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Roberto Moro
Giovanni Scirocco
La democrazia alla prova della diversità nazionale
Il punto di vista del Partito socialista italiano
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Per il PSI e per il suo segretario, Pietro Nenni, tutta la manovra per Trieste del nostro governo aveva dietro la parvenza anti-jugoslava un significato di fondo anticomunista ed antisovietico che allettava in modo particolare le potenze anglosassoni. Bisognava però evitare anche qualsiasi rigurgito nazionalistico e questo timore avrebbe differenziato la posizione del PSI da quella degli alleati comunisti. Dopo la rottura della Jugoslavia con il Cominform le cose cambiano però radicalmente: lo spirito della dichiarazione tripartita è ormai per le potenze anglosassoni morto e seppellito, e lo è precisamente da quando Tito da nemico è diventato un prezioso alleato nella lotta antisovietica. Lo status quo di Trieste significa per Londra e Washington non turbare gli stretti rapporti d’amicizia con Tito, significa anche avere in mano un porto militare di prim'ordine. Qualsiasi mutamento fatto a favore dell'Italia e contro Tito non avrebbe offerto una contropartita sufficiente per gli anglosassoni.
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Intervento al convegno in ricordo di Alceo Riosa
Un’altra Italia ancora
Repubblica e minoranze nazionali al confine

Milano, 10-11 novembre 2011

 

Il PSI, Nenni, la politica internazionale - Nenni Ministro degli Esteri e la questione di Trieste (ottobre 1946-gennaio 1947) - Il PSI all’opposizione e il ritorno di Trieste all’Italia


Il PSI, Nenni, la politica internazionale

Rievocando l'assunzione, nell'ottobre del 1946, del Ministero degli Esteri, Nenni affermò:

“A chiedere per il PSI (e ad assumere personalmente) il ministero degli Esteri mi avevano indotto tre considerazioni che poi fanno tuttʼuno. La prima: la consapevolezza che avremmo avuto la politica interna della nostra politica estera [...] In secondo luogo: la previsione che i maggiori problemi della nazione, dopo la Costituzione e dopo lʼavvento della Repubblica, sarebbero stati il trattato di pace e le sue conseguenze, che avrebbero potuto esasperare i sopiti istinti nazionalistici. Infine la volontà di impedire che la nazione si lasciasse di nuovo mettere al collo il cappio delle alleanze militari, come poi è avvenuto con l'adesione al Patto atlantico e con l'accettazione della filosofia del Patto, con la politica ricondotta a una divisione manichea: tutto il bene da una parte, tutto il male dall'altra; la civiltà e la barbarie”.

Lʼeditoriale di apertura del primo numero di Mondo Operaio, la rivista politico-ideologica fondata da Nenni nel dicembre 1949 (in un contesto politico, come vedremo, di duro scontro, interno, internazionale e nello stesso PSI) fu, ancora una volta, indicativo dell’importanza data dallo stesso Nenni alla politica internazionale:

“In verità, la politica estera è la politica per eccellenza, la misura delle attività politiche di un popolo: ad un tempo la causa e l’effetto della politica generale [...] Quando, all'indomani del 2 giugno 1946 [...] chi scrive rivendicò per le sinistre e per il Partito socialista, il dicastero degli Esteri, intendeva appunto spostare lʼattenzione della classe operaia e delle masse popolari dal Viminale a Palazzo Chigi (allora sede del Ministero degli Esteri, [n.d.R.]), nel convincimento che la nostra politica interna sarebbe stata in definitiva il riflesso e la continuazione di quella estera. In verità noi non riusciremo a modificare sostanzialmente la politica interna ed economica se non modificando la politica estera, e non valuteremo mai convenientemente gli avvenimenti interni se non prestando la più vigile attenzione a ciò che succede negli altri Stati, dai più vicini ai più lontani”.

In Riccardo Lombardi vediamo invece, in questo periodo, una netta distinzione, non solo semantica, tra politica estera e politica internazionale:

“La nozione di politica estera si riferisce [...] soprattutto ai rapporti fra cancellerie, fra diplomazie, ai rapporti di potenza fra Stati, mentre la politica internazionale, al contrario, implica rapporti che vanno assai al di là dello Stato per abbracciare tutte le forze reali in gioco, dotate di articolazione, di dinamismo e di possibilità creatrici che solo artificiosamente e coercitivamente potrebbero essere compresse entro i limiti delle esigenze degli Stati. Alla ʻpolitica esteraʼ noi contrapponiamo dunque la ʻpolitica internazionaleʼ; alla lotta di potenza fra gli Stati, contrapponiamo la lotta fra le classi, ed a questʼultima, e non alla prima, affidiamo il compito di portare avanti la civiltà, cioè la libertà, cioè il socialismo”.

