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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Roberto Spazzali
Resistenza e problema nazionale nella Venezia Giulia
Un’altra Italia ancora – Milano 10-11 novembre 2001
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Dopo il 1866 anche per gli italiani si pone il problema dello Stato-nazione, quando il nuovo confine orientale, comprendente Veneto e Friuli, includeva una piccola porzione di popolazione slovena non appartenente alla tradizione culturale e linguistica romanza anche se con essa convivente per tramite della popolazione friulana. Il confine geopolitico, quindi strategico, allora tracciato rispondeva ad una visione mazziniana di Stato unitario, compattamente nazionale e di carattere inclusivo, ma confliggeva al tempo stesso con i principi, sempre mazziniani, di autodeterminazione dei popoli. Nel corso dei decenni successivi lungo quel confine si verificò una assimilazione culturale della componente slovena senza trovare particolare resistenza ma in forza della preponderanza dell’elemento italiano, per mezzo della scuola e pure del clero.
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Intervento al convegno in ricordo di Alceo Riosa
Un’altra Italia ancora
Repubblica e minoranze nazionali al confine orientale

Milano, 10-11 novembre 2011

 

 

Questione nazionale: un’eredità irrisolta - Il CLN davanti al dilemma tra democrazia e sovranità - L’incompresa questione nazionale nei rapporti tra CLN di Trieste e il CLN Alta Italia - Tra nazionalismi e ideologie

 

Questione nazionale: un’eredità irrisolta

La questione nazionale diventò una questione di capitale importanza proprio nel decennio precedente la Grande Guerra, quando risultò chiaro che l’Impero austro-ungarico sarebbe stato destinato a subire un’altra decisiva trasformazione anche se ben pochi avevano previsto – o forse auspicato – la sua dissoluzione. La questione che riguardò non solo l’agone politico ma investì larga parte del mondo intellettuale e attraversò pure la società che per convincimento o per riflesso si schierò con una parte o con l’altra anche se non mancavano manifestazioni di patriottismo asburgico e un certo radicamento dell’internazionalismo nella versione dell’austro-marxismo. Ma era ancora una lotta per un’affermazione identitaria all’interno dello Stato asburgico in cui le componenti nazionali cercano sempre di assumere delle posizioni di vantaggio, se non di predominanza, in vista di una ormai inevitabile riforma costituzionale dello Stato in cui la soluzione federale sembrava meno dolorosa e più praticabile in termini concreti viste ormai le posizioni assunte dagli ungheresi e dai cechi nei riguardi degli austriaci. Al dibattito perteciparono gli intellettuali de “La Voce”, i socialisti, i democratici mazziniani ed i nazionalisti, tutti presi nel definire il rapporto tra identità italiana e confini geografici, storici, nazionali e linguistici, a dimostrazione che anche il panorama politico era ormai pienamente coinvolto da un problema che sembrava trovare maggiore attenzione delle questioni economiche e sociali. Però è sempre un dibattito all’interno delle rispettive nazionalità nel senso che manca del tutto un confronto tra slavi ed italiani e le rispettive argomentazioni vengono riprese solo per polemizzare alla distanza, salvo qualche raro caso.
Dopo il 1918, con l’annessione della Venezia Giulia il problema si presentò come una delicata questione di rapporti tra le subentrate autorità italiane e le popolazioni slovene e croate e più in generale tra italiani e slavi. Come gli italiani, o per lo meno una parte di essi, ambivano a fare parte dello Stato italtano, così le popolazioni slave guardavano con la stessa speranza il neocostituito regno dei Serbi-Croati-Sloveni. Il confine stabilito con il trattato di Rapallo (1920) determinò l’inclusione nel regno d’Italia di una consistente minoranza non particolarmente ben disposta verso l’Italia – analogamente a quanto accaduto nel Tirolo meridionale – malgrado le assicurazioni che i diritti naturali sarebbero stati rispettati e tutelati.
Lo Stato italiano ereditò le tensioni nazionali maturate nel corso degli ultimi decenni del XIX secolo che il nuovo assetto confinario accentuarono senza che si giungesse ad una soluzione di pacificazione interna e malgrado i propositi dichiarati, nel periodo del Governatorato militare e Commissariato civile, i motivi di frizione. Infatti diversi erano stati i motivi di scontro e il nazionalismo, esercitato tanto da slavi che italiani, era penetrato anche negli ambienti del socialismo compromettendo l’impianto teorico internazionalista. E per di più il preludio allo scontro che caratterizzerà gli anni Quaranta si manifesta già prima della guerra mondiale con un crescendo di opposte e reciproche accuse.
Il regime fascista, nella sua visione centralista e nazionalista, alimentò le rivendicazioni slave per effetto di una violenta politica di snazionalizzazione culturale tesa all’assimilazione forzata dell’elemento slavo residente all’interno dello Stato italiano; tale politica diede risultati opposti, rafforzando invece l’identità di sloveni e croati, il loro patriottismo fino al più acceso nazionalismo e l’ambizione di poter far parte un giorno del consesso jugoslavo.
Intorno alla questione nazionale non poche erano state le eredità lasciate sul terreno e non solo quella centrale della sovranità e quindi dei confini. C’erano ipotesi sovrannazionali derivate dalle elaborazioni austromarxiste e internazionaliste nelle quali la lotta di classe e la rivoluzione politica prevedevano pure la formazione di nuove entità statali, per cui a sinistra la questione nazionale si era intrecciata con la forma di governo. Già agli inizi del XX secolo i democratico-mazziniani ed alcuni esponenti istriani della socialdemocrazia si erano interrogati su come far coincidere l’idea di nazione all’idea di democrazia; il problema si ripropose nell’autunno 1943 quando si trattò di fare i conti con il fardello morale lasciato dal fascismo intorno all’abuso di italianità e di patriottismo che aveva snaturato le forme originali. Inoltre la sconfitta militare, il crollo dello Stato sotto l’occupazione nazista, le violenze consumate in quel periodo in Istria per opera di bande comuniste, la minaccia all’integrità territoriale proveniente dal disegno tedesco sulla Venezia Giulia e pure dallo sciovinismo jugoslavo, misero a dura prova l’identità nazionale.
Fin da subito gli esponenti antifascisti democratici italiani si resero conto che la regione era sottoposta a due azioni, nazista e comunista jugoslava, tese a provocare il suo distacco dall’Italia: la vittoria di una o dell’altra avrebbe portato a un nuovo confine e alla fine della sovranità italiana. Entrambe perseguivano un preciso disegno politico al quale la Resistenza italiana dei primi CLN poteva soltanto contrapporre la speranza di mantenere la sovranità italiana garantita dal nesso con una nuova Italia in cui, a guerra finita, sarebbe stato ripristinato il sistema democratico prefascista.

