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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Grado Giovanni Merlo
Alceo Riosa: "Rosso di sera". Una lettura
convegno "Un'altra Italia ancora" . 10-11 novembre 2011
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Un’altra Italia ancora. Una delle tante Italie, retrospettivamente possibili, si ritrova nel volumetto da me qui preferito: il volumetto si intitola, in modo brillante ed efficace, Rosso di sera, pubblicato a Firenze dal Ponte delle Grazie nel 1996. Il titolo dall’immediato impatto emotivo, ma di per sé latamente allusivo in riferimento ai contenuti, è seguito da un lunghissimo, esplicativo sottotitolo, che in realtà è doppio: il primo, Nascita e morte apparente dell’utopia socialista in Italia; il secondo, Un secolo di storia, tradizione e cultura di un grande movimento politico. I sottotitoli suggeriscono come si tratti di un’opera non ripiegata su se stessa, ma, per dir così, progettuale: implicante, di necessità, una partecipata e spregiudicata riflessione sul passato in funzione di un auspicato futuro diverso da un presente “disastroso”. Il passato diviene la condizione per articolare il “progetto” e per credere nella sua realizzabilità. Occorre prestare attenzione alle parole e alle espressioni di titolo e sottotitoli. Alceo Riosa non lo nasconde sin dalla Avvertenza, che inizia con le seguenti parole: “Il titolo non tragga in inganno. Questo libro vuole essere tutt’altra cosa di una sorta di Cripta dei cappuccini in versione socialista (…). Il cielo rosso a occidente fa sempre sperare, com’è noto, il bel tempo per l’indomani”.
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Nell’ambito di un convegno dedicato a Repubblica e minoranze nazionali al confine orientale, sarebbe stato forse opportuno, per ricordare Alceo Riosa, incentrare il discorso sull’ultimo libro del compianto collega e amico, Adriatico irredento. Italiani e slavi sotto la lente francese (1793-1918), edito a Napoli da Guida nel 2009: una ricerca proprio sul «confine orientale». Invece la mia scelta è caduta su un volumetto meno recente, che, a sua volta, può risultare non del tutto estraneo all’espressione principale usata per connotare il nostro convegno, Un’altra Italia ancora. Una delle tante Italie, retrospettivamente possibili, si ritrova nel volumetto da me qui preferito: il volumetto si intitola, in modo brillante ed efficace, Rosso di sera, pubblicato a Firenze dal Ponte delle Grazie nel 1996. Il titolo dall’immediato impatto emotivo, ma di per sé latamente allusivo in riferimento ai contenuti, è seguito da un lunghissimo, esplicativo sottotitolo, che in realtà è doppio: il primo, Nascita e morte apparente dell’utopia socialista in Italia; il secondo, Un secolo di storia, tradizione e cultura di un grande movimento politico. I sottotitoli suggeriscono come si tratti di un’opera non ripiegata su se stessa, ma, per dir così, progettuale: implicante, di necessità, una partecipata e spregiudicata riflessione sul passato in funzione di un auspicato futuro diverso da un presente “disastroso”. Il passato diviene la condizione per articolare il “progetto” e per credere nella sua realizzabilità. Occorre prestare attenzione alle parole e alle espressioni di titolo e sottotitoli. Alceo Riosa non lo nasconde sin dalla Avvertenza, che inizia con le seguenti parole: “Il titolo non tragga in inganno. Questo libro vuole essere tutt’altra cosa di una sorta di Cripta dei cappuccini in versione socialista (…). Il cielo rosso a occidente fa sempre sperare, com’è noto, il bel tempo per l’indomani”.
Nessuna celebrazione sepolcrale, piuttosto insistenza sulla speranza «per l’indomani»: una speranza che Alceo Riosa manifestava negli anni in cui «fatti e misfatti della gestione craxiana del partito» socialista erano venuti rovinosamente «allo scoperto». Tuttavia, mentre dichiarava che «la tradizione socialista sotto tanti punti di vista» appariva «ormai irrimediabilmente conclusa», Alceo Riosa non rinunciava a riproporne quegli «aspetti degni di sopravvivere, almeno nei (…) criteri ispiratori, specialmente» nella «fase travagliata di passaggio dalla prima alla seconda Repubblica». Quale tradizione socialista dunque egli riteneva degna di sopravvivere?

“Intanto, vale la pena di precisare che per tradizione socialista non ho inteso soltanto quella fissatasi intorno alla dottrina marxista, che forse a conti fatti ne rappresenta ora l’aspetto più caduco; bensì quell’insieme di stati d’animo, di aspirazioni, di «sogni ad occhi aperti», di origine la più varia, che nel marxismo – inteso storicamente – e nel partito socialista hanno trovato un potente alimento di concretezza e valenza politica. Trovando così in una larga fetta di popolo – quindi oltre la «classe» – il proprio interlocutore essenziale (p. X)”.

