centrodestra, una classe dirigente al capolinea - Milano, dai fasti di Berlusconi ai manifesti di Lassini - Moratti? I soldi non fanno più vincere. E trionfa l’autoironia - La Zingaropoli di Bossi e la doppia strategia della Lega - I cattolici protagonisti: Tettamanzi, don Colmegna, Formigoni e i voti (mancati?) - L’errore di occupare le tv. E in tutta Italia, è solo colpa dei candidati sbagliati? - Referendum, meno male che Silvio c’è - La nave che affonda. Si salvi chi può – Postfazione - Riformisti e moderati. Pisapia tra Mitterrand, Tobagi, Bassetti e Tabacci Ringraziamenti

 

Edmondo Rho,
Il suicidio
Il declino del berlusconismo, cronache e retroscena


editore Melampo – 2011

in libreria dal 21 ottobre: brani per un invito alla lettura






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