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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Marco Sioli e Matteo Battistini [a cura di]
L’età di Thomas Paine
Dal senso comune alle libertà civili americane
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“Dove c’è la libertà, quello è il mio paese”, affermò Benjamin Franklin. Thomas Paine gli rispose: “Dove non c’è la libertà, quello è il mio”. Paine parlò e scrisse nella sua epoca come un rivoluzionario planetario. La sua opera è stata enormemente significativa per il suo mondo come lo è per il nostro, sempre alle prese con nuove crisi e nuove rivoluzioni. Egli affermò l’aspirazione a una società più eguale per tutti, visse per il calore delle azioni umane e si mobilitò in prima persona contro le fredde gerarchie del potere degli Stati. Fu uno scienziato delle idee impegnato a determinare il significato del senso comune e definire i principi alla base dei diritti dell’uomo, ma anche un migrante sempre alla ricerca di un paese che gli garantisse il rispetto dell’uguaglianza e della libertà. Un gruppo di autori americani ed europei si interroga da un lato sul percorso intellettuale di Thomas Paine nella sua epoca, dall’altro si confronta con l’attualità del suo pensiero politico.
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[scheda antologica a cura dell’autore]

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Introduzione - Gli ultimi anni di Paine - La memoria di Paine

 

Introduzione

Nel discorso inaugurale del 20 gennaio 2009, tenuto davanti al Campidoglio di Washington alla presenza di più di un milione di persone, il 44° Presidente americano, Barack Obama, ha concluso il suo intervento recitando alcune frasi ad effetto che il padre della nazione, George Washington, ordinò di leggere in un momento di estrema difficoltà della Guerra d’indipendenza: “Lasciate detto al mondo futuro, che nella profondità dell’inverno, quando solo la speranza e la virtù potevano sopravvivere, la città e la campagna, allarmate dal comune pericolo, si riunirono per affrontarlo”.
Sebbene non fosse apertamente nominato l’autore della frase, molti studiosi hanno subito riportato la citazione al testo originale, The Crisis N. 1 del 23 dicembre 1776, uno degli innumerevoli scritti di Thomas Paine. Più in generale il discorso di Obama era costellato da diverse citazioni ispirate all’opera di Paine: dal compito dei Padri fondatori che era quello di assicurare “il governo della legge e i diritti dell’uomo”, alla necessità di ristabilire una relazione di “fiducia tra popolo e governo”; sino all’affermazione che la sicurezza della nazione è derivata “dalla giustezza della causa americana, dalla forza dell’esempio alle qualità temperanti dell’umiltà e del ritegno”. Il governo della legge era una frase chiave nelle argomentazioni di Paine e i diritti dell’uomo il titolo di una sua opera, il significato di una corretta relazione tra popolo e governo era ampiamente dibattuta nei suoi scritti, e anche per Paine la tranquillità interna di una nazione dipendeva “in grande misura dalla moderatezza di quello che potremmo opportunamente definire il modo di vivere nazionale”.
Se Obama rappresenta la novità espressa dalla volontà popolare americana dopo i difficili anni della presidenza di George W. Bush, che aveva messo in secondo piano le libertà civili garantite dalla Carta costituzionale, Thomas Paine ha costituito la novità e la ricchezza dell’esperimento sorto nell’America del Settecento contribuendo, con le sue riflessioni, alla stesura dei testi che ancora oggi fungono da stimolo e punto di riflessione per la nazione intera, per coloro che difendono a spada tratta gli ideali nazionali, come pure per quelle forze politiche e sociali che li contestano. Common Sense, The Crisis, Rights of Man, The Age of Reason e Agrarian Justice sono tutte opere che affrontano temi complessi in maniera semplice e innovativa, potenzialmente utili a coloro che vogliono innovare il sistema politico, piuttosto che mantenere invariato lo status quo; pamphlet funzionali per tutti coloro che si accorgono della fragilità del Golem americano e ne vogliono influenzare in positivo i cambiamenti. In questo contesto possiamo affermare che Thomas Paine è stato un mito bipartizan nella storia americana.
