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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Federico Romero
Storia della guerra fredda
L'ultimo conflitto per l'Europa
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Federico Romero, professore di Storia dell'America del Nord all'università di Firenze, ripercorre le tappe della "Guerra fredda" dalle origini della contrapposizione fra Stati Uniti ed Unione Sovietica al crollo del muro di Berlino. Il volume è scandito cronologicamente e analizza le fasi del confronto politico e ideologico, progressivamente più difficile per Mosca, il cui impero infine esplose "sotto il peso dei suoi fallimenti culturali e strutturali". L'autore mostra anche come le pratiche multilaterali sviluppatesi durante i decenni post-bellici e la predominanza egemonica degli Stati Uniti abbiano informato di sé, non senza attriti e contraddizioni, il panorama diplomatico internazionale dopo il 1989: "Da tessuto connettivo tra i membri di un solo polo di potenza - quello occidentale - il multilateralismo è divenuto una rete più diluita di collaborazioni e forze assai diverse sotto il profilo socioculturale, e non necessariamente convergenti nelle loro ambizioni strategiche", si legge nelle conclusioni. Ed è sulla capacità o meno di rispondere a queste complesse sfide che si giocano gli assetti del XXI secolo.
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[scheda antologica a cura di Andrea Spanu]

 

 

Origini della guerra fredda, 1944 - 1949

Tra l'estate e l'autunno del 1946, [...] la fiducia nella cooperazione precedeva drasticamente e la psicologia della rivalità conquistava il campo. Forme di negoziazione continuavano, vuoi per inerzia vuoi perché alcune questioni erano ancora risolvibili (si giunse per esempio a definire il trattato di pace con l'Italia). Ma prevaleva l'inconciliabilità, che tra l'altro chiuse la possibilità (se mai c'era stata) di porre sotto controllo le armi nucleari. Gli USA infatti proposero un improbabile piano per affidare le loro armi atomiche all'ONU solo quando fosse stato accertato che nessun altro ne stava costruendo. I sovietici non avrebbero comunque rinunciato alla loro progetto nucleare, vista l'importanza che aveva per Stalin, ma in ogni caso ribatterono di non accettare ispezioni e di voler prima il disarmo americano e poi la rinuncia altrui. Era un altro stallo insolubile, che sanciva il monopolio nucleare americano e alludeva già alla spirale di riarmo degli anni a venire. Da parte americana si coltivava sempre più il sospetto che Mosca perseguisse una campagna strategica di destabilizzazione, e per quanto possibile di penetrazione, nel Mediterraneo e in Europa. Di conseguenza ci si volgeva a una mentalità offensiva che tendeva a misure unilaterali come la bizona, e a usare la diplomazia per denunciare le posizioni sovietiche più che per raggiungere compromessi. Si raccomandava ancora una politica di accordo con Mosca, come il segretario al Commercio Henry Wallace, finì isolato e dovette dimettersi. Lo stesso Truman era attaccato da destra per non essere abbastanza risoluto nei confronti del comunismo. La vittoria dei repubblicani nelle elezioni parlamentari di novembre manifestava l'insofferenza di una parte cospicua del paese, sottoponendo l'amministrazione a una pressione di carattere nazionalistico e antisovietico che avrebbe ulteriormente incentivato l'opzione della rivalità internazionale. Anche i sovietici aggiornavano l'analisi di una situazione che vedeva in difficoltà, puntando l'attenzione su quel che l'ambasciatore a Washington, Nikolaj Novikov, definì il 27 settembre una svolta nella politica americana, con il prevalere di "tendenze imperialistica del capitale monopolistico americano" che "è alla ricerca del dominio mondiale" e intende "limitare o eliminare l'influenza dell'URSS nei paesi confinanti". Restava tuttavia immutato il quadro di riferimento dettato dall'ideologia: il capitalismo non potrà che conoscere nuove crisi e tensioni interne, ragione per cui la collaborazione tra USA, GB e altri paesi " non può durare". L'emergere di un'inattesa assertività americana si intrecciava sinistramente, per Stalin, con la precarietà del controllo sovietico sui paesi occupati. Elezioni locali nella loro settore tedesco, nell'autunno 1946, evidenziavano un forte voto di protesta, e anche in Austria e in Ungheria i partiti comunisti arretravano. Il Cremlino a questo punto vedeva il pur limitato pluralismo come una minaccia di sovversione. E muoveva decisamente verso politica d'occupazione più consone alla sua cultura: distruzione delle opposizioni, terrore diffuso, sottomissione dei comunisti locali al controllo stringente di Mosca, epurazioni. Il 1946 si credeva quindi in un'atmosfera di riconosciuto antagonismo-esasperata da una retorica ormai reciprocamente ostile-dalla quale non ci si poteva attendere una soluzione concordata dei problemi del dopoguerra quanto semmai quella che l'ex ministro degli esteri sovietico Litvinov definì "una lunga tregua armata". Per i sovietici ciò voleva dire arroccarsi in un'arcigna e vieppiù brutale irregimentazione del proprio controllo imperiale in attesa che le crisi e le divisioni del capitalismo offrissero migliori opportunità. Per gli Stati Uniti, invece, la nuova linea della fermezza era utile ma non sufficiente, perché la loro concezione globale di una sicurezza fondata non soltanto sulla propria forza ma su un circolo virtuoso di ripresa dell'economia internazionale e stabilizzazione democratica stava provando pochi riscontri nella realtà dell'Europa occidentale, dove viceversa si percepiva una crescente incertezza e vulnerabilità (pp.45-47)

