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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Attilio Mangano
Dal ’68 agli indignados e ritorno
Verso dove?
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Non condanniamo, non siamo un tribunale. Ma nella nostra parzialità esprimiamo un giudizio politico, come tutti dovrebbero avere il coraggio di fare. L'unico modo per far fuori le semplificazioni giornalistiche che separano i buoni dai cattivi, la violenza e la non violenza, è dire con forza che le pratiche di conflitto, anche radicali, possono unire, connettere e costruire, ma possono anche dividere e distruggere. Le pratiche messe in campo da alcuni, pochi, durante la manifestazioni di sabato a Roma, hanno diviso il movimento, hanno messo in pericolo chi voleva manifestare (come definire altrimenti una macchina o un palazzo che brucia a due metri dal passaggio dell'intero corteo?), hanno messo in crisi lo spazio pubblico e politico che quella manifestazione voleva costruire.
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Fino a che punto la manifestazione romana di qualche giorno fa con i suoi incidenti e scontri e tensioni rappresenta un salto di qualità, una cartina di tornasole, un segnale inquietante dello stato delle cose nel nostro paese e delle contraddizioni culturali e politiche di ciò che si tende a definire come “ sinistra”?

Da un lato infatti essa fa tornare in mente i precedenti, gli anni settanta, i “ compagni che sbagliano”, le discussioni infinite che hanno spesso caratterizzato il quarantennio post ‘68 della nostra storia e in questo senso il deja-vu, il “ mi ricordo che…” e l’ “ anca mo?” ( ancora una volta?) tendono a riprodurre la retorica di una vicenda di scontri e violenze che finisce col far parte del paesaggio, qualcosa a cui si è da tempo abituati e rassegnati.( In questo senso purtroppo come è noto il morto ci è scappato più di una volta e anche questo rischia di essere un elenco interminabile). D’altro lato credo che, allora come oggi, non serva molto quella sorta di fatalismo che riviviamo con sempre meno emozione e occorrerebbe invece interrogarsi sul nuovo, come si suole dire, sulle ragioni e le cause recenti, sulle peculiarità di movimenti, soggetti, conflitti che costituiscono il retroterra materiale di quello stesso “ nuovo movimento”.

Quanto meno per capire, per analizzare le dinamiche, le trasformazioni mentali e socioculturali, i comportamenti collettivi, i processi di simbolizzazione,la risonanza mass mediatica. E in questo caso è chiaramente visibile il cosiddetto movimento di nuova “indignazione” che è alla base della nuova protesta sociale. Con una caratteristica speciale, tipica dei processi inerenti la “globalizzazione” del mondo, vale a dire il suo universalismo, il fatto di presentarsi come formula, parola d’ordine, immaginario sociale, in modo generalizzato in gran parte del mondo occidentale e in quanto tale di offrire una immagine complessiva di fondo ( il paragone appunto va fatto col 1968, un fenomeno allora globale in un mondo per niente globale, tale per cui il movimento ebbe le sue caratteristiche comuni ovunque , dagli Stati Uniti alla Cecoslovacchia, e però naturalmente esso ebbe le sue peculiarità locali derivanti dai differenti contesti). Anche il movimento di “indignazione” presenta insieme le sue forme universali e le sue differenze locali.
Una prima ricerca sulle origini dell’uso della formula della indignazione lega l’ormai celebre volumetto di Stephane Hessel dal titolo omonimo ( si badi che la fama meritata di Hessel è arrivata quando l’autore, classe 1917, ha superato i novant’anni, quasi un premio finale) al più recente LA VOIE di Edgar Morin ( edizioni Fayard): Il 20 ottobre di un anno fa usciva il volumetto di Hessel, seguito a pochi mesi di distanza da Morin ( “ Hessel provoca un sussulto, Morin indica la strada”, è stato scritto). Con la differenza che pur sempre intercorre tra il primo, novantenne semisconosciuto, e Morin anche lui novantenne sulla breccia ma presente sulla scena filosofica e culturale da mezzo secolo, con studi e volumi che ne han fatto un esponente molto importante della teoria critica e di un marxismo libertario del tutto originale. Ma il fatto rilevante è il successo mediatico dell’opera di Hessel, un successo che ha fatto il giro del mondo e che ha fatto si che la formula divenisse una parola d’ordine universale. Quel che rimane da capire è il tipo di percorso che ha accompagnato la formula e che l’ha visto assumere una risonanza imprevedibile, tale da consentire un doppio processo: quello di veder comunque crescere critiche e rilievi sulla non sufficienza dell’argomentazione ( qui da noi ad esempio è toccato a un altro grande vecchio come Pietro Ingrao mettere in evidenza come non sia sufficiente indignarsi per cambiare il mondo) e quello di divenire quasi una formula magica da evocare in situazioni e contesti diversi. In pratica oggi è quasi impossibile attribuire alla paternità originaria della formula di Hessel gli sviluppi e le conseguenze di un movimento che cresce usando questa parola d’ordine in modi ogni volta autonomi e imprevedibili.