Una dichiarazione di “fede socialista”, si direbbe, con connesso orientamento storiografico di uno studioso il quale non negava l’importanza delle «date della politica», ma pretendeva che non minore importanza avessero le date «relative all’uscita di romanzi, opuscoli di propaganda, giornali, all’emergere di riti e miti, non sempre patrocinati dai dirigenti, che hanno formato le classi subalterne nel nostro Paese». Così Rosso di sera segue un filo espositivo nel quale prevalgono le «date» di secondo tipo per sottolinearne la frequente non coincidenza con le «date» di primo tipo. Il discorso di Alceo Riosa spazia allora sugli elementi “utopici” della lunga e larga vicenda socialista, sull’onda di una riflessione dell’amato Benedetto Croce messa in apertura del Prologo:

“Le utopie hanno natura di poesia, non già di atti pratici, ma sotto quella poesia c’è sempre la realtà di un desiderio fattore della storia futura (p. 1)”.

Non a caso Rosso di sera si apre partendo da due concetti fondamentali tra loro intrecciati: «poesia del socialismo» e «socialismo utopico», che costituirebbero un patrimonio tanto per i socialisti quanto per gli uomini in generale: un patrimonio ben più consistente e duraturo dell’«algido socialismo scientifico» di origine marxista (p. 3), benché quest’ultimo tuttavia fosse prevalso ai livelli dirigenziali, costituendo una sorta di “premessa condizionante e perdente”, con vaste implicazioni negative nelle relazioni, da un lato, con le culture subalterne e, d’altro lato, con la “mitica” (e antagonistica) organizzazione comunista. Per contro, e come prima esemplificazione in merito, Alceo Riosa, mentre condanna lo «storicistico modo di concepire l’educazione» di Antonio Labriola, esalta la «novità storica» che Edmondo De Amicis «incarnava», ossia il suo essere «scrittore militante, sgombro di ogni vocazione magniloquente, che non cala più dall’alto tra le folle; ma di esse è parte, esprimendone umori, sensazioni, aspirazioni», attraverso una scrittura «onesta» e «piacevole», e che trasmetteva «gli ingredienti che vanno a costituire i sogni ad occhi aperti» (p. 4 s.):

“Ma è un fatto che il discredito delle immagini utopiche e dei sogni ad occhi aperti, e la volontà di liberarne i lavoratori, hanno costituito sempre il Leitmotiv della propaganda socialista (p. 5)”.

Insomma, in Rosso di sera si rintraccia la convinzione che gli esiti drammatici della vicenda del Partito socialista italiano di fine Novecento appartenessero a un fallimento concretamente politico e intrinseco all’evoluzione avuta da una dirigenza partitica, ma non eliminassero la forza della «utopia socialista»: la cui «morte» sarebbe «apparente» poiché nella contingenza «moriva» una organizzazione che aveva del tutto cancellato quelle «immagini utopiche» del socialismo e quei «sogni ad occhi aperti» di moltissimi militanti. Ma, in struggente contrasto, la «poesia del socialismo» e il «socialismo utopico» continuavano a contenere e a trasmettere valori universali e, diremmo, umanamente immortali. In tal senso il volumetto Rosso di sera ha il carattere di una “confessione di fede” e si sviluppa, esaltandoli, su altri “uomini di fede”. Di qui le “simpatie” e i “rigetti” che Alceo Riosa manifesta in modo aperto: secondo una prospettiva che è certamente più quella dell’intellettuale “militante” che quella dello studioso di storia freddo, distaccato e fors’anche un po’ saccente. Un tempo si sarebbe detto che Rosso di sera è un libro “impegnato”: non davvero un “testo a tesi”, ma un’opera di “battaglia”, scritta da un intellettuale “militante” che, nel momento della sconfitta del suo schieramento, non scappa, non si trasforma, non rinuncia a difendere la posizione che si è scelto e i motivi che l’hanno portato ad aderire a «un grande movimento politico» e ad agire al suo interno.
Essendo opera di “battaglia” di un intellettuale “militante”, non mancano i giudizi, spesso impietosi e taglienti, nei confronti di coloro che Alceo Riosa sente prossimi, per lo meno, per tipologia – docenti universitari intellettuali “militanti” –, ma lontanissimi rispetto alla propria sensibilità e predilezione per la «poesia del socialismo» e il «socialismo utopico», in quanto questi ultimi avevano avuto ben diversi interpreti, concretamente operanti nel rendere effettivi e l’una e l’altro. Molti sarebbero i riferimenti possibili. Limitiamoci al brano che segue:

“Cena comunque fu solo uno dei tanti scrittori, accanto al più efficace tra di essi, il De Amicis, che in Italia, a cavallo tra l’Otto e il Novecento, si diedero a propagandare il messaggio socialista, «populistico» e «piccolo borghese», come è stato scritto da Asor Rosa, in nome di una presunta «cultura della classe operaia». Dove il termine populismo – distinto consapevolmente dal termine popolare – assumeva, per un pregiudizio meramente ideologico e nell’ottica di un’ipotetica cultura alternativa, tutti i tratti di un giudizio infamante, che appiattiva in un quadro informe, privo di chiaroscuri, l’intera storia della letteratura postunitaria, vuoi quella simpatizzante socialista vuoi, successivamente, quella di carattere antifascista in generale. Vero è che quel testo, a suo tempo origine di vivace dibattito e aspre polemiche, era, per ammissione dello stesso autore, fuori dalla critica letteraria, era figlio del tempo, in una direzione «che si colloca tutto fuori dell’area della cultura» e perciò diretto a fini pratici di carattere rivoluzionario. Sicché converrebbe ora nemmeno tenerne conto, se non fosse che quel linguaggio e quei pregiudizi messi allora in voga ancora sopravvivono, anche se frammentariamente e staccati dal contesto, come luoghi comuni ripetuti acriticamente e per pigra abitudine. Quando c’è da chiedersi, invece, se in realtà non sia più equo prendere atto che quella letteratura, per quanto populista e provinciale, diffuse valori e mentalità niente affatto contingenti, a cui nuovamente riguarda ora una politica rimasta orfana dei propri miti, questa volta definitivamente, dopo il «crollo del Muro» (p. 34 s.)”

Il giudizio sulle posizioni politico-culturali fissate da Alberto Asor Rosa nei suoi Scrittori e popolo. Saggi sulla letteratura populista in Italia non lascia dubbi circa la netta lontananza e la radicale distinzione del “militante socialista” Alceo Riosa dal molteplice, confuso, rigido e arrogante universo del “sessantotto” (il libretto di Asor Rosa è del 1969) e dai suoi prolungamenti – non certo luminosi – in taluni sempre più asfittici ambienti culturali e politici: un universo che aveva prodotto e trasmesso «luoghi comuni» e «pregiudizi», piuttosto che analisi meditate, attraverso un «linguaggio» fatto di ripetizioni acritiche e di «pigra abitudine». D’altronde, ancora più netta e dura risulta la sferzante presa di posizione di Alceo Riosa su frammenti flottanti del socialismo italiano:

“Ancora una volta toccò così al PSI la sterile funzione di comprimario. Cui non mise fine nemmeno la scissione dal partito dell’ala filocomunista, che nel 1964 diede vita al PSIUP, un’accozzaglia di stalinisti più realisti del re e di narcisisti dottrinari dei contropoteri dal basso e della democrazia luxemburghiana (p. 155)”.

Non spetta a me entrare nel merito e valutare i giudizi che abbiamo appena letto su «sessantottini» e «psiuppini» né è questa la sede per farlo. Rimane la constatazione che per Alceo Riosa – nonostante la propria professione crociana sulla «storia» che «è sempre storia contemporanea» – «la contemporaneità è arduo oggetto di consapevolezza storica, quando permane l’intreccio tra le vicende più ampie e la biografia personale del narratore» (p. 157). Invero, la personalità dell’intellettuale “militante” è necessariamente orientata a celebrare individui che ne esprimano, o ne abbiano espresso, le convinzioni più profonde. Rosso di sera evoca persone reali e personaggi “creati”, presi a esemplare rappresentazione della vicenda e degli itinerari della «utopia socialista», che non è soltanto negli scritti di teoria politica, ma soprattutto nella vita e nella trasfigurazione letteraria. Talvolta personaggi reali vengono sublimati a personaggi, per dir così, metastorici. Prendiamo in proposito il ricordo di Giuseppe Massarenti:

“Come il mito, la coscienza socialista tra Otto e Novecento ebbe lo stesso effetto trascinante e la stessa capacità di favorire scelte di vita sostenute da contenuti immaginativi profondamente coinvolgenti. Come successe, oltre che nella Reggio Emilia di Prampolini, nella Molinella di Giuseppe Massarenti, il quale, poco più che adolescente, in quella località si fece anch’egli apostolo, animatore di leghe sindacali, di una fiorente cooperativa di consumo, organizzatore di lotte memorabili «per trasformare in cittadini liberi, onesti e laboriosi i vecchi servi della gleba», per venirne premiato con l’elezione a sindaco del paese, ma dopo aver conosciuto il carcere e l’esilio per il proprio impegno politico. In verità delle persecuzioni egli sarebbe stato vittima anche in seguito, e durante il fascismo, del confino a Lampedusa e a Ustica, nonché dell’indigenza estrema, fino alla malattia e al ricovero in manicomio. Sopravvisse fino al 1950. Ai suoi funerali fu presente il presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Ma se fu ricordato come italiano, nella galleria dei martiri della causa socialista, dai socialisti dell’una e dell’altra tinta (…) gli fu riservata una nicchia subito dimenticata, sulla quale, come sulla tomba di Jean Valejan, «a nessuno piace andare perché l’erba vi è alta e subito ci si infradicia i piedi» (p. 52)”.

Giuseppe Massarenti è presentato come modello esistenziale di coloro che avevano seguito e realizzato la «utopia socialista», vivendola allora «come prospettiva totalizzante, in grado di esaurire in sé ogni domanda» (p. 53): quasi una “nuova” religione. La parola religione introduce a una dimensione essenziale del volumetto Rosso di sera, in cui con grande insistenza ricorre un linguaggio religioso, quasi a collegare la «utopia socialista» alla tradizione cristiana, simbolizzabile in prima approssimazione nell’immagine di «san Giorgio proletario che spezza il serpente con il badile» (p. 71). Si deve qui sottolineare come Alceo Riosa ripetutamente utilizzi una terminologia di ispirazione cristiana: «apostoli del socialismo», «predicatori», «propaganda evangelica socialista», «estrarre dai Vangeli lo spirito di una sorta di socialismo che, se non cristiano tout court, dal messaggio cristiano ricavava le massime relative alla millenaria lotta tra oppressi e oppressori», «messaggio socialista innestato sull’antica tradizione cristiana», «Cristo: prometeo socialista», «amore per il prossimo», «armonia del creato», «unione mistica», «comunione di fede», «senso della pietà», «cristianamente fratelli», «fede socialista», «aureola evangelica», e così via.
Su questo piano del discorso si incrociano universi di valori che Alceo Riosa sembra recepire, fare propri e ricondurre a una grande lezione di “laicità” che egli rintraccia in Benedetto Croce – «Per il futuro bisognerà saper accettare la sfida permanente della crociana “religione della libertà”» (p. 163) – senza dimenticare la dimensione necessariamente integrativa costituita dalla «religione della solidarietà» (p. 164). La finalità era chiara: Alceo Riosa cercava di prospettare un futuro in cui «l’utopia della giustizia sociale» convivesse «positivamente con quella della libertà» (p. 164). Per chi tale tentativo? Non saprei. Più chiaro è il perché:

“Qualche tempo fa mio figlio, ora un giovanotto, al quale mi era capitato di chiedere per gioco quale personaggio storico lo avesse maggiormente interessato, mi ha risposto Filippo Turati. Se qualcuno ancora se ne ricorda, non vedo perché si debba far finta che quella storia non ci riguarda più (p. X)”.

A distanza di un quindicennio, l’ultima affermazione circa la possibilità che la vicenda di «un grande movimento politico», quale il socialismo, continui a riguardarci ha ancora una sua attendibilità? Nella torrentizia e travolgente crisi del nostro presente c’è più di una ragione per dubitarne. Le speranze di «bel tempo per l’indomani» preannunciate dal Rosso di sera sembrano assai lungi dall’essersi realizzate e, forse, dal potersi realizzare. Quanti oggi hanno un qualche ricordo, sia pur sbiadito, di Filippo Turati? Quanti in Italia pensano tuttora al socialismo e alla «utopia socialista»? Non spetta a me abbozzare una qualsivoglia risposta. Mi si lasci soltanto un auspicio: che l’editore e gli amici di Alceo Riosa provvedano alla ristampa di Rosso di sera, volumetto attualmente “indisponibile” – come dicono gli algidi comunicati dei librai –, ma certamente degno di essere riproposto ai lettori di oggi e di domani: a quei lettori, a quei cittadini, a quegli uomini e donne che «ancora» fanno «sogni ad occhi aperti» e agiscono per la costruzione di «un’altra Italia», ovvero di «un’Italia altra».

 

Giovanni Grado Merlo

 

Relazione introduttiva al convegno in ricordo di Alceo Riosa


Fonte: storia & storici
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