 

Il bipolarismo militarizzato, 1950-1956

La Corea portò [...] all'estremo la lotta ideologica che si era già aperta in Europa nel 1948, e che sempre più assumeva un carattere di piena delegittimazione dell'avversario, tanto da presentarsi come "un conflitto di totale annichilimento simbolico" reciproco. Non vi erano ormai più tavoli negoziali, sospesi fin dal 1947; i diplomatici non si incontravano; i dirigenti sovietici e americani comunicavano solo per gesti o dichiarazioni pubbliche di demonizzazione dell'avversario. Non solo i governi, ma i media e le istituzioni culturali delle due superpotenze erano impegnate in una colossale battaglia di immagini propagandistiche che schiacciava l'avversario sulle formule del "totalitarismo aggressivo" o dell'"imperialismo guerrafondaio", del "comunismo ateo" e del "capitalismo sfruttatore". Sia lo sforzo staliniano di imporre la disciplina sociale del terrore sia l'impegno del maccartismo a cementare un consenso manicheo conobbero i loro anni più aspri proprio durante la Corea, quando sfruttarono l'emergenza bellica per rafforzare i rigori ideologici con il patriottismo e la paranoia dello spionaggio e dell'infiltrazione avversaria. Il clima di guerra ideologica, i primi passi verso il riarmo dei due blocchi, e, poi, l'esplosione dell'ostilità in Corea, diedero una dimensione del tutto nuova a quella lotta "per alimenti e per i cuori" che, dal piano Marshall in poi, era al centro dello scontro politico in Europa. Se i partiti e i militanti comunisti erano portavoce della critica sovietica alle disuguaglianze del capitalismo e al dominio dei monopoli americani, le stazioni radio americane indirizzate oltre cortina (come Radio Free Europe o la Voice of America) cercavano di fomentare il dissenso denunciando le persecuzioni, l'assenza di democrazia e le misere condizioni dei lavoratori nei paesi socialisti. Il cinema sovietico celebrava gli eroi e i successi della "patria socialista", mentre non poca parte di quello hollywoodiano si lanciava in raffigurazioni metaforiche del conflitto tra libertà e oppressione, celebrava l'epopea western di formazione della società americana o rappresentava l'angoscia dell'invasione la parte di spietati alieni. [...] In paesi come l'Italia, il cui allineamento Atlantico si accompagnava la presenza di un forte partito comunista, lo scontro ideologico era continuo e diffuso in ogni ganglio della società, permeava sia il discorso quotidiano di milioni di cittadini sia la vita politica, e spesso evidenziava tensioni nelle tattiche anticomuniste tra i partiti di governo e l'alleato americano, che avrebbe voluto una maggiore radicalità nella repressione dei comunisti e delle loro organizzazioni politiche, sindacali o ricreative. Ma questo peculiare tipo di guerra fredda veniva combattuta soprattutto sulle raffigurazioni della società e del suo futuro. A partire dal piano Marshall, e poi lungo tutto l'arco della formidabile crescita economica attivatasi in Europa occidentale, il discorso occidentale fu incentrato sul nesso tra democrazia e prosperità.[...] il discorso comunista, viceversa, si incentrata sulle denunce dello sfruttamento o sul nesso tra capitalismo e guerra - com'era sua tradizione - ma aggiungeva ora anche un esplicito appello alle élite intellettuali che si sentivano minacciate dal materialismo e dai nuovi consumi culturali di provenienza statunitense". (pp.88-89)

