Tag Titolo Abstract Articolo
www.storiaestorici.it
storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Paolo Segatti
Democrazie e minoranze nazionali: il caso degli sloveni cittadini italiani
Un’altra Italia ancora – Milano 10-11 novembre 2001
immagine
L’espressione “memoria del futuro” non pare in questo contesto un’elegante figura retorica. Essa indica invece che le memorie che rendono possibile un sentimento nazionale possono essere valorizzate in modi sensibilmente diversi, e in questo caso si auspica che vengano valorizzati le memorie che raccontano i conflitti del passato non per contrapporlo l’uno all’altro, ma per andare oltre. In due modi. Anzitutto riconoscendo nel discorso pubblico che buona parte del “dolore” generato dalle conseguenze dei conflitti nazionali è stato procurato dalle buone ragioni che una parte e l’altra pure aveva (vivere in sicurezza, non come minoranza sotto il tallone di uno stato ostile). Il che significa costruire una memoria non nazionalistica del conflitto nazionale. In secondo luogo indicando la strada di un comune destino politico. Nel caso dei rapporti tra Italia e Slovenia la comune casa europea e nel caso delle minoranze la condivisione di esperienze culturali e politiche tra persone diverse e allo stesso tempo simili, all’interno di stati che non pretendono più di trasformare i diversi in simili, ma che consentono a tutti di diventare per alcuni loro aspetti più simili di quanto lo fossero nel passato.
***

Intervento al convegno in ricordo di Alceo Riosa
Un’altra Italia ancora
Repubblica e minoranze nazionali al confine orientale

Milano, 10-11 novembre 2011

 

Un’altra Italia? - Irredentismo, conflitti, confini - Il caso sloveno: analisi, metodo, piste interpretative - La domanda di integrazione politica - Integrazione politica e identità culturale. Un interrogativo - “memoria del futuro”

 

Un’altra Italia?

L’otto febbraio 2010 Durnwalder dichiarò che non avrebbe partecipato ufficialmente alle celebrazioni del 17 marzo, giorno della bandiera. In risposta alle nota del Presidente della Repubblica che lo richiamava al suo ruolo di rappresentante di una istituzione di cui facevano parte cittadini italiani a prescindere dalla loro lingua, Durnwalder replicò che "Il gruppo linguistico tedesco non ha nulla da festeggiare” perché "nel 1861 l'Alto Adige non faceva parte dell'Italia e nel 1919 non ci è stato chiesto se volevamo fare parte dello Stato italiano”. (La Repubblica 11 /02/2011). Le dichiarazioni di Durnwalder ebbero una forte eco sui media nazionali.
Le sue opinioni non furono condivise da molti rappresentanti della minoranza slovena (Il Piccolo 18 febbraio 2010). A giudizio di costoro la minoranza slovena non doveva ritenersi estranea alle celebrazioni giacché anche gli sloveni erano a pieno titolo cittadini della Repubblica. La posizione degli esponenti della minoranza non ebbe altrettanto eco sui media italiani.
Anzi , le aspettative, anche quelle di osservatori informati ed attenti, erano di segno completamente opposto. In un articolo su Trieste e suoi permanenti problemi di isolamento dal resto del paese pubblicato da Il Corriere quasi un anno prima, Rizzo e Stella annotavano parlando degli stati d’animo dei triestini che “ anche se non mancano i nostalgici di Maria Teresa, l' amor patrio dei triestini italiani (gli sloveni, ovvio, sono un'altra faccenda) non è in discussione” (Corriere della Sera 3/04/2010 Sottolineatura mia ). In sostanza secondo i due giornalisti sarebbe stato ovvio attendersi da parte degli sloveni posizioni simili a quelle di Durnwalder. Così poi non è stato, almeno per i rappresentanti della minoranza nelle istituzioni repubblicane. Però va pure detto che lo scrittore Boris Pahor dichiarò a Il Piccolo che lui la pensava in proposito come Durnwalder.
E’ da questi due fatti di cronaca che muove il tema centrale di questo contributo. Lo formulo con una domanda. E’ proprio così ovvio attendersi che chi faccia parte di una minoranza nazionale, slovena o tedesca che sia, si senta completamente estraneo alle celebrazioni dell’unità nazionale italiana?
L’interrogativo ne propone uno ben più generale ed importante. Quali sono le condizioni che rendono possibile coniugare tutela delle minoranze e loro integrazione nello stato democratico di cui sono cittadini?
A prima vista sembrerebbe ragionevole pensare che abbiano ragione coloro che pensano che le minoranze nulla abbiamo a che fare con le memorie nazionali della maggioranza. Infatti quello che Durnwalder diceva a proposito dei Sud Tirolesi si applica perfettamente anche agli sloveni. Non facevano parte del regno nel 1861 e non hanno chiesto di farne parte nel 1918.
Di più. Dopo il 1918 l’inclusione della minoranza slovena entro i confini dello stato italiano è un capitolo di un conflitto nazionale che ha caratteristiche per certi versi più drammatiche di quello che ha segnato i destini delle popolazioni di lingua tedesca.
L’attuale confine orientale italiano, come quello anteguerra, taglia in due un territorio caratterizzato da una forte frammentazione linguistica prima e nazionale poi. I confini tra i gruppi sono sempre stati più frastagliati di quelli esistenti nell’area trentina e sud tirolese. Questo ha fatto acquisire al conflitto tra sloveni e croati da una parte e italiani dall’altra caratteri anche da guerra “etnica” che il conflitto in Trentino/SudTirolo non ha avuto. Inoltre il conflitto ha manifestato una configurazione triadica tipica dei conflitti irredentistici che si è mantenuta tale sino all’immediato secondo dopoguerra. Infatti se nel 1918 si chiudeva la storia ufficiale dell’irredentismo italiano, in quell’anno si apriva inevitabilmente quella dell’irredentismo sloveno e croato, che non è terminata nel 1947 ma è proseguita nei fatti sino alla soluzione della questione di Trieste. Retoriche irredentistiche sono però sopravvissute molto più a lungo nel discorso pubblico da una parte e dall’altra del confine e talvolta si odono ancora da parte di politici o intellettuali.

 

Irredentismo, conflitti, confini

I conflitti di tipo irredentistico non sono una peculiarità delle regioni a cavallo del confine orientale italiano (Worsdorfer,2009). E‘ un tipo di configurazione conflittuale che si è presentato diverse volte lunga la linea di faglia che va dal Baltico all’Adriatico nel secolo alle nostre spalle e ha caratterizzato alcuni aspetti delle guerre dell’ex Jugoslavia alla fine del secolo scorso. A rendere particolarmente gravi le conseguenze di questo tipo di conflitto è il fatto che la sicurezza dei confini statali tra due stati viene continuamente messa in discussione sulla base di argomenti e di politiche che coinvolgono le minoranze che hanno la disgrazia di vivere nello stato sbagliato. Da una parte c’è la pretesa da parte di uno stato di consolidare i propri confini sulla base di politiche di integrazione politica che passano attraverso una assimilazione culturale forzata della minoranza “alloglotta”. D’altra c’è il tentativo da parte dell’altro stato di usare la “sua” minoranza oltre confine come “quinta colonna” in nome del raggiungimento dei suoi “veri” confini nazionali, definiti di frequente con il ricorso a concetto quali territorio etnico, spazio etnico ecc.
In conflitti di questo genere è molto probabile che si scavi un fossato profondo tra i diversi gruppi a cui capita di vivere lungo il confine. Comune è la consapevolezza della precarietà di chi si trova in una posizione di minoranza e l’idea che le istituzioni politiche “appartengono” ad un popolo definito etnicamente (Brubaker, 2004-un indice di questa concetto di stato è rappresentato dai preamboli delle costituzioni, per esempio quello della prima costituzione croata). Dunque è ragionevole attendersi che con una storia di questo tipo alle spalle sia nella minoranza slovena di Trieste e Gorizia che anche in molte componenti della maggioranza, in particolare tra gli italiani che sono stati espulsi dall’Istria nel dopoguerra, non ci siano (stati) molti sentimenti di mutua comprensione. In effetti uno studio risalente agli anni sessanta mostra che la distanza psicologica tra la minoranza slovena e la maggioranza italiana di Trieste, specialmente nella sua componente istriana, era massima (Sivini, 1970).
Eppure nonostante questa eredità, e le memorie che essa ha alimentato, vi sono importanti e robuste evidenze che nel corso degli ultimi anni gli atteggiamenti delle popolazioni che vivono a cavallo del confine tra Italia e Slovenia sono cambiati in misura sensibile.

 

Il caso sloveno: analisi, metodo, piste interpretative

Nel 2006 e poi nel 2008, grazie ad un finanziamento della regione FVG su fondi Intereg, ho avuto la possibilità, assieme ad alcuni miei collaboratori, di svolgere due inchieste a campioni rappresentativi della popolazione del FVG e di quella di delle due contee Slovene limitrofe al confine con il nostro paese su varie tematiche, tra le quali sentimenti di appartenenza nazionale , le reciproche percezioni e gli atteggiamenti verso varie tematiche. Il questionario utilizzato per lo studio in FVG prevedeva che ad un certo punto venisse chiesto all’intervistato quale fosse la sua lingua materna, quella cioè che aveva imparato da sua madre. In ognuna delle due indagini circa 90 intervistati hanno risposto che la loro lingua madre era lo sloveno. A costoro, e ovviamente agli altri identificati in base alla lingua materna (italiano e friulano), veniva poi chieste a quale entità territoriale essi sentissero di appartenere (Segatti a cura di , 2009).

[vedi tabella 1 in edizione PDF allegato]

La tabella 1 mostra come si distribuivano le risposte del campione. Abbiamo incluso in questa e nelle successive anche il dato riguardante le risposte degli intervistati nella Repubblica di Slovenia distinti tra coloro la cui lingua materna dichiarata era l’Italiana e gli altri la cui lingua materna dichiarata era lo sloveno.
Come si può vedere due terzi e forse più dei cittadini italiani con residenza stabile nelle due province di Trieste e Gorizia ma di madre lingua slovena, dichiaravano di sentirsi attaccati anche alla nazione del paese in cui vivevano. Lo stesso accadeva per i cittadini sloveni di madrelingua italiana
A questo primo dato possiamo aggiungere un altro, relativo alla numero di cittadini italiani di lingua slovena e di cittadini sloveni di lingua italiana che dicono di identificarsi con la nazione del gruppo di maggioranza dei due paesi (vedi tabella 2).
Oltre quattro cittadini italiani di madre lingua slovena su dieci dicono si sentirsi tanto sloveni che italiani. Più di 2 su dieci si sente prevalentemente italiano, mentre uno su tre si dichiara solo o prevalentemente sloveno. La situazione in Slovenia è un po’ diversa. La percentuale di identità duali è minore, ma occorre prestare attenzioni alla numerosità dei casi che limita la robustezza delle stime.
Dunque tra gli sloveni di Trieste e Gorizia c’è una componente significativa, forse maggioritaria, di uomini e donne che dicono di condividere due identità, quella slovena e quella italiana. Ma ciò non significa che essi si sentano meno intensamente sloveni. Infatti i dati mostrano che l’intensità media di identificazione personale con la nazione slovena degli sloveni cittadini italiani era pari a quella che abbiamo riscontrato tra gli sloveni in Slovenia.

[vedi tabella 2 in edizione PDF allegato]

Vi sono altri dati di queste due indagini che corroborano questo quadro. Non gli riporto per mancanza di spazio. Il punto che però va fissato è che i dati raccolti dalle due indagini suggeriscono che circa quattro decenni dopo il lavoro di Sivini una percentuale significativa della minoranza slovena chiede non minore, ma maggiore, integrazione nello stato di cui è parte. D’altro canto da parte della maggioranza i sentimenti di ostilità verso la minoranza sono diminuiti di molto. Il che sembrerebbe smentire le aspettative di Rizzo, Stella e Pahor e dare ragione invece agli altri esponenti sloveni.
A qualche osservatore queste conclusioni potranno sembrare deboli. Per due ragioni. La prima riguarda la natura dei dati. Si potrebbe qui aprire una discussione metodologica tra storici e scienziati sociali sulla affidabilità di dati di questo genere. Ma l’eviterei. Vorrei solo osservare che la presenza di identificazioni nazionali di tipo duali è documentata da tempo in molti paesi non nazionalmente omogenei. Uno dei casi più studiati è quello spagnolo. Ma sono aumentati negli ultimi anni i lavori che documentano questo fenomeno anche in paesi con un grado di pluralismo ancora più grande da un punto di vista linguistico, religioso e/o etnico, come l’India (Stepan, Linz e Yadav, 2011). In tutti questi casi dichiarazioni verbali di identificazione duale sono associate ad altre opinioni sullo stato, sul regime o sui conflitti che oppongono centro e periferia. Insomma pare che le identità duali , ancorché rilevate con lo strumento dell’indagine demoscopica, possano fare la differenza.
La seconda ragione di diffidenza è di sostanza. La presenza di identità nazionali duali in una democrazia sfida la linea di pensiero che da Mills risale sino all’infausto presidente Wilson per arrivare a molti dei protagonisti che hanno messo le mani negli ingranaggi della storia dei recenti conflitti nazionali che hanno smembrato la Jugoslavia. Secondo questa linea di pensiero una stabile democrazia deve per forza essere mono-nazionale (Stepan 2001). Ne deriva che la nozione di democrazia multinazionale è solo un ossimoro. Il fatto è che così non è, se dal cortile europeo allunghiamo lo sguardo a molte altre democrazie, forse la maggioranza di quelle che si sono sviluppate negli ultimi decenni.
E’ del tutto ovvio che l’aspettativa che la democrazia sia mono-nazionale ha dalla sua l’evidenza dei fatti in gran parte dell’Italia, uno degli stati nazionali più culturalmente omogenei che esistano al mondo, pur in mezzo alle note e significative variazioni culturali subnazionali. Ma è una visione delle cose che non si applica ai confini dello stato italiano. Qui, come abbiamo visto, incontriamo individui che sono cittadini come gli altri, ma non sono italiani come gli altri. Per di più non si limitano a rivendicare che venga tutelata la loro diversità in quanto cittadini dello stato italiano. Ma sembra che ci chiedano di essere riconosciuti come italiani speciali, italiani e sloveni, orgogliosi di essere sloveni, ma non per questo indifferenti o estranei alla vita culturale della maggioranza. Dobbiamo ammettere che per quanto stravagante possa apparire tale richiesta a molti italiani, essa solleva una questione più ricorrente nel mondo di quanto lo sia l’omogeneità culturale della Repubblica italiana. Dopodiché, essendo gli sloveni tra il 7% e l’8% degli abitanti delle province di Trieste e Gorizia, potremmo anche concludere che non è necessario complicarsi la vita sforzandosi di guardare fuori casa.
Credo che sbaglieremmo. Anzitutto perché la questione dei rapporti tra stato, democrazia e nazione è stata al centro dei conflitti oltre Adriatico, praticamente sotto casa. Poi perché non è affatto detto che tale volontà di integrazione politica, che mantiene però alta la guardia sulla difesa della diversità culturale, sia destinata a durare in assenza di risposte adeguate dal parte delle istituzioni della Repubblica. Vale dunque la pena analizzare i fattori che potrebbero averla promossa e discutere alcuni degli interrogativi che questa domanda di integrazione da parte di una minoranza sollecita a proposito dell’idea di nazione italiana.

 

La domanda di integrazione politica

Cause. Un fattore importante che ha consentito nel tempo l’emergere di una domanda di integrazione politica sta probabilmente nella consistenza demografica della minoranza slovena. A differenza di quella sud tirolese essa non ha dimensioni tali da rendere poco frequenti le interazioni sociali con la maggioranza. Ma, se diamo credito a diversi studi comparati sulle condizioni che impediscono l’integrazione politica e che invece favoriscono l’esito opposto, e cioè lo sviluppo di conflitti o tensioni etno-nazionali, il fattore demografico da solo spiega poco come spiega poco il livello di frammentazione etnico-linguistica di un paese (Laitin 2007). A far erompere la diversità in conflitto più o meno aperto contribuiscono molto di più l’assetto costituzionale dello stato, il funzionamento delle sue istituzioni, il formato e le dinamiche del sistema dei partiti ed infine le politiche statali verso i gruppi di minoranza. Secondo Stepan, Linz e Yadav (2011) alcuni di questi fattori non solo limitano il rischio di conflitto, ma promuovono lo sviluppo delle identificazioni duali.
In particolare nel caso degli sloveni a me sembrano essere stati importanti quattro fattori. Delle caratteristiche di due, e cioè le ragioni sulle quali si fonda la specialità della regione FVG e il regime di tutela ne parleranno meglio di me il prof. Giangaspero e il Prof. Bartole. Vorrei solo sottolineare l’importanza di alcune differenze tra il regime di tutela degli sloveni e di quello dei sud tirolesi. Infatti, contrariamente a quest’ultimo, il primo non prevede che l’accesso alla tutela avvenga attraverso un atto amministrativo che sancisce la propria appartenenza al gruppo di minoranza. Come è noto le definizioni per via amministrativa della identità collettiva non sono prive di conseguenze sulle definizioni che gli individui tendono a dare di sé stessi e sulle reciproche percezioni dei gruppi così definiti. Anzi l’effetto principale spesso è quello di definire categorie di appartenenza caratterizzate da confini rigidi (Cella 2006). Potremmo dire, prendendo a prestito una definizione di Brubaker (2004), che la determinazione per via amministrativa dell’identità trasforma l’etnicità da una prospettiva sul mondo a una cosa di questo mondo. Ma identità alle quali vengono attribuiti significati etnici sono le meno incline a consentire identificazioni con un altro gruppo.
L’ipotesi è dunque che un regime di tutela che vincola l’accesso alla tutela ad una definizione preliminare di chi si è o si vuole essere (con tutte le implicazioni del caso) renda difficile lo sviluppo delle identità duali e quindi limiti la domanda di integrazione. In assenza di dati sul Sud Tirolo simili a quelli raccolti in FVG questa rimane un’ipotesi. Ma sono convinto che la presenza di una domanda di integrazione da parte di settori non piccoli della comunità slovena meriti una riflessione accurata. Il fenomeno sembra suggerire che i regimi di tutela possano differenziarsi non solo per il livello e l’estensione della tutela, ma anche secondo gli effetti che possono generare sulla propensione all’integrazione, come spesso suggerisce il prof. Bartole.
Il terzo fattore ha che fare con il formato del sistema di rappresentanza. Da questo punto di vista alcune scelte del passato si sono rivelate provvidenziali e altre hanno avuto conseguenze a lungo termine diverse dalle finalità che si proponevano. Tra le prime vorrei sottolineare l’importanza della decisione presa dai partiti democratici italiani nell’immediato dopoguerra, in una situazione di aspro conflitto sul destino di ciò che rimaneva della Venezia Giulia, di non costituirsi in blocco nazionale “antislavo”. L’effetto di questa decisione è stata quella di smorzare nel sistema politico la frattura nazionale. A ciò ha anche concorso il fatto che una parte cospicua della minoranza slovena si riconoscesse nelle posizioni del Partito comunista di Trieste, posizioni chiaramente anti italiane all’inizio e in favore di soluzioni autonomistiche alla questione di Trieste per alcuni anni dopo. Ma al di là della linea ideologica e dei suoi progressivi cambiamenti, il fatto che sia stato un partito non etnico a rappresentare la maggior parte della minoranza slovena ha probabilmente promosso il processo di integrazione politica di questa nella Repubblica. Conseguenze simili hanno anche avuto le disposizioni previste dalla legge elettorale del 1993 che nel disegno dei collegi uninominali aveva adottato criteri di ripartizione territoriale non storici, ma solo demografici. La commissione degli esperti poi si preoccupò di ritagliare collegi a cavallo della provincia di Gorizia e di Trieste che costringevano i candidati a competere sia per il voto degli italiani che per quello degli sloveni. Un incentivo che ancora una volta premia l’integrazione e non l’esclusività “etnica”. In direzione completamente opposta andò invece la giunta regionale di centrosinistra quando nel 2007 decise di istituire un seggio regionale garantito per la minoranza slovena.
Cito il quarto fattore per indicare più una potenzialità inespressa che un elemento che ha contribuito nel tempo a superare i pregiudizi etnici: la religione. E’ possibile che tra gli sloveni che hanno sviluppato identità duali i cattolici praticanti siano in minoranza. Il che farebbe pensare che il ruolo della chiesa nel promuovere una cultura dell’integrazione civica in questa parte d’Europa sia ancora limitato, anche dopo il secondo viaggio di Giovanni Paolo II in Croazia e il suo invito alla “purificazione della memoria”. Questa però è un’area che merita un supplemento di indagine.
Nella lista di fattori che potrebbero avere favorito un processo di integrazione degli sloveni in Italia non ho incluso il processo di integrazione europeo. Non perché non sia stato importante. Lo è stato , e molto nei rapporti tra Slovenia ed Italia come nei rapporti tra gli stati che sono entrati nell’Unione. Ha contribuito in modo decisivo ad impedire, in un’area che rimane plurale nonostante le semplificazione nazionali derivante dai movimenti di popolazione in seguito all’ultimo conflitto, il ripetersi delle condizioni che in passato hanno favorito conflitti di tipo irredentistico. Le ragioni per la quale non ho considerato gli effetti del processo di integrazione sono due. Anzittutto volevo attirare l’attenzione sui fattori interni che potrebbero aver promosso una domanda di integrazione. In particolare che essa potrebbe essere il risultato non intenzionale della configurazione assunta dalle istituzioni repubblicane che hanno tutelato e rappresentato nel corso dei decenni passati anche i cittadini italiani di nazionalità slovena (la natura della “specialità, della regione FVG, il sistema di tutela, i caratteri “state-wide” e non etnici assunti precocemente dalle forze politiche locali). In secondo luogo volevo attirare l’attenzione su un punto cruciale. Una domanda di integrazione da parte di un gruppo minoritario che tuttavia vuole conservare la propria identità culturale particolare rappresenta anche una sfida al significato culturale in senso nazionale delle istituzioni statali.


Integrazione politica e identità culturale. Un interrogativo.

La risposta a questa sfida non può limitarsi alla constatazione che maggioranza e minoranza condividano una comune appartenenza alla Repubblica in quanto gli uni e gli altri ne sono cittadini. Non può limitarsi a ciò perché in un paese nazionalmente omogeneo come è l’Italia, la maggioranza dei suoi cittadini, quando pensa al fatto di essere cittadino italiano (se ci pensa), pensa inevitabilmente alle caratteristiche culturali comuni agli italiani, lingua, cultura e storia. Quali significati culturali attribuisce allo status di cittadino uno sloveno cittadino italiano? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che se si vuole rispondere alla sua domanda di integrazione e allo stesso tempo di tutela della sua diversità il problema delle idee di nazione sottostanti il comune patto di cittadinanza è inevitabile. Detto altrimenti giova riconoscere che nelle aree di confine tra le idee di nazione italiana ci deve essere spazio anche per alcune che non fanno riferimento integrale alle tradizioni culturali italiane, qualunque esse siano. Riconoscere cioè che tra le varie possibili idee di Italia che sono diffuse nella nostra penisola c’è spazio per un’idea di Italia che include anche la storia e le memorie degli sloveni, ma anche dei croati ma anche di quegli italiani che sono diventati tali nel corso di un conflitto secolare con i primi due (esperienza invero molto diversa da quella fatta dal resto degli italiani nel processo di costruzione della identità nazionale)
Parlo di idee di nazione al plurale, perché, contrariamente ai sentimenti di appartenenza nazionali che variano solo per grado, i significati attribuiti alla propria nazione variano per genere, come ogni rassegna storiografiche su “nazione e nazionalismi” documenta. Nel discorso pubblico di questi anni si è prestato attenzione soprattutto all’intensità del sentimento di appartenenza nazionale degli italiani. Le ragioni di questa attenzione sono evidenti. Non è detto che a mio avviso esse siano anche fondate. Comunque, meno attenzione si è in generale prestata ai significati che gli italiani attribuiscono al loro essere italiani, tranne forse nell’ultimo periodo grazie alla discussione attorno al lavoro di Banti.
Ora i significati che una persona attribuisce al proprio gruppo nazionale si collocano inevitabilmente al punto di incontro tra le narrazioni sulla storia collettiva del gruppo e le sue esperienze personali o familiari. Vorrei soffermarmi sull’importanza delle narrazioni. Esse definiscono la cornice culturale entro le quali acquistano significato le esperienze personali e familiari.
Tra i vari autori che hanno messo a fuoco il ruolo delle narrazioni il migliore rimane Renan. Non tanto quanto definisce la nazione come plebiscito quotidiano. Una metafora retorica con un retrogusto organicista. Più interessante è invece l’idea che una nazione esiste in quanto è tenuta assieme da memorie e da amnesie, entrambe egualmente condivise. Il che chiama in causa le narrazioni.
Certo, le memorie degli italiani e degli sloveni di qua e di là del confine (come quelle dei croati in Istria e degli italiani che da lì venivano) sono ancora in parte divise, nonostante il manifestarsi di identità duali. E le amnesie non sono ancora così forti da avere i positivi influssi di cui parlava Renan. Però il contesto europeo consente a chi per ruolo istituzionale o per autorità intellettuale “manipola” le idee di nazione di definire quelli che definisco i preliminari di una memoria condivisa idonea a sostenere una idea di nazione condivisa. Un esempio di quanto voglio dire è offerto dal discorso che il 20 ottobre 2007 tenne a Caporetto/Kobarid ,in occasione del 90° della battaglia l’allora ministro della difesa italiano, on. Parisi. Ne riporto un passo .
Parlando del posto che Caporetto occupa nella storia dei due popoli, l’on. Parisi affermava che “La memoria spinge ciascuno a rientrare in se stesso. Ma questo deve aiutare il nostro presente (europeo) a diventare padrone del nostro passato, non invece a far sicché sia il nostro passato a diventare padrone del presente. Noi vogliamo ricordare…. ma ricordare per uno scopo, per un progetto comune……C'è una memoria del futuro che dobbiamo costruire a partire da una rilettura della nostra storia alla luce di un progetto comune…..Solo la memoria del futuro ci potrà consentire di salvaguardare la parte migliore delle nostre identità, di affermare concretamente il contributo personale e collettivo dei nostri popoli allo sviluppo della civiltà umana.”

 

“memoria del futuro”

L’espressione “memoria del futuro” non pare in questo contesto un’elegante figura retorica. Essa indica invece che le memorie che rendono possibile un sentimento nazionale possono essere valorizzate in modi sensibilmente diversi, e in questo caso si auspica che vengano valorizzati le memorie che raccontano i conflitti del passato non per contrapporlo l’uno all’altro, ma per andare oltre. In due modi. Anzitutto riconoscendo nel discorso pubblico che buona parte del “dolore” generato dalle conseguenze dei conflitti nazionali è stato procurato dalle buone ragioni che una parte e l’altra pure aveva (vivere in sicurezza, non come minoranza sotto il tallone di uno stato ostile). Il che significa costruire una memoria non nazionalistica del conflitto nazionale. In secondo luogo indicando la strada di un comune destino politico. Nel caso dei rapporti tra Italia e Slovenia la comune casa europea e nel caso delle minoranze la condivisione di esperienze culturali e politiche tra persone diverse e allo stesso tempo simili, all’interno di stati che non pretendono più di trasformare i diversi in simili, ma che consentono a tutti di diventare per alcuni loro aspetti più simili di quanto lo fossero nel passato. In fondo un indizio che questo processo pare avviato, per fragile esso sia, l’abbiamo avuta in occasione dell’incontro dei presidenti di Italia, Slovenia e Croazia nel luglio 2010, e soprattutto negli applausi (assolutamente non scontati) che sono seguiti all’esecuzione dei tre inni nazionali in piazza Unità d’Italia, a Trieste.

 

Paolo Segatti

 

Riferimenti bibliografici
Brubaker R.(2004) Ethnicity without Groups, Cambridge, University Press
Cella GP (2007), Tracciare confini, Bologna, Il Mulino
Laitin, D.(2007) Nations, State and Violence, Oxford, Oxford University Press
Segatti P., a cura di (2009) , Lingua e identità in una regione plurale, Gorizia, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e Leg
Sivini G, (1970), Ceti sociali e origine etniche: ricerca sulla cultura politica dell’elettorato triestino, Padova, Marsilio
Stepan A., Linz Juan J. And Yadav Y.(2011), Crafting State Nations, Baltimore The John Hopkins University Press
Stepan A. (2001) , Arguing Comparative Politics, New York, Oxford University Press
Worsdorfer., R. (2009), Il confine orientale. Italia e Jugoslavia dal 1915 al 1955, Bologna, Il Mulino

 

testo integrale in PDF


Fonte: per gentile concessione di Paolo Segatti
Storia&storici è diretto da Roberto Moro
questo sito è stato realizzato con il CMS Journalist | About | Contact