Quello di Lombardi fu un tentativo, generoso, ma irrealistico (lo notò subito, commentando gli esiti del congresso di Genova del 1948, un acuto osservatore come Umberto Segre), di risolvere la contraddizione tra politica di classe e politica nazionale, storico problema della vita di tutti i partiti socialisti e di quello italiano in particolare. Dallʼincapacità (o dallʼimpossibilità) di risolvere questa contraddizione, o dal non tener presente quanto osservato da Georges Haupt, e cioè che “nazionalismo e internazionalismo non sono né concetti né sentimenti astratti, dicotomici; il vero problema consiste nel sapere in quale congiuntura sociale e politica l'ambiente operaio è più ricettivo all'uno o all'altro”, non poté che derivare la costante utilizzazione dei problemi di politica internazionale a fini interni:

“(La linea del neutralismo) era basata su una valutazione volutamente errata della situazione internazionale, della quale non venivano visti i reali contorni, per potersi concentrare completamente sulla politica interna. Il che significava per l'appunto usare la politica internazionale strumentalmente agli obiettivi interni del partito, in mancanza di un adeguato superamento della dicotomia interessi nazionali - socialismo in un contesto ostile. E significava anche relegare la politica estera a pretesto polemico di valore prevalentemente simbolico”.

Gli eventi del 1947 segnano quindi, anche per il PSI, una svolta e, probabilmente, il discorso di Nenni nel gennaio 1947, al congresso della scissione, fu davvero “l'estremo tentativo di coniugare l'ammirazione per il Labour Party con quella per l'URSS e per i paesi dell'Est europeo e di affermare per il partito socialista quel ruolo centrale e di mediazione che nel mutato contesto italiano ed internazionale non poteva più avere”.
Si era quindi rivelato decisamente superato dagli eventi (come notò Riccardo Lombardi al congresso del PSI del gennaio 1948) il tentativo nenniano di uscire dalle conseguenze del nuovo quadro internazionale prima attraverso la riproposizione di un neutralismo favorevole al ritorno a Yalta e ai tempi della grande alleanza antifascista, poi cercando un appoggio nel laburismo al potere.
Rendendosi conto dell’inesistenza della possibilità di una ‘terza via’, Nenni finì quindi per accettare le convinzioni ideologiche di Morandi, trasformando il suo neutralismo in un pacifismo oggettivamente filo-sovietico, nella persuasione che l'URSS costituisse la principale garanzia di pace nel mondo e che non fosse possibile equidistanza tra Mosca, capitale della rivoluzione socialista, e Washington, capitale dell'imperialismo, diversamente da quanto auspicato da Lombardi al momento della sua adesione al PSI (“Niente dunque ‘vie polacche’ e niente ‘vie greche’. C'è ancora in Italia posto e margine sufficiente per l'iniziativa democratica e socialista. Se quel posto sarà disertato e questo margine sciupato la colpa non sarà del risorgente fascismo, ma della risorgente futilità della sinistra”).
Per Nenni, viceversa, anche la collaborazione con i partiti di ‘terza forza’ diventava impossibile, dal momento che in politica internazionale essi consideravano sullo stesso piano il socialismo sovietico e il capitalismo americano, finendo: “per diventare servi di quest’ultimo. Ne derivano una organica incapacità d’azione, uno sfasamento costante nel porre i problemi, una tendenza al pessimismo proprio di chi è spettatore e non attore della politica, soggetto o non oggetto della storia. Ci sono per fortuna grandi partiti socialisti o minoranze socialiste in tutti i Paesi che non si lasciano ingannare dalle illusioni borghesi della terza forza. Con loro il nostro partito conduce la lotta per la pace”.

 

Nenni Ministro degli Esteri e la questione di Trieste (ottobre 1946-gennaio 1947)

La vita politica italiana fu dominata, in questi anni, dalla questione di Trieste. Nenni lo ebbe presente fin dal settembre 1944, quando scriveva:

“Non è improbabile che nei prossimi mesi si tenti di fissare l’attenzione dell’opinione pubblica esclusivamente o prevalentemente sulla questione della frontiera orientale (dove sono inevitabili dei sacrifici, come conseguenza non soltanto della guerra che abbiamo perso, ma della politica bestiale del fascismo contro le popolazioni slovene comprese nei confini del 1919). Naturalmente noi dovremo difendere ciò che è incontestabilmente italiano e il criterio a cui dovremo attenerci dovrà essere quello dell’autodecisione popolare. Ma guai a noi se, sentimentalmente protesi verso un distretto di frontiera, dimenticassimo che il nostro destino si gioca altrove, sul piano della organizzazione dei rapporti economici e degli scambi internazionali”.

Riguardo alla questione di Trieste il PSI e Nenni mostrarono, prima e dopo la scomunica di Tito da parte del Cominform, una linea di sostanziale coerenza con queste parole, dettata dalla necessità, sia pure nella continua polemica nei confronti del governo e degli alleati occidentali, di presentarsi come partito ‘nazionale' e sostenitore dell'italianità della città giuliana.
L’atteggiamento di Nenni riguardo a Trieste ed il suo nazionalismo sui generis, dovuto a evidenti preoccupazioni di politica interna (per le lezioni della storia, di Fiume e del ‘carnevale dannunziano’, ma anche probabilmente memore di quanto Carlo Rosselli aveva scritto in Socialismo liberale: “Il problema dei rapporti tra socialismo e nazione, il problema del governo in regime di democrazia, il problema dell'autonomia politica, si porranno, fascismo caduto, con un’intensità e uno stile affatto nuovi”), è ben illustrato nei Diari, il 18 ottobre 1953:

“Trieste sta diventando il banco di prova non solo delle nostre amicizie internazionali, ma della politica interna. Si ripete cioè in certa misura quanto successe trent’anni or sono per Fiume. E come allora c’è da temere che se ne avvantaggi la destra [...]. La differenza con quanto successe trent'anni or sono per Fiume l’ho, credo, introdotta io, sforzandomi di non staccare il Partito socialista e la sinistra in generale dall’anima nazionale, anche in ciò che ha di ingenuo e di irrazionale. L’altra differenza è che stavolta la questione di Trieste gioca contro l’alleanza atlantica, che è il sistema più reazionario a cui si potesse addivenire”.

Questa posizione portò, fatto assai poco frequente negli anni del frontismo, ad una sia pur timida differenziazione tra socialisti e comunisti, la cui subordinazione alle direttive dell’URSS fu, al di là delle abili prese di posizione di Togliatti, totale, come apparirà evidente all’indomani dello scisma titoista, che Nenni non poteva certo immaginare quando, il 5 agosto 1943, salutando alcuni compagni montenegrini detenuti insieme a lui a Ponza, scriveva:

“Noi italiani avremo con loro delle difficoltà quando si tratterà di tracciare la nuova frontiera orientale, ma non è dubbio che le supereremo più facilmente con uno Stato jugoslavo socialista che coi nazionalisti sloveni o coi militaristi serbi. Ci sarà di guida il principio dell'autodecisione dei popoli e la volontà di considerare l’Adriatico e le Alpi Giulie non come un fossato o un ostacolo per dividere il mondo slavo da quello latino, ma come vie di comunicazione per l’unione e la collaborazione di due popoli che già Mazzini auspicava uniti in una comune opera di progresso e di pace”.

Diventato ministro degli Esteri, il 4 novembre 1946 Nenni inviò al Consiglio dei ministri degli Esteri delle quattro nazioni alleate, riunito a New York, una nota con la quale si insisteva nel richiedere, nella delimitazione della frontiera orientale, di procedere secondo il principio della linea etnica fissato dalla conferenza dei 'Quattro' a Londra nel settembre 1945, ricorrendo eventualmente al plebiscito nelle zone contestate.
Grande fu quindi lo sconcerto di Nenni quando, il 7 novembre 1946, Togliatti, reduce da colloqui a Belgrado con Tito, si fece latore, attraverso un’intervista a L’Unità, di una proposta che prevedeva il passaggio di Gorizia alla Jugoslavia in cambio della concessione a Trieste di uno statuto autonomo.
Nonostante Togliatti ridimensionasse immediatamente la portata delle sue affermazioni in un colloquio con Nenni (almeno secondo il telegramma inviato da quest’ultimo alla delegazione italiana a New York: “(La conversazione con Tito), che non era assistito da nessun esperto, sarebbe rimasta in termini generici. Egli avrebbe comunque accettato che continuità territoriale fra Trieste e Italia sarebbe assicurata”), qualche ripercussione nei rapporti tra socialisti e comunisti indubbiamente vi fu. Nella riunione del 9 novembre 1946 della Giunta d'intesa tra comunisti e socialisti, Nenni fece notare “alcuni inconvenienti di forma circa il modo come sono stati presentati, senza preventivo accordo, i risultati del viaggio di Togliatti a Belgrado”. Dopo le precisazioni di Togliatti sul senso e i risultati della sua iniziativa, la Giunta si concluse con l'accordo di porre l'accento e di iniziare una campagna sulla necessità di trattative dirette.
Sul piano diplomatico, il ministro degli Esteri italiano, che aveva sconsigliato il viaggio, dichiarò all’ Avanti! che il governo non poteva evidentemente prendere come punto di partenza per le trattative con la Jugoslavia la rinuncia ad una città italiana come Gorizia che i Quattro Grandi avevano già deciso dovesse restare all’Italia.
La risposta di Nenni fu quella di lanciare la proposta (ripresa dall’ambasciatore Quaroni) di una “Locarno dell’Est [...] un patto generale, cioè, garantito dagli Alleati e abbracciante l’insieme dei rapporti italo-jugoslavi”, pur rendendosi conto della difficoltà di tale situazione nel clima incipiente di guerra fredda. Di fronte agli Ambasciatori delle quattro grandi potenze, Nenni si fece quindi portavoce della posizione del governo italiano, che interpretava il colloquio tra Togliatti e Tito come il riconoscimento implicito da parte jugoslava dell’italianità di Trieste e il primo passo per l’apertura di negoziati diretti tra Roma e Belgrado. L'applicazione del principio etnico, sia pure sulla base della dichiarazione del marzo 1948, e la richiesta di un plebiscito furono peraltro le linee sulle quali successivamente si mossero Sforza e Pella.

 

Il PSI all’opposizione e il ritorno di Trieste all’Italia

Fallite dunque le proposte di linea etnica e di trattative dirette con la Jugoslavia e mutati i rapporti politici, interni e internazionali, di fronte al compimento del processo di divisione tra zona A e B nella primavera del 1950 il PSI condusse quella che uno dei dirigenti socialisti dell'epoca, Oreste Lizzadri, definì “una campagna conseguente, ma fuori da ogni esasperazione nazionalistica, per il ritorno all’Italia di Trieste e della parte prevalentemente italiana dell'Istria”, campagna che si concretizzò nella presentazione alla Camera, da parte del gruppo socialista e di Nenni in prima persona, prima di un’interpellanza e successivamente, il 9 giugno 1950, di una mozione di condanna dell’operato del governo.
Il PSI sostenne successivamente la piena attuazione dello statuto del Territorio libero di Trieste, sia pure come necessario passaggio per il ritorno delle zone A e B all’Italia (anche in previsione delle elezioni che si sarebbero tenute a Trieste nell’ottobre 1951): “C’è semplicemente un mezzo, il solo che il trattato ci offre, di tutelare convenientemente gli interessi italiani su una contrastata frontiera. Cosa sarebbe successo, cosa succederebbe nel Territorio libero se si applicasse lo Statuto permanente allegato al Trattato? Si ritirerebbero le truppe americane da Trieste e quelle titine da Capodistria e dalla zona B [...]. Ci sarebbe un governatore e ci sarebbero anche - e soprattutto - un parlamento italiano, un governo italiano, una amministrazione italiana”
La nota predominante fu comunque, anche in questo caso, l’accusa al governo, fermo alla dichiarazione tripartita del marzo 1948, di non saper difendere gli interessi nazionali, in contrasto, dopo la rottura di Tito con Mosca, con quelli degli alleati occidentali:

“Tutta la manovra per Trieste del nostro governo aveva dietro la parvenza anti-jugoslava un significato di fondo anticomunista ed antisovietico che allettava in modo particolare le potenze anglosassoni. Ma d’allora ad oggi le cose sono cambiate radicalmente. Quel che De Gasperi non capisce o finge di non capire, ripetendo continuamente il suo heri dicebamus, è che lo spirito della dichiarazione tripartita è ormai per le potenze anglosassoni morto e seppellito, e lo è precisamente da quando Tito da nemico è diventato un prezioso alleato nella lotta antisovietica [...] .Lo status quo di Trieste significa per Londra e Washington non turbare gli stretti rapporti d’amicizia con Tito, significa anche avere in mano un porto militare di prim'ordine. Qualsiasi mutamento fatto a favore dell'Italia e contro Tito non offrirebbe una contropartita sufficiente per gli anglosassoni”

Negli anni 1950-1953 la polemica sulla questione di Trieste si protrasse su questi toni e con questi argomenti, con la ripresa del tema, in chiave contemporaneamente antifascista, antititina ed antiamericana, dell'italianità di Trieste. Ma il 13 settembre 1953, nel corso di un discorso in Campidoglio in occasione della celebrazione del decimo anniversario degli scontri di Porta San Paolo, il successore di De Gasperi alla guida del governo e del ministero degli Esteri, Giuseppe Pella, replicando ad un minaccioso discorso pronunciato da Tito il 6 settembre ad Okrogliza, ribadì la validità della dichiarazione tripartita ed avanzò contemporaneamente la proposta di un plebiscito su tutto il Territorio libero, dichiarando altresì che la soluzione della questione di Trieste avrebbe costituito il banco di prova delle nostre alleanze.
Le prime reazioni socialiste alle dichiarazioni di Pella evidenziarono un certo scetticismo, riaffermando la necessità di applicare integralmente, sia pure in via provvisoria, il trattato di pace e quindi lo statuto del Territorio libero di Trieste:

“Non si vede bene quindi quali possano essere le conseguenze pratiche delle dichiarazioni del Presidente del Consiglio: se l’affermazione dei nostri diritti, la rievocazione della Resistenza e la rivendicazione del carattere risorgimentale di essa, il monito sul valore del banco di prova delle amicizie che Trieste ha ormai assunto ci trovano del tutto consenzienti, la pratica portata della proposta di plebiscito ci lascia quanto meno perplessi [...]. Allo stato delle cose non è amor di tesi quello che ci fa affermare che l’unica soluzione chiara è ancora quella presa dal PSI. Esclusa la possibilità di negoziati diretti, cui pure il Maresciallo Tito ci invita, ma solo per presentarci la sua richiesta di vederci arretrare ai confini del 1866; escluso l'appoggio dei Tre che non si vede su che cosa potrebbe far leva; assunti come punti fermi l’Alleanza atlantica che impone le sue ferree leggi e la Dichiarazione tripartita di impossibile attuazione, ogni proposta che si aggiri in questo ambito è destinata a rimanere sulla carta”.
Pochi giorni dopo Nenni, nei suoi Diari, si mostrava di tutt’altro parere:

“(Pella) ha proposto di risolvere la questione di Trieste con il plebiscito, previo il ritiro delle truppe interessate. Non è una proposta esente da rischi [...] ma viene nel momento in cui non si vede cosa altro proporre per sbloccare la situazione. Mi sono quindi pronunciato per il plebiscito. Nel contempo parlando a Milano Togliatti ha ripreso la tesi della costituzione del Territorio libero: via gli anglo-americani, via i titini dalla zona B, nomina del governatore, dell’assemblea popolare, del governo ecc. Una buona soluzione cinque anni orsono, quando l’abbiamo opposta alla mancanza di iniziativa di De Gasperi e di Sforza che hanno inchiodato il paese alla dichiarazione tripartita del marzo ʼ48. Ma oggi meno che mai si può credere che il Consiglio di sicurezza si accordi sulla nomina del governatore. E allora? I giornali si sono sbizzarriti ad opporre il mio patriottismo alla russofilia dei comunisti. Anche alcuni miei compagni si sono allarmati per il contrasto che si poteva delineare coi comunisti. Ho detto loro che non succederà nulla di nulla e che i comunisti prenderanno il nostro stesso atteggiamento. Ed è così che sta succedendo”.

A testimonianza dell’’allarme’ di alcuni esponenti del PSI Il 28 settembre Vincenzo Balzamo, responsabile della Commissione giovanile centrale, scriveva però in una circolare:

“Il problema di Trieste si pone in questi giorni con particolare evidenza all’attenzione del Paese, suscitando un interesse pressoché generale, particolarmente fra i giovani [...]. Considerati gli sviluppi odierni della situazione politica, il PSI riconosce la democraticità del plebiscito proposto dal governo, ma ritiene la cosa del tutto platonica, se non si procede, prima di tutto, all’allontanamento delle truppe straniere da Trieste e dalla zona B. Con le truppe straniere nel Territorio libero di Trieste il plebiscito non è possibile. L'obiettivo principale deve appunto essere l’allontanamento delle truppe straniere e per fare questo è necessario applicare e rendere esecutivo il trattato di pace. Si hanno ora fondati motivi di ritenere che con l’inizio del prossimo anno scolastico le masse studentesche si muoveranno per far pesare il proprio punto di vista sull’intricata questione che investe direttamente la nostra politica nazionale. È altrettanto prevedibile, però, che il MSI tenti di speculare sui giusti sentimenti patriottici dei giovani per inscenare delle manifestazioni di pretto stampo fascista ed esasperatamente nazionaliste. La stampa fascista, infatti, si è già messa su questa linea con articoli e vignette in cui, ad esempio, si mostra la testa di Tito schiacciata dal tallone chiodato di un alpino. È evidente che noi non possiamo accettare una tale impostazione della campagna in difesa di Trieste. Occorre, pertanto, che immediatamente la gioventù socialista si inserisca in ogni iniziativa patriottica col compito di neutralizzare l’azione nefasta e provocatoria fascista, oltre che per dare un valido contributo alle manifestazioni stesse. Ma soprattutto è necessario che gli studenti socialisti promuovano essi una vasta azione unitaria in campo provinciale, invitando, ad esempio, gli studenti e i movimenti giovanili dei vari partiti a dibattiti e conferenze sul problema di Trieste”

La differenza di valutazione tra Togliatti e Nenni emerse, anche se in modo non clamoroso, nel corso del dibattito svoltosi alla Camera tra il 30 settembre e il 6 ottobre sul bilancio del Ministero degli Esteri. Alla fimne della discussione fu votato all’unanimità un ordine del giorno, avente come primo firmatario il deputato liberale Guido Cortese, che invitava il governo “a persistere tenacemente nell’azione diretta a realizzare le condizioni necessarie per garantire in modo effettivo i diritti dell’Italia sull'intero Territorio libero e ad assicurare il ritorno alla madrepatria di quelle terre e di quelle popolazioni” Comunisti e socialisti si astennero invece sui primi tre capoversi dello stesso ordine del giorno, che ne contenevano le premesse e le motivazioni politiche nell’ambito della dichiarazione tripartita e dell’Alleanza atlantica. Ma mentre il segretario del PCI confermò il suo appoggio all’applicazione intergrale del trattato di pace, esprimendo seri dubbi sulla possibilità di attuazione del plebiscito, Nenni, pur ribadendo le sue critiche al governo e alla politica atlantica, espose la sua adesione alla tesi del plebiscito, anche per il suo “alto valore morale e democratico”, chiedendo l’intervento dell’ONU per renderne possibile lo svolgimento.
La situazione era comunque ormai in movimento, anche sul piano internazionale. L’8 ottobre 1953 i governi di Washington e Londra annunziarono la decisione di ritirare le proprie truppe dalla zona A, lasciandone l’amministrazione al governo italiano ed auspicando una pacifica soluzione definitiva della questione e una collaborazione italo-jugoslava ai fini della sicurezza dell’Europa occidentale.
Riprendendo le dichiarazioni di Nenni alla Camera sulle comunicazioni del governo nella seduta del 9 ottobre, un articolo non firmato di Mondo Operaio, dopo aver riepilogato gli avvenimenti e la linea del PSI sulla questione di Trieste, linea “nella quale assieme si compenetrano e si valorizzano l'interesse nazionale e quello della pace”, criticò Pella per aver sottovalutato il reale significato della nota anglo-americana, e cioè l’accettazione della spartizione del Territorio libero, indicando infine come unica soluzione il plebiscito “imperniato su un innegabile principio di giustizia, sempreché governo e diplomazia italiana non si appaghino di parole ma abbiano una politica, una politica verso Washington ma anche, e vorremmo dire soprattutto, verso Mosca. Giacché non basta aver ragione, ma è funzione della politica e, nel caso nostro, della diplomazia, creare le condizioni del riconoscimento del diritto”.

Nel febbraio 1954 iniziarono le trattative diplomatiche che portarono agli accordi di Londra del 5 ottobre dello stesso anno, mentre, con la crisi del governo Pella, si giungeva alla formazione di un dicastero centrista presieduto da Mario Scelba, che accantonò la proposta di plebiscito, suscitando nuovamente le critiche socialiste al governo, accusato esplicitamente di capitolazione, Nenni commentò la conclusione della vicenda intervenendo il 18 ottobre alla Camera, accusando il governo per aver agito in deroga a voti espliciti del Parlamento, con la firma della peggiore delle transazioni a cui si poteva giungere [...]. (Il governo) ha accettato nel 1954 ciò che Sforza non aveva accettato nel 1951 e ciò che De Gasperi non aveva accettato l’anno scorso, prima delle elezioni del 7 giugno, perché la autonomia di iniziativa che gode è financo inferiore a quella dei governi precedenti, perché nel frattempo la pressione americana deve aver assunto le forme del ricatto.
Ma, dopo aver riaffermato la convinzione che “se fossimo andati davanti al Consiglio dell’ONU con la proposta del plebiscito avremmo avuto causa vinta, o, comunque, avremmo ottenuto la spartizione sulla base del principio etnico portando il confine a Capodistria”, Nenni così concluse il suo discorso:

“Abbiamo guardato dentro di noi. Cerchiamo di vedere possibilmente chiaro davanti a noi [...]. Ci vuole prima di tutto il tempo della convalescenza perché noi, che abbiamo subìto una sconfitta diplomatica ed una dolorosa mutilazione del nostro diritto e del nostro territorio, possiamo considerare con la necessaria freddezza e serenità gli sviluppi ulteriori delle relazioni con Belgrado. Per quanto ci concerne noi socialisti intendiamo affrontare le relazioni con la Jugoslavia senza fare pesare su di esse l’ipoteca di rivendicazioni irredentiste, anche se consideriamo tuttora storicamente aperto il problema della frontiera orientale”.

In realtà, con gli accordi di Londra, terminò una fase della politica estera italiana, durante la quale erano stati affrontati i problemi posti dal Trattato di pace. Il dopoguerra si era in un certo senso concluso: nuove questioni, a cominciare dal processo di integrazione europeo, erano già all’orizzonte come era evidente nel discorso che Nenni tenne a Trieste il 15 gennaio 1956 e che riportiamo attraverso la relazione del Commissariato generale del Governo per il territorio di Trieste. In quell’occasione Nenni, dopo aver rivendicato al PSI il merito del tentativo di fissare il confine orientale sulla linea Wilson e quindi di essersi opposto alla soluzione della questione mediante il Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954 (definito “un famigerato baratto”), rifacendo la storia del Territorio libero dichiarò che il PSI ne aveva appoggiato la costituzione poiché esso “non avrebbe arrecato nocumento all’italianità di questi territori e avrebbe impedito l’esodo delle migliaia di profughi che hanno dovuto abbandonare case ed averi perché erano stati privati del godimento di quei diritti democratici che sono il fondamento di ogni vita civile”. Alla costituzione effettiva di esso non fu possibile giungere non già per la difficoltà di accordarsi sulla persona del Governatore, ma per il fatto (e qui Nenni incrinò la sua visione idilliaca di Yalta) “d’essersi ormai il mondo diviso in due gruppi contrapposti di potenze” che cercavano di risolvere i problemi internazionali “ciascuno secondo i propri interessi, senza rispetto del volere delle popolazioni interessate”. Da questo punto di vista anche la Jugoslavia avrebbe dovuto concedere alle minoranze di lingua italiana gli stessi diritti di cui godevano le minoranze slovene in Italia, soprattutto in considerazione del fatto che la politica estera jugoslava, fondata sul principio dell’equidistanza fra i due blocchi, aveva conferito a quel paese “un prestigio senza dubbio superiore alla sua effettiva potenza reale e consistenza”.

 

Giovanni Scirocco

 

Edizione integrale del testo in PDF allegato

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Fonte: per gentile concessione di Giovanni Scirocco
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