 

Il CLN davanti al dilemma tra democrazia e sovranità

La posizione del CLN di Trieste era difficilissima: lottare contro il nazifascismo cooperando con gli jugoslavi, senza però essere dipendenti da questi ultimi ma al tempo stesso tenere testa alle rivendicazioni slave e non cadere nel gioco del “fronte patriottico” sostenuto da fascisti e nazionalisti giuliani. D’altra parte il CLN, pur costituito dai maggiori partiti italiani antifascisti, dipendeva dal PCI in quanto esso era l’unico in grado di coinvolgere la classe operaia, aveva i contatti con i comunisti sloveni e croati, aveva costituito le formazioni partigiane “Garibaldi” caratterizzate nei quadri da molti elementi di orientamento marxista. Però i comunisti triestini avevano ereditato le contraddizioni dell’austro-marxismo socialista e il loro internazionalismo era ridotto nei termini di una coalizione italo-slava che nel corso del ’44 si trasformerà in un chiaro indirizzo politico filojugoslavo; poi, con l’uscita del PCI, mancando l’appoggio della massa il CLN sarà preso tra due questioni non irrilevanti: non vorrà rinunciare all’Italia e tantomeno all’antifascismo. Denis Rusinow interpreta i passi successivi come una scelta dell’isolamento ma subirà anche un notevole isolamento, certamente non voluto. I comunisti triestini sempre più gravitanti nella sfera di interessi jugoslavi e il CLN Alta Italia fermo sulle posizioni deliberate nella primavera ‘44 quando aveva sostenuto la linea della lotta comune allo scopo di raggiungere “l’unità e la libertà nazionali” sulla base del principio democratico dell’autodecisione dei popoli, e perciò si era rivolto ai triestini affinché intensificassero la comune lotta armata con le formazioni slave e fossero stabiliti relazioni tra il CLN ed i comitati di liberazione sloveni e croati. L’appello non era piaciuto al PdA di Trieste, formato da diversi ex irredentisti, il quale aveva molte riserve nei confronti degli slavi e che derivavano in larga misura dalle negative esperienze maturate nei decenni precedenti.
Da parte italiana il problema è discusso nei termini inderogabili di una identità italiana che si salvaguarda con il mantenimento dei confini stabiliti con il trattato di Rapallo e con la concessione di un’ampia autonomia amministrativa nel segno di una riconosciuta tradizione storica, per fronteggiare i problemi politici ed economici della Venezia Giulia. E’ la posizione storica dei mazziniani, sopravvissuti alle frequenti retate che avevano più volte demolito il CLN di Trieste, ora rafforzata dal fatto che risultavano l’unica forza politica strutturalmente organizzata e con un certo seguito tra lavoratori e studenti. La posizione politica nei confonti degli slavi è pure intransigente: l’Italia democratica avrebbe fornito, all’interno dei suoi confini, tutte le garanzie nazionali agli slavi. Erano però le posizioni dei più anziani militanti mentre i più giovani erano mossi da minori pregiudizi antislavi.
Sul fatto che i confini debbano essere discussi solo a guerra conclusa concordano tutte le forze politiche italiane, comunisti compresi fino all’agosto 1944, mentre da parte del movimento di liberazione sloveno e croato, ormai fortemente condizionato dal movimento jugoslavo, il problema della revisione del confine è prioritaria confidando di avere già fatto breccia nella simpatia della classe operaia per mezzo di un internazionalismo che si presentava come naturale avanguardia del comunismo sovietico.
