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storia, storie, narrazioni
Roberto Moro
Pierpaolo Lauria
“global history”
Risorse e rischi in storiografia: la vita e lo specialismo
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La pagina scritta prende vita solo quando circola tumultuosamente sangue tra le innervature delle righe e le parole cominciano a pulsare come muscoli elettrizzati; allora la pagina si arroventa, prende fuoco e finalmente riscalda l’animo del lettore, perché la vera conoscenza è calorosa. In un passo splendido, forse uno dei più belli della storiografia di ogni tempo, di grande fascino e potenza evocativa, da cui si resta abbagliati per l’eleganza letteraria e la raffinatezza stilistica di cui è rivestita la prosa, un dioscuro delle Annales, L. Febvre, “compagno di battaglia” più anziano di M. Bloch, invitava i giovani aspiranti storici a non votarsi ai morti, ma a coltivare la vita e a intrecciare continuamente e ininterrottamente rapporti con lei per averne frutti e benefici, nel suo doppio senso di vita intellettuale, senza tralasciare nessuno dei campi del sapere.
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L’uomo che transita nei Campi Elisi con un solo pensiero in testa, conversare con i morti così come parla tutti i giorni con i vivi, non è un necrofilo, bensì uno storico annota Arnaldo Momigliano: “Lo storico capisce i morti come capisce i vivi”. L'autentico storico non fa differenza tra i morti e i vivi (tratta i morti come vivi), per capirli entrambi ha bisogno degli uni e degli altri. Se Carlo Arturo Jemolo amava dire che lo storico è colui che sa meglio conversare con i morti, Momigliano amava correggerlo dicendo che lo storico è colui che conversa bene sia coi morti sia coi vivi.
Lo storico vuol riportare alla luce uomini vissuti e non defunti ormai scomparsi, senza né più memoria né parole; desidera, invece, aprire con loro, i viventi di un tempo, un fitto dialogo piuttosto che assistere inerte al passare istantaneo di ombre cinesi dirette verso l’oscurità del pozzo dell’oblio. Al contrario del necrofilo, il suo passaggio nel regno dei morti, lui novello Orfeo, fa riacquistare improvvisamente colore, profumo, odore e sapore a quel grigio luogo; il passato, invece di essere un immenso e silenzioso camposanto, si rianima d’incanto e diventa un gigantesco e frenetico formicaio di gente. Il rischio più grave che corre il temerario esploratore del passato, della “valle dei tempi” è proprio quello di perdere il contatto con la vita.
Se ciò avvenisse il suo tocco, come quello disgraziato dell’avido re Mida, non solo non rivitalizzerebbe alcunché, ma renderebbe inanimati esseri animati; il suo sguardo, come quello della gorgone che ha per chioma nidi di serpi, tramuterebbe in pietra esseri viventi.
La “pratica della vita” nel presente, il suo costante esercizio permetteranno allo storico di riconoscerla quando la strada della ricerca lo condurrà senza più tremori e smarrimento nella selva del passato. La vita è via maestra, è guida insostituibile per qualunque sforzo conoscitivo.
Ciò che vale per la storia vale naturalmente anche per la letteratura o per qualunque altro campo d’indagine che vede l’uomo impegnato: “Le esperienze (nel senso vasto: le esperienze di vita) sono dunque una materia prima: lo scrittore che ne manca lavora a vuoto, crede di scrivere ma scrive pagine vuote”.
La pagina scritta prende vita solo quando circola tumultuosamente sangue tra le innervature delle righe e le parole cominciano a pulsare come muscoli elettrizzati; allora la pagina si arroventa, prende fuoco e finalmente riscalda l’animo del lettore, perché la vera conoscenza è calorosa. In un passo splendido, forse uno dei più belli della storiografia di ogni tempo, di grande fascino e potenza evocativa, da cui si resta abbagliati per l’eleganza letteraria e la raffinatezza stilistica di cui è rivestita la prosa, un dioscuro delle Annales, L. Febvre, “compagno di battaglia” più anziano di M. Bloch, invitava i giovani aspiranti storici a non votarsi ai morti, ma a coltivare la vita e a intrecciare continuamente e ininterrottamente rapporti con lei per averne frutti e benefici, nel suo doppio senso di vita intellettuale, senza tralasciare nessuno dei campi del sapere, e pratica:

“Per fare storia volgete risolutamente la schiena al passato e, innanzi tutto, vivete. Mescolatevi alla vita. Alla vita intellettuale, senza dubbio, in tutta la sua varietà, Storici, siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. Non chiudete gli occhi dinanzi al grande movimento che trasforma davanti a voi a una velocità vertiginosa le scienze dell’universo fisico. Ma vivete anche una vita pratica. Non accontentatevi di osservare oziosamente dalla riva quel che avviene sul mare in tempesta. E sulla nave minacciata, non siate Panurge che s’insozza di maschia paura, né il buon Pantagruel che si limita a levar gli occhi al cielo e a implorarlo, abbracciato all’albero maestro. Rimboccatevi le maniche, come fra Giovanni, e aiutate i marinai nella manovra.
È tutto? No. È addirittura niente, se dovete continuare a separare la vostra azione dal vostro pensiero, la vostra vita da storici dalla vostra vita di uomini. Fra azione e pensiero non c’è separazione. Non ci sono barriere. Bisogna che la storia non vi appaia più come una necropoli addormentata, dove soltanto ombre passano, prive d’ogni sostanza.
Bisogna che penetriate nel vecchio palazzo silenzioso in cui dorme, animati dalla lotta sostenuta, ricoperti dalla polvere del combattimento, del sangue coagulato del mostro che avete vinto, e spalancando le finestre, richiamando la luce e il rumore, risvegliate con la vostra vita giovane e bollente la gelida vita della principessa addormentata…”.

Solo la vita “calda” dello storico ha il dono di rianimare il moribondo passato: è una trasfusione salutare, anzi vitale.
Questo ovviamente non avviene nel momento in cui il sedicente storico è lui stesso “un morto vivente”; senza sangue nelle sue vene non potrà, di certo, donarlo ad altri. La mummia snervata, scarnita, esangue e inerte è indifferente alla vita, insensibile alle luci e ai rumori del mondo, non fa alcuna esperienza, ibernata com’è in fasce gelide e strette bende, è solo un bozzolo freddo d’ossa che passa il tempo impalata e dal suo fluire, come un fantasma, non riporta nessun segno.
Perciò lo storico esperto delle cose del mondo, come qualunque altro scienziato o artista, avrà uno sguardo più largo e una vista più acuta anche nelle cose del suo mestiere: metterà così a frutto le esperienze maturate nella vita, come se si trattasse di concime da spargere nel recinto del suo frutteto disciplinare, per renderne più rigogliosi e generosi gli alberi.
Un’altra grave minaccia alla storia come conoscenza della vita degli uomini è lo specialismo, che tenta maldestramente di ridurre l’uomo in brandelli.
Già Febvre ricordava che l’uomo non si lascia spezzettare, quando lo si tira per un braccio e tutto l’uomo che viene dietro.Lo storico francese scriveva: “L'uomo definito in tal modo lo si può prendere, per comodità, per tale o tal altro membro, per la gamba o per il braccio piuttosto che per la testa: ma è sempre l'uomo intero che si trascina quando si tira. Quest'uomo non si lascia tagliare a pezzi”. Concordemente con il francese, lo storico italiano D. Cantimori, con una bella immagine scrive: “Staccato il fiore dalla pianta, se ne staccano i petali, che poi vengono ricomposti, non negli erbari filologici e eruditi, dove avrebbero un’utilità per lo studioso all’antica, ma in strane figurazioni, simili a quelle composizioni che in altri tempi, con l’esercizio di pazienza, si ponevano fra due vetri, o sotto un vetro convesso, che mostrava ingrandito il profilo di una rosa composto di tanti petali appassiti, la foglia, la farfalla ad ali spiegate: ambre, marne, memorie di una squallida età”.
Lo specialista esperto di una cosa soltanto è un sordomuto indifferente ai suoni e alle voci esterni; vive in una stanza senza finestre sulla strada, in cui non circola né aria né passa luce. La specializzazione – per quanto si renda necessaria, data la complessità degli studi che richiedono di trivellare sempre più in profondità il suolo alla ricerca di tesori – non va confusa con lo specialismo, che si mura dentro casa e lascia fuori un mondo intero. Difatti, la spinta a scavare, se non vuole miseramente arenarsi, arriva dagli stimoli e dai fermenti provenienti dal fertile confronto e dalla discussione feconda con le altre discipline, anche quelle in apparenza più lontane possono dare un grosso contributo in termini di ipotesi e idee.
Lo specialismo è il killer dello studioso creativo: lo conduce dritto all’ agorafobia, alla paura per i grandi spazi e la vita all’aria aperta; viceversa, lo studioso originale ha bisogno proprio di vivere in un ambiente aperto, salutare e rinfrescante per la mente. Il primo uccide il secondo soffocandolo, togliendogli l’ossigeno e il respiro: è la metamorfosi dell’individuo nello scarafaggio kafkiano. Questo accade quando l’essere umano perde le sue qualità, e regredisce, per involuzione, fino al verme. Il grigiore, la noia e la monotonia che circondano la sua vita esterna sono penetrati, come il sole allo zenit, a desertificare il suo spirito per inaridirlo, seccandone gli interessi, facendone appassire ingegno e fantasia, lo hanno trasformato in un repellente e ripugnante coleottero.
Anche Salvemini, non diversamente da Febvre e Cantimori, osserva che “l’uomo che sa tutto su un dato argomento senza saper niente di tutto il resto restringe le sue attività intellettuali. Egli estingue in se stesso ogni curiosità all’infuori della ristretta cerchia della sua specialità. Egli si segrega dal mondo. Egli è l’uomo di un libro solo, come dicevano i nostri antenati. Egli non può in alcun modo essere considerato un uomo colto. Lo specialista ha ucciso l’uomo. I nostri antenati solevano dire: “Mathematicus purus asinus purus”. Dall’incisivo giudizio trapela e salta agli occhi una forte corrispondenza nel modo di pensare tra il sistematico e l’iperspecialista per un verso, quello culturale, e il settario e il fanatico, dall’altro, quello politico-religioso.
Il sistematico e l’iperspecialista, al pari dei rispettivi doppi, per vie opposte, sono convinti della finitezza del mondo e del sapere: il primo, allargando a dismisura il suo sistema e sorvolando con disinvoltura estrema sulle difficoltà, mosso da uno spirito smanioso di completezza; il secondo invece restringendo e sminuzzando il mondo in atomo, tagliando i ponti con le parti restanti, si concentra sul “punto”, spinto da una maniacale voglia di esattezza, ed è così convinto e beato di aver trovato l’universo di precisione che cercava, meccanico, indivisibile, semplice e dai confini stabili.

 

Pierpaolo Lauria

 

testi di riferimento

D. Cantimori, Studi di Storia, Einaudi, Torino, 1976.
L. Febvre, Problemi di metodo storico, Einaudi, Torino, 1992.
P. Levi, L'altrui mestiere, Einaudi, Torino, 1986.
A. Momigliano, Sui fondamenti della storia antica, Einaudi, Torino, 1984.
G. Salvemini, Scritti vari, Feltrinelli, Milano, 1972.

Fonte: Storia & Storici
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