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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Dopo le dimissioni
La lenta e apparente fine di un ciclo politico
Il 25 aprile può attendere
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Le dimissioni da presidente del consiglio rassegnate da Berlusconi hanno rinverdito, nel dibattito politico, le similitudini con il ciclo storico del regime mussoliniano e con le sue date salienti: esercizio rischioso e - come sempre avviene nei parallelismi storici - approssimativo e criticabile; nondimeno, a tirare in ballo il 25 aprile o il 25 luglio non sono stati solo i contestatori dell'ex premier, ma anche i suoi corifei. E il calco riguarda anche linguaggi, sistemi semantici, dispositivi narrativi presi a prestito dagli anni '40 e riutilizzati con poche variazioni: i deputati che, lasciando la maggioranza, hanno portato alla fatale quota di 308 i voti a disposizione di Berlusconi alla Camera, sono stati indicati come "traditori", "Giuda", infami" da parte dei giornali di famiglia e dei fedelissimi, e non è mancato chi - come Storace - ha invocato la "fucilazione alla schiena". Una giovane deputata del PDL si è apertamente paragonata a Claretta Petacci, giurando fedeltà eterna a Silvio, al quale "deve tutto". D'altra parte lo stesso Berlusconi ha fatto più volte riferimento in modo bonario al duce del fascismo: i due sarebbero accomunati dall'impossibilità d'imporre le proprie decisioni.

 

La festante piazza del Quirinale che sabato sera, fra canti e balli, ha accompagnato l'auto blu del dimissionario nel palazzo presidenziale si è attirata le critiche di Fabrizio Cicchitto, che l'ha paragonata in chiave negativa a "piazzale Loreto" e ha poi avvertito: "La sinistra non s'illuda di poter festeggiare un 25 aprile". Si succedono di ora in ora le dichiarazioni delle pasionarie, come l'immancabile Santanché la quale assicura che "il berlusconismo non sarà mai vinto", e la nipote di Mussolini che inveisce contro Fini, novello Ciano, artefice del primo serio smottamento di deputati dalla maggioranza nel 2010. Perfino nell'individuazione del nemico esterno il pattern sembra riprodursi: i "tecnocrati di Bruxelles" e il "complotto dei banchieri" per colpire vilmente Berlusconi attraverso la pressione dello spread sembrano l'adattamento delle sfuriate littorie contro le "plutocrazie massoniche". Allora come oggi, al servizio della macchinazione antinazionale ordita dalle élites finanziarie viene indicata una quinta colonna interna dei "disfattisti". Se il Paese - almeno a quanto appare nell'arena pubblica dei dichiaratori politici e dei commentatori - sembra intrappolato in questa coazione a ripetere gli schemi del passato, c'è da attendersi che la prossima battaglia berlusconiana si configuri come una riedizione di Salò? Nei confronti del nascente "governo tecnico" a guida Monti, il PDL sembra essersi diviso fra la tentazione del sabotaggio e quella dell'appoggio. Dopo convulse riunioni è giunto alla geniale sintesi delle due tendenze: garantire i voti in Parlamento ma attaccare i provvedimenti impopolari; associarsi a eventuali successi del professore bocconiano (preferibilmente intenstandoseli come frutto della propria linea politica), ma dissociarsi dalle misure "lacrime e sangue". E' una tattica che permette di dilatare i tempi dell'arrivo alle urne e di tentare una risalita della china nei sondaggi che, attualmente, danno poche possibilità di vittoria. Berlusconi assicura con un videomessaggio che "raddoppierà gli sforzi", nel giorno in cui centinaia di sostenitori manifestano a suo favore (per "lavare l'onta" della piazza contestatrice, dicono) e lo incoraggiano con cori da stadio a "rimanere in campo".

 

Non sembra esserci aria di smobilitazione e le forze per organizzare una ridotta sono certamente sufficienti: il berlusconismo non accetterà di uscire di scena con ignominia e sotto i fischi, convinto com'è di aver introdotto cambiamenti epocali nella storia italiana e di avere diritto al riconoscimento di grandi meriti nell'evoluzione del sistema politico verso un assetto bipolare e di democrazia dell'alternanza. C'è la rivendicazione di avere "modernizzato l'Italia", anche se il bilancio che i principali periodici stranieri tracciano dell'avventura berlusconiana è molto magro: il cavaliere, scrivono, lascia un'Italia del tutto simile a quella che aveva trovato 17 anni fa. Dalle promesse riforme istituzionali a quelle fiscali, dalla "sburocratizzazione" per mezzo della semplificazione normativa alle più volte annunciate liberalizzazioni, dalle "frustate" all'economia alla riforma del sistema giudiziario, ben poco - per non dire nulla - è stato realizzato. In parte quest'accusa viene rigettata dai sostenitori di Berlusconi, in parte accolta ma giustificata con le pastoie dei processi decisionali troppo lunghi e tortuosi (da imputare alla Costituzione "vecchia" e "cattocomunista"); con i periodi di crisi economica internazionale nei quali l'imprenditore milanese si è trovato ad operare; con il boicottaggio delle riforme da parte di "poteri forti", stampa ostile, sindacati, ex, post e neo "comunisti"; con i già ricordati "tradimenti" prima di Bossi (nella prima esperienza di governo), poi di Casini (nella seconda), poi di Fini (nella terza); e con la incessante "persecuzione giudiziaria" che ha consumato tempo, energie e soldi in un braccio di ferro estenuante e non ancora concluso. In ciascuno di questi rilievi può esserci una parte di vero, ma non abbastanza da rendere credibili le esagerazioni drammaturgiche per cui "non lo hanno mai lasciato lavorare": non si sfugge all'impressione che le ragioni principali dell'inazione governativa siano state una volontà d'innovazione molto più tiepida di quella proclamata e una strategia di realizzazione confusa. All'autorappresentazione trionfante nel racconto del "governo del fare", del suo incedere travolgente sull'onda del consenso popolare e della "più grande maggioranza parlamentare della storia della Repubblica", fa da contrappunto un raccolto assai magro, compendiato nelle nude statistiche economiche e nelle analisi sociologiche che mostrano un'Italia smarrita, debole, periferica e sfiduciata. Anche il roccioso successo elettorale del 2008 appare così a rischio di sbriciolarsi, con frane a catena che si arenano nell'astensionismo e in un'incertezza ondivaga, alla ricerca di un'alternativa.

 

La Salò berlusconiana sarà dunque l'estremo tentativo di ricompattare il fronte della destra sotto le insegne del "bipolarismo muscolare", di ricreare le condizioni perché fiorisca ancora una volta la febbre sognante del '94: qualcosa - mutatis mutandis - di non così lontano da quello che fu il clima di fine regime sulle rive del Garda, con il recupero dell'armamentario simbolico del fascismo nascente, dell'entusiasmo giovanile dei "primi tempi"; una palingenesi già invocata da chi chiede il ritorno alla denominazione "Forza Italia" e invoca la riconquista della scena mediatica e della piazza da parte di un Berlusconi non più ingessato e intrappolato da impegni istituzionali. L'uomo è vigoroso e indomito, ma forse è troppo - da parte dei suoi estimatori - pretendere che a 75 anni si scateni in nuovi "annunci dal predellino" e in massacranti tournées elettorali; anche nel suo entourage si dà per probabile che il prossimo candidato premier sarà un altro, purché di sicura e provata fede. Questo non significa che l'impronta del "Caimano" evaporerà facilmente dal clima civile e non esclude affatto colpi di coda, anche clamorosi, nei prossimi lunghi mesi. Per ora, il 25 aprile può attendere. 

 

Andrea Spanu

 

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