A quelle posizioni internazionaliste, immediatamente sospettate come un cavallo di Troia dello jugoslavismo in cui le posizioni sciovinistiche riprendevano le formule del nazionalismo sloveno e croato, il CLN cercò di rilanciare l’autonomismo in una nuova Europa federale capace di comprendere e valorizzare le pluralità nazionali. Prospettive e speranze sicuramente molto lontane, vere e proprie utopie, che potevano contrastare assai debolmente disegni assai più concreti che si fondavano su pragmatiche rivendicazioni territoriali in nome di diritti nazionali e lotta di classe, allora assai più convincenti delle affermazioni di un’identità fondata su basi ideali e culturali che però aveva bisogno di un confine certo per tutelarsi.
Nei primi mesi del ’44 il dibattito sull’identità nazionale (storica o di recente formazione, effettiva o artificiale) è connesso a quello della sua tutela che poteva realizzarsi, secondo i partiti italiani, solo all’interno di uno Stato garante di diritti e tutela. Si riponeva grande fiducia in uno Stato italiano, profondamente rinnovato, in grado di assicurare tutte le identità, anche quelle minoritarie, per cui ciò che si chiedeva era una presenza sul confine orientale di uno Stato effettivamente tutore però disposto assicurare autonomia amministrativa e pure una qualche forma di indipendenza economica. Il vero problema stava nella convinzione che la difesa dell’identità si realizzava sempre all’interno di uno Stato con i suoi strumenti e le sue istituzioni: infatti non poche erano le aspettative riposte in una trasformazione democratico repubblicana dell’Italia in grado di recepire, sul piano di nuove sensibilità, i problemi della periferia della nazione. Questo problema si accompagnava ad un altro: il persistente e lungo deficit di democrazia presente nella società dell’epoca. Si poteva pensare di costruire una società democratica diversa dai modelli del centralismo austriaco o italiano? C’era sufficiente e diffusa cultura democratica? Erano questioni già emerse nel dibattito politico precedente la Grande Guerra, quando alcuni, più avvertiti di altri, si erano interrogati sugli effettivi benefici ricavabili nel passaggio dal centralismo austriaco e quello italiano sicuramente meno sensibile alle pluralità. Come si potevano conciliare principi identitari, diritto alla nazionalità e democrazia? Saranno questi gli aspetti di fondo pienamente ereditati nel dibattito politico all’interno delle forze politiche costituite intorno al CLN giuliano, consapevole che la partita riguardava non solo le rivendicazioni degli Stati confinanti ma anche le proiezioni imperialiste delle maggiori Potenze in conflitto.
I motivi dell’autonomia amministrativa e dell’indipendenza economica saranno a lungo ribaditi e sostenuti per trovare una via di uscita alla questione della sovranità sulla Venezia Giulia, infatti la tendenza patriottico-democratica non si manifestò fino a quando il locale Partito comunista assunse chiare posizioni annessionistiche filojugoslave.
Italiani e slavi erano condizonati dal peso dei propri nazionalismi e dal retaggio imperialista: entrambi non potevano rinunciare al motivo patriottico in quanto dovevano fare leva su questo tema se volevano radunare altre forze e trovare consenso nei rispettivi campi, in quanto l’antifascismo e la lotta contro l’occupatore tedesco non sembravano altrettanto persuasivi. C’è una preminenza del problema nazionale su quello ideologico che nemmeno si pone e i problemi maggiori sembrava averli il Fronte di Liberazione Sloveno (Osvobodilna Fronta – OF) che aveva fatte proprie le mai declinate rivendicazioni nazionaliste sulla Venezia Giulia per contrastare, sullo stesso terreno e con argomentazioni del tutto simili, i collaborazionisti sloveni dei nazisti che, dal canto loro, avevano invece denunciato il cedimento “nazionale” dei comunisti sloveni nei riguardi di quelli italiani, accettando di rinviare la questione alla fine della guerra.