Un esempio chiarificatore ci riconduce alla figura di Ronald Reagan, il quale citò Paine alla Convenzione nazionale del Partito repubblicano tenutasi nel luglio del 1980 a Detroit. Rivolgendosi al pubblico per dichiarare la sua accettazione della nomination per la corsa alla Casa Bianca, Reagan dichiarò: “Saremmo in grado di ricominciare la storia del mondo”. Quello che interessava a Reagan del pensiero di Paine era sicuramente lo scetticismo riguardo la macchina politica. Per Paine il governo costituiva, “proprio come gli abiti, il simbolo della perduta innocenza”, e avrebbe dovuto avere come fine e scopo la libertà e la sicurezza da ottenersi “con la minore spesa e i maggiori vantaggi”. Per Reagan la “politica delle libertà” includeva appunto questo tipo di governo minimale presente nel Paine di Common Sense. Niente di strano dunque nell’uso di questa frase da parte di Reagan che amava spiazzare la sua audience con citazioni che provenivano dagli scritti degli “eroi del liberalismo” […]
Thomas Paine non è stato una semplice pedina nella storia dei testi fondamentali degli Stati Uniti e quindi dei diritti civili americani, bensì un anticipatore dei temi che comporranno nei secoli successivi la più ampia gamma dei diritti umani nel loro carattere universale. Paine ha preceduto molti degli argomenti che sono entrati nel dibattito sui diritti umani: la ricerca di una pace nel mondo, l’abolizione della pena di morte e della tortura, la denuncia degli atti di barbarie che offendono la coscienza umana, l’abolizione di ogni tipo di schiavitù e la rivendicazione dei diritti delle donne. Tutti principi che saranno parte essenziale della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del dicembre 1948 adottata da 48 Stati presso l’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite [Onu] che, come scrive la storica del diritto Alessandra Facchi, riprende le quattro libertà di Franklin D. Roosevelt: libertà di parola, di credo religioso, dalla paura e dai bisogni.
Lo stesso Roosevelt si era appellato proprio a Paine in uno dei sui discorsi radiofonici, la “chiacchierata del caminetto” del 23 febbraio 1942, anticipando lo stile che sarebbe stato una prerogativa di Obama – la citazione di The Crisis N. 1 di Paine attraverso le parole di George Washington – ma nel caso di Roosevelt, il filosofo radicale veniva ricordato apertamente […] “È tempo di recuperare Thomas Paine e rinnovare la lotta per la libertà, l’uguaglianza e la democrazia in America”.
Intuendo l’attualità del pensiero di Paine in un contesto mondiale, è stato proprio l’Onu, come ci ricorda nel saggio conclusivo di questo volume il cocuratore Matteo Battistini, che in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita di Paine, il 10 dicembre 1987, ha organizzato un convegno presso il Palazzo di Vetro. Gli interventi sono stati portati alle stampe per i tipi della Spokesman Books di Nottingham solo nel 2009 in occasione del bicentenario della morte di Paine. La distanza dei due eventi segna inevitabilmente il difficile percorso di realizzazione dell’opera e la problematicità di rendere unanimemente condiviso e apprezzato un pensiero politico come quello di Thomas Paine anche nell’età contemporanea […]

 

Gli ultimi anni di Paine

Coloro che vorranno visitare New Rochelle, circa venticinque miglia a nordest di Manhattan, non avranno vita facile. Non raggiunta dalla metropolitana, e nemmeno dai treni veloci che collegano New York con Boston, la città che ospita il Thomas Paine Museum e il cottage dove visse dal suo ritorno negli Stati Uniti sino alla morte avvenuta nel 1809, è collegata con lenti treni per i pendolari che hanno scelto di vivere fuori dalla cerchia metropolitana della Grande Mela. Un sobborgo che nella sua storia ha avuto, come molte città americane, momenti di gloria e altrettanti di rapido declino: prima area rurale immersa nella wilderness, poi area di residenza per ricchi facoltosi, quindi città industriale e postindustriale, e infine città satellite dell’indaffarata e molto più costosa New York. Una storia complessa che ha alternato momenti di grande ricchezza a momenti di crisi profonda.
Non è facile nemmeno dalla stazione dei treni arrivare al cottage di Thomas Paine, che si trova in un’area verde a nord della città. Attraversando un piccolo ponte pedonale si raggiunge la casetta a due piani, o meglio la cabina visto le sue dimensioni, costruita in legno e senza fronzoli, composta da due stanze per ogni piano e con piccole finestre che danno su un giardino ben tenuto. Sotto una di queste un tavolino e una sedia sulla quale è appoggiato un clone di Thomas Paine intento a scrivere i suoi celebri pamphlet alla luce di una candela consumata. Niente a che vedere con Mount Vernon, la residenza di George Washington, o Monticello, la residenza di Thomas Jefferson. Il cottage interpreta in modo efficace lo spirito egalitario di Thomas Paine, così come le difficoltà che incontrò al suo rientro in America e la profonda solitudine in cui visse gli ultimi anni della sua vita.
Nel 1806, William Carver, un fabbro e veterinario di Manhattan, si recò in visita a Thomas Paine a New Rochelle. Non trovò l’amico nel cottage, bensì in una delle taverne della cittadina, ubriaco e in uno stato di grave prostrazione. Paine indossava una camicia il cui colore assomigliava a quello di “una pelle conciata”. Anche l’odore che emanava era sgradevole e assomigliava a quello “dei poveri questuanti in Inghilterra”. Dopo due anni di vita in campagna, le finanze del celebre autore di pamphlet che avevano venduto centinaia di migliaia di copie erano quantomeno scarse. Questa condizione era aggravata dalla solitudine provocata dall’ambiente che lo circondava, difficile se non addirittura ostile […] A New York le cose non cambiarono granché. La salute di Paine continuava a peggiorare, anche se le facoltà mentali rimanevano intatte. Un articolo scientifico sulla febbre gialla era stato apprezzato e ristampato in diversi giornali. Anche se non coglieva le reali cause dell’epidemia, attribuite genericamente al rimescolamento delle acque sotterranee, l’articolo testimoniava la voglia di continuare a scrivere […] L’8 giugno 1809, dopo essere passato da un alloggio temporaneo ad un altro in una città indaffarata che di sicuro non si prendeva cura degli anziani, Thomas Paine morì all’età di 72 anni in una casa del Greenwich Village di New York, ricordato da pochi e dimenticato dai più. Dopo il rifiuto dei quaccheri di seppellirlo nel loro cimitero, il corpo venne portato alla fattoria di New Rochelle. Due giorni dopo, a presenziare alla sepoltura c’erano poche persone: tre amici, due afroamericani, di cui uno era presumibilmente il seppellitore, e Margaret Bonneville con due dei suoi tre figli, Benjamin e Thomas. Pochi anche gli articoli che comparvero sui giornali vicini alla causa da lui strenuamente difesa, quella dei diritti dell’uomo. Nessuna parola dall’amico Thomas Jefferson, che lo aveva invitato a Washington al suo ritorno dall’Europa; nessuna parola da James Monroe, l’ambasciatore americano a Parigi che era intervenuto per liberarlo dalla prigione nel 1794; nessuna parola da Benjamin Rush che nella Philadelphia del 1776 aveva contribuito a coniare il titolo di Common Sense per il celeberrimo pamphlet così importante per la Rivoluzione americana. La morte fu circondata da un silenzio assordante.

 

La memoria di Paine

Mentre il mito di Thomas Paine si diffondeva in America Latina, il tentativo di rimozione della memoria di Paine dalla storiografia statunitense prendeva il via. Per John Adams egli non aveva capito nulla né del governo né della religione. Ad un amico che gli aveva scritto una lettera in cui usava la frase “L’età della ragione”, Adams reagì affermando: “Chiamatela l’età della follia, del vizio, della frenesia, della furia, della brutalità, tutto ma tranne che l’età della ragione […] Chiamatela l’età di Paine”. Sicuramente era stata l’età delle rivoluzioni che avevano messo il mondo sottosopra.
[…] L’alternanza di sentimenti nutrita dai cittadini americani nei confronti di Thomas Paine è ben testimoniata anche dalle sorti della statua commissionata dalla French American Thomas Paine Memorial Commission nel 1936 a Gutzon Borglum, l’autore del monumento di Mount Rushmore. Con i lavori in South Dakota chiusi per l’inverno, ed aiutato dal figlio Lincoln, Borglum preparò un calco da inviare in Francia dove la statua venne fusa in bronzo dorato nelle fonderia di Rudier. Borglun, che raggiunse la Francia per assistere alla fusione, partecipò anche all’inaugurazione della statua il 29 gennaio 1937 e alla cena celebrativa del duecentesimo anniversario della nascita di Paine. Regalata dalla Francia agli Stati Uniti, la statua di pregevole fattura e alta più di due metri, ha avuto alterne fortune: trattenuta a Parigi durante l’occupazione nazista, è rimasta nascosta in un deposito della fonderia sino al 1948 quando è stata collocata presso il parco di Montsouris della capitale francese, dove si trova attualmente.
Solo nel 1992 il Congresso americano ha deciso di accettare la statua in regalo dalla Thomas Paine National Historical Association, per collocarla nella collezione artistica del Campidoglio di Washington. In quella occasione il Congresso ha riconosciuto “il ruolo embrionale giocato da Thomas Paine nella fondazione della nazione così come la sua difesa per i diritti individuali e la libertà in tutto il mondo”, ed il suo impegno per avere una Costituzione in grado “di proteggere i diritti civili, religiosi e di proprietà per i popoli di tutte le razze”. In questo documento veniva anche ricordato il ruolo di Paine come “abolizionista”.
Su questo ultimo punto, se Paine fosse stato effettivamente un abolizionista, si è soffermato James Lynch dell’University of Kentucky, con uno studio in controtendenza rispetto al punto di vista di altri storici. Per Lynch, sebbene Paine avesse sempre trovato ripulsiva la schiavitù e avesse sinceramente auspicato il suo sradicamento, egli non fece nulla per contrastarla e “raramente trasformò il suo pensiero in un’azione visibile e pubblica”. Dopo aver controllato scrupolosamente i registri della Society for the Relief of Free Negroes Unlawfully Kept in Bondage formata a Philadelphia nel 1775 e riorganizzata nel 1787 come Pennsylvania Society for Promoting the Abolition of Slavery, il ricercatore ha notato che il nome di Paine non figurava nei registri e che nessuno dei membri aveva annotato la sua presenza. Sino al 1787, anno in cui Paine partì per l’Inghilterra per promuovere la costruzione del suo ponte di ferro, egli non partecipò ai meeting della società antischiavista.
Un altro oggetto del contendere tra gli storici è sicuramente il testo “African Slavery in America”, incluso da Philip Foner tra i lavori di Paine nella raccolta The Complete Writings of Thomas Paine pubblicata nel 1945. L’articolo scritto nel 1774 e stampato sul Pennsylvania Journal and the Weekly Advertiser di Philadelphia l’8 marzo del 1775 a firma “Justice and Humanity” può a tutti gli effetti essere considerato il lavoro di un antischiavista, anche se l’oggetto principale è quello di difendere la Rivoluzione americana e il suo successo che dipendeva dalla fine della schiavitù vista come un peccato nazionale. Per l’autore, gli schiavi avrebbero dovuto diventare degli agricoltori interessati alla salute pubblica, “invece di essere pericolosi così come sono oggi, in quanto il nemico potrebbe promettere loro una migliore condizione”. Oltre ad alcune riflessioni sulle differenze stilistiche dagli altri scritti di Paine, Lynch mette sotto la lente di ingrandimento la frase “che coloro che li tenevano in schiavitù dovevano essere puniti”, che non poteva essere stata scritta da un autore come Paine che aveva come amico un proprietario di schiavi come Jefferson, e addirittura un importatore di schiavi come Henry Laurens.
Quando un amico di Paine gli chiese “Perché non avesse mai preso in mano la penna per difendere la causa dei neri”, egli gli rispose che quella causa avrebbe sofferto nelle sue mani: “Non avrei potuto trattarla con la minima possibilità di successo, perché non avrei potuto pensare alla loro condizione senza sentimenti di indignazione” dichiarò Paine. Come scrive ancora Lynch, l’autore di Common Sense indubbiamente odiava la schiavitù, ma riconosceva che in America era troppo radicata nella società, e non poteva essere cancellata da una penna, neanche da una penna potente come la sua. Questo scontro sul reale radicalismo di Paine sul fronte dell’abolizionismo ci conferma di quanto sia indubbiamente ancora attuale il dibattito attorno alla sua figura.

 

Marco Sioli

 

Indice del volume:
Tiziano Bonazzi, Prefazione - Marco Sioli, Introduzione - Peter Linebaugh, "Where liberty is not, there is my country", Thomas Paine, un rivoluzionaria planetario - Sophia Rosenfeld, Il senso comune di Thomas Paine e il nostro - Simon Newman, Agli amici dei Diritti dell'Uomo. Thomas Paine e le origini della politica americana - Jeffrey L. Pasley, Thomas Paine e le elezioni presidenziali del 1796 - Kirsten Fischer, Al di sopra della legge di Dio e degli uomini. Deismo e politica rivoluzionaria nelle opere di Paine - Carine Lounissi, Thomas Paine e Thomas Jefferson: la lunga affinità - Edward Gray, L'impero della libertà di Thomas Paine - Benedetta Calandra, "El impresionante brillo de la felicidad". Il pensiero di Thomas Paine in America Latina - Matteo Battistini, Paine dopo Paine: Thomas Skidmore e l'eredità della Rivoluzione americana nella New York del 1829 - Massimo Corbacelli, Thomas Paine secondo John Dos Passos - Matteo Ceschi, "My Back Pages". Bob Dylan, la Sinistra americana e l'eredità di Thomas Paine - Nathalie Caron, Il diritto alla libertà di parola e alla libertà di pensiero. Il "nuovo" ateismo negli Stati Uniti e la lezione di Thomas Paine - Matteo Battistini, Riferimenti bibliografici

 

Marco Sioli e Matteo Battistini, a cura di
L’età di Thomas Paine
dal senso comune alle libertà civili americane

 

FrancoAngeli, 2011

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