 

Un antagonismo globale, 1957-1963

Se alla ritirata dell'imperialismo avesse corrisposto [...] l'avanzamento di nuove nazioni ispirate dall'esperienza dell'URSS, il socialismo avrebbe conosciuto una nuova era di espansione su scala mondiale, fino a diventare un sistema internazionale capace di superare quello capitalistico. Per questo Mosca si impegnò su vari fronti dalla metà degli anni Cinquanta. In Cina investì somme colossali e inviò migliaia di consulenti tecnici per cercare di replicare l'esperienza sovietica di industrializzazione in un paese alleato e comunista. In Medio Oriente e in Asia cooperò con i regimi nazionalisti-fornendo loro sostegno diplomatico e, spesso, anche aiuti tecnici e militari. Sul piano internazionale, Mosca accolse con favore il movimento di Bandung e si fece paladina delle richieste dei non allineati all'ONU. La sua polemica verso gli Stati Uniti e l'Occidente si focalizzò sui temi dell'imperialismo e del razzismo, costruendo così una consonanza retorica e ideale con il vocabolario culturale della decolonizzazione. Proprio mentre il mito sovietico si sgretolava in Europa, in seguito all'Ungheria, l'antimperialismo cercava-con un qualche temporaneo successo-di ricostruirlo su scala globale. L'apice di questo sforzo di riposizionare l'URSS quale retroterra dell'indipendentismo, cercando di svolgere quel movimento storico in una leva per costringere l'Occidente sulla difensiva, fu raggiunto dopo la rivoluzione castrista del 1959 a Cuba. Il rovesciamento di un regime filoamericano nell'area di più immediata influenza statunitense, a opera di una movimento rivoluzionario che si proclamava socialista e cercava una collaborazione con l'URSS, entusiasmò i dirigenti sovietici.[Essi] si persuasero che il Terzo Mondo fosse l'arena in cui si sarebbe deciso il confronto storico tra imperialismo e socialismo. Presero a spingere sistematicamente rapporti con i movimenti rivoluzionari oltre che con i regimi non schierati con l'Occidente, e per un ventennio rimasero convinti che la guerra fredda sarebbe stata vinta nel Terzo Mondo. (pp.132-133)

 