Occorre pertanto intendere questo richiamo agli Indignados in modo separato dalle stesse intenzioni originarie: per tornare al confronto col 1968 si potrebbe usare il richiamo alla formula della “ contestazione globale” di quell’anno , anche allora formula che fece il giro del mondo: gli indignados di oggi sono i “contestatori” del 1968 ( contestatori, si badi: anche allora la differenza tra “ rivoluzionari” e “ contestatori” era tale che quest’ultima formula non implicava un richiamo obbligato a un modello classico di rivoluzione ma un invito a chiamare in causa tutto e tutti, globalmente) ma è possibile chiedersi se loro lo sanno o se comunque la cosa interessa , dato che quel che conta è che questa indignazione esploda, il resto poi si vedrà.

Se ci si chiede cosa accomuni dunque un indignados spagnolo a quello americano, quest’ultimo a quello della primavera araba e costui agli indignati italiani si rischia solo di avviare una sottile serie di distinzioni possibili, è anzi addirittura probabile che a chiederlo ai protagonisti stessi si possano scoprire risposte molto diverse. Ma tutto ciò legittima la distinzione fra indignados “ buoni” e indignados “ cattivi” ( si pensi alla discussione sui black bloc nostrani,cosa aveva a che fare la manifestazione romana col susseguirsi di incendi, attacchi alle banche etc?). Salvo il facile ricorso a teorie del complotto e della provocazione -che attribuiscono le azioni dei black bloc a poliziotti più o meno travestiti per far fallire una manifestazione ( ma anche qui la domanda è lecita: perché eventuali poliziotti travestiti avrebbero dovuto incendiare i loro stessi mezzi col rischio di far bruciare vivi chi era dentro ?), è più ragionevole ammettere che c’erano e ci sono indignados per così dire “ in libera uscita” e indignados manifestanti di massa, che le due strade si intrecciano,che la regola di non avere regole è di fatto la regola di un movimento in cerca di identità. 


A questo proposito è opportuno citare un documento di commento che circola in rete:

 

“Non condanniamo, non siamo un tribunale. Ma nella nostra parzialità esprimiamo un giudizio politico, come tutti dovrebbero avere il coraggio di fare. L'unico modo per far fuori le semplificazioni giornalistiche che separano i buoni dai cattivi, la violenza e la non violenza, è dire con forza che le pratiche di conflitto, anche radicali, possono unire, connettere e costruire, ma possono anche dividere e distruggere. Le pratiche messe in campo da alcuni, pochi, durante la manifestazioni di sabato a Roma, hanno diviso il movimento, hanno messo in pericolo chi voleva manifestare (come definire altrimenti una macchina o un palazzo che brucia a due metri dal passaggio dell'intero corteo?), hanno messo in crisi lo spazio pubblico e politico che quella manifestazione voleva costruire. Assumendo questa differenza, il nostro giudizio è chiaro, nettissimo. A San Giovanni, poi, è successo ancora altro. La reazione della polizia è stata scomposta e violentissima: l'uso degli idranti, i caroselli contro l'intera piazza. In risposta a questo fatto c'è stato un gesto di resistenza più ampio che ha coinvolto altri giovani e giovanissimi che poco avevano avuto a che fare con chi, durante il percorso del corteo, aveva deciso di dividere il movimento, con pratiche di conflitto irresponsabili, oltre che inutili (bruciare macchine o cassonetti in via Labicana: altro che assedio ai palazzi del potere!), e che, soprattutto, aveva quasi come unico obiettivo, tutto politico, se non politicista, quello di colpire il Coordinamento 15 ottobre e la piazza, San Giovanni, dove dovevano esprimersi le lotte sociali e di certo non i partiti politici.

Ora, due giorni dopo, facciamo i conti con una scena inquietante e con un problema. La scena inquietante è quella definita da un nuovo dispositivo: la repressione “partecipata”, l'appello alla “delazione di massa”. Che sia il Corriere della sera a promuovere la linea di Cameron e della sua Big Society, non ci stupisce, che sia il mondo dei social network, in autonomia, a definire questo processo, è cosa assai più drammatica. La raccolta “autogestita” dei materiali video e fotografici, utili a colpire i «violenti», ci parla di un mondo davvero complesso, che le retoriche e le pratiche che confondono ed equiparano i riots di Londra con il 14 dicembre, non solo non capiscono, ma finiscono per alimentare. Il dispositivo, appunto, è un rapporto: il rapporto tra delazione di massa e riots indiscriminati, le due cose, come ci ha dimostrato già Londra questa estate (vi ricordate i giovani che andavano a pulire la città?), viaggiano assieme, sono due facce di una stessa medaglia. E questo ci dovrebbe aiutare a fare piazza pulita anche di atteggiamenti linguistici e politici irresponsabili (pensiamo al proliferare di retoriche insurrezionaliste, agite solo per un giochino di posizionamento politico tra gruppuscoli che hanno nostalgia degli anni '70), perché le parole che usiamo, a volte, producono mostri.