 

L’incompresa questione nazionale nei rapporti tra CLN di Trieste e il CLN Alta Italia

Fin dai primi mesi del 1944 il CLN di Trieste aveva mantenuto i rapporti con il CLN Alta Italia tramite Leo Valiani, quindi dall’interno del PdA, il quale più delle altre forze politiche aveva puntualizzato in merito al destino di Trieste e conseguentemente dell’intera regione. Infatti Emanuele Flora aveva sostenuto in suo articolo su «Italia libera» la proposta di internazionalizzazione dello scalo marittimo giuliano, riprendendo l’insoluto problema sollevato da Angelo Vivante sul rapporto tra questione nazionale e questione economica, ovvero la dipendenza della prima dalla seconda in forza del fatto che la storia recente della Venezia Giulia era subordinata alle fortune del porto triestino e senza di esso l’intera regione perdeva valore economico e ruolo strategico. Però l’internazionalizzazione dello scalo non doveva pregiudicare la sovranità e qui si apriva la questione della difesa dell’identità italiana. Per il CLN era un fatto indiscutibile perché quella identità sarebbe stata rafforzata da un nuovo contesto democratico, però non contemplava che c’erano altre identità nazionali, altrettanto forti (slovena e croata), e di genere (una classe operaia ancora influenzata dall’austromarxismo). Non coglieva neppure l’esistenza di un’identità dei vinti della guerra precedente, di coloro che pur italiani di lingua, non si sentivano politicamente italiani e non avevano mai accettato fino in fondo la sovranità italiana. Costoro, non pochi, propendevano per altre soluzioni, anche oscillanti tra quella austro-tedesca e jugoslava ma anche specificamente triestina: quest’ultima sarà quella che poi troverà una sua ragione nell’esperienza del Governo militare alleato. Quindi la convinzione di appartenere ad un’unica nazione non era un patrimonio diffuso e un sentimento scontato, anzi era stato rimesso in discussione proprio con la dissoluzione dello Stato italiano e l’occupazione tedesca, e pertanto risultava assai difficile far passare l’idea di una nuova Italia dando per scontato che il processo identitario fosse oramai consolidato e chiuso.
Davanti alle pretese tedesche di considerare le province dell’Italia nord orientale ed alpina come formalmente scorporate dal territorio nazionale italiano (le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana costituivano la Zona d’operazioni Litorale Adriatico, e quelle di Bolzano, Trento e Belluno la Zona d’operazioni Prealpi amministrate direttamente da funzionari nominati da Hitler) e quelle avanzate dal movimento di liberazione jugoslavo di rivendicare un’ampia revisione del confine, l’idea di confine possibile per il CLN si ridusse ben presto da quello fissato con il trattato di Rapallo alla rivalutazione della linea Wilson, suggerita dal presidente americano alla fine della Grande Guerra sulla base di una possibile e meno dolorosa spartizione etnica della regione. Però anche questa soluzione, respinta dall’Italia nel 1918 ed ora vista come un compromesso onorevole, non risultava più praticabile nella primavera 1944. In tutti i casi la massima difesa del confine oppure una sua rettifica concordata e non imposta significava per il CLN non accettare diktat ed evitare quelle concessioni che si subiscono o si fanno quando si è dalla parte dei vinti. Il CLN non voleva essere considerato in quella categoria ma intendeva operare su un piano di pieno riconoscimento del suo ruolo.
Sempre sul piano identitario, anche in questo caso nazionale, il CLN era convinto che si poteva praticare la strada del plebiscito per sancire il diritto di sovranità su tutta o parte della Venezia Giulia, senza però rendersi conto che la classe operaia si sarebbe rivolta a modelli rivoluzionari piuttosto che al ripristino di un non meglio definito ordine democratico, mentre non era stato affrontato come e con quali garanzie si sarebbe svolta una consultazione così delicata.