Disordine bipolare, 1964-1971

Lo scenario internazionale che circondava la guerra in Vietnam ne illuminava un paradosso non meno rilevante di quello insito nella sua conduzione da parte americana. Per Washington [...] la motivazione strategica (e l'urgenza psicologica) stava nel potenziale effetto domino di una vittoria comunista avrebbe potuto innescare. Taluni alleati locali condividevano quel timore. Per questo Corea del Sud e Australia avevano inviato alcune loro unità a combattere a fianco delle forze americane, e la Thailandia forniva un importante retroterra logistico. In maniera pressoché speculare, anche tra gli antagonisti rivoluzionari degli Stati Uniti vi era la convinzione, o quanto meno la speranza, che quel conflitto avesse una centralità esemplare. Il segretario del Partito comunista vietnamita Le Duan pensava nel 1965 che la guerra fosse il "punto focale della lotta fra due forze-quella rivoluzionaria e quella controrivoluzionaria-nel mondo attuale". Hanoi aveva ogni interesse a presentare la guerra in tale luce, per ottenere il massimo sostegno possibile dalle potenze comuniste e i movimenti rivoluzionari. E aveva scelto il linguaggio più appropriato. Almeno fino al 1968, i comunisti cinesi diedero un cospicuo sostegno materiale e politico ad Hanoi (pur evitando prudentemente ogni mossa che potesse portarli a uno scontro diretto con gli USA). Per Pechino quella del Vietnam era infatti una nota esemplare sotto il profilo strategico è teorico. Metteva in imbarazzo la ricerca sovietica di una coesistenza pacifica tra Est e Ovest, esaltava il ruolo della Cina quale punto di riferimento per i movimenti di liberazione del Terzo Mondo, e forniva una raffigurazione epica della teoria maoista della rivoluzione, secondo cui la "campagna" del mondo avrebbe accerchiato e infine battuto la metropoli imperiale. Non meno interessati erano i dirigenti cubani che-pur lontani dal Sudest asiatico- vedevano in ogni episodio rivoluzionario del Terzo Mondo una corroborazione della loro esperienza e, soprattutto, un utile alleato per distogliere la pressione statunitense da Cuba. Per questo l'Avana addestrava guerriglieri latino-americani, Guevara invitava a "creare dieci, cento Vietnam" (tentando invano di suscitare la guerriglia prima in Congo e poi in Bolivia) e la politica estera cubana si sarebbe a lungo incentrata sul sostegno ad altri focolai rivoluzionari, come mezzo per estendere la propria influenza e la propria sicurezza. Ma altri Vietnam non ne sorsero, né si manifestò un effetto domino. Anzi, proprio negli anni dell'escalation americana in Vietnam si assistette alla stabilizzazione filoccidentale di molti punti focali del Terzo Mondo. Invece del castrismo in America Latina si imposero regimi anticomunisti, spesso militari. In due paesi emblematici della decolonizzazione, il Ghana e l'Algeria, il rovesciamento dei governi di Nkrumah e di Ben Bella inaugurò tra il 1965 e il 1966 dei percorsi di avvicinamento all'Occidente, in entrambi i casi guidati dalle forze armate. E in Indonesia furono ancora i militari, insieme alle forze islamiche, a spezzare l'alleanza nazional-rivoluzionaria di Sukarno (una figura chiave del non allineamento) con i comunisti. (pp. 182-183)

 

Apogeo e disfatta della distensione, 1972-1980

Possiamo [...] guardare agli anni compresi tra le decisioni di Nixon nel 1971 e quelle di Volker nel 1979 come a una cesura profonda, in cui il sistema economico sorto insieme alla guerra fredda si disse articolo, fu seguito da una transizione disordinata e complessa (vissuta come crisi dai contemporanei) e venne poi rimpiazzato da una nuovo regime. Nell'ordine di Bretton Woods e del contenimento-tema europeo e poi globale-gli Stati Uniti avevano esportato un modello di produzione e consumo fondato sulla grande azienda fordista; avevano incoraggiato ordinamenti sociali imperniati su uno Stato assistenziale e interventista con 1° variabile ma importante di concertazione tra le parti sociali; e avevano finanziato la stabilizzazione e la crescita di questo sistema occidentale con l'esportazione di dollari. I timori di instabilità seguiti alla decolonizzazione e avevano poi spinti a estendere quel modello di modernizzazione al Terzo Mondo, teorizzando (e in parte praticando) un esperimento di ingegneria socioeconomica che pilotasse la fuoriuscita dal sottosviluppo. La cultura che sottintendeva e razionalizzava questo approccio era quella liberal , e l'energia che l'animava risiedeva nell'urgenza di controbattere l'influenza del comunismo come il modello di prosperità democratica sorto dall'America del New Deal. Il tipo di preminenza che gli Stati Uniti affermavano dopo i turbolenti passaggi degli anni Settanta era ben diverso. Il dollaro non era più l'ancora di un sistema coeso ma la moneta principale di un regime di aperta concorrenza, anche valutaria, per attrarre capitali. Alla coordinazione negoziata di un'economia atlantica subentrava la competizione tra grandi aree economiche (USA, CE, Giappone e poi Estremo Oriente) tanto interdipendenti quanto concorrenti. Da grande creditore mondiale, il paese si trasformava nel principale recettore di capitali. All'esportazione di un modello industriale si sostituiva la generazione e diffusione di tecnologie avanzate, e dei linguaggi che ne scaturivano, mentre il mercato americano diveniva il più grande importatore mondiale di merci, il cui consumo sosteneva la crescita delle economie emergenti nelle quali si di giocavano interi processi produttivi prima svolte negli Stati Uniti. La trasformazione era contrassegnata, e guidata, dalla cultura neoliberista che anteponeva l'individualismo alla solidarietà, la concorrenza alla concertazione, la libertà d'impresa alla protezione del lavoro, e la disciplina del mercato all'assistenza per lo sviluppo. Se i sovietici immaginavano che il capitalismo non avesse un futuro, i neoliberisti affermavano invece che il futuro era un capitalismo più competitivo e costantemente innovativo. E così sarebbe stato. Ma la transizione degli anni Settanta verso quel tipo di capitalismo globale non era solo, e neppure principalmente, il frutto delle loro idealizzazioni. In primo luogo perché essa era sospinta-come si è visto-da mutamenti strutturali nella produzione e distribuzione, nella finanza, nelle tecnologie. Queste ultime, in particolare, permettevano le rapide, dense e molteplici interconnessioni che rendevano operativamente fattibile, ed economicamente redditizia, l'internazionalizzazione della produzioni e la moltiplicazione degli scambi. (pp.159-160)

 

Il cerchio si chiude, 1981 - 1990

Le difficoltà di Mosca crescevano [...] a vista d'occhio. L'influenza internazionale dell'ideologia comunista, e la sua stessa rilevanza come cultura della trasformazione politica, erano in caduta verticale. Il crollo della distensione aveva reso inservibile la strategia seguita per quasi vent'anni. L'invasione dell'Afghanistan aveva invischiato l'URSS in una guerra costosa, perdente e terribilmente gravosa sotto il profilo diplomatico: oltre alla reazione occidentale, le sanzioni americane e l'ostilità cinese, una mozione di condanna all'assemblea generale dell'ONU palesava l'isolamento di Mosca anche nel Terzo Mondo. La grande fiducia dell'epoca brezneviana nel miglioramento delle relazioni globali di potenza si stava tramutando in amara, scoraggiante disillusione. Soprattutto, Mosca doveva nuovamente fronteggiare la precarietà del suo controllo sull'Europa orientale proprio mentre la carenza di risorse del blocco socialista diveniva macroscopica. A fine anni Settanta la dipendenza dei regimi dell'est dai crediti occidentali si era fatta endemica-perché da essi dipendeva la possibilità di dare alla popolazione un qualche marginale miglioramento dei consumi-è talmente alta da far rischiare l'insolvenza. Ma ogni tentativo di ridurla, contenendo le importazioni e i consumi, avrebbe necessariamente comportato drastiche riforme delle economie socialiste, o sollevato il dissenso e la protesta. Fu quel che accade in Polonia nell'estate del 1980: quando il governo annunciò l'aumento dei prezzi della carne, in molte fabbriche del paese scattarono gli scioperi. Poteva essere l'ennesima ribellione repressa con la forza. Ma il contesto era diverso, il regime assai più insicuro. Relazioni economiche con l'Occidente erano divenute troppo importanti. La Chiesa cattolica, sospinta dalla volontà e popolarità di Giovanni Paolo II, stava divenendo una cruciale fonte alternativa di autorità morale e sociale. (pp. 287-288)

Il 12 settembre [1990] i due Stati tedeschi e le quattro potenze che avevano occupato il paese alla fine della seconda guerra mondiale firmavano gli accordi di riunificazione di una Germania ora pienamente sovrana. Il 3 ottobre 1990 la RDT cessava di esistere, i suoi cittadini e territori erano inglobati nella Repubblica federale. Era, questo, il principale lascito politico della fine della guerra fredda insieme al sorgere, nell'Est europeo, di regimi democratici sovrani, che l'anno dopo abbandonarono sia il COMECON che il Patto di Vasavia, i quali cessavano così di esistere. Ma non era l'unico, perché l'attenuazione e poi la fine dell'antagonismo bipolare stavano allentando anche le condizioni che in altre parti del mondo avevano sostenuto dei sistemi autoritari. I regimi che avevano a lungo assicurato il ruolo delle Filippine e della Corea del Sud quali bastioni del contenimento in Asia si erano trovati privi di tale funzione, e quindi del fervido sostegno statunitense, ed erano crollati già nel 1986 e nel 1988, per venir sostituiti da governi democraticamente eletti. In modo analogo, le dittature militari dell'America Latina avevano perduto la legittimazione internazionale dell'anticomunismo e negli anni Ottanta avevano gradualmente lasciato il passo alla democratizzazione, tanto che nel 1990 in tutto il continente non c'era più alcun governo non eletto. E la fine del conflitto in Africa australe schiudeva la strada al superamento del regime bianco dell'apartheid in Sudafrica, che veniva smantellato nel 1991 e poi sostituito-nel 1994-da una democrazia elettorale guidata dalla maggioranza nera. La vittoria strategica dell'Occidente nella guerra fredda assunse perciò nel discorso pubblico le sembianze non tanto di un processo storico-da analizzare e sezionare nelle sue varie componenti causali, spesso contraddittorie-quanto di un trionfale avanzamento di ideali universali. Visto che la democrazia si andava espandendo in ambito globale (nella seconda metà del Novecento il numero dei regimi democratici era quintuplicato) e il liberalismo occidentale poteva venir del tutto plausibilmente celebrato come modello vincente d'organizzazione della modernità, lo sguardo retrospettivo sulla guerra fredda tendeva ad assumere i colori dell'ineluttabilità. La dinamica antagonistica, l'intrinseca complessità, le tragedie e le incertezze contingenti delle varie fasi di quel lungo conflitto finivano per essere rapidamente eclissate. Si affermava invece una narrazione idealizzata, irrealisticamente lineare, che elevava la conclusione pacifica della guerra fredda a chiave di lettura del suo intero corso, retrospettivamente trasmutato in una marcia trionfale di valori e principi predestinati alla vittoria in ragione della loro superiorità etica. Tale lettura veniva spinta fino a estrapolare da quel percorso un futuro in cui l'affermazione del liberalismo, ora non più contrastato da progetti ideologici alternativi, avrebbe schiuso un'era di pacificazione globale (pp. 332-333)

 
Indice del volume
introduzione-origini della guerra fredda, 1940-1949- Il bipolarismo militarizzato, 1950-1956 - Un antagonismo globale, 1957-1963 - Disordine bipolare, 1964-1971 - Apogeo e disfatta della distensione, 1972-1980 - II cerchio si chiude, 1981-1990 - Conclusioni.
 
Federico Romero
Storia della guerra fredda 
Giulio Einaudi Editore, Torino 2009
Storia&storici è diretto da Roberto Moro
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