Il problema dei movimenti è semplice. Da adesso in poi non è più possibile eludere la discussione sulle forme di democrazia e sulla molteplicità espressiva dello spazio pubblico di movimento. Le lotte sociali, la generazione precaria, gli studenti e le resistenze operaie, le lotte ambientali e per i beni comuni, devono poter determinare in autonomia il loro modo di stare in piazza, di manifestare, di fare conflitto. Questo vuol dire che non è più possibile rinviare un ragionamento pubblico sulle forme di autoregolamentazione dei cortei, anche e soprattutto quando i cortei vogliono violare le zone rosse o semplicemente sfidare i divieti per invadere la città (come gli studenti hanno fatto negli ultimi tre anni). Come sia possibile una piazza plurale, ma nello stesso tempo democratica, è un problema di tutti, di tutte le lotte sociali, non è un problema di qualcuno, non è un problema dei centri sociali. Per questo la discussione deve essere aperta, per questo c'è bisogno di essere tempestivi, perché il 15 ottobre non può e non deve consegnare il movimento al minoritarismo e al ghetto, perché il movimento non può condannarsi all'impotenza, perché il conflitto, anche radicale e aspro, non può essere messo all'angolo.”

 

Come si vede da questa lunga citazione il problema che viene posto è solo quello di un movimento che sia in grado di autogestire le sue forme di esistenza e di conflittualità, credo anche io che questo tipo di osservazioni anche se non di per sé assolutorie provochino dubbi e incertezze fra gli stessi indignados che si interrogano sul che fare e su come uscire in avanti da questo grande disordine. A questo punto la discussione può seriamente cominciare.

 

Attilio Mangano - Ottobre 2011

 

 

Stephane Hessel, Indignatevi!
Scheda di presentazione del testo a cura dell’Editore
Testo di Elisabetta Bolonti

 

“Le classifiche settimanali dei libri più venduti mettono unanimemente al secondo posto questo libro di poche pagine, di piccolo formato e con la copertina rosso fuoco dal titolo che è un manifesto di intenti: "Indignatevi!"
L’ho letto con commozione. L’autore, classe 1917, ebreo francese attivo nella Resistenza, arrestato, torturato, evaso dai campi di sterminio e rocambolescamente sfuggito al patibolo, dopo la guerra è diventato diplomatico ed ha contribuito alla stesura della "Dichiarazione universale dei Diritti Umani", testo dichiarativo e non giuridico ma tuttavia fondamentale per la presa di coscienza dei propri diritti inalienabili da parte di milioni di uomini sottoposti a sfruttamento, discriminazione, oppressione sull’intero pianeta. Oggi, a 93 anni, con spirito combattivo si rivolge ai giovani del suo paese, ma non solo a loro, esortandoli ad uscire dall’indifferenza, il peggiore dei mali, e a cercare, e non sarà difficile trovarne, motivi di vera indignazione: ci sono situazioni concrete, dice Hessel, il trattamento riservato agli immigrati, ai sans papier, ai rom, ai palestinesi nella striscia di Gaza, ai poveri del mondo sempre più poveri, che devono spingere ad intraprendere una risoluta azione civile.
Cita Martin Luther King e Nelson Mandela come campioni della non violenza e della speranza, capisce che grandi intellettuali come Jean Paul Sartre e Guillaume Apollinaire hanno saputo dare un contributo efficace alla propagazione di idee di impegno e solidarietà. Infine conclude con parole che riporto integralmente:
“Continuiamo ad invocare una vera e propria insurrezione pacifica contro i mass media, che ai nostri giovani come unico orizzonte propongono il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione ad oltranza di tutti contro tutti".
A conclusione del prezioso libretto è riportato il testo integrale della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. L’unico commento che riesco a formulare è una curiosità: come mai, in un paese come l’Italia, che legge poco e che è dominata da media onnipotenti, questo piccolo libro potente ha raggiunto i primi posti delle classifiche di vendita? Forse i lettori italiani sono migliori della loro autorappresentazione? Coltivo una speranza, indignandomi!”

 

Stephane Hessel

Indignez vous

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