Va detto che il CLN Alta Italia era informato e cosciente della situazione e ad essa aveva cercato di offrire una propria soluzione. Piuttosto il CLN Alta Italia aveva sottovalutato il senso delle rivendicazioni territoriali provenienti dagli sloveni – con i quali aveva pure discusso – e ignorava del tutto che in Istria il movimento di liberazione croato aveva subordinato completamente le formazioni partigiane italiane e ben poco spazio era concesso alla realizzazione di CLN nei centri urbani della penisola se si esclude qualche caso nell’Istria nord occidentale e a Pola. Il CLN Alta Italia si renderà conto dell’estensione di tali rivendicazioni, fino al corso dell’Isonzo, solo troppo tardi, anche se la questione era stata posta in termini perentori dai comunisti sloveni a quelli italiani già l’indomani della caduta del fascismo e poi confermata con le deliberazioni del congresso del Consiglio di liberazione nazionale jugoslavo (Jajce, 29 novembre 1943). E da quelle posizioni non erano intenzionati a recedere. Furono comprese solo più tardi, quando però la situazione era già compromessa e consumato lo strappo comunista dal CLN di Trieste. Perfino nella corrispondenza del comitato centrale del Partito comunista sloveno comitati centrali con l’anologo organo dei comunisti italiani era state ribadite l’irrevocabilità delle citate deliberazioni e l’inconsistenza di una richiesta sull’autodeterminazione. Per i comunisti sloveni i compagni triestini si stavano dimostrando molto più italiani di quanto se l’aspettassero e quando il CLN decise di organizzare una propria resistenza armata, dando così sostanza politica ad un’attività fino a quel momento cospirativa, l’OF decise di cambiare tattica passando alla fase della collaborazione negoziata. Così il CLN poteva legittimarsi nella sua esistenza autonoma proprio in forza della collaborazione con il movimento di liberazione sloveno.
L’atteggiamento del CLN Alta Italia nei riguardi del confine italo-jugoslavo stabilito con il trattato di Rapallo dimostrava che esso non era pienamente convincente: il tracciato per rispondere ad esigenze militari aveva compreso all’interno del territorio nazionale una compatta popolazione slovena e croata che fin da allora non aveva accettato la sovranità italiana e questo aspetto era stato già oggetto di riserve da parte di alcuni più avvertiti al momento della ratifica. Ora, però in una fase così incerta e dinamica, nessun confine sembrava trovare una conciliazione accettabile tra le opposte rivendicazioni degli italiani e degli slavi nella Venezia Giulia. Anche questo era un’altra pesante eredità della guerra precedente.
Nell’estate 1944 il CLN Alta Italia si trovò a trattare con l’OF la complessa questione della collaborazione tra la resistenza italiana e il movimento di liberazione sloveno, solo che gli sloveni trattavano solo le questioni che interessavano ed i croati non erano stati nemmeno interpellati. Così quando il CLN Alta Italia giunse agli accordi con il Fronte di liberazione sloveno, e tali accordi andavano al di là dell’organizzazione della lotta contro i tedeschi e già riguardavano in prospettiva la futura sovranità sulla regione, il CLN Alta Italia ritenne che essi potevano valere anche per croati. Nei cosiddetti incontri e successivi accordi di Milano, sui quali molto è stato detto e scritto, il CLN Alta Italia si assunse pure la responsabilità di stabilire le premesse per il riconoscimento delle rivendicazioni territoriali della controparte, quando, in quel momento, il Comitato non era ancora stato riconosciuto dal governo italiano suo rappresentante nell’Italia occupata e quindi privo di qualsiasi titolo in materia di relazioni internazionali.

 

Tra nazionalismi e ideologie

In un documento del CLN di Trieste, predisposto dall’azionista Ercole Miani e sottoscritto pure dal comunista Luigi Frausin, veniva stigmatizzato l’orientamento nazionalista connotativo le forze partigiane slovene e croate, causa perfino di alcuni tragici episodi, che già stabiliva il futuro della componente italiana della Venezia Giulia come parte dello Stato jugoslavo garantita da un’ampia autonomia. Quindi anche da parte jugoslava giungeva una soluzione al rapporto tra identità e sovranità: se il problema era l’autonomia più che la sovranità gli italiani avrebbero potuto ottenerla in un contesto jugoslavo e non italiano, rispondendo così alle aspettative della classe operaria che guardava con simpatia la lotta di liberazione in Jugoslavia quale premessa rivoluzionaria.
Davanti a questo nuovo scenario, Leo Valiani suggerì di cercare, tramite il PCI, un contatto diretto con Tito per dimostrare l’assenza di pregiudiziali da parte italiana e che gli accordi di Milano del luglio 1944 erano stati accolti positivamente in quanto si era convenuto di dare vita ad organi politici paritetici in previsione di un prossimo tracollo dell’occupazione tedesca. Da lì a breve un altro azionista, Giuliano Gaeta, scriveva al presidente del CLN Alta Italia Alfredo Pizzoni per sollecitare la costituzione di un CLN interregionale, comprendente pure il Veneto, allo scopo di saldare il destino non solo politico della Venezia Giulia alle altre province dell’Italia nord-orientale e quindi alla resistenza nell’Italia settentrionale.
Però a Milano non tutti si erano resi conto che il CLN di Trieste soffriva di scarsi contatti perfino con gli analoghi Comitati in Friuli e in Istria, dove essi si erano costituiti, e talvolta faceva prima trovare gli appoggi necessari in Veneto o in Lombardia. Mancava del tutto un coordinamento come pure un organismo almeno regionale anche se il Comitato di Trieste si volle definire da un certo momento Comitato Giuliano di Liberazione Nazionale attribuendo al capoluogo pure un ruolo politico per la resistenza italiana.
Mentre si stipulavano gli accordi di Milano, sulla rivista «Nova Jugoslavija» usciva l’articolo di Josip Smodlaka, croato della Dalmazia e “ministro degli Esteri” dell’esecutivo politico di Tito con il quale sosteneva, in forza di una sua interpretazione dei dati statistici, economici e storici, e per la consueta tesi sulla prevalenza del territorio sulle città, il diritto jugoslavo sull’intera Venezia Giulia. All’articolo di Smodlaka che rappresentava però una posizione ufficiale di Tito rispose il CLN con sufficienti argomentazioni ma non tali da ribaltare completamente le convinzioni degli jugoslavi che ormai utilizzano abilmente di volta in volta nazionalismo e comunismo per avvicinarsi ai propri obiettivi.
A Roma operava il Comitato giuliano ma era più un’associazione di corregionali lì residenti o rifugiatisi dopo l’armistizio e talvolta caratterizzato da qualche elemento dal passato non troppo limpido, che un autorevole organismo portavoce le istanze del CLN, però era sicuramente un punto di riferimento nelle difficili e rapsodiche relazioni con il governo italiano ma non aveva particolari poteri e poco poteva incidere su decisioni e scelte.
Così i rapporti tra il CLN di Trieste e il CLN Alta Italia erano tenuti da Giuliano Gaeta e Umberto Felluga per mezzo di Leo Valiani che li spronava ad una più incisiva lotta contro il nazifascismo in quanto soltanto con essa si poteva conquistare “i diritti morali e diplomatici al mantenimento di tutto ciò che è italiano.” Nel PdA si era affermata la convinzione che solo dimostrando concretamente la volontà di collaborare con gli slavi, i quali invece erano assai poco disposti alla reciprocità, si poteva contribuire alla difesa dell’italianità democratica di Trieste: un motivo in cui riecheggiavano le remote Lettere slave di Giuseppe Mazzini in materia di principi universali nella lotta per l’emancipazione dei popoli.
Si deve osservare, inoltre, che il CLN Alta Italia era attraversato più da dubbi che certezze sul futuro della Venezia Giulia. Già nel maggio 1944, durante un viaggio di Pizzoni a Trieste, egli aveva apertamente manifestato a Umberto Felluga tutte le sue preoccupazioni per il futuro della regione che risultava allora già compromesso: forse si sarebbe potuto salvare Trieste e poco altro davanti alle rivendicazioni jugoslave. Una preoccupazione confermata dai troppi tatticismi sloveni e croati, da esplicite dichiarazioni unilaterali, dagli atteggiamenti nei confronti dei partigiani italiani, dal mancato rispetto degli accordi. C’era un nazionalismo espresso dai comunisti sloveni e croati che prevaricava perfino l’ideologia politica e con il quale bisognava fare i conti, e quindi non solo il nazionalismo italiano rafforzato anche nella testa dei benpensanti.
Il progressivo e reciproco irrigidimento sulle rispettive posizioni nazionali era stato accompagnato dall’infiltramento dei comunisti sloveni all’interno del PCI di Trieste proprio per mezzo dei comitati di coordinamento tra CLN e OF ma prima ancora, da Luigi Frausin, allora massimo esponente dei comunisti italiani di Trieste era giunto il riconoscimento delle richieste slovene di un’ampia rettifica confinaria in modo da trasferire sotto la sovranità jugoslava quei territori della Venezia Giulia compattamente slavi. Proprio nella riunione di Milano (16-19 luglio 1944), Anton Vratuša, il più autorevole rappresentante della delegazione slovena, aveva chiesto un impegno immediato del CLN Alta Italia per la rettifica confinaria formulando però una pregiudiziale sul diritto all’autodeterminazione degli italiani che si sarebbe stata accettata solo se in Italia si fosse consolidato un regime democratico, ovvero socialcomunista.
Dal canto loro i comunisti che partecipavano al CLN Alta Italia avevano messo del proprio complicare il quadro, inserendo una pregiudiziale ideologica non sempre riportata da tutte le fonti di informazione: nell’ottobre 1944 il PCI Alta Italia aveva manifestato la sua contrarietà alla richiesta dell’OF e dei comunisti sloveni di subordinare le formazioni garibaldine ma riconoscevano il principio di autodeterminazione per la creazione di una Slovenia unita e libera che doveva valere anche per i “gruppi etnici italiani”. A questa prima affermazione di principio aggiungeva però che il partito non avrebbe difeso ad oltranza la sovranità italiana a Trieste se si trattava di dover scegliere tra un’Italia fascista e uno “stato sovietico e democratico”. Ma se il il riconoscimento del CLN come alleato dell’OF era stata una vittoria politica del PCI a Trieste, in Istria la situazione era opposta: lo stesso partito era giunto ad accordi opposti per cui le formazioni partigiane italiane erano state subordinate a quelle croate, segnando di fatto il destino della regione.
Infatti i croati in Istria ed a Fiume non si sentirono impegnati da alcun tipo di accordo e trattavano gli italiani, antifascisti compresi, già come una minoranza jugoslava. Dal canto suo il CLN si era attenuto scrupolosamente allo spirito degli accordi organizzando proprie formazioni che aveva poi affidato al IX Corpus sloveno in quanto non aveva i mezzi per armarle e sostenerle, ciò aveva provocato il disappunto tra i quasi duemila volontari accresciuto quando essi erano stati oggetto di una pressante propaganda filojugoslava e costretti adottare bandiera e i fregi dell’esercito di liberazione jugoslavo. Questi fatti, preludio di altri ben più gravi con esautoramento di alcuni comandanti di reparto, stavano seriamente minacciando nella credibilità le intenzioni del CLN che aveva sottoscritto ed accettato l’iniziale collaborazione. Inoltre il CLN premeva per un accordo militare con il comando triveneto del Corpo Volontari della Libertà per organizzare concretamente le proprie formazioni e collegarle infine alla struttura operativa tra Veneto e Friuli. Tale disposizione giungerà solo agli inizi dell’aprile 1945 e non troverà tutti d’accordo in quanto la Grande Unità si sarebbe dovuta chiamare “Garibaldi”, una denominazione però fortemente compromessa tra i partigiani della “Osoppo” dopo la strage di Malga Porzus attribuita appunto ad elementi garibaldini su posizioni filojugoslave e dopo che le brigate “Garibaldi” erano ormai passate agli ordini dei comandi sloveni ed allontanate dalla regione per essere impiegate all’interno della Slovenia in nome di una equivoca fratellanza d’armi. Infatti nell’autunno 1944 con l’uscita del Partito comunista dal CLN di Trieste (unico caso del panorama resistenziale italiano), l’invito rivolto da Josip Smodlaka ai resistenti italiani di rinunciare alla Venezia Giulia in cambio della pacificazione nazionale e l’eliminazione da parte dei tedeschi di alcuni esponenti di primo piano del CLN triestino, il problema nazionale divenne pure un problema militare e non solo politico. Era impensabile chiedere soccorso alle formazioni italiane collaborazioniste dei tedeschi in nome del patriottismo, come invece alcuni ambienti del nazionalismo italiano reclamavano, ed era altrettanto chiaro che da parte del CLN Alta Italia non sarebbe giunto altro soccorso, dopo i patti stabiliti a Milano dai quali l’organo centrale non voleva derogare, per cui alla resistenza italiana non rimase altro che percorrere la strada più difficile di organizzare in proprio e clandestinamente formazioni cittadine da impiegare al momento di una insurrezione.
Nell’autunno ’44 i comunisti sloveni completarono il controllo del PCI di Trieste facendolo strumento jugoslavo in previsione di realizzare il “fatto compiuto” qualora gli anglo-americani avessero mantenuto fede all’intenzione di giungere fino alla Venezia Giulia.
Nell’inverno 1944-1945 si divaricarono gli intenti: il 9 dicembre 1944 il CLN (costituito da DC, PSI, PLI, PdA) ribadì l’irrinunciabilità del nesso tra Venezia Giulia ed Italia proprio nello stesso giorno del riconoscimento formale del CLN Alta Italia da parte del governo italiano, mentre il Partito comunista continuava sostenere il più stretto rapporto tra CLN e OF e la DC ribadiva la necessità di un più diretto collegamento politico con la resistenza in Veneto in grado anche di garantire maggiori finanziamenti.
La questione nazionale a quel punto non veniva più posta dai comunisti triestini che tatticamente diffondevano la notizia che la classe operaia e praticamente tutta la popolazione italiana di Trieste era favorevole all’annessione jugoslava: in tal modo si voleva rendere inutile l’occupazione alleata, impedire l’insediamento di un governo italiano “reazionario” nella città e favorire piuttosto la presa di potere di comitati popolari che avrebbero posto le premesse alla nuova sovranità.
Così la questione nazionale si declinava in ideologica, in un’alternanza tattica dei due fattori, trascinando la polemica sull’unico argomento ancora praticabile, cioè la polemica sulla sovranità totale o parziale dell’Italia o della Jugoslavia sulla regione. Non a caso da allora in poi si parlerà sempre più diffusamente di sovranità e sempre meno di nazionalità o di forme possibili di governo democratico su una regione complessa. E pure il tema del plebiscito, caldeggiato nel dopoguerra dagli ambienti italiani, ma temuto da tutti per gli esiti imprevedibili e la difficoltà di attuazione in quelle condizioni politiche, sarà argomento direttamente riferito al principio di sovranità.
Le posizioni saranno da allora inconciliabili e nell’aprile 1945, quale ultimo atto, il Partito comunista di Milano chiederà al CLN Alta Italia lo scioglimento del Comitato di Trieste con l’accusa di sciovinismo – era la più diretta conseguenza della lettera “riservatissima” inviata da Vincenzo Bianco alla direzione del partito – mentre il CLN invoca l’arrivo di una delegazione dell’organo milanese per assicurare un presidio politico di alto livello nella Venezia Giulia e rafforzare i vincoli tra la regione e l’Italia, quindi in termini di sovranità.
Non sarebbe giunta né una né l’altra decisione e l’epilogo del conflitto non chiudeva lì quella contesa ma apriva subito un’altra, altrettanto drammatica, con il CLN, braccato e costretto a nuova clandestinità sotto l’occupazione jugoslava.

 

Roberto Spazzali

 

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Fonte: per gentile concessione di Roberto